R.E.M. – Dead Letter Office (I.R.S.)

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Un disco dei R.E.M. è indispensabile per sopravvivere all’estate. Come i ghiaccioli al limone o le minigonne (per chi le indossa e per chi si limita a guardarci sotto).

Un disco dei R.E.M. ma non uno qualsiasi, visto che ne hanno fatto di buoni per ogni stagione. Green o Out of Time starebbero bene in canotta e bermuda, è vero. Non fosse che qualche vezzo ne appesantisce la pingue. Tanto vale allora andare ancora indietro, ai R.E.M. “minori” e quasi clandestini di un disco sbieco come Dead Letter Office: la polaroid dei R.E.M. a un passo dal grande salto commerciale, ancora essenziali, ispirati dalla country music, dal minimalismo nervoso di Velvet e Feelies, dal jingle jangle cristallino di Roger McGuinn. E molto, molto svagati (come quando Stipe si diverte a leggere le note di copertina di un disco gospel trovato in studio sulla musica di 7 Chinese Brothers, o nella Walter’s Theme registrata durante una sbronza al Walter‘s Bar di Athens, NdLYS)  Sono i R.E.M. che rendono omaggio ai loro maestri e ai loro compagni meno fortunati come i Pylon la cui Crazy inaugura la raccolta e diventa, in tutto e per tutto, un pezzo di Michael Stipe e Peter Buck.

Un album di bonus tracks. Non messe in coda, ma a calcificare l’intera ossatura del disco, come Hatful of Hollow era stato per gli Smiths. E sono anche i R.E.M. più solari e spensierati che si siano mai sentiti, con la chitarra di Buck impastata col lievito byrdsiano e la voce di Stipe che biascica parole ancora appiccicate al palato (anche in italiano, come su Bandwagon) e quell’aria da collage band che la band perderà proprio allora, alla soglia del contratto milionario con la Warner. Nessuna grande hit e nessuna guest star d’eccezione: KRS One, Patti Smith, gli U2, Thurston Moore, Kate Pierson, Q-Tip e le altre amicizie ingombranti hanno ancora troppi zeri di distacco sui loro conto-correnti. Dead Letter Office è un disco che non incute soggezione e che non chiede venerazione, non ha una calibratura da best-seller, nessuna orchestrazione ad effetto e zero voglia di stupire. È un disco messo su per salutare una band indie pronta al grande salto, motivata da Peter Buck con il proprio amore per i 45giri:

“mi sono sempre piaciuti molto di più i singoli degli album. Un singolo è più corto, conciso e ficcante, tutti valori che sembrano volare dalla finestra tanto più lontano quando si pensa agli album; ma la cosa che mi piace ancora di più dei singoli, è la loro funzione di discarica. Nessun problema riguardo alla confezione, nessuna attenzione ai dettagli, un 45 giri è ancora essenzialmente una crosta comprata solitamente dagli adolescenti. Questo è il motivo per cui i musicisti si sentono liberi di incidere qualsiasi cosa sul lato B; nessuno comunque l’ascolterà, perché non è così divertente. Puoi ripulire il cassetto degli esperimenti falliti, canzoni venute male, giochi di ubriachi e occasionalmente, una canzone compiuta che non si adattava allo spirito di un album. Questa compilazione contiene, come minimo, almeno una canzone per ognuna di questa categorie. Non è un disco da prendere troppo seriamente. Ascoltare questo disco dovrebbe essere come curiosare in un negozio di cianfrusaglie”.

Ecco, è quest’inclinazione al fun-fun-fun che lo rende così inevitabilmente estivo, così magistralmente pieno di quel vapore condensato che si respira nelle notti di mezza estate. Così necessario. Ora scusate, vado ad infilarmi il costume. Buone vacanze a tutti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

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BLOSSOM TOES – We Are Ever So Clean / If Only For a Moment (Sunbeam)    

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Imperdibili ristampe per i fanatici del pop inglese a vernice psichedelica queste due messe fuori dalla Sunbeam con gran spolvero di bonus tracks e liner notes curate da Brian Godding in persona. Uscito nel novembre di 40 anni fa, We Are Ever So Clean è uno dei dischi più geniali della stagione freakbeat, con intuizioni armoniche e melodiche, sovrapposizioni vocali e tonali e un uso mind-expanding dei canali stereofonici che non hanno niente da invidiare ai confetti psych di Beatles, Pink Floyd, Mothers of Invention e Tomorrow. Toni giullareschi che verrano abbandonati quando sul secondo LP la band si troverà a dover fare i conti con il fallimento del sogno flower-power e la tragedia del Vietnam: i toni si fanno più drammatici e duri (l’attacco quasi Crimsoniano di Peace Loving Man ne diventa il manifesto più persuasivo, NdLYS) e il sogno, inevitabilmente, va in frantumi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DROOGS – Collection (Plug ‘n Socket)    

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Si avvertiva il bisogno di dare un bel ripasso al libro dei drughi, siccome l’ultima raccolta, quella storica della Music Maniac, risale a 18 anni fa. Questa nuova, curata direttamente dal gruppo, riparte praticamente da dove quella terminava: i Droogs, smessi i panni di prime-movers della scena neo-sixties (non scordiamoci che il loro primo 7” con covers di Sonics e Shadows of Knight uscì nel ’72, con Lenny Kaye ancora intento a riporre sugli scaffali i 45 giri usati per allestire Nuggets, NdLYS) diventano una band dal suono più articolato, che lambisce i Flamin’ Groovies e gli Stooges e flirta con gente come Steve Wynn e Jeffrey Lee Pierce il quale regalerà loro Call Off Your Dogs. La gente continuerà a pulirsi il culo coi loro dischi e a negarsi il piacere di canzoni come Set My Love On You, Webster Field e Jack of Trades e loro continueranno a non salire sul palco dell’Heineken Jammin’ Festival e ad ignorare chi siano i Finley e Omar Pedrini. Stone cold world….Stone cold world!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEVIS FROND – High in a Flat (Cherry Red)

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Nient’altro che una raccolta propedeutica al piano di ristampe che Cherry Red ha previsto per l’intero catalogo di Mr. Nick Saloman. Venti reissues che presto ingolferanno il mio già nutrito scaffale dedicato a Bevis Frond.

Dischi carichi di una via psichedelica del tutto personale e naif che metteva assieme Hendrix, i Seeds, Barrett, i Byrds, gli High Tide, i Jefferson Airplane, i Cream, Country Joe and The Fish senza tuttavia riuscire a scrivere mai una sola canzone memorabile (ma andandoci vicino con Lights Are Changing su Tryptych).

Una Treccani del rock acido che a me non ha mai detto granchè, nonostante Nick non abbia lesinato riff e parole, in una carriera ormai quasi trentennale.

High in a Flat ne mette in sequenza sedici risalenti ai primi cinque anni di produzione, dall’esordio Miasma al New River Head del 1991 e può farvi decidere se e quanto sia il caso di mettere da parte i vostri quattrini per approfondire la conoscenza con il mondo incantato (ma non incantevole) di Bevis Frond.  

 

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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R.E.M. – Accelerate (Warner Bros.)    

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Per avere tra le mani un disco dei R.E.M. nuovamente dignitoso occorre attraversare il guado di dieci anni di dischi non solo inutili ma oggettivamente brutti.

Il ritorno allo splendore è Accelerate, anno di grazia 2008.

Veloce e immediato (35 minuti contro i sessantacinque di Up, i cinquantaquattro di Reveal e i cinquantasei di Around the Sun), Accelerate è il disco-Viagra del quartetto di Athens, il primo e l’ultimo buon disco dopo la dipartita di Bill Berry.

Un album arrabbiato e cazzuto, come i R.E.M. non riuscivano a fare da tempo, forse addirittura dai tempi di Document, di vent’anni prima. 

Nonostante l’annunciata presenza di un produttore di tendenza come Jacknife Lee (l’uomo dietro How to Dismantle an Atomic Bomb degli U2, An End Has a Start degli Editors e A Weekend in the City dei Bloc Party ma di cui nessuno ricorda gli album incisi in proprio, NdLYS) faccia presagire disastri in direzione “anche noi siamo una band moderna”, Accelerate si muove su territori consueti (Until the Day Is Done è perfetta per gli amanti che hanno scopato in auto con Automatic for the People dentro il mangianastri, Houston per chi è riuscito, chissà come, a trovare qualcosa di buono dentro New Adventures in Hi-Fi, Hollow Man per quanti aspettano ancora il ritorno di quel cazzo di Uomo Sulla Luna, NdLYS) riscoprendo una verve garage che si pensava sepolta: Living Is the Best Revenge, Supernatural Superserious (fatevelo piacere, bacchettoni, perché nonostante sia il giro più scontato dai tempi di Smells Like Teen Spirit, è uno dei pochi che ricorderete di questo 2008 che ha ancora tre mesi di vita e puzza già di vecchio, NdLYS), Man-Sized Wreath (sempre fantastico ai cori, Mr. Mills), Accelerate, Horse to Water, I‘m Gonna DJ (che strizza l’occhio alla Song#2 dei Blur) hanno un tiro che può far grattare il capo a più di un gruppetto che si ostina a vendere la merda di casa come fosse una pregiata muffin alla cannella in nome di una presunto certificato di appartenenza che, fortuna loro, nessuno ha mai preteso venisse esibito.

Accelerate è disco con cui val la pena tornare ad innamorarsi dei R.E.M.

E che per l’unica volta fa piazza pulita dei puntini tra una lettera e l’altra.

Fanculo la punteggiatura. Acceleriamo.   

 

 

                                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

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FACES – First Step (Warner Bros.)    

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A dispetto di Brunetta e di Peter Pan, non si può restare piccoli per sempre.

Così, al tramonto degli anni Sessanta, anche gli Small Faces crescono, pur senza crescere di un solo centimetro.

Abbandonati da Steve Marriott che ha trovato in Peter Frampton il compagno ideale per i suoi nuovi pruriti hard-rock, Ronnie Lane, Ian McLagan e Kenny Jones legano le loro sorti a quelle di Ron Wood e Rod “The Mod” Stewart, licenziato il primo e dimissionario il secondo dal “nobile” gruppo di Jeff Beck.

Assieme, non sono più le Piccole Facce ma, semplicemente, le Facce.

Sedute fianco a fianco sulla copertina di questo primo album costruito attorno alla voce magica di Rod Stewart. Una voce che sa di carta vetrata e di Southern Comfort.

E di Sam Cooke.

Una voce che può far promesse da marinaio.

E infatti Sailor si intitolerà una delle canzoni scritte con Ron Wood per il suo quinto album da solista e Sailing una delle sue interpretazioni ancora oggi più richieste.

In realtà niente è per sempre nella carriera di Rod.

Niente, eccetto se stesso.

La vicenda Faces dura infatti pochissimo.

Costretta a confrontarsi con la parallela carriera solista del ragazzone londinese fino a venirne travolta.

Rispetto alle ambizioni progressiste degli ultimi Small Faces, First Step segna un ripiego verso la musica delle origini (Delta blues, shuffle, country & western, folk) e odora più di letame che di lacca, andando ad incrociare certe intuizioni analoghe di Rolling Stones e Led Zeppelin, come nell’eccezionale sequenza Stone/Around the Plynth. Tutt’attorno, sfavillanti boogie speziati dall’Hammond e accattivanti ballate che fanno bagnare le donne senza aver neppure bisogno di chiudere l’ombrello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BLACK LIPS – Live @ WFMU (Dusty Medical)

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I Black Lips sono tutte le garage songs del mondo. Del tutto imperfetti. E quindi, completamente perfetti. Inutile scorrere i titoli di questo loro live registrato per il radio show di Dave the Spazz. Potete tranquillamente metterci i titoli che volete voi. Prendeteli da qualunque compilation di lerciume sixties punk e appiccicateceli sopra.

Alzate il volume e sentirete scorrere i Tamrons, le Pleasure Seekers, gli Huns, i Rats.

Li sentirete fare a brandelli. Non corpi, ma scheletri del rock ‘n roll. Come gli Stooges sulla carcassa di Louie Louie, mentre le bottiglie scavavano il petto di Iggy. Questo è il Metallic KO del garage rock, perchè nasce dalla stessa strafottenza, dallo stesso fottuto bisogno orgasmico di rovinare tutto, dalla stessa miscela drogata di frustrazione e orgoglio generate dalla consapevolezza di essere soli contro il mondo.

 

Franco “Lys” Dimauro

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IL PAN DEL DIAVOLO – FolkRockAboom (La Tempesta Dischi)  

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Che Il Pan del Diavolo avesse una bomba in petto ce lo aveva già confessato cinque anni fa. E che fosse pronta ad esplodere facendo booooom, pure.

In realtà la storia ha ridimensionato il fragore di quell’esplosione.

Di morti ammazzati, la musica del duo palermitano ne ha fatti meno di quanti ne abbiano fatto tanti suoi conterranei.

Un po’ per destino, un po’ per scelta.

Dopo il pasto truculento di Sono all’osso, il Pan del Diavolo ha scelto gradatamente di smorzare i toni e le luci, così che le distese riarse di fichi d’india della sua terra potessero confondersi con le aride file di cactus del sud degli Stati Uniti e del Messico.

Riesumati e riseppelliti i propri vecchi fantasmi (Elvis, i Cramps, le  Violent Femmes, Ivan Graziani, Rino Gaetano) il Pan del Diavolo ci regala dunque, dopo un incerto “disco di mezzo”, un lavoro umorale e paesaggistico che si allunga fino a proiettare la sua ombra sul deserto calpestato dai Giant Sand e Calexico senza tuttavia cercare di parodiarne il passo del cowboy.

Come Morricone che guardava El Paso nascosto dietro una palizzata di Cinecittà, il Pan del Diavolo sbircia le ombre lunghe e un po’ tristi dei pistoleri rimasti senza indiani cui sparare nascosto dentro la grotta dell’Addaura.

Senza scordarsi però che questo non è l’Oceano, questo è il Mar Mediterraneo.

Nel nostro West i pionieri arrivano trasportati dalle onde.

E, spesso, arrivano già morti.

 

Franco “Lys” Dimauro

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COLDPLAY – Ghost Stories (Parlophone)  

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Per il sesto disco della carriera i Coldplay decidono di raccontarci storie di fantasmi.

Un disco autobiografico, quindi.

Un album che simbolicamente va dunque oltre il punto morto degli ultimi dischi della formazione inglese dove si infieriva ripetutamente sulle salme sia pur rinsecchite delle belle canzoni dei Coldplay che furono.

Polverizzata quella materia che conservava in qualche modo una forma, seppur esanime, di quello che erano stati i Coldplay vivi di Parachutes e A Rush of Blood to the Head, ciò che rimane sono ectoplasmi annoiati che abitano stanze che puzzano di lenzuola ingiallite e che non fanno ne’ paura, ne’ orrore.

Scivolano e si lasciano guardare, in un ultimo, goffo tentativo di saziare il proprio narcisismo.

Non hanno corpo.

Non fanno ombra.

Non ispirano sorrisi e non cagionano lacrime.

Stanno sospese nella dannazione eterna di non essere ne’ vive, ne’ morte.

Il cielo è pieno di stelle.

Poi qualcuno toglie la trapunta e Chris Martin resta a guardare il nulla.

Anche la Luna è andata via, ripiegata nell’angolo stipato del cambio stagione.

Qualche fesso rimane a fissare il dito.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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VIOLENT FEMMES – Rock!!! (Mushroom)

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(S)vestite come le altre finte donne del rock ‘n roll, le Violent Femmes precipitano nel mare delle ovvietà con Rock!!!, il disco che certifica il collasso creativo della band di Milwaukee e trascina negli abissi la credibilità del terzetto.

L’ottavo album delle Violent Femmes sconfessa totalmente le geniali intuizioni degli esordi già in parte tradite nei primi dischi degli anni Novanta.

Rock!!! però va oltre nella banalizzazione del suono della band.

Se New Times o Why Do Birds Sing? mostravano una band che si limitava a fare il verso a se stessa, il nuovo album esibisce scialbe caricature di Lou Reed (Sweet World of Angels) o addirittura dei Ramones (She Went to Germany con tanto di one-two-three-four iniziale e coretti rubati a Sheena Is a Punk Rocker)

Incolori boogie-rock da FM americana (Bad Dream, I Danced, Life Is an Adventure, Death Drugs) e l’inconcludente omaggio alla tradizione aborigena australiana (Didgeriblues) che ha il solo scopo di ringraziare la Mushroom per aver creduto in loro. Rock!!! esce infatti inizialmente esclusivamente per il mercato australiano e sarà possibile reperirlo in America ed Europa solo da importazione rimpiangendo così oltre alla banalità del contenuto, anche le spese richieste per la dogana.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro


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