STIV BATORS – Disconnected (Bomp!)  

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Nell’Aprile del 1979 Stiv Bators incontra Greg Shaw. I Dead Boys non sono ancora ufficialmente “morti” ma sono tenuti in coma farmacologico da un contratto discografico che prevede un terzo disco che Stiv decide di registrare dal vivo a microfono spento, rendendo inservibili gli acetati consegnati alla Sire. È storicamente l’ultimo atto ufficiale da punk per Stiv che, arrivato a Los Angeles, ha voglia di confrontarsi con roba nuova, molta della quale scoperta proprio nella discoteca di Greg Shaw. Assieme, i due lavorano alla ridefinizione dell’immagine di Bators: chitarre Vox e Rickenbacker in bella mostra, beatle boots e zazzeroni lunghi alla Blues Magoos erano il nuovo look sfoggiato sulla copertina del suo primo singolo in proprio realizzato appena un mese dopo: guarda caso la cover di una sixties band della sua città, Cleveland.  

L’album viene registrato invece ai Perspective Studios nell’Agosto dell’anno successivo dopo sei mesi di tour in cui la band di Stiv ha modo di spappolarsi. Quando varcano la soglia dello studio californiano, dietro a lui ci sono George Cabaniss, David Quinton e Frank Secich, l’amico che lo ha seguito da New York in questa sua avventura californiana alla ricerca del successo.

Tutto Disconnected, pur senza regalare nessun pezzo veramente memorabile, è saturo di questa sua nuova passione per le chitarre jingle jangle sporcate dalla merda elettrica di quegli anni, così come lo sono tutte le restanti sessions che verranno raccolte su L.A. Confidential, dove brillano standards come Louie Louie Have Love, Will Travel. È qualcosa di inspiegabilmente simile a quanto prodotto in Inghilterra dai Barracudas, con l’unico paradosso che mentre quelli sognano di esibirsi con le tavole da surf in una spiaggia californiana, Stiv che si trova proprio lì dove gli altri fantasticano di essere, preferisce esibirsi nella pratica ancora tutta sua del car surfing sotto anestesia tossica.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DEODATO – Night Cruiser / Happy Hour (Robinsongs)  

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Con i dovuti distinguo, Eumir Deodato de Almeida è stato il Keith Emerson brasiliano.

Seppur “navigando” su mari completamente diversi, Deodato è riuscito al pari del “collega” inglese nell’impresa di “scavalcare” file e file di chitarristi e rubare loro il proscenio della musica giovane. Se era stato il passaggio dalla bossanova dei primi dischi ai rifacimenti di standard della musica classica a regalargli un successo colossale e travolgente la mossa consecutiva, ovvero quella di convertirsi alla disco-music e al funky (un po’ come faranno all’epoca anche Herbie Hancock o il Davis di On the Corner) gli darà gloria più come produttore (i fenomenali dischi di Kool & The Gang) che come autore e strumentista, sicchè i suoi album del periodo finiranno per confondersi con le vagonate di produzioni funky-disco dell’epoca. Cosa che in effetti erano. Privi di quel guizzo geniale che avrebbe potuto fare la differenza sia Night Cruiser che, ancora di più, Happy Hour  sono lavori di disco-music domestica. Ben costruita, ben arredata, buona-anzi-buonissima per le rotazioni serali e notturne delle radio, un po’ impacciata sulla pista ma dal gusto  stilosissimo, tanto da essere più volte campionata un ventennio dopo dai nuovi eroi dell’hip-hop, dell’elettro-funk e del nu-soul (da Mark E ai Breakbot, da Notorius B.I.G. ad Angie Stone).    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SHAMPOO – In Naples 1980/81 (EMI)  

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Prima dell’invasione cinese, i falsi d’autore erano egemonia assoluta dei napoletani. Una vera e propria industria parallela che, unita all’arte di arrangiarsi e alla fantasia senza limiti del popolo partenopeo, faceva della città italiana l’eccellenza del mercato tarocco. Prodotti e sottoprodotti sfornati a Napoli invadevano l’Italia e quella parte di mondo raggiungibile prima dell’avvento di internet.

Gli Shampoo furono uno di questi. Se non la cosa migliore, sicuramente una delle vette della produzione popolare napoletana di sempre.

L’idea era nata all’allora presidente del Napoli Calcio Corrado Ferlaino che, in combutta con Gianni De Bury e Giorgio Verdelli della Radio Antenna Capri di cui Ferlaino era allora editore, aveva annunciato in occasione di un’amichevole contro il Liverpool, nientemeno che la reunion di “quattro ragazzi di Liverpool”. Quello che accadde, quando la Rolls Royce attraversò le stradine del Vomero, è rimasto nella memoria collettiva dei centocinquantamila accorsi in città come uno degli eventi pop più eccitanti del secolo scorso. Un misto di emozione fibrillante, di sconcerto e di delusione che non sarà mai più ripetuto. Perché, una volta aperti gli sportelli, dalla limousine scesero quattro ragazzoni napoletani con tanto di parrucconi alla Beatles e che qualcuno del quartiere riconobbe in Massimo e Lino D’Alessio, Pino De Simone e Costantino Iaccarino.

Il linciaggio però non ci fu. Che i napoletani sanno stare allo scherzo. E il concerto dei “Beatles” fu un vero tripudio. Perché, se è vero come è vero, che non si trattava del gruppo di Liverpool, i quattro guaglioncelli napoletani non ne facevano per nulla rimpiangere l’assenza. La loro parodia era, come le lacrime di San Gennaro, portentosa. Fedelissime nei suoni e nelle armonie ai Beatles originali, le cover degli Shampoo riadattavano le canzoni del gruppo inglese al dialetto napoletano con una naturalezza surreale, tanto che in un universo parallelo qualcuno avrebbe potuto azzardare che furono i Beatles a copiare dagli Shampoo e non viceversa.

Ne furono convinti pure alla EMI, cui la band approdò grazie a Renzo Arbore. L’etichetta storica dei Beatles. Che nel 1980 pubblicò l’album degli Shampoo, in una edizione verde delle storiche raccolte blu e rosse dei Beatles e sostituendo la famosa mela con una succosa pummarola napoletana. E che è un disco fantastico. Senza tema di smentita il miglior disco-tributo ai Beatles di sempre. Un prodotto proletario e nazional-popolare capace di fare tabula rasa delle caricature semi-intellettuali di Rutles e Residents e di brillare di una scioltezza verosimile e tangibile.

Un album che sposa in maniera sorprendente l’ottimismo del popolo di Napoli con quello dell’Inghilterra del boom economico.

Un disco cult da annoverare tra i classici.

Gli Shampoo l’unico complesso capace di lavare i panni dei Beatles nell’acqua del Golfo.

Corrado Ferlaino l’uomo che sconfisse il Liverpool due volte in un solo giorno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LUCIO DALLA – Dalla (RCA)  

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Un disco di città galleggianti e illuminato a giorno da una luna ingombrante, Dalla è il disco che chiude il quinquennio d’oro di Lucio Dalla e lo proietta negli anni Ottanta con un carico di aspettative che verranno in gran parte disattese, nonostante il successo, quello vero, quello milionario, quello impresso nella memoria collettiva (quello di Caruso, tanto per fare qualche nome) arriverà proprio a metà di quel decennio.

Un disco che guarda al cielo. Come l’iconico scatto di copertina.

Carichi entrambi di malinconia, dolcezza, ironia e ottimismo, come i personaggi dai nomi improbabili (Fortuna, Futura) che Dalla vi chiude dentro e che come lui guardano in alto. Magari mentre aspettano il tram. O mentre provano a vagheggiare il viso di un figlio che arriverà forse con il medesimo puntuale ritardo.

Farfalle, uccelli, velivoli, stelle, intere costellazioni tatuate sulla carne come nel tatuaggio di Sonni Boi, brame d’amore descritte come il desiderio di “volare sopra un tetto” e promesse rassicuranti come quelle di “volare nella mano”, ballerini che danzano più in alto degli aeroplani e cuori marziani.

Dopo la terra e il fuoco dei primi anni Settanta e l’acqua di Com’è profondo il mare è dunque l’aria l’elemento chiave del Lucio Dalla a cavallo fra i due decenni. Lo era stato sul disco omonimo dell’anno precedente e lo è nuovamente in questo che omonimo lo è per metà e che avverte la necessità di una folata di ottimismo che ossigeni l’aria densa di paura degli anni di piombo che tuttavia proprio quell’anno e proprio nella sua città pagheranno il debito più pesante in termini di vite umane. Dalla è un disco dalle forme prosperose e dal cuore tenero, come le donne che mettono appetito e che quell’appetito riescono a saziare. Un disco che vien voglia di spogliarlo, di spogliarsi, di lasciarsi spogliare.       

Un disco che mette al riparo dalla pioggia d’autunno, e la raccoglie tutta in un unico calice che è stato appena svuotato di un vino leggero da due labbra avide di vita.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JIM CARROLL BAND – Catholic Boy (ATCO)  

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Lo hanno amato tutti eppure non se lo ricorda più nessuno, Jim Carroll. E non parlo certo di chi sui social dichiara il proprio amore provvisorio dopo l’ennesimo necrologio. Quelli che bisogna esserci, ai funerali, per far vedere ai vivi che eri lì.

No. Jim Carroll è semplicemente stato cancellato dalla lavagna. Un insegnante bigotto, cattolico per davvero, ha cassato il suo nome sia dalla lista dei buoni sia da quella dei cattivi.

Il suo nome non è più taggato.

Nemmeno un hashtag.

Controllate.

Personaggio scomodo.

Vincente per talento, perdente per indole.

Poeta, cestista, alcolizzato, junkie, cantante, modello, gigolo, prostituto.

Un’esistenza ai margini, passata a scrivere poesie, farsi di Quaalude e speedball, iniettarsi alcol nelle vene, andare a letto gratis o a pagamento con mezzo continente americano.

Un ragazzo bello e disgustevole.

Che decide di farsi fotografare accanto a papà e mamma sulla copertina di un disco in cui parla di dodicenni che sniffano colla, ragazzi di strada uccisi dai bikers o da un vietcong, amici morti di leucemia a quattordici anni, dimostrandone sessantacinque.

Un disco da buon ragazzo cattolico che ha scoperto l’Inferno.

Leonardo Di Caprio ne porterà la storia sul grande schermo. Ma non basterà.

Catholic Boy, col suo bel carico di rock ‘n roll rimarrà tra gli scaffali di qualche tossico che non si è fatto abbindolare dai sermoni di Patti Smith ne’ dal punk venduto in edicola.

L’11 Settembre del 2009 Jim rinnova il lutto di New York.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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VASCO ROSSI – Colpa d’alfredo (Targa)  

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Per mettere meglio a fuoco il proprio stile Vasco Rossi fa tesoro della sua esperienza radiofonica. L’intuizione, furba ancorchè geniale, è quella di mettere a frutto la lunga convivenza con i dischi di artisti trasgressivi come David Bowie, Lou Reed, Ian Dury, Rolling Stones, Who, Sex Pistols, gli eroi negativi del glam rock, del  punk e del metal e adeguarne (o addirittura copiarne) lo stile e “maccheronizzarlo” aggiungendo quelle che nell’Italia bigotta che non ha ancora aperto gli occhi dal buio degli anni Settanta sono ancora delle parole o degli argomenti tabù.

Parole come negro, sballo, godere. Argomenti come tossicodipendenza, autoerotismo, sesso libero, teppismo.

In quella stessa Italia “cieca” è facile rallentare il giro di Baba O Riley e farlo diventare Colpa d’alfredo o prendere in prestito la Sex and Drugs and Rock ‘n Roll di Ian Dury per trasformarla in Sensazioni Forti senza che nessuno se ne accorga. Il cantautore di Zocca ha già tastato il terreno l’anno precedente nella coda della sua Albachiara, disperdendo nell’etere le particelle di All the Young Dudes di Bowie senza suscitare nessun tipo di scandalo.

Ora, può osare di più e meglio. Anche perché dietro di lui sta prendendo forma la Steve Rogers Band, la roccia sulla quale il cantante può poggiare saldamente i piedi pur barcollando vistosamente.

A creare il “personaggio” Vasco contribuisce in maniera decisa il fatto che Vasco Rossi sia quel che canta. Ciò alimenta da un lato una fortissima identificazione sociale da parte di quello che diventerà il “suo” pubblico e dall’altra infiamma in maniera decisa il biasimo dei detrattori, ovvero quella fetta perbenista e borghese della società che le canzoni di Vasco accusano in maniera sfacciata ed impertinente.

Alzando il livello di scontro e simultaneamente creando il proprio esercito (che lo riconosce come capo carismatico, tanto da elidere per sempre il suo cognome in modo da accorciare ogni distanza con il proprio guru), il cantante emiliano diventa ciò che da lì a breve diventerà. Un vero e proprio monumento della disubbidienza a buon mercato. Senza nessuna implicazione ideologica o politica. Esclusivamente come fatto acquisito, generazionale, forse anche biologico.

Colpa d’alfredo, il suo terzo album in tre anni, è l’inizio di questo spettacolo che lo inghiottirà a breve quasi completamente. E, nonostante si tenda a demonizzarlo o venerarlo (facendo dunque il suo gioco) come ogni suo lavoro, e malgrado due canzoncine da Zecchino d’Oro come Susanna e Non l’hai mica capito, non è affatto un brutto disco. Ha in se quella becera ignoranza del rock che dovrebbe essere patrimonio dell’Unesco e la dolcezza che Vasco Rossi non abbandonerà mai, come se saltando da quello scoglio sentisse sempre l’esigenza di trovare un approdo morbido e accogliente che invece la vita gli negherà.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PINO DANIELE – Nero a metà (EMI)  

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Come ha già fatto De Andrè per Genova, alla fine degli anni Settanta un altro giovane cantautore si appresta a raccontare quello che si respira per i vicoli di un’altra città italiana. Si chiama Pino Daniele e viene da una delle aree urbane più complesse della penisola: Napoli. A venti anni è già un ricercato session-man in virtù di uno stile chitarristico in grado di fondere blues, funky, fusion, ritmi sudamericani e uno schietto tocco di tradizione popolare. E’ nel 1975 che registra a fianco di Mario Musella, ex cantante degli Showmen (il complesso beat da cui nasceranno gli Osanna e i Napoli Centrale) dimenticato oggi dal grande pubblico ma per cui Pino ha avuto, soprattutto ad inizio carriera, un’altissima stima e un rispetto artistico che lo porteranno a dedicare proprio alla sua memoria il disco destinato per primo a fare di lui uno degli artisti più amati del nostro paese.

Nero a metà è uno dei dischi-simbolo del meticciato culturale dell’ex regno borbonico, un’opera che si lusinga della sua natura bastarda già dall’uso promiscuo delle lingue e del dialetto, un banco da mercato rionale dove i prodotti americani taroccati (il blues canonico di Nun me scoccià arricchito da un bell’uso del talk-box) vengono assiepati accanto ad improbabili manufatti sudamericani (la bossanova di Sotto ‘o sole) e all’artigianato locale. 

Ma è anche il manifesto perfetto di quella gioia malinconica che aggroviglia le budella del popolo campano, quella saudade che lungo la costiera partenopea prende la forma a labbra ricurve dell’appocundria, quella quartara che deve raccogliere in qualche modo le lacrime di tutti i sud del mondo e trasformarli in acqua santa.

E il miracolo avviene.

Inaspettato eppure tanto atteso.

Concedendo un soffio di allegria destinato a spegnersi, soffocato da un acquazzone più forte degli altri. Trascinata dalla pioggia fino a confondersi con le acque nel grande golfo di Napoli, l’alleria se ne va… 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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SUICIDE – Alan Vega · Martin Rev (Ze)

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Esiste un intestino, dentro le viscere di New York, che collega il CBGB’s allo Studio 54. Un cunicolo di cemento e silicone che si snoda sotto l’asfalto di Manhattan. Dentro quel budello striscia, come una tenia, il secondo album dei Suicide.

Il disco dove Elvis piange lacrime di silicio e il rock crauto precipita sul tappeto impermeabile della new-wave d’Occidente generando una disco-music impassibile e meccanica.

È il suono ossessivo e strisciante di mille dita che ti tormentano i vestiti mentre ti muovi su una pista da ballo simulando la felicità menzognera del sabato notte.

Alan Vega singhiozza.

Martin Rev singhiozza.

Sono due blatte uscite in avanscoperta ad annusare l’odore della notte di Harlem.

New York si sveglia, turbata, dentro un incubo post-atomico, vomitata fuori dal tubo gastrico del demonio.

Fuori è buio.

Se non si vede il sole, deve essere ancora notte. La “band” invita tutti a tornare a ballare, Alan distribuisce ad ognuno un bicchiere di Bloody Mary e un pugno di cereali alla stricnina. Martin stringe alle caviglie dei ballerini delle tagliole arrugginite.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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IGGY POP – Soldier (Arista)  

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Il primo salto di Iggy Pop dentro gli anni Ottanta si intitola Soldier.

Ed è un salto nel vuoto.

Spiazzante sin dall’apertura affidata a quello che, più che un pezzo di Iggy, sembra una esilarante e demenziale caricatura come quelle di cui sono capaci i Bad Manners, Soldier è l’evidente segnale lanciato da un uomo che sta cercando disperatamente di demolire se stesso e spezzare le stampelle che gli hanno consentito di sollevarsi durante gli anni in cui l’eroina era diventata la sua unica compagna di vita. Due operazioni tentate senza la convinzione necessaria e a cui si aggiunge una terza, altrettanto impegnativa impresa ovvero quella di riaggiornare il proprio stile al suono della new-wave inglese ed americana.

Il risultato di tanti sforzi è però un disco caricaturale, incapace di rendere fruttuose le collaborazioni di cui si fregia (Steve New e Glen Matlock dei Sex Pistols, Barry Andrews degli XTC, Ivan Kral del Patti Smith Group, i Simple Minds che, con un abile gioco manipolatorio opera di Bowie fanno la loro apparizione dopo essere stati in qualche modo evocati nel testo di Play It Safe) e del tutto disomogeneo, sbattendo le ali su cose totalmente inconciliabili come i Soft Boys, gli Stranglers, gli Sham 69, le X-Ray Spex o i Bad Manners di cui si è già detto.

Una stanza piena di mosche.

Iggy ne raccoglie qualcuna nel pugno e ce le porge.

Dichiarando di aver bisogno di qualcosa di più.

Trovandoci in sintonia col suo bisogno e con il rincrescimento per non essere riusciti a soddisfarlo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE NUNS – The Nuns (Bomp!)  

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I Blondie della Costa Ovest. Ma più decandenti e perversi.

E, chissà perché, odiati da Jon Savage che li avrebbe tenuti fuori da Black Hole, il manifesto post-litteram sulla scena punk californiana pubblicato nel 2010 dalla Domino Records. Scena di cui i Nuns, al pari degli Screamers (di cui, su quella stessa raccolta viene per la prima volta pubblicata ufficialmente una loro traccia, NdLYS), furono in qualche modo il deflagratore.

Nati a San Francisco nel 1975, ovvero quando il ventiquattrenne Alejandro Escovedo decide di muoversi dal Texas verso la California, e morti nel 1980 quando, dopo un tour newyorkese, lo stesso Alejandro decide di far lì nuova dimora, lasciando le “suore” orfane del suo estro. Esattamente in mezzo, il 14 Gennaio del 1978, c’è il concerto come openers per l’ultimo show dei Sex Pistols, aperto con una Jennifer Miro seduta al pianoforte, finchè Jeff Olener non urla dal palco “noi siamo i Nuns. E non siamo di New York. E neppure inglesi. Siamo di San Francisco” e la band attacca Decadent Jew. Sono in sei. Un’autentica legione rispetto alle striminzite formazioni punk.

Quando Greg Shaw offre loro l’opportunità di registrare un disco dunque Escovedo non è più della partita, anche se viene ancora citato in copertina, anche perché autore di due/terzi delle canzoni che la band reincide per l’occasione, spesso dominate dall’uso dell’organo oppure più nude e sporche, vestite di una chitarra o dal picchiettio di un piano, come nelle cose peggiori degli Stooges. Un residuo punk che i Nuns si stanno già scrollando di dosso, spostandosi verso le zone di un rock gotico che le ultime tracce del disco fanno già intravedere con buona definizione di immagine e che resta impresso a memoria qui dentro, come una sindone già più sbiadita della furia degli esordi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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