AA. VV. – Home Grown Rockabilly (Alligator)  

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Con buona approssimazione potrei dichiarare che Home Grown Rockabilly, primo e quasi unico vagito (gli altri, minuscoli, sarebbero stati comunque aggiunti alla versione su cd dell’album, pubblicata una decina di anni dopo dalla Nervous, NdLYS) della Alligator Records sia il primo documento della scena rockabilly britannica (gli esordi di Stray Cats e Mɘtɘors usciranno entrambi l’anno successivo). Negli anni, nonostante verrà sorpassato dal più estremo fenomeno psychobilly, non perderà un’oncia della sua carica.

Crazy Love, pezzo che apre il disco e che dà il via a tutta la carriera dei beniamini Mɘtɘors è ancora di una forza disarmante, con quel basso che sembra sculacciarti mentre corri per casa. Quell’energia primordiale, non sarà più replicata dalla band di Mr. Fenech.

Il suono di Johnny Key è invece debitore del più classico suono hillbillly. Alle sue spalle suonano Terry Ears, Niggsy Owens e Pete Pritchard che sono detentori dell’etichetta e dell’unica band che ci lavora dentro (i Flying Saucers, ribattezzati per l’occasione Kool Kats). Sempre loro suonano (e cantano, armonizzando a meraviglia) nei due pezzi di Gentleman Jim.

I Rhythm Cats (la band del futuro Polecat Neil Rooney) regalano invece due perle ispirate al suono swing delle grandi orchestre di Louis Jordan, Count Basie e Louis Prima.

A riportare il suono al classico tiro balbuziente del rockabilly ci pensano i Polecats con una Rockin’ All Nite registrata nel primo anno di vita della band di Boz Boorer (molti, molti anni dopo chitarrista di fiducia di Morrissey), destinati assieme ai Mɘtɘors ad un futuro radioso nel cielo del revival rock ‘n roll del decennio appena inaugurato.  

Se volete farvi un’idea di come i gatti inglesi vennero fuori dalle montagne di mondezza disseminata ai bordi delle strade di Londra, eccovi serviti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRED BUSCAGLIONE – Il favoloso Fred Buscaglione (Cetra)  

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Prima c’erano stati i 78 giri.

I 45 giri come li conosciamo noi sarebbero invece arrivati solo l’anno dopo.

Nel mezzo degli uni e degli altri, nel 1956, avvenne invece il debutto su 33 giri di Fred Buscaglione, che però all’epoca erano ancora su 10” ultrarigido e affidati a editori che di americano masticavano solo le chewing gum, tanto da storpiare stomper in stamper e shuffle in shaffe quando si tratta di annotare in copertina le notizie necessarie per quanti, nelle feste da ballo organizzate in casa, avevano il compito di scegliere la colonna sonora della serata.

Che sono serate in cui ci si scazzotta e ci si corteggia.
Sono le serate degli anni Cinquanta.

Le serate di Buscaglione, che ha la faccia da schiaffi, lo sguardo del dongiovanni e il baffo da sgherro e ha sempre una spider posteggiata lì davanti. Che può sempre essere necessario dileguarsi.

È il mondo di bulli e pupe che stuzzica la sua fantasia e quella dell’amico Leo Chiosso. Il mondo libero dell’America che ha strappato entrambi dalle mani dei tedeschi e che agli italiani ha dato rifugio da sempre, accogliendo oltre che una manovalanza tra le più pregiate del mondo, anche una raffinata indole criminale. Gangster e sciupafemmine, gli italo-americani dallo zigomo pronunciato affollano l’immaginario che farà la fortuna di Buscaglione. Il loro stile di vita borderline ne provocherà da lì a breve anche la sfortuna.

Ma nel ’56 la stella di Fred splende su tutto l’universo creato, e lo farà ancora per quasi un lustro, fino a quel maledetto schianto del 23 Febbraio del 1960 che si porterà via uno dei caratteristi più brillanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Fred Buscaglione è il “favoloso” personaggio raccontato in questa doppia raccolta, l’astro che brilla assieme alla sua stella gemella Leo Chiosso, lasciando nel cielo una scia luminosa di canzoni come Whisky facile, Il dritto di Chicago, Eri piccola così, Che notte, Una sigaretta, Criminalmente bella, Teresa non sparare, Ciao Joe, Porfirio Villarosa.

Ogni canzone, un film.

Nessuno in più riuscirà a replicare, o soltanto ad imitare, quello che Leo & Fred avevano creato in cinque anni.

Non sarebbe valsa la pena aspettare cento anni.

E Fred era uno che andava di fretta e che perdeva facilmente la pazienza.

Anche se a me piace ricordarne il sorriso.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

BLONDIE – Autoamerican (Chrysalis)  

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Rapture, in pochi lo capirono allora (qualcuno non l’ha capito ancora oggi, NdLYS), era un gioco di parole che voleva omaggiare la cultura hip-hop che cominciava a fermentare nel Bronx e che aveva nei Grandmaster Flash e Fab 5 Freddy citati nel testo due dei suoi migliori maestri di cerimonia. All’alba degli anni Ottanta i Blondie si guardano attorno e decidono in qualche modo di suicidarsi.

Il disegno del retro-copertina è, in questo, molto più rivelatore di quanto lo sia quello della pagina frontale.

Autoamerican è infatti il disco dove finiscono i Blondie e iniziano le star degli anni Ottanta, Madonna in primis. Belinda Carlisle e The Go-Go’s subito dopo. Un album che, come la copertina lascia intendere, si sporge sin troppo su quelle acque che bagnano New York e che trascinano con loro litri di urine di musicisti jazz, di cabarettisti, di cocainomani che pisciano dentro qualche discoteca, di giamaicani, portoricani, chicani, di vecchie signore del teatro e della tv che strizzano i loro pannoloni dentro qualche cesso di porcellana, di musicisti d’avanguardia, di balordi e clochard che svuotano la prostata a ridosso di qualche muro. Autoamerican è la celebrazione di tutto questo, fuorché dei Blondie.

Al di là dei risultati, non sempre eccellenti, il quinto Blondie è un disco coraggioso, più di quanto lo sia stato quello che lo ha preceduto.

Potrebbe bastare la sua apertura Kubrickiana per definirlo tale, eppure non basta. Perché quello che segue in questa altalenante scaletta, ha invece mille direzioni diverse che incrociano funky, rap, disco-music, reggae, cabaret, musical, jazz. Mai la new-wave, malgrado per abitudine e anche per pigrizia finirà a marcire in quegli scaffali. E anche quando i synth arrivano, come in Do the Dark, arrivano per sfregiare, deturpare, deformare fino ad ottenere una smorfia che è spastica più che plastica.   

Non c’è un pezzo che sia simile all’altro, dentro questo circo che si diverte ad aprire il sipario mostrandoci una scenografia retrò e poi piazzando al centro della pista un telescopio puntato sul futuro.

Che è quello che immaginano i Blondie, ovviamente. E non è detto sia quello che verrà.

Eppure in buona parte lo è.

Saliti in cima all’Empire State Building i Blondie decidono di buttarsi giù. Di ritrovare se stessi nella caduta, guardando l’America che scorre in verticale sotto i loro occhi. E in lontananza, anche uno spicchio di Europa.  

Spiaccicandosi sul loro pubblico mentre tutti sono col naso all’insù per guardare l’upskirt della Debbie.   

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – Patriots (EMI) 

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Avvicinarsi al genere umano pur disprezzandolo, sacrificare la vita ascetica per farsi carne pop. Dopo le scelte estreme degli anni Settanta, per il nuovo decennio Battiato cambia, addirittura inverte, la sua strategia artistica.

Per questa sorta di incarnazione Battiato sceglie un luogo imprecisato che si trova al crocevia fra l’Asia minore e la Mitteleuropa. L’Anatolia, probabilmente. O una zona della penisola ellenica. Un balcone affacciato sul Mediterraneo coloniale che conserva e preserva però l’austerità asburgica. Una tribuna austera e appartata da cui Battiato si affaccia come un gran visir per giudicare l’uomo comune e lanciare invettive su politici e cantanti, profetizzando l’era del cinghiale bianco. Su quei luoghi torneranno, sulle tracce del profeta e alla ricerca di analoga ispirazione, molti adepti di quella che sarà la “nuova onda” italiana.

Patriots è il disco chiamato a rivendicare questo suo ruolo, dopo l’annunciazione del lavoro precedente. L’album destinato a setacciare la penisola alla ricerca di fedeli, credenti, devoti, apostoli. Parlando in parabole e citazioni (Proust, Leopardi, Carducci, i Nomadi, Calasso, i Beach Boys, ‘o sole mio e cento altre) in una bilancia di equilibrismo fra l’estremamente colto e l’estremamente popolare, affinché i prescelti capiscano di essere tali essendo riusciti a riconoscere qualche pesce dall’enorme messe ittica tirata su dalla rete del profeta. Patriots è dunque disco intellettuale e volgare assieme, atto di riappacificazione forzata con le masse, snodo cruciale del Battiato che sceglie il compromesso schifandosene nel momento stesso in cui abiura dalla sua naturale propensione all’emancipazione dalla follia terrena, specchio con cui il musicista si mette faccia a faccia con quel mondo da cui si è escluso e da cui spesso si è visto escludere, cercando di individuare quale sia la sagoma, la fisionomia del mostro.     

In questo senso Patriots è disco volutamente enigmatico e bivalente sin dalla bellissima, imperturbabile chiamata alle armi che lo inaugura. Up Patriots to Arms è canzone sibillina che insinua dubbi, punta il dito, avanza capi di imputazione e gioca sull’ambiguità: quando il musicista siciliano prende le distanze dalla “musica contemporanea” a quale si riferisce? A quella colta di Stockhausen di cui egli stesso è stato allievo e profeta o a quella pop del nuovo corso in cui anche lui si è tuffato? Difficile capirlo, anche perché in entrambi i casi Battiato ne ha percorso o ne sta percorrendo le strade, per quanto divergenti. Stessi dubbi insinua la frase “noi siamo delle lucciole”, altro termine ambivalente che potrebbe significare che “noi siamo l’avanguardia artistica, la luce da seguire” oppure molto più verosimilmente potrebbe voler dire, come aveva dichiarato il Pop Group solo pochi mesi prima, “noi siamo le prostitute” ovvero noi ci vendiamo. Un Battiato che si dichiara antimoderno e autarchico, che prende le distanze dai “fumi e raggi laser” tipiche delle scenografie di quegli anni proprio nel momento in cui approda nelle televisioni nazionalpopolari, immolandosi allo stesso scempio da cui si tira fuori. Proclamando altresì la caccia alle streghe a discapito di quei “direttori artistici” e “addetti alla cultura”, ruoli che più avanti negli anni si troverà a ricoprire, in aggiunta a quello di assessore nella giunta regionale di Crocetta.

Un’ambiguità che si riflette anche sul piano musicale, scegliendo la via modaiola e superficiale di un synth-pop ma dall’aria aristocratica. Come ad imbrattare di merda il monumento della musica colta ma dall’altezza di uno sparviero, non da quella del culo di un piccione.

L’intero album, l’intera “trilogia delle palme” di cui fa parte, offre una via ricercata alla volgarità degli anni Ottanta cui abbiamo appena offerto il primo tappo di spumante. Si fa custode del tempo e della memoria in una visione pop quasi warholiana e butta in pasto agli ascoltatori nomi, città, poesie, titoli di canzoni, lingue, slogan e citazioni. Lo fa anche Rino Gaetano, in quel periodo, ma Battiato lo fa senza sorrisi e con un distacco che se non è ancora ascetico è però già plasmato da un’austerità che incute soggezione e che allo stesso tempo viene di colpo spezzata, disarmata da improvvisi squarci aperti sulla patetica ovvietà dell’ordinario, ritratti impassibili e impietosi dell’”animale più stupido che c’è” che presto tornerà a menar vanto della sua miseria e del suo squallore ai piedi della Bandiera bianca, ovvero la resa dei patrioti sconfitti protagonisti di questo capolavoro di arte “contemporanea”.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DEXYS MIDNIGHT RUNNERS – Searching for the Young Soul Rebels (Parlophone) 

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Qualcuno, me compreso, lo ricorda coperto da un’orribile salopette in jeans e unto d’olio motore ma Kevin Rowland aveva una vera ossessione per gli abiti sartoriali e le scarpe eleganti. Kevin era un mod già alla fine degli anni Sessanta, ovvero molto prima che mettesse in piedi la sua prima band. Che non erano i Dexys Midnight Runners. Prima c’erano state altre band, improbabili formazioni country&western, marginali gruppi glam e proto-punk e dozzinali ensemble punk. E nel frattempo arresti a iosa, quasi sempre per rissa, fino all’improbabile sogno di mettere su una soul band e quell’annuncio pubblicato sul Melody Maker con cui lui e il suo amico aprono la caccia ad “un trombonista e un trombettista per un gruppo soul/new wave” con cui nell’Ottobre del 1978 nascono ufficialmente i Dexys Midnight Runners così come avremmo imparato ad amarli: una soul-band bianca e proletaria con un repertorio pieno zeppo di classici Stax, Atlantic e Motown e che quando è davvero su di giri, cosa che capita spesso, si diverte a suonare qualche recente tormentone disco-funk.

Rispetto a tutte le prelibatezze degli innovativi e avanguardistici gruppi new-wave del periodo cui qualcuno li volle associare in qualche modo, i Runners erano qualcosa di completamente old-fashion e retrò: Geno, il loro primo successo, è una sorta di Vorrei la pelle nera tornata a fiorire in qualche impronta lasciata dalle suole degli anfibi indossate dai punk e tutto il loro album di debutto sembra la scaletta di una serata qualsiasi al Wigan Casino. E in effetti da quella scaletta proviene direttamente Seven Days Too Long, successo Northern Soul di Chuck Wood che i Runners riprendono con il medesimo groove d’assalto, come fossero venuti per conquistare quei giovani ribelli del soul che sono venuti a stanare con un’arsenale che prevede marce R&B (Burn It Down, There There My Dear), ballate da lacrimoni soul (I’m Just Looking, I Couldn’t Help If I Tried), strumentali caldi come i corpi sudati di Soul Train (The Teams That Meets in Caffs) e siparietti cantati in falsetto come se si trattasse dell’ultimo successo disco (Thankfully Not Living in Yorkshire It Doesn’t Apply). Piuttosto che in un autoscontro post-punk o new wave siamo dunque dentro un vagone metropolitano che condivide le stesse rotaie di quello degli Specials, quantunque le stazioni di destinazione siano distanti.

Nel cuore della Gran Bretagna i Dexys Midnight Runners vigilavano sulla musica nera armati fino ai denti.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BAD MANNERS – Loonee Tunes! (Magnet)  

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Ritenuti sempre un fenomeno da circo più che una “seria” formazione musicale, i Bad Manners rappresentarono l’ala meno “politically correct” del revival ska inglese. Un’accozzaglia di uomini da pub il cui leader si vantava di bere dieci pinte di birra al giorno e di ingozzarsi di kebab fino a venir cacciato da ogni All You Can Eat della città, fin dove c’era spazio. E di spazio ce n’era. Uno che mostrava la lingua e il culo al pubblico. Magari dipingendoci sopra il simbolo della pace. Magari anche in trasferta, in diretta tv, dal palco del Festival di Sanremo dove arrivano per primi a portare la musica ska, anche se sono vestiti come degli operai metalmeccanici appena messi in cassa integrazione.

Adottando i colori nero e giallo del tipico giubbino in dotazione dagli agenti del traffico della capitale inglese, i Bad Manners si pongono da subito come la versione proletaria, sempliciotta e volgare del fenomeno 2-Tone (non incideranno mai per la label ma prenderanno parte al progetto Dance Craze assieme alla crema della scena ska inglese). Una versione da periferia dove ogni minoranza inglese viene rappresentata. Britannici, scozzesi, irlandesi, gallesi, immigrati africani. Nella line-up dei Bad Manners c’è un rappresentante per ognuno di loro, ad affondare le dita in un repertorio di musiche grasse: ska certamente, ma anche il suono delle big band, delle novelty song e dell’avanspettacolo sono il nutrimento base della band londinese. Ovviamente tutto “bagnato” da fiumi di luppolo.  

Se il disco di esordio è ancora troppo sbilanciato sul piatto delle canzoni-macchietta e degli scioglilingua demenziali (Ne-Ne Na-Na Na-Na Nu-Nu, Scruffy the Huffy Chuffy Tug Boat, Woolly Bully, Lip Up Fatty, King Ska-Fa) e quelli successivi scivolano gradualmente dentro un silos di merda caramellata, il secondo lavoro pubblicato a pochissimi mesi dal primo è invece un ottimo compromesso in grado di regalare momenti di spensierato delirio ska, R ‘n B, rocksteady come Suicide, Lorraine, Doris, The Undersea Adventures of Ivor the Engine, Spy I, El Pussycat, Just a Feeling.

Un dispenser di grassa salsa giamaicana da stendere sul kebab e da innaffiare di birra. Davanti alla faccia sgomenta dei naziskin, dei borghesi, dei comunisti e pure della vostra. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SOFT BOYS – Underwater Moonlight (Armageddon)  

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Nel 1980 le api dell’alveare di Kimberley Rew e Robyn Hitchcock continuano a ronzare attorno alle arborescenze segrete di Syd Barrett, Gene Clark, Lou Reed e Captain Beefheart.

Underwater Moonlight è un carosello dove puoi cavalcare l’unicorno bianco, con addosso ancora gli anfibi a carrarmato sporchi di merda punk. Ma loro, i Soft Boys, non hanno anfibi ai piedi. Ne’ creste. Ne’ spille da balia ficcate sotto gli zigomi. Vestono con scarpe scamosciate, camicie a pois, magliette a righe e portano i capelli lunghi fin sulle spalle. Il batterista, orrore degli orrori, espone a bella vista addirittura un baffo.

Kimberley Rew e Robyn Hitchcock camminano pestando i fiori di Barrett ed ogni petalo esplode in un piccolo ombrello di fuochi d’artificio. Sono già tutto quello che saranno i That Petrol Emotion di Manic Pop Thrill anche se noi e loro lo scopriremo solo sei anni dopo.

Camminano sulle aiuole, Kim e Rob.

A volte zoppicando, come su Old Pervert.

Altre volte cantando come se fossero i Beach Boys o i Beatles (Positive Vibrations, The Queen of Eyes). Poi avvicinano le mani alla corazza di una tartaruga scoprendo che quella che stanno toccando è la gobba del Capitano Van Vliet.

Non gli porterà fortuna. E forse era meglio continuare a costruire i mandala con le corde rotte della chitarra di Jerry Garcia.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE ZANTEES – Out for Kicks (Bomp!)  

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Il 4 Luglio del 1976 Miriam Linna arriva da Cleveland a New York dopo un breve soggiorno a Londra. Gira nei club dove suonano le minuscole band di cui legge su Bomp! finchè non si imbatte nella coppia più bella che abbia mai visto. Si chiamano Erick Lee Purkhiser e Kristy Marlana Wallace e stanno cercando qualcuno per sostituire la batterista della loro disastrosa band di rockabilly: Miriam prenderà il posto di Pam Balam dietro i tamburi dei Cramps dal Settembre di quell’anno fino a quello successivo.

L’incontro con quello che diventerà l’uomo della sua vita avviene proprio in quel periodo: lei è una fanatica di riviste e dischi rock ‘n’ roll. Lui, pure. Lei cerca una copia di You Must Be a Witch. Lui ce l’ha. Gliela vende o forse, chissà, gliela regala. Ma da quel momento Miriam e Billy Miller diventano un corpo e un’anima. Ascoltano, suonano, vendono, scrivono, stampano un sacco di roba. Fonderanno un negozio di dischi e un mailorder strepitosi, allestiranno la più grande concorrente della rivista Bomp! di Greg Shaw e metteranno in piedi delle band scalcagnate, prima fra tutte gli Zantees, un quintetto che suona come i Cramps che pensano di suonare come i Blasters. Riuscite ad immaginare?

Gli Zantees nascono in quell’ultimo spicchio d’estate del ’77, come band improvvisata per aprire una data dei Fleshtones. A metterseli in casa per tirarci fuori un disco ci pensa proprio Greg Shaw che alla Linna aveva già affidato la direzione del Flamin’ Groovies Monthly. Il risultato viene pubblicato nel 1980, quando la band ha affinato le sue capacità tecniche passando dal livello base al livello “base. Ma a tempo”. Alle chitarre vengono reclutati i fratelli Statile mentre il ruolo di bassista viene coperto part-time da Rob Norris, l’ultimo chitarrista dei Velvet Underground. Al piano, anche lui part-time, Peter Holsapple dei Db’s.

Gli Zantees non vestono ridicole divise da rockabilly, non hanno ciuffi impomatati ne’ scarpe di vernice. Sono, semplicemente, lo spirito del rock ‘n roll più autentico, quello dei rockers di serie B mai finiti in tv e del cui anno di naja nessuno ha mai documentato un solo giorno. Gente come Jimmy Carroll o Bill Allen o Leon Payne. Le cui canzoni finiscono qui dentro, in un rockabilly malmesso che non è stato imbalsamato con la brillantina ma che continua a friggere come i primi amplificatori per chitarra e le mutandine delle teenagers degli anni Cinquanta.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE ONLY ONES – Baby’s Got a Gun (Epic)  

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Quando nel 1981 Johnny Marr, pochi mesi prima del fatidico incontro con Morrissey che si concluderà con la nascita degli Smiths, viene arrestato per aver rubato un’opera d’arte di LS Lowry, finisce in gattabuia con tutto quello che si trova addosso. E quel che si trova addosso sono un paio di Clarks, un paio di jeans ed una T-shirt di Baby’s Got a Gun degli Only Ones. Johnny Marr segue la band dei fratelli Perrett con un fanatismo che ha quasi dell’ossessivo, non mancando mai un loro concerto nel Nord-Ovest dell’Inghilterra.  

In quel 1981 e proprio con quel terzo album però gli Only Ones sono arrivati al capolinea. Con ancora un sacco di belle parole sulle labbra di Peter Perrett, incrocio perfetto fra Barrett e Thunders e una manciata di canzoni torbide ed eleganti come il piscio di un dandy. In questo caso, per la prima volta, abbinate ad un pezzo altrui (Fools di Johnny Duncan cantata assieme a Pauline Murray dei Penetration che avrebbe potuto diventare una canzonetta di successo, ma non lo ha fatto). Canzoni che in qualche occasione (la bella Re-Union è una di queste) ricordano molto da vicino le sghembe impronte lasciate fresche sul suolo inglese dai Soft Boys.

Trouble in the World, The Big Sleep, Why Don’t You Kill Yourself, Baby’s Got a Gun, My Way Out of Here e la malatissima Your Chosen Life (finita a fare da scialle alla versione 7” di Trouble in the World e poi aggiunta alla ristampa su CD) sono le ultime stelle cadenti che solcano il cielo sopra Londra in quell’inverno del 1980.

Poi il cielo collassa sopra gli Only Ones.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BARRACUDAS – Drop Out with The Barracudas (Zonophone)  

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Pensandoci bene il fatto di girare per Londra con una tavola da surf sottobraccio era una stravaganza non troppo lontana da quella degli Small Faces intenti a portare al guinzaglio dei coccodrilli. Be’ si, in effetti c’è da dire che l’iconica foto della versione americana di Drop Out venne realizzata in studio da Chris Gabrin (lo stesso fotografo famoso per gli scatti di This Year’s Model e New Boots and Panties) però già il fatto stesso che una band metropolitana come i Barracudas avesse scelto di appropriarsi di un immaginario estetico, prima ancora che stilistico, così distante dalla loro grigia città di provenienza, era di per sé singolare.

Anche perché siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non esattamente in pieno revival sixties ma piuttosto nel bel mezzo della cupa vertigine post-punk che vedeva i Beach Boys come la peste. Altro che Summer Fun e I Wish It Could Be 1965 Again. Tanto che il loro album di debutto dovette aspettare un paio di anni per trovare una patria dove infilzare la propria tavola da surf. Quella patria era ovviamente la California. Spiaggia privata di Greg Shaw, per essere precisi. La stessa dove si erano fatti il bagno i Last l’estate precedente.

Drop Out, grazie alle sue chitarre cristalline e le sue armonie vocali zuccherose e perfettibili (ma non perfette), solleticò dunque innanzitutto le orecchie del pubblico che si era avvicinato al mondo retrò del power-pop senza infettare altri. Troppo solari per i dark, troppo slavati per i punk (anche per quelli che avevano amato fino alla morte i primi album dei Ramones), troppo in ritardo per chi aveva sognato di cavalcare le stesse onde dei Beach Boys e di Jan & Dean, troppo in anticipo per i loro figli.

Fuori luogo e fuori tempo, insomma. Con quel nome oceanico infestato dalle stesse bestie che popolavano il mare degli Standells e quel tentativo di evocare un immaginario così atipico, così anacronistico, così colorato ed ottimista mentre tutt’intorno svolazzavano pipistrelli e la cosa più divertente da fare sembrava scavalcare le inferriate di qualche cimitero. Così imperfetti eppure in qualche modo così romantici, i Barracudas. Destinati a perdere, giocando una partita tutta sbagliata. Barando con in mano solo un paio di assi.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro