DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

0

Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

Annunci

GIARDINI DI MIRÒ – Different Times (42) / MARCO BRAGGION – Different Times (Crac Edizioni)  

8

Portano lo stesso identico titolo il nuovo album dei Giardini di Mirò ed il libro che ne racconta la storia certamente ancora molto più breve di quella del pittore spagnolo cui rimanda il loro nome ma tuttavia ormai già più che ventennale. L’album vanta delle collaborazioni illustri come quelle di Robin Proper-Sheppard e Glen Johnson, artisti vicini per sensibilità ed affinità artistica entrambi amatissimi dal gruppo emiliano e, potete contarci, dalla totalità del loro pubblico.

Giardini di Mirò sono uno di quei gruppi che rivelano pur senza volerlo di che brutta pasta è fatta la critica musicale italiana. Nessuno riesce a parlare male del gruppo emiliano (e perché si dovrebbe?) salvo poi, ad ogni nuova uscita, rivelare o lasciar intendere che il disco nuovo ricuce una qualche ferita lasciata da quello precedente. Aperta non si capisce bene dove, visto che la volta precedente lo stesso disco era il capolavoro del momento. Insomma, la classica giostra della piccola critica italiana sempre pronta a calarsi le braghe pur di vendere una riga e mezza di pubblicità, a togliersi il sassolino dalla scarpa quando nessuno più guarda ne’ la scarpa ne’ il sassolino.

Sono certo che sarà così anche stavolta. Ma non ho intenzione di verificare. Se ancora leggete quelle quattro stronzate che hanno una data di scadenza più breve di quella della crescenza, fate voi.

Veniamo a Different Times, il disco.

Premetto che mi viene inviato senza molto entusiasmo in formato “liquido” (ne’ analogico, ne’ digitale. Liquido, come la pipì) e che dunque lo ascolto, contravvenendo ad una delle mie poche regole fondamentali, dal pc. Come un qualsiasi ragioniere mentre prepara le buste paga per i colleghi. Lo scrivo non perché questo mi disponga male nei confronti del disco (cioè, è ovvio che sono mal disposto ma non è questo il motivo per cui lo scrivo) ma perché la resa sonora non rende giustizia alla band, alla sua storia, alla sua delicatezza, al suo rigore. Tutta roba di cui si fa un gran parlare ma che in realtà non interessa che pochissime persone. Io sono tra queste, purtroppo. Lo scrivo per proteggere la band. Perché se lo merita, anche se sono certo che anche loro si siano Baumanamente liquefatti ed assuefatti a questi piccoli crimini che permettono alla musica di viaggiare nel cyberspazio e di accatastarsi in piccole montagne di gigabyte ad impatto zero. Ad impatto zero davvero.

Però voi che avrete modo, a tempo debito, di ascoltarlo su un vero impianto audio ne trarrete grande giovamento. La magia filmografica del gruppo è intatta. E un che di liquido, anche musicalmente, la loro musica l’ha sempre avuta. Canzoni senza fulcro, prive di perno, che non si agganciano alla memoria ma la circuiscono, la insidiano, le si avvolgono addosso.  

In qualche modo il tema della “ferita”, torna in maniera/e diversa/e, sul libro di Marco Braggion. Ne parla l’autore e ne accenna Carlo Pastore nella bella introduzione al volume. Perché, e inoltrandosi nel libro se ne ha sempre maggior contezza, i Mirò nascono proprio da una ferita. Nascono proprio leccando il sangue di quell’ultima ferita che consegna il rock alla storia e apre i cancelli alle musiche degli anni 00, quella di cui si nutrirà una nuova generazione di ascoltatori che col rock avrà più o meno lo stesso legame che la mia ha con la lirica. Sono gli anni del post-rock. Del rock che fa a meno della fisicità, del riff-martello degli dei o del riff-ghigliottina. Un rock che si raggomitola su se stesso e che, come dicevo, diventa liquido, si infratta. Non più roccia ma muschio sulla roccia. Different Times, il libro, è un lavoro certosino e pieno di meraviglia. Un viaggio dentro il mondo dei Mirò in cui Marco Braggion si prende la briga di incontrare personaggi, analizzare dischi e testi, raccontare storie e aneddoti, offrire una cronologia dettagliata della loro storia, come se fosse quella di una delle più grandi band mai esistite, una di quelle che sgomitano per finire in cima alle classifiche, che organizzano le reunion per potersi pagare la coca o le cure del dietologo.

I Giardini se lo meritano.

Noi che li abbiamo amati mentre il mondo guardava altrove, pure.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TABLE SCRAPS – More Time for Strangers (Zen Ten)  

0

La Zen Ten è una nuova etichetta inglese, inaugurata il Primo Novembre del 2017 e che sta passando al setaccio la Gran Bretagna in cerca di nuove band. Il roster attuale comprende formazioni come Galants, MVPS, Isabelles, Locks, Black Tambourines, Moriaty e i Table Scraps di Birmingham dei quali pubblicano il nuovo album certificando al contempo la pubblicazione nazionale del loro debutto del 2015, prontamente ristampato.

Realizzato ancora con la formazione a due (l’aggiunta del bassista è roba dello scorso anno), More Time for Strangers suona come se un sedicenne Jason Pierce provasse a suonare Raw Power degli Stooges assieme ad un amico batterista nella cantina dei nonni. Canzoni come Electricity, Bug, Sinking Ship, Motorcycle (Straigh to Hell) hanno quello stesso tiro marcio ed infetto della chitarra di James Williamson. Annegata in una distorsione maniacale di chiara matrice inglese e in un senso di totale perdizione ed abbandono giovanile.

Quando il passo di fa meno opprimente, come in (I’m Not) Interested in You, Foot of Our Stairs o Vampyres Bite, ecco affacciarsi le chiappe nude da gita del quinto delle garage band di etichette come In the Red o Voodoo Rhythm. Se solo non fosse improbabile che band come se Deadly Snakes o Destination Lonely siano mai andate a scuola.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE TELESCOPES – Stone Tape (Yard Press)  

0

Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEAD VIBRATIONS – Dead Vibrations (Fuzz Club)  

0

Il nome, con appena due singoli in formato 7 e 12 pollici, è abbastanza nuovo. E del resto i Dead Vibrations di Stoccolma suonano da tre anni scarsi, anche se la loro musica sembra piovere da quello stesso cielo elettrico da cui tuonò tempesta negli anni Ottanta e poi, ciclicamente, per tutti i decenni a seguire.  

Fuzzy-shoegaze impattante, con le chitarre che soffiano con accanimento sui mulini a vento della distorsione più satura, spinti da una sezione ritmica aitante. Al suono oppressivo della chitarra “madre” fa da contrasto una seconda chitarra che si apre a piccole progressioni armoniche che si alternano alla voce guida, sgravandola dell’onere dell’inciso oppure, come nella bella Void, gemellandosi al cantato e trovando sempre un’abile via di fuga melodica tumida e vaginale.

Le sette tracce di Dead Vibrations lavorano tutte in maniera simile, con una tecnica “a calco”. Una colata caldissima e densa di bave fuzz che faranno la gioia di quanti ai Velvet Underground non hanno mai perdonato la scelta di aver spento gli amplificatori.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

M83 – Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Gooom)  

0

Prima di autoproclamarsi, consapevolmente, il cassonetto di tutta la spazzatura retro-futurista che aveva loro fatto muovere i primi passi, gli M83 erano diventati quasi senza volerlo tra i protagonisti d’eccellenza del ritorno degli sconfinati arcobaleni shoegaze dei primi anni del nuovo secolo. Di quell’effimero revival portato avanti da compagini come Flying Saucer Attack, Sigur Rós, Lali Puna, Broadcast erano divenuti addirittura l’avamposto francese, trovandosi di colpo al centro di un palco su cui non si erano ancora spenti i riflettori che avevano accolto l’ingresso nel circo del pop di band come Air, Phoenix, Daft Punk.

Quella che all’epoca era ancora, convenzionalmente, una “band” sarebbe diventata poco più che un egocentrico luogo di produzione individuale per il solo Anthony Gonzales proprio all’indomani del loro capolavoro Dead Cities, il disco dove le montagne russe della space age bachelor pad music dei maestri (anche loro per metà francesi) Stereolab (0078h la pista più erta e rapida, con giro della morte, avvitamento a cavatappi e tutto il resto che vi piace trovare su una roller coaster) si catapultavano a capofitto dentro la raggelante “morgue” dei Cure più cerei creando asfittici abissi di staticità sintetica come Gone o entrando in collisione con l’asteroide 4422, da anni rinominato dall’astronomo Gareth V. Williams al vero maestro della space-music francese Jean Michel Jarre (Unrecorded, il maestoso iceberg che si staglia su On a White Lake Near a Green Mountain, le algide distese di Be Wild), prima di spegnersi nei quattordici minuti della loro A Day in the Life e intitolata Beauties Can Die: quattordici minuti di lievitante bellezza che avvizzisce fino al suo plateale soffocamento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

a1711bac

THE TELESCOPES – Hungry Audio Tapes (Hungry Audio)

0

Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

Franco “Lys” Dimauro

 

a2757086410_16

THE TELESCOPES – Splashdown (Cherry Red)  

0

Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra (come nelle bonus accluse a questa raccolta che documenta tutto il “rito sacrificale” del periodo Creation e che soffocano tra sitar e tablas il tepore valvolare dei Telescopes devastatori e devastanti dei primi dischi) che non convincono nessuno.

Men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download (3)

BREATHLESS – Blue Moon (Tenor Vossa)  

0

Dopo la pubblicazione di Between Happiness and Heartache, le uscite dei Breathless di diradano, a dimostrazione che per Dominic e Ari gli impegni coniugali hanno sostituito quelli artistici nell’ordine prioritario delle loro vite. I Breathless rimangono ai margini (come in fondo, inspiegabilmente, è sempre stato) del  mercato musicale importante, pur influenzando trasversalmente molte delle band che stanno emergendo nella prima metà degli anni Novanta, Sigur Ròs e Mogwai in primis. La Luna Blu è quella che albeggia nel 1999 dopo otto anni di oscurità, innalzando le maree soniche dei Breathless ad un livello, seppur intuibile, mai arrivato prima. Sono lunghe pieces per lo più strumentali e quasi totalmente improvvisate in studio, secondo una visione krauta che era già palpabile negli album della prima stagione e che il fenomeno post-rock ha nuovamente riportato all’attualità di quegli anni e che raggiungono il culmine orgiastico nelle tre lunghe riprese che documentano l’allunaggio e intitolate Moonstone. Se i primi due movimenti furono pubblicati all’epoca in edizione limitata, il terzo era rimasto ad oggi inedito e viene incluso in questa ristampa in doppio supporto (digitale e vinile) targata 2016 assieme ad un altro frammento lunare come Blue Moon. Sono tredici minuti di ronzii elettronici e fischi che inseguono il sogno spaziale dei primi Pink Floyd e che ben si inseriscono nel filone tracciato sull’album da pezzi come All the Reasons Slide o No Answered Prayers o dai vortici galattici che avvolgono brani come Come Reassure Me o Magic Lamp che emulano lo sciabordio elettrico dei Telescopes o dei My Bloody Valentine.

Il marchio di fabbrica dei Breathless, quella psichedelia densa, avvolgente e tantrica, ossequiosa del passo indolente della notte non è andata però perduta. Walk on the Water e Goodnight si riallacciano infatti al passato storico della formazione inglese, pur cedendo il passo a certe derive quasi new-age o a certi cerebralismi che navigano nelle orbite di band come Stereolab o Tortoise e che tracciano traiettorie inedite per la una delle più preziose e, ahimè, sconosciute formazioni di tutto il post-punk inglese.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

5020389000342

AA. VV. – Still in a Dream (Cherry Red)

0

A pochi mesi dal box Artifact, Still in a Dream arriva a focalizzare la visione d’insieme su ciò che fra le canzoni di quei primi cinque dischi sarebbe stata la scintilla che avrebbe in qualche modo acceso un’intera scena anche al di fuori dalle culline termiche della Creation Records e anche fuori dalla Gran Bretagna.  

Un cofanetto di altri cinque cd per illuminare di lampi shoegaze i nostri ricordi. Per accendere di colori fluorescenti chi in quella trappola di luci e rumore finì per metterci il piede e forse l’intera gamba stordito dalle rifrazioni di band contemporanee come Black Angels, Warlocks o Black Rebel Motorcycle Club (per tacere delle derive estreme del blackgaze, NdLYS) che a quelle intuizioni devono ancora tutto oppure guardando un documentario come Beautiful Noise alla cui coda stellare sono associati sia Artifact che questo nuovo box della Cherry Red. 

Still in a Dream si muove come una sonda endoscopica nell’intestino di quel movimento, esaminando gli otto anni in cui la musica inglese (ma non solo, vedi qui alle voci Flaming Lips, Luna o Bardo Pond ad esempio) provò a cercare le stelle guardandosi le scarpe. Trovandole.

Siamo negli anni che precedono la solidità e la concretezza del Brit-pop, dentro i confini, seppur labili, di quella che può ancora essere definita come musica “indie”. I contorni sono volutamente poco definiti, estatici, sfumati, nebulosi, sognanti. Sono vapori di rumore che si disperdono nell’aria, drogandone ogni atomo.

Un autentico generatore di melodia e di rumore che amplifica quanto immaginato dai Velvet Underground due decenni prima e lo rende un sentiero praticabile e gremito.       

Ottantasette brani necessari (ma non sufficienti) per setacciare a dovere il fenomeno shoegaze, con almeno due assenze eccellenti poco perdonabili come Breathless e My Bloody Valentine. Per il resto, all’appello non manca nessuno: Swervedriver, Spacemen 3, Jesus & Mary Chain, Ride, Spiritualized, Chapterhouse, Bark Psychosis, Sun Dial, Mercury Rev, A.R. Kane, Cocteau Twins, Cranes, House of Love, Pale Saints, Flying Saucer Attack, Loop, Telescopes e tutto il mondo sommerso che detonava sotto di loro. 

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

Still In A Dream - Final.jpg-pwrt3