M83 – Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Gooom)  

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Prima di autoproclamarsi, consapevolmente, il cassonetto di tutta la spazzatura retro-futurista che aveva loro fatto muovere i primi passi, gli M83 erano diventati quasi senza volerlo tra i protagonisti d’eccellenza del ritorno degli sconfinati arcobaleni shoegaze dei primi anni del nuovo secolo. Di quell’effimero revival portato avanti da compagini come Flying Saucer Attack, Sigur Rós, Lali Puna, Broadcast erano divenuti addirittura l’avamposto francese, trovandosi di colpo al centro di un palco su cui non si erano ancora spenti i riflettori che avevano accolto l’ingresso nel circo del pop di band come Air, Phoenix, Daft Punk.

Quella che all’epoca era ancora, convenzionalmente, una “band” sarebbe diventata poco più che un egocentrico luogo di produzione individuale per il solo Anthony Gonzales proprio all’indomani del loro capolavoro Dead Cities, il disco dove le montagne russe della space age bachelor pad music dei maestri (anche loro per metà francesi) Stereolab (0078h la pista più erta e rapida, con giro della morte, avvitamento a cavatappi e tutto il resto che vi piace trovare su una roller coaster) si catapultavano a capofitto dentro la raggelante “morgue” dei Cure più cerei creando asfittici abissi di staticità sintetica come Gone o entrando in collisione con l’asteroide 4422, da anni rinominato dall’astronomo Gareth V. Williams al vero maestro della space-music francese Jean Michel Jarre (Unrecorded, il maestoso iceberg che si staglia su On a White Lake Near a Green Mountain, le algide distese di Be Wild), prima di spegnersi nei quattordici minuti della loro A Day in the Life e intitolata Beauties Can Die: quattordici minuti di lievitante bellezza che avvizzisce fino al suo plateale soffocamento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TELESCOPES – Hungry Audio Tapes (Hungry Audio)

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Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TELESCOPES – Splashdown (Cherry Red)  

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Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra (come nelle bonus accluse a questa raccolta che documenta tutto il “rito sacrificale” del periodo Creation e che soffocano tra sitar e tablas il tepore valvolare dei Telescopes devastatori e devastanti dei primi dischi) che non convincono nessuno.

Men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BREATHLESS – Blue Moon (Tenor Vossa)  

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Dopo la pubblicazione di Between Happiness and Heartache, le uscite dei Breathless di diradano, a dimostrazione che per Dominic e Ari gli impegni coniugali hanno sostituito quelli artistici nell’ordine prioritario delle loro vite. I Breathless rimangono ai margini (come in fondo, inspiegabilmente, è sempre stato) del  mercato musicale importante, pur influenzando trasversalmente molte delle band che stanno emergendo nella prima metà degli anni Novanta, Sigur Ròs e Mogwai in primis. La Luna Blu è quella che albeggia nel 1999 dopo otto anni di oscurità, innalzando le maree soniche dei Breathless ad un livello, seppur intuibile, mai arrivato prima. Sono lunghe pieces per lo più strumentali e quasi totalmente improvvisate in studio, secondo una visione krauta che era già palpabile negli album della prima stagione e che il fenomeno post-rock ha nuovamente riportato all’attualità di quegli anni e che raggiungono il culmine orgiastico nelle tre lunghe riprese che documentano l’allunaggio e intitolate Moonstone. Se i primi due movimenti furono pubblicati all’epoca in edizione limitata, il terzo era rimasto ad oggi inedito e viene incluso in questa ristampa in doppio supporto (digitale e vinile) targata 2016 assieme ad un altro frammento lunare come Blue Moon. Sono tredici minuti di ronzii elettronici e fischi che inseguono il sogno spaziale dei primi Pink Floyd e che ben si inseriscono nel filone tracciato sull’album da pezzi come All the Reasons Slide o No Answered Prayers o dai vortici galattici che avvolgono brani come Come Reassure Me o Magic Lamp che emulano lo sciabordio elettrico dei Telescopes o dei My Bloody Valentine.

Il marchio di fabbrica dei Breathless, quella psichedelia densa, avvolgente e tantrica, ossequiosa del passo indolente della notte non è andata però perduta. Walk on the Water e Goodnight si riallacciano infatti al passato storico della formazione inglese, pur cedendo il passo a certe derive quasi new-age o a certi cerebralismi che navigano nelle orbite di band come Stereolab o Tortoise e che tracciano traiettorie inedite per la una delle più preziose e, ahimè, sconosciute formazioni di tutto il post-punk inglese.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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AA. VV. – Still in a Dream (Cherry Red)

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A pochi mesi dal box Artifact, Still in a Dream arriva a focalizzare la visione d’insieme su ciò che fra le canzoni di quei primi cinque dischi sarebbe stata la scintilla che avrebbe in qualche modo acceso un’intera scena anche al di fuori dalle culline termiche della Creation Records e anche fuori dalla Gran Bretagna.  

Un cofanetto di altri cinque cd per illuminare di lampi shoegaze i nostri ricordi. Per accendere di colori fluorescenti chi in quella trappola di luci e rumore finì per metterci il piede e forse l’intera gamba stordito dalle rifrazioni di band contemporanee come Black Angels, Warlocks o Black Rebel Motorcycle Club (per tacere delle derive estreme del blackgaze, NdLYS) che a quelle intuizioni devono ancora tutto oppure guardando un documentario come Beautiful Noise alla cui coda stellare sono associati sia Artifact che questo nuovo box della Cherry Red. 

Still in a Dream si muove come una sonda endoscopica nell’intestino di quel movimento, esaminando gli otto anni in cui la musica inglese (ma non solo, vedi qui alle voci Flaming Lips, Luna o Bardo Pond ad esempio) provò a cercare le stelle guardandosi le scarpe. Trovandole.

Siamo negli anni che precedono la solidità e la concretezza del Brit-pop, dentro i confini, seppur labili, di quella che può ancora essere definita come musica “indie”. I contorni sono volutamente poco definiti, estatici, sfumati, nebulosi, sognanti. Sono vapori di rumore che si disperdono nell’aria, drogandone ogni atomo.

Un autentico generatore di melodia e di rumore che amplifica quanto immaginato dai Velvet Underground due decenni prima e lo rende un sentiero praticabile e gremito.       

Ottantasette brani necessari (ma non sufficienti) per setacciare a dovere il fenomeno shoegaze, con almeno due assenze eccellenti poco perdonabili come Breathless e My Bloody Valentine. Per il resto, all’appello non manca nessuno: Swervedriver, Spacemen 3, Jesus & Mary Chain, Ride, Spiritualized, Chapterhouse, Bark Psychosis, Sun Dial, Mercury Rev, A.R. Kane, Cocteau Twins, Cranes, House of Love, Pale Saints, Flying Saucer Attack, Loop, Telescopes e tutto il mondo sommerso che detonava sotto di loro. 

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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WHITE NOISE SOUND – White Noise Sound (Alive Naturalsound)

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L’inizio affidato a Sunset è oltremodo folgorante.

Sembrano i Suicide suonati dai Jesus and Mary Chain.

Ripetitività e rumore.

Rumore bianco, come del resto avverte con palesata banalità il moniker della band gallese. 

Sono i quattro minuti più convulsi di questo debut-album che invece piomba sin dalla successiva It Is There For You in una sorta di torpore mistico-psichedelico che arriva già con i synth di Fires In The Still Sea a lambire i territori di una forma di ambient spettrale.

La prima parte di Blood torna ad affogare nel rumore poi le chitarre scompaiono inghiottite da lunghe note di sintetizzatore finché qualcuno della band (Paul Griffiths e Rhys Hicks per l’esattezza, NdLYS) riaccende gli smerigliatori, senza accennare alcun accordo.

No Place To Hide, la lunga traccia che segue, è invece una vite senza fine buona per l’autoipnosi col suo lento dipanarsi di un haiku armonico ripetuto all’infinito prima da una chitarra acustica, quindi da un sitar digitale, poi dai suoni di una slide, quindi da un simulatore di flauto, poi da una tempesta fuzz dalle dimensioni immani, fino al quietarsi conclusivo che sfocia nel banghra psichedelico di Don‘t Wait For Me e negli otto minuti di Dreams & Ecstasies, sorta di The End suonata sulle rive del Gange.

A quel punto nessuno di voi si ricorderà da dove si era partiti, ovvero da quel vortice di chitarre fuse di Sunset perché nel frattempo, come sciacalli dopo l’uragano Katrina, sono passati gli Slowdive, gli Spacemen 3 (Sonic Boom produce il disco, tra l’altro), i Warlocks, i Dolly Rocker Movement e gli Psychic Ills a far man bassa di tutto. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DI VIOLA MINIMALE – Niente Fascino (autoproduzione)  

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Una lunga striscia irrequieta di chitarre lunari legano Di Viola Minimale a quel rock italiano cinico e perverso che fu, molti anni fa, di formazioni oblique e trasverse come Umberto Palazzo e il Santo Niente, Marlene Kuntz, Disciplinatha, Massimo Volume. Formazioni cresciute a valle dell’uragano Sonic Youth e che con quell’ elemento disturbante condividevano lo stesso numero chimico. Che è quello del rumore. Ordinato secondo un gusto che ha però una disciplina tutta europea, affine quindi a quello che su qualche enciclopedia del rock potreste ancora trovare sotto la voce “shoegazer”.

Gente che preferiva guardarsi le scarpe per osservare se davvero quel fluire di elettricità crepitante potesse staccarle da terra.

Che sceglieva di guardare dentro i propri sogni se proprio era necessario guardare da qualche parte, tra le feritoie che lasciano passare squame di luce che sembrano scaglie di psoriasi regalate alla propria stanza degli affanni.   

Il sogno come il punto G delle proprie emozioni.

Dimora esclusiva.

Anello di carne rosea che non si mostra al mondo.

Nido tremulo vibrante come piuma di usignolo.

Niente Fascino gioca fra sussurri e “continue ripetizioni” con la zona erogena della nostra fase rem, rivelando il fascino che il titolo gli nega in otto canzoni mutevoli alle beffe umorali del tempo, volubili e capricciose. Come le donne. Come gli uomini che le amano. Come il Dio che governa le nuvole che passano sulle loro teste e concede loro il lusso cagionevole degli ombrelli.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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SWERVEDRIVER – Raise / Mezcal Head (Second Motion)

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La Creation fu l’etichetta-chiave del noise pop inglese, questo dovreste saperlo come la tabellina del due. Quelle furono le officine dove la musica inglese forgiò la sua estetica post-post-punk adattando le ombre lunghe della sbornia dark-wave allo scintillio delle chitarre, cercando di nascondere il nero con un sudario di rumore bianco. La Creation fu il primo approdo degli Swervedriver, venuti fuori da Oxford un secondo dopo i Ride e un attimo prima dei Radiohead. Il punto di partenza erano stati gli Stooges, visti attraverso i finestrini appannati dei vans di Dinosaur Jr., Hüsker Dü e Buffalo Tom. Il recinto shoegazing dove li costrinsero a rimanere mansueti in attesa di farli esibire in qualche rodeo era in realtà sono la vetrina più comoda per vendere un suono che si allattava ai capezzoli del rock sfregiato dall’elettricità e dalla distorsione, soprattutto in un periodo (il triennio 91/93) in cui i Nirvana erano i signori assoluti della scena mondiale e il rock inglese avrebbe dovuto aspettare gli Oasis per riaccendere su di sé i riflettori.

Resta l’amaro in bocca per quello che agli Swerves fu negato di diventare e il piacere di riscoprire il sapore di una band che sognava di infilare le My Bloody Valentine nel letto di Iggy Pop.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro


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DOLLY ROCKER MOVEMENT – A Purple Journey into the Mod Machine (Off the Hip)  

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Negli ultimi mesi della sua vita Greg Shaw, totalmente perso dentro un lampo shoegazer, ebbe a scrivere parole di grande ammirazione per questo quartetto australiano che pare risucchiato dalle orbite elastiche del rock cosmico di Telescopes, Spacemen 3 e Loop così come dai panorami spaziali dell’occhio elettrico di Byrds, Elevators e Love: Greg aveva visto giusto.

La conferma arriva con questo secondo disco. La ripetitività assordante di cui si nutre il genere è qui messa al servizio dell’elevazione psichedelica, come è giusto che sia, e non usata come pretesto per una assenza di idee. Tra le cose migliori gli Elevators indiani di Gypsy Dancer, le visioni dilatate di Wiser Road dove sembra di sentire i Birdmen of Alkatraz più estatici, la marcetta optical di Get Up au Go-Go.

Se il vostro cuore è appeso tra Amusement Parks on Fire e Black Nite Crash, fatelo sanguinare qui.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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