MEN AT WORK – Business as Usual (CBS)  

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Come dite?

Ah si, lo so, i Men at Work erano un gruppo mainstream.

E voi nel 1981 ascoltavate solo Gun Club, Talking Heads, X, Black Flag, Cure e Sound.

Io no, io nel 1981 ascoltavo pure i Men at Work. Li trovavo irresistibili.

Avevo undici anni e tutto il mio spirito ribelle e teppista trovava la sua massima aspirazione nel gabbare il giostraio della città infilando una chiave farlocca nella fessura nelle biposto degli autoscontri e girare a scrocco su quella lastra di metallo fino a tarda sera.

Dalle casse ai lati della pista usciva la musica dei Men at Work.

Me lo ricordo come fosse ieri. Anzi, come fosse stamattina. Che la mia memoria a breve termine è molto a breve termine.

Era un rock sempliciotto, a metà strada fra quello degli ultimi banali Police e quello di Huey Lewis and the News. C’erano addirittura un sassofono e un flauto, pensa te. Roba da far venire la scarlattina a ogni anima in spolverino che allora si muoveva nelle ombre del post-punk credendosi l’incarnazione di Batman.

Ma Business as Usual era, è, un disco pieno di belle canzoni, arrangiate col giusto carisma per potersi ficcare in testa e salire le classifiche come fossero delle scale a pioli, schiacciando le teste degli altri concorrenti alla gara. Canzoni destinate a diventare dei classicissimi. Addirittura degli inni patriottici, come la meraviglia di Down Under con gli arabeschi di flauto a riprodurre il fischio del Martin Pescatore. Canzoni irriverenti (Be Good Johnny) e satiriche (Who Can It Be Now?) cantate da Colin Hay con la padronanza lessicale e recitativa di un attore teatrale navigato, giocando con accenti, rime, filastrocche, slang e giochi di parole come un cappellaio matto dall’occhio malevolo ed inquietante.  

Oggi, quasi alla soglia dei cinquant’anni, ho dimenticato tutte le canzoni dei Mission of Burma e dei Durutti Column.

Ma quelle di Business as Usual le ricordo una per una, tutte.

Potrei cantarvele adesso.
Ma non lo farò.

Potreste suonarmele.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TELEVISION PERSONALITIES – …and Don’t the Kids Just Love It (Rough Trade)  

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Quando Dan Tracey dichiarò, nel 1981, di conoscere l’indirizzo esatto dove viveva Syd Barrett, nessuno diede peso alle sue parole. Finchè un bel giorno, sul palco dell’Hammersmith Odeon dove la sua band era stata chiamata ad aprire il concerto di David Gilmour in persona, il buon Dan invitò, prima di suonare I Know Where Syd Barrett Lives (miscelata, quella sera, a Set the Controls for the Heart of the Sun, NdLYS), tutta la platea a prendere carta e penna e segnarsi l’indirizzo. Gilmour non la prese bene, ma i fan di Syd che da allora iniziarono il loro pellegrinaggio al Numero 6 di St. Margarets Square a Cambridge, si.

Syd Barrett era, oltre che una fortissima fonte di ispirazione, una delle tantissime icone scelte da Tracey per popolare l’immaginario della sua band. …and Don’t the Kids Just Love It, l’album di debutto, ne era stracolmo, fino a straboccare in copertina con una bellissima ed iconica immagine di Patrick Macnee e Twiggy nei panni degli Avengers, la commedia fanta-spionistica che aveva attraversato indenne tutti gli anni Sessanta, invadendo l’Inghilterra dagli schermi televisivi. Dentro questo album destinato a diventare uno dei dischi di culto più riveriti di tutto il post-punk, Dan Tracey si diverte a farcire le sue strampalate canzoni che sembrano spesso una versione amatoriale, domestica, di fortuna dei Jam o dei Buzzcocks con tantissimi riferimenti alla cultura letteraria, musicale, geografica, televisiva, cinematografica inglese calata dentro un contesto che del punk conserva il minimalismo tecnico ma non il fragore, anticipando una tendenza borderline che sarà quella di tantissimo indie-rock a venire, dai Guided by Voices ai Belle and Sebastian fino agli Allah-Las e agli MGMT (che a Dan Tracey dedicheranno una delle canzoni di Congratulations, riaggornandone lo stile) passando, starnazzando, attraverso tutti i cataloghi Creation o Sarah Records. Lungi dall’essere stilisticamente rilevanti, le canzoni dei Television Personalities unite alla scelta di lesinare apparizioni su televisione e giornali sarebbero diventate oggetto di culto e di vocazione alla causa da parte di schiere di adulatori e teoreti del rock più intellettualoide, schivo ed insolente. Tributando loro eterna gratitudine per aver  rivelato al mondo dove stava rintanato Barrett. Ma, soprattutto, per aver fatto incazzare a morte David Gilmour.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

X – Wild Gift (Slash)  

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Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult Books, I’m Coming Over, We’re Desperate, When Our Love Passed Out on the Couch, It’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DEAD KENNEDYS – In God We Trust, Inc. (Alternative Tentacles)  

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Due mesi dopo la pubblicazione di Fresh Fruit for Rotting Vegetables, Ronald Reagan viene eletto quarantesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Su di lui e la sua politica “ispirata da Dio” (uno dei primi emendamenti aveva riguardato la disciplina/imposizione delle preghiere a scuola) che ne avrebbe motivato l’accanimento contro il blocco sovietico, si scaglia gran parte della ferocia dissacrante e delle invettive dei Dead Kennedys.

In God We Trust, Inc. è il primo e più violento atto di accusa e, insieme, urticante documento di sberleffo del Reaganismo degli anni Ottanta.

In suo “onore” i Dead Kennedys riadattano in chiave jazz California Über Alles facendo parlare in prima persona l’”Imperatore” Reagan, in una parodia caustica del suo discorso di insediamento. We’ve Got a Bigger Problem Now dura da sola quanto metà dell’intero lavoro, o poco meno. Perché il resto è costruito attorno alle più feroci schegge hardcore di tutta la loro discografia. Canzoni che durano poco più che una zampata. E che come ogni zampata, graffiano la pelle.

E che non risparmiano nessuno. Senatori, pastori protestanti, anti-femministe militanti, Dio.

A dare una spinta alle già nefande canzoni della band è arrivato D.H. Peligro, capace di portare ogni pezzo sull’orlo di un precipizio.

Sono i Dead Kennedys che cominciano a fare paura.

Che verranno braccati dalla CIA e dai censori.   

Costringendoli alla resa prima del termine del secondo mandato dell’Imperatore Ronald Reagan.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINO DANIELE – Vai Mo’ (EMI)

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C’è una foto bellissima sulla copertina interna di Vai Mò.

È una foto di Cesare Montalbetti, divenuto  Caesar Monti negli anni Settanta, quando era direttore artistico del Re Nudo e grafico di grande richiamo, tanto da lavorare alle copertine storiche di Bennato, Banco del Mutuo Soccorso, De André, Fossati, Premiata Forneria Marconi, Battisti, Branduardi e dei dischi più belli di Pino Daniele.

Cesare ci avrebbe lasciati subito dopo la morte di Pino, il 23 Febbraio del 2015, divorato in fretta di quella malattia di cui tutti abbiamo paura a dire il nome ma quello scatto è rimasto inscalfibile dal tempo.  

È uno scatto in un bianco e nero folgorante.

Ritrae un branco di musicisti con le mani in tasca. Guardano tutti dentro l’obiettivo, senza sorridere. Come dei guappi.

Si chiamano Franco Forte, Tony Esposito, Pino Daniele, Joe Amoruso, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo. Messi uno accanto all’altro, davanti allo Stone Castle dove hanno appena finito di registrare il capolavoro della nuova musica napoletana. Per Napoli, quella foto vale quanto quella dei Beatles che lasciano Abbey Road. E se vi capita di andarci, la troverete esposta un po’ ovunque, accanto a quelle di Maradona e di Nino D’Angelo. A rappresentare la Napoli che vince su e nonostante tutto.

Del Napoli Power, quella foto rappresenta il manifesto visivo. Vai Mo’, il cuore.

Sette musicisti enormi che lavorano ad un tornio da vasaio, manipolando un panetto di argilla spuria, sporchi di fatica funky e di malinconia blues, creando anfore di terracotta bastarda come Che te ne fotte, Yes I Know My Way, Ma che hoNun ce sta piacere, Notte che se ne va, Viento ‘e terra, Have You Seen My Shoes.

Un album che riesce nell’impresa erculea di “superare” un disco “insuperabile” come Nero a metà, riempendo anche quella mezza anima restante di energia nera.

Scipione e Pulcinella ballano tra i vicoli di Napoli.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LOUNGE LIZARDS – The Lounge Lizards (EG)  

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Le donne dell’alta borghesia newyorkese si alzarono le vesti, come cortigiane lascive. E lasciarono vedere quel che la fantasia aveva già disegnato. Erano etti di carne pallida su cui qualche sporcaccione nero aveva lasciato qualche piccolo livido a forma di polpastrello. Erano stringhe di pizzo e giarrettiere a contenerne il volume, come insaccati turgidi che stuzzicavano narici e palato.

L’orchestra jazz barriva come un pachiderma in cattività, immaginando di insinuarsi dentro quelle voragini di carni femminili. Cigolando come porte irriverenti che custodiscono a malincuore e non senza protestare i segreti degli amanti. Miagolando come gatte incuranti dell’altrui riposo. Accarezzava e poi sferrava qualche colpo inaspettato e taurino, come se quella sala carica di odori si fosse trasformata in un’alcova impetuosa ed anarchica alle regole del buon costume.

Era un enorme voluttuoso brindisi di piatti scroscianti e di martelletti maleducati e impertinenti seguito da singhiozzi etilici che schioccavano come baci. E poi minùgie che cercavano altre intercapedini, altri orifizi, altre budella.

Le signore si erano ritrovate in atteggiamenti scomposti. I musicisti ne avevano osservato ogni movenza, ricostruendone lo sfacciato rito di adescamento o certi sofisticati giochi di caviglie con i loro strumenti, fino a scoppiare in un rantolo di bramoso, volgare, turpe desiderio.

Le cravatte diventate eleganti cappi dentro cui strozzarsi.   

Le camicie bianche di un candore che il sesso sconosce e la donna insegna a violare.

New York diventa la Parigi del Re Sole, la Ferrara dei Borgia, la Roma dei Cesari, la Gomorra del Re Birsha, suonando le arie di Thelonious Monk o John Coltrane come fossero le trombe dei Cavalieri dell’Apocalisse.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BYRNE – Songs from the Broadway Production of “The Catherine Wheel” (Sire)  

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Spesso snobbato per la sua attinenza al settore “colonne sonore”, la prima sortita in solista di David Byrne è, ignobilmente, uno dei dischi più sottovalutati della storia della musica contemporanea. Neppure l’inclusione di un paio di brani (Big Business, What a Day That Was) sullo Stop Making Sense dei Talking Heads e l’incredibile popolarità ottenuta da Byrne negli anni Novanta sarebbero bastate a ridare dignità ad un disco di altissimo decor(azi)o(ne). Sono gli anni in cui Byrne sta sperimentando le potenzialità di uno studio domestico e in cui è affascinato dalle musiche del mondo. Gli anni di Remain in Light e My Life in the Bush of Ghosts e delle collaborazioni con Eno che è infatti presenza fattiva alle tastiere, ai sintetizzatori, al basso, al pianoforte, alla chitarra assieme ad altri geniali musicisti come Adrian Belew, Yogi Horton e Richard Horowitz o lo scrittore John Miller Chernoff autore di un illuminante saggio sulle percussioni tribali che viene qui invitato a percuotere un pianoforte modificato (ossia con le corde smorzate, in modo da ottenere un suono sordo ma “in asse” con le melodie del resto dell’orchestra) con un effetto straniante perfettamente climatizzato all’opera messa in piedi da Byrne e Eno.

Campanacci, parquet synthetici, flauti persiani e un grandissimo tappeto percussivo a metà tra il funk e il tribalismo africano e sudamericano, voci trattate alternate a quella diafana di Byrne a fare da sfondo allo spettacolo di danza di Twyla Tharp e pubblicato in forma striminzita su disco nel 1981 (una delle fregature della mia discoteca, visto che nella versione su cassetta intitolata The Complete Score from the Broadway Production of “The Catherine Wheel” pubblicata in contemporanea la durata è raddoppiata a ben 73 minuti, NdLYS) e che vi invito a riscoprire nella sua assoluta seppur atipica bellezza.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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