HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)  

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Il 31 Marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeogh. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

JOHNNY THUNDERS – Born Too Loose (Get Back) / NEW YORK DOLLS – Lipstick Killers (ROIR)

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Abilmente “stornate” le note di copertina curata da Nina Antonia (autrice di due biografie fondamentali come In Cold Blood Too Much Too Soon, NdLYS) dalla doppia raccolta dallo stesso titolo pubblicata dalla Jungle lo scorso anno, la Get Back stampa per il mercato italiano Born Too Loose, ovvero la definitiva  (o quasi, perlomeno nella versione integrale inglese in doppio cd e 39 canzoni) collezione di Johnny Thunders la Bambola, lo Spezzacuori, la Tempesta, l’ultimo perdente del rock ‘n’ roll. Diciamo subito che la versione italiana, spurgata e ridotta a sole dodici tracce, risulta molto più fruibile e forse quindi più adatta a focalizzare piuttosto che a studiare il fenomeno Thunders. Certo, qualche classicissimo si perde per strada (You Can’t Put Your Arms Around a Memory Too Much Junkie Business per esempio) ma di quelle canzoni credo che ogni lettore ne abbia almeno tre versioni custodite a casa. Inoltre, a difesa della versione italiana, possiamo dire che appare un brano altrimenti inedito sul suo fratellone maggiore ovvero una bella, grezza e romantica cover di Can’t Seem to Make You Mine di Seedsiana memoria che ancora una volta ci appende il cuore all’uncino e lo lascia ciondolare al soffitto e una versione in studio di Blame It to Mom preferita a quella catturata live in Svizzera che compare nella scaletta del disco Jungle.

Da rubare assolutamente al vostro negoziante invece la versione digitale di Lipstick Killers, vale a dire le vecchie registrazioni delle New York Dolls del 1972 pubblicate quasi vent’anni fa su nastro dalla ROIR.

Roba primitiva.

Versioni scarnissime di Personality Crisis o Looking for a Kiss, le uniche registrazioni con Billy Murcia ai tamburi che di lì a poco volerà in cielo dopo il breve soggiorno londinese in occasione del concerto spalla ai Faces di Rod Stewart.

Certo manca ancora, qui dentro, il tono devastante che Todd Rundgren imprimerà al disco di debutto così come lo sboccato puttanesco attegiamento imposto loro da Malcolm McLaren , ma questa è una foto ricordo che non può mancare nel vostro scaffale dedicato ai/alle New York Dolls.

Finchè ci si chiederà per l’ennesima volta se mettere il maschile o il femminile davanti al loro nome, il rock ‘n’ roll sarà ancora vivo e puzzerà come ai vecchi tempi.

                         Franco “Lys” Dimauro

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MEN AT WORK – Business as Usual (CBS)  

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Come dite?

Ah si, lo so, i Men at Work erano un gruppo mainstream.

E voi nel 1981 ascoltavate solo Gun Club, Talking Heads, X, Black Flag, Cure e Sound.

Io no, io nel 1981 ascoltavo pure i Men at Work. Li trovavo irresistibili.

Avevo undici anni e tutto il mio spirito ribelle e teppista trovava la sua massima aspirazione nel gabbare il giostraio della città infilando una chiave farlocca nella fessura nelle biposto degli autoscontri e girare a scrocco su quella lastra di metallo fino a tarda sera.

Dalle casse ai lati della pista usciva la musica dei Men at Work.

Me lo ricordo come fosse ieri. Anzi, come fosse stamattina. Che la mia memoria a breve termine è molto a breve termine.

Era un rock sempliciotto, a metà strada fra quello degli ultimi banali Police e quello di Huey Lewis and the News. C’erano addirittura un sassofono e un flauto, pensa te. Roba da far venire la scarlattina a ogni anima in spolverino che allora si muoveva nelle ombre del post-punk credendosi l’incarnazione di Batman.

Ma Business as Usual era, è, un disco pieno di belle canzoni, arrangiate col giusto carisma per potersi ficcare in testa e salire le classifiche come fossero delle scale a pioli, schiacciando le teste degli altri concorrenti alla gara. Canzoni destinate a diventare dei classicissimi. Addirittura degli inni patriottici, come la meraviglia di Down Under con gli arabeschi di flauto a riprodurre il fischio del Martin Pescatore. Canzoni irriverenti (Be Good Johnny) e satiriche (Who Can It Be Now?) cantate da Colin Hay con la padronanza lessicale e recitativa di un attore teatrale navigato, giocando con accenti, rime, filastrocche, slang e giochi di parole come un cappellaio matto dall’occhio malevolo ed inquietante.  

Oggi, quasi alla soglia dei cinquant’anni, ho dimenticato tutte le canzoni dei Mission of Burma e dei Durutti Column.

Ma quelle di Business as Usual le ricordo una per una, tutte.

Potrei cantarvele adesso.
Ma non lo farò.

Potreste suonarmele.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TELEVISION PERSONALITIES – …and Don’t the Kids Just Love It (Rough Trade)  

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Quando Dan Tracey dichiarò, nel 1981, di conoscere l’indirizzo esatto dove viveva Syd Barrett, nessuno diede peso alle sue parole. Finchè un bel giorno, sul palco dell’Hammersmith Odeon dove la sua band era stata chiamata ad aprire il concerto di David Gilmour in persona, il buon Dan invitò, prima di suonare I Know Where Syd Barrett Lives (miscelata, quella sera, a Set the Controls for the Heart of the Sun, NdLYS), tutta la platea a prendere carta e penna e segnarsi l’indirizzo. Gilmour non la prese bene, ma i fan di Syd che da allora iniziarono il loro pellegrinaggio al Numero 6 di St. Margarets Square a Cambridge, si.

Syd Barrett era, oltre che una fortissima fonte di ispirazione, una delle tantissime icone scelte da Tracey per popolare l’immaginario della sua band. …and Don’t the Kids Just Love It, l’album di debutto, ne era stracolmo, fino a straboccare in copertina con una bellissima ed iconica immagine di Patrick Macnee e Twiggy nei panni degli Avengers, la commedia fanta-spionistica che aveva attraversato indenne tutti gli anni Sessanta, invadendo l’Inghilterra dagli schermi televisivi. Dentro questo album destinato a diventare uno dei dischi di culto più riveriti di tutto il post-punk, Dan Tracey si diverte a farcire le sue strampalate canzoni che sembrano spesso una versione amatoriale, domestica, di fortuna dei Jam o dei Buzzcocks con tantissimi riferimenti alla cultura letteraria, musicale, geografica, televisiva, cinematografica inglese calata dentro un contesto che del punk conserva il minimalismo tecnico ma non il fragore, anticipando una tendenza borderline che sarà quella di tantissimo indie-rock a venire, dai Guided by Voices ai Belle and Sebastian fino agli Allah-Las e agli MGMT (che a Dan Tracey dedicheranno una delle canzoni di Congratulations, riaggornandone lo stile) passando, starnazzando, attraverso tutti i cataloghi Creation o Sarah Records. Lungi dall’essere stilisticamente rilevanti, le canzoni dei Television Personalities unite alla scelta di lesinare apparizioni su televisione e giornali sarebbero diventate oggetto di culto e di vocazione alla causa da parte di schiere di adulatori e teoreti del rock più intellettualoide, schivo ed insolente. Tributando loro eterna gratitudine per aver  rivelato al mondo dove stava rintanato Barrett. Ma, soprattutto, per aver fatto incazzare a morte David Gilmour.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

X – Wild Gift (Slash)  

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Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult Books, I’m Coming Over, We’re Desperate, When Our Love Passed Out on the Couch, It’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DEAD KENNEDYS – In God We Trust, Inc. (Alternative Tentacles)  

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Due mesi dopo la pubblicazione di Fresh Fruit for Rotting Vegetables, Ronald Reagan viene eletto quarantesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Su di lui e la sua politica “ispirata da Dio” (uno dei primi emendamenti aveva riguardato la disciplina/imposizione delle preghiere a scuola) che ne avrebbe motivato l’accanimento contro il blocco sovietico, si scaglia gran parte della ferocia dissacrante e delle invettive dei Dead Kennedys.

In God We Trust, Inc. è il primo e più violento atto di accusa e, insieme, urticante documento di sberleffo del Reaganismo degli anni Ottanta.

In suo “onore” i Dead Kennedys riadattano in chiave jazz California Über Alles facendo parlare in prima persona l’”Imperatore” Reagan, in una parodia caustica del suo discorso di insediamento. We’ve Got a Bigger Problem Now dura da sola quanto metà dell’intero lavoro, o poco meno. Perché il resto è costruito attorno alle più feroci schegge hardcore di tutta la loro discografia. Canzoni che durano poco più che una zampata. E che come ogni zampata, graffiano la pelle.

E che non risparmiano nessuno. Senatori, pastori protestanti, anti-femministe militanti, Dio.

A dare una spinta alle già nefande canzoni della band è arrivato D.H. Peligro, capace di portare ogni pezzo sull’orlo di un precipizio.

Sono i Dead Kennedys che cominciano a fare paura.

Che verranno braccati dalla CIA e dai censori.   

Costringendoli alla resa prima del termine del secondo mandato dell’Imperatore Ronald Reagan.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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