ROSE TATTOO – Assault & Battery (Albert Productions)  

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Ok ok, gli ACϟDC erano i primi della classe.

I Rose Tattoo invece erano i ripetenti.

Niente divisa da scolaretto per Peter Wells. Per lui solo un bottleneck di metallo da calzare perennemente sul dito medio, come un profilattico d’acciaio.

Per Angry Anderson invece solo abiti proletari. Salopette jeansate, bretelle, magliette unte, canottiere, tatuaggi, jeans coi risvolti, scarponcini da lavoro. Un apprendista da officina in libera uscita. Del resto, come canta su Assault & Battery  “I’m just a workin’ man, I’m just a workin’ man”, no?

O molto più verosimilmente uno skin che passeggia inquieto nel cortile di un qualche riformatorio, accompagnandosi con altri poco di buono. Del resto, come canta sempre lì dove ho detto: “The charge was assault & battery ad they dragged me off to jail”, no? Tutto vero, dunque.

Con gli ACϟDC condividono però molte cose: la città di provenienza, l’etichetta discografica, il team di produttori e non ultimo un amore viscerale per i riff rock ‘n’ roll ad altissimo volume. Quelli dei Rose Tattoo sembrano però pattinare sul ghiaccio. Merito della chitarra slide di Wells che li trascina sulla pista fino allo sfinimento, che in questo secondo album è rappresentato da Suicide City.  

C’è però questa condizione “da fuorilegge” che li avvicina nelle intenzioni ma non nei risultati, ai Motörhead. Hard-rockers che piacciono più ai punk che ai metallari, tanto che anni dopo i loro dischi verranno ristampati da un’etichetta come la Captain Oi!. Ma che in realtà non piacciono mai davvero ne’ agli uni ne’ agli altri.

Assault & Battery fallisce infatti il secondo tentativo di imporre i Rose Tattoo, lasciando la band di Sydney per sempre ai margini della storia, in barba a tutte quelle concilianti cose che ho scritto prima.

Come i Dictators, come i Flamin’ Groovies cacciati dall’aula con l’accusa infamante di aver copiato durante il compito in classe e di aver sputato per terra all’ennesima nota sul registro. Rimasti nei corridoi a far festa coi bidelli e mai più rientrati.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROBYN HITCHCOCK – Black Snake Diamond Role (Armageddon)  

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Non so a voi, ma a me il jingle-jangle pieno di ruggine di Acid Bird risuona nelle orecchie dalla prima volta che l’ho ascoltata. Che deve essere stato un paio d’anni dopo la sua uscita, visto nel 1981 mi piaceva di più il suono cupo del basso dei Cure e quello tutto curve dei Japan o i bip delle macchine elettroniche dei Wall of Voodoo. Un po’ come a tutti, del resto. In alternativa c’erano le chitarre schiacciasassi dell’heavy metal. E tanti sintetizzatori. Difatti sin da subito Hitchcock viene etichettato come “outsider”. Uno fuori dal mucchio. E lì rimarrà, culto per pochi.

Poco tempo prima il disco dei suoi Soft Boys aveva avuto sorte analoga, colpevole di non voler del tutto rompere col passato. Che per Robyn Hitchcock significa soprattutto Syd Barrett ma non nella maniera in cui se leggete di lui senza ascoltarlo potete immaginare. Se pensate di trovare dentro Black Snake Diamond Role ballate sghembe e filastrocche per bambini autistici sappiate che siete del tutto fuori strada. Se pensate di trovare una casa infestata dai fantasmi di Syd, altrettanto.

Prendete ad esempio l’inaugurale The Man Who Invented Himself, con quel piano marciante che presto avremmo imparato ad amare nei dischi dei Waterboys. Barrett c’è, ma non si vede e soprattutto non si sente, perché sta nascosto dietro le parole, non dentro le note. Sarà così per tutto il disco, ogni qualvolta sfreccia uno slittino in ferro, ogni volta che ti ferma una pattuglia di poliziotti gay o ogni volta che un uccello ti svolazzi in testa per cagarti addosso il suo guano acido.

Non sappiamo se Barrett avrebbe suonato così, se fosse nato dieci anni dopo e fosse stato investito dall’onda traviata del punk. Probabilmente no. C’è tutta una luce diversa dentro Hitchcock, un bagliore che sa di luci al neon più che di fasci colorati e optical come quelli che investivano Syd ai tempi dell’UFO e degli ufo.

Una cupezza che è tutta new-wave, anche se spennellata di colori fluo.

Un’elettricità che spesso Syd disdegnava, preferendo non disturbare il silenzio lunare che lo circondava. Pezzi come Meat e I Watch the Cars ad esempio sarebbero difficili da immaginare cucite sulla sagoma di Syd. Però se magari fosse stato ancora lucido quando i Buzzcocks attraversavano le strisce pedonali delle città inglesi piene di punk, chissà… E se non fosse stato disgustato da tutto un paio d’anni dopo chissà se avrebbe mai comprato il disco di Robyn.

Robyn Hitchcock cammina dunque su un altro marciapiede. Incrocia Syd su quello dirimpetto, procedono su direzioni opposte. Però si scambiano uno sguardo.

Come un’intesa.

Come di chi si sente incompreso e quando avvista uno spirito affine, lo riconosce. E ne rispetta l’unicità.

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

HUMAN SWITCHBOARD – Who’s Landing in My Hangar? (IRS)

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Gli Human Switchboard erano uno dei tanti banchi di pesci fuor d’acqua del punk americano. Talmente fuori dall’acqua che per pubblicare il loro unico album dovettero aspettare che quelle acque si ritirassero, per spiaggiarsi adeguatamente sulle rive del lago Erie su cui si affaccia la loro Cleveland.

Prima, con le acque ancora alte, c’erano stati due singoli su altrettante minuscole etichette. E dietro uno di quei singoli c’era un pezzo come No!: Farfisa a manetta e una classica sequenza di accordi garage che suonavano come se i Monkees avessero deciso di fare un cameo su The Blank Generation.

Il suono del Farfisa guidato da Myrna Marcarian è lo stesso che aprirà nel 1981 il loro album su I.R.S., anche se (Say No to) Saturday Night (quanti “no” nella breve discografia degli Swictchboard…NdLYS) appare decisamente più ammansita, quasi una soffice canzonetta dei Blondie. Poi però il suono si spettina un po’, diventa una macchina degli anni Sessanta mezza scassata che corre sulle autostrade americane perdendo pezzi, sputando fumo, lasciando lingue di pneumatico sull’asfalto rovente.

Sembrano a tratti i Velvet Underground (Refrigerator Door), a tratti i Doors (Don’t Follow Me Home), a tratti i Television.  

Se avessimo aspettato ancora qualche mese ci sarebbero sembrati i Green on Red, il cui primo minialbum entra tutto per intero dentro No Heart, lasciando pure un po’ di spazio per la batteria dei Feelies e il basso di Brian Ritchie, in una apoteosi di riff nevrotici, squame d’organo, cambi di tempo e d’umore.   

Sembrano tante cose eppure non sono nessuna di loro. Gli Human Switchboard sono scuola a se. Mescolano, sovrappongono, incrociano, innestano. E suonano cose come Book on Looks, Where the Light Breaks o Who’s Landing on My Hangar? dove organetti alla Mysterians, spruzzi di sax, bassi funky, chitarre acide, spastiche smorfie new-wave vengono assemblati per costruire in maniera artigianale un velivolo tra i più sgangherati della storia del rock americano.

Quando esce dall’hangar per affrontare la pista di decollo si sfascia in mille pezzi.

Ma chi se ne frega.

Quello del comandante Pfiefer è stato comunque uno dei decolli più belli della new-wave tutta.      

         

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)  

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Il 31 Marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeogh. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

JOHNNY THUNDERS – Born Too Loose (Get Back) / NEW YORK DOLLS – Lipstick Killers (ROIR)

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Abilmente “stornate” le note di copertina curata da Nina Antonia (autrice di due biografie fondamentali come In Cold Blood Too Much Too Soon, NdLYS) dalla doppia raccolta dallo stesso titolo pubblicata dalla Jungle lo scorso anno, la Get Back stampa per il mercato italiano Born Too Loose, ovvero la definitiva  (o quasi, perlomeno nella versione integrale inglese in doppio cd e 39 canzoni) collezione di Johnny Thunders la Bambola, lo Spezzacuori, la Tempesta, l’ultimo perdente del rock ‘n’ roll. Diciamo subito che la versione italiana, spurgata e ridotta a sole dodici tracce, risulta molto più fruibile e forse quindi più adatta a focalizzare piuttosto che a studiare il fenomeno Thunders. Certo, qualche classicissimo si perde per strada (You Can’t Put Your Arms Around a Memory Too Much Junkie Business per esempio) ma di quelle canzoni credo che ogni lettore ne abbia almeno tre versioni custodite a casa. Inoltre, a difesa della versione italiana, possiamo dire che appare un brano altrimenti inedito sul suo fratellone maggiore ovvero una bella, grezza e romantica cover di Can’t Seem to Make You Mine di Seedsiana memoria che ancora una volta ci appende il cuore all’uncino e lo lascia ciondolare al soffitto e una versione in studio di Blame It to Mom preferita a quella catturata live in Svizzera che compare nella scaletta del disco Jungle.

Da rubare assolutamente al vostro negoziante invece la versione digitale di Lipstick Killers, vale a dire le vecchie registrazioni delle New York Dolls del 1972 pubblicate quasi vent’anni fa su nastro dalla ROIR.

Roba primitiva.

Versioni scarnissime di Personality Crisis o Looking for a Kiss, le uniche registrazioni con Billy Murcia ai tamburi che di lì a poco volerà in cielo dopo il breve soggiorno londinese in occasione del concerto spalla ai Faces di Rod Stewart.

Certo manca ancora, qui dentro, il tono devastante che Todd Rundgren imprimerà al disco di debutto così come lo sboccato puttanesco atteggiamento imposto loro da Malcolm McLaren , ma questa è una foto ricordo che non può mancare nel vostro scaffale dedicato ai/alle New York Dolls.

Finchè ci si chiederà per l’ennesima volta se mettere il maschile o il femminile davanti al loro nome, il rock ‘n’ roll sarà ancora vivo e puzzerà come ai vecchi tempi.

                         Franco “Lys” Dimauro

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MEN AT WORK – Business as Usual (CBS)  

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Come dite?

Ah si, lo so, i Men at Work erano un gruppo mainstream.

E voi nel 1981 ascoltavate solo Gun Club, Talking Heads, X, Black Flag, Cure e Sound.

Io no, io nel 1981 ascoltavo pure i Men at Work. Li trovavo irresistibili.

Avevo undici anni e tutto il mio spirito ribelle e teppista trovava la sua massima aspirazione nel gabbare il giostraio della città infilando una chiave farlocca nella fessura nelle biposto degli autoscontri e girare a scrocco su quella lastra di metallo fino a tarda sera.

Dalle casse ai lati della pista usciva la musica dei Men at Work.

Me lo ricordo come fosse ieri. Anzi, come fosse stamattina. Che la mia memoria a breve termine è molto a breve termine.

Era un rock sempliciotto, a metà strada fra quello degli ultimi banali Police e quello di Huey Lewis and the News. C’erano addirittura un sassofono e un flauto, pensa te. Roba da far venire la scarlattina a ogni anima in spolverino che allora si muoveva nelle ombre del post-punk credendosi l’incarnazione di Batman.

Ma Business as Usual era, è, un disco pieno di belle canzoni, arrangiate col giusto carisma per potersi ficcare in testa e salire le classifiche come fossero delle scale a pioli, schiacciando le teste degli altri concorrenti alla gara. Canzoni destinate a diventare dei classicissimi. Addirittura degli inni patriottici, come la meraviglia di Down Under con gli arabeschi di flauto a riprodurre il fischio del Martin Pescatore. Canzoni irriverenti (Be Good Johnny) e satiriche (Who Can It Be Now?) cantate da Colin Hay con la padronanza lessicale e recitativa di un attore teatrale navigato, giocando con accenti, rime, filastrocche, slang e giochi di parole come un cappellaio matto dall’occhio malevolo ed inquietante.  

Oggi, quasi alla soglia dei cinquant’anni, ho dimenticato tutte le canzoni dei Mission of Burma e dei Durutti Column.

Ma quelle di Business as Usual le ricordo una per una, tutte.

Potrei cantarvele adesso.
Ma non lo farò.

Potreste suonarmele.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TELEVISION PERSONALITIES – …and Don’t the Kids Just Love It (Rough Trade)  

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Quando Dan Tracey dichiarò, nel 1981, di conoscere l’indirizzo esatto dove viveva Syd Barrett, nessuno diede peso alle sue parole. Finchè un bel giorno, sul palco dell’Hammersmith Odeon dove la sua band era stata chiamata ad aprire il concerto di David Gilmour in persona, il buon Dan invitò, prima di suonare I Know Where Syd Barrett Lives (miscelata, quella sera, a Set the Controls for the Heart of the Sun, NdLYS), tutta la platea a prendere carta e penna e segnarsi l’indirizzo. Gilmour non la prese bene, ma i fan di Syd che da allora iniziarono il loro pellegrinaggio al Numero 6 di St. Margarets Square a Cambridge, si.

Syd Barrett era, oltre che una fortissima fonte di ispirazione, una delle tantissime icone scelte da Tracey per popolare l’immaginario della sua band. …and Don’t the Kids Just Love It, l’album di debutto, ne era stracolmo, fino a straboccare in copertina con una bellissima ed iconica immagine di Patrick Macnee e Twiggy nei panni degli Avengers, la commedia fanta-spionistica che aveva attraversato indenne tutti gli anni Sessanta, invadendo l’Inghilterra dagli schermi televisivi. Dentro questo album destinato a diventare uno dei dischi di culto più riveriti di tutto il post-punk, Dan Tracey si diverte a farcire le sue strampalate canzoni che sembrano spesso una versione amatoriale, domestica, di fortuna dei Jam o dei Buzzcocks con tantissimi riferimenti alla cultura letteraria, musicale, geografica, televisiva, cinematografica inglese calata dentro un contesto che del punk conserva il minimalismo tecnico ma non il fragore, anticipando una tendenza borderline che sarà quella di tantissimo indie-rock a venire, dai Guided by Voices ai Belle and Sebastian fino agli Allah Las e agli MGMT (che a Dan Tracey dedicheranno una delle canzoni di Congratulations, riaggornandone lo stile) passando, starnazzando, attraverso tutti i cataloghi Creation o Sarah Records. Lungi dall’essere stilisticamente rilevanti, le canzoni dei Television Personalities unite alla scelta di lesinare apparizioni su televisione e giornali sarebbero diventate oggetto di culto e di vocazione alla causa da parte di schiere di adulatori e teoreti del rock più intellettualoide, schivo ed insolente. Tributando loro eterna gratitudine per aver  rivelato al mondo dove stava rintanato Barrett. Ma, soprattutto, per aver fatto incazzare a morte David Gilmour.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro