BOB DYLAN – The Freewheelin’ (Columbia)  

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Nella seconda metà degli anni Cinquanta il rock ‘n roll aveva cristallizzato l’idea del futuro bloccando le lancette del tempo in un eterno presente. Una porzione temporale che andava dal suono della campanella scolastica all’orario imposto dai genitori per il rientro fra le mura domestiche. Tutto quello che accadeva, nell’immaginario delle canzoni di Elvis Presley, Bill Haley, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Bo Diddley, Buddy Holly, era imprigionato in quella bolla temporale. Il passato esisteva solo come rappresentazione di convenzione da cui fuggire e il futuro sembrava limitarsi alla scelta del drive-in o della festa da ballo in cui consumare il fine settimana. A rimettere in moto il volano del tempo, quando il rock ‘n roll crolla su se stesso, è il secondo album di Bob Dylan. Cortocircuitando il passato rappresentato dalla tradizione folk di Woody Guthrie e Pete Seeger con i dubbi e le angosce per un futuro illuminato nuovamente dai lampi delle armi da guerra e bagnato dalle piogge acide, Bob Dylan impone lo schiaffo realista che ridesta i giovani dallo slancio favolistico e idealista del rock ‘n roll. Religione, politica, tormento amoroso finiscono nell’imbuto della poetica Dylaniana, assieme alla rivalutazione del valore del ricordo, finalmente dissotterrato dall’oblio cui era stato confinato nella musica del dopoguerra per sottrarsi ai fantasmi che evocava.    

L’apertura del disco è già affidata ad una lunghissima serie di domande. È una di quelle canzoni “universali”, destinate ad appiccicarsi alla memoria collettiva e a sottolineare spesso quei momenti in cui la collettività vive i suoi momenti di comunione e condivide dubbi e speranze. Si intitola Blowin’ in the Wind e, per consentirle di essere facilmente assimilabile a tutti Dylan usa una tecnica equivalente a quella usata nei sermoni religiosi, incalzando la platea con una serie di domande e rispondendo in maniera evasiva ma decisa con una replica che fa leva sulla certezza della fede e preannunciando un intervento in cui ognuno è attore, protagonista attivo di un progetto comune. Una canzone di speranza che apre una sequenza di brani dove le visioni apocalittiche (Masters of War, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Talkin’ World War III Blues) si intrecciano a storie d’amore (Don’t Think Twice, It’s Alright, Girl From the North Country) e Dylan si diverte a raccontare la storia (Oxford Town, ispirata ad un fatto di cronaca) e a prendersene gioco (come nella divertente e burlona telefonata fra lui e Kennedy raccontata su I Shall Be Free), bagnandosi completamente nelle miserie del mondo e cercando tuttavia di tirar su la testa per prendere ossigeno, evitando di rimanerci annegato.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – Please Please Me (Parlophone)  

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Prendete una qualunque sala da ballo dei primi anni Sessanta e invitate una band di ragazzi ad improvvisare una serie di canzonette costruite sui generi in voga nel periodo: doo-wop, calypso, rock and roll, skiffle, yè-yè e ovviamente qualche ballata che serva ad allentare, facendola fruttare, la tensione sessuale che si respira nell’aria, resa ancora più incendiaria dai rigidi divieti dell’epoca.

Sono le sei del pomeriggio, ma è come se fossero le quattro del mattino, nel 1963.

Ecco, se riuscite ad immaginare questo contesto e a non farvi fregare dal revisionismo storico che farà dei sorridenti e ammiccanti quattro ragazzotti che sorridono dalla tromba delle scale sulla copertina di questo disco la più influente pop band della storia, ne ricaverete un’immagine molto realistica di quello per cui venne realizzato, in fretta e furia, il primo disco dei Beatles.

I quattro ragazzotti di Liverpool hanno delle armonizzazioni alla Everly Brothers e una grandissima capacità di “sintesi melodica” di certo figlia di artisti come Bing Crosby, Buddy Holly e Roy Orbison perfezionata dalle numerosissime serate amburghesi. Non sono più bravi degli altri complessi dell’area del Merseyside che mescono nella stessa miscela e, a tratti, è anche sovrapponibile il repertorio. A renderli diversi e unici sono essenzialmente due fattori: la scelta di un nome moderno che è fortemente caratterizzante e in sintonia con un termine appena nato come “beat” e l’immagine aggregante, quasi proletaria che riescono a dare.

Non si tratta, come era per i Peacemakers o i Dakotas, di un gruppo “spalla” che esaltava in qualche modo la figura del leader, i Beatles sono, pur senza annullare il carattere di ognuno di loro, tutti uguali e, “diversi in uno”, sono uguali a tutti gli altri teenagers di Liverpool e dell’Inghilterra tutta, trasmettendo un senso di comunità in cui è facile rispecchiarsi. In quest’ottica la scelta del nome è, ancora una volta, nella sua immediatezza disarmante, un vero colpo di genio (i coleotteri cui alludono sono, nei fatti indistinguibili gli uni agli altri e vivono in comunità promiscue).

Le loro voci si sovrappongono sul medesimo brano, si alternano, si intrecciano, si scambiano i ruoli, creando un senso di euforia corale e collettiva che si trasmette per contagio. Le loro prime canzoni, pur se ancora disadorne, sono infatti eseguite su melodie costruite sul “molteplice”. Nessuno sovrasta l’altro e tutto il repertorio si regge su un equilibrio formidabile di melodie a presa immediata e testi allusivi ma mai volgari che incitano alla festa, al ballo, all’amore. A tutte le occasioni di vita sociale, di gruppo, di collettività.

Please Please Me è il disco che per primo mette a frutto questa miscela che si rivelerà esplosiva, sorprendendo forse per prime le persone coinvolte, visto un contenuto musicale di per sé tutt’altro che rivoluzionario.  

Un album nato senza alcun’altra pretesa che mettere a frutto l’esperienza maturata in due anni di concerti fuori dalla loro terra per realizzare un prodotto che possa essere suonato anche nelle sale in cui i Beatles non hanno un ingaggio, realizzando quella primitiva forma di teletrasporto che è alla base di tutto il meccanismo del “prodotto” pop. E difatti nei progetti iniziali George Martin, incaricato dal manager del complesso di Liverpool di stanza ad Amburgo a realizzare un supporto fonografico dei suoi beniamini, Please Please Me doveva essere semplicemente una registrazione dal vivo di una delle tante serate con cui i Beatles allietano il pubblico del Cavern Club.

Invece decide alla fine di sfruttare un paio di giornate buche agli EMI Studios per assemblare in studio il primo album della band, mettendo assieme i primi due singoli e aggiungendo altri dieci brani che, fra cover e originali “in stile” raggiungono la ragguardevole somma di quattordici canzoni.

Il lavoro va avanti veloce e spedito e Please Please Me arriva sul mercato il 22 Marzo del 1963.

La nuova musica inglese ha finalmente il suo atto di nascita ufficiale.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LOUIE LOUIE

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Quanto dura un amplesso? Dipende.

A letto, per quanto bravi siate, sempre meno di quello che vorreste.

Se godete ascoltando Mike Oldfield o i Jethro Tull anche 45 minuti e magari ricominciate pure.

Per il garage rock un amplesso dura 2 minuti e 42 secondi: da quando Louie schiude le sue gambe a quando le richiude dopo l’orgasmo. È il 1963. Il rock ‘n roll non è ancora maggiorenne e ha già perso la sua verginità, dentro uno studio di registrazione di Portland.

È dentro il Northwestern Inc. Studio, il 6 Aprile del ‘63 che Jack Ely e la sua gang trascinano la giovane Louie trovata ubriaca di rum giamaicano sulla spiaggia dell’Oregon abbracciata al jukebox del Pypo Club. Lì dentro nasce, simbolicamente e carnalmente, il garage-rock.

Denudata da ogni cosa che non sia la sua carne, Louie Louie diventa l’archetipo della garage-songs (im)perfetta. Un giro di accordi elementare, una melodia ai limiti della demenza e un’approssimazione tecnica che rasenta l’incapacità. Per 38 Dollari Ken Chase e Jerry Dennon possono registrarla su nastro, e lo fanno. Nessuna doppia ripresa: al terzo minuto i Kingsmen devono sgombrare la sala che sarà noleggiata da Paul Revere il giorno dopo per mettere le sue mani sul corpo di Louie. Viene tutto registrato così come viene, con il microfono due spanne sopra la testa di un Ely costretto ad urlare come Paperino, senza curarsi neppure di eliminare dal missaggio finale errori e false partenze, neppure quella clamorosa al termine dell’assolo. Eppure, in quei due minuti e mezzo di frastuono è compresso tutto lo spirito del garage-sound primordiale, dentro quella boccia precipita e viene sprigionato il principio-base del beat, definendo il canone di una ribellione estetica e linguistica che, in quanto lontana dalle accademiche regole adulte, è già punk, tanto da venire inutilmente e per anni perseguitata dalle menti investigative dell’ FBI. Cervelli pagati dallo Stato per ficcare il dito nel culo di Louie e trovare un qualunque motivo per farla marcire in galera. Due anni e mezzo di indagini, interrogatori, analisi, inchieste ed inquisizioni per poter garantire giustizia ai perbenisti offesi da quelle parole mugugnate dietro la cui apparente innocenza, tutti sono certi, si nasconde qualcosa di intimamente e perversamente sudicio e sessualmente spinto. Trentuno mesi di lotta conclusa con una dichiarata incapacità degli Agenti Federali di comprendere realmente le parole biascicate da Jack Ely alimentando la convinzione che in fondo, sebbene non si sia trovato il modo, qualcosa di realmente marcio si annidi là  dentro. Louie Louie diventerà la canzone più rifatta e copiata della storia del rock ‘n roll. Non c’è gruppo o artista che non l’ abbia rifatta, anche solo per oltraggiarla o per rivendicare la sua devozione alla ricetta-base del rock ‘n roll.

Il primo accordo un pene, il secondo una vulva. Il terzo un amplesso.

Tutto il resto è superfluo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro    


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