DURAN DURAN – Rio (EMI)  

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Non importa che età abbiate avuto allora, se vi piacessero o meno. Se restavate in religiosa venerazione ogni volta passassero in radio o in tv o i vostri improperi un po’ invidiosi e un po’ snob superassero di gran lunga il volume delle loro canzoni: se siete “passati attraverso” gli anni Ottanta, vi siete imbattuti nei Duran Duran.

Il gruppo di Birmingham arriva, nei primissimi anni di quel decennio, per attuare la profezia annunciata dai Buggles proprio allo scadere di quello immediatamente precedente: annientare le star del pop attraverso il video. A loro favore gioca certamente il fatto che MTV, il primo canale televisivo dedicato esclusivamente alle clip musicali, ha aperto i battenti proprio a ridosso del loro disco di debutto. Una coincidenza, un segno dei tempi che ai cinque ragazzini inglesi deve essersi rivelato quasi come l’”in hoc signo vinces” di Pontemilviana memoria. I Duran Duran sono insomma il gruppo giusto al momento giusto, alfieri bellocci e molto credibili della stagione del disimpegno, delle vacanze full-optional, dell’ammiccamento sessuale non sfacciatamente maschilista ma di grande gusto ed ambizioni estetiche, grandissimi promoter musicali dell’età della plastica negli anni in cui il PET, il PVC e il polipropilene si stanno sostituendo nel gusto quotidiano al vetro, alle leghe, all’amianto, abilissimi tour operator delle vacanze da sogno di cui il mondo occidentale infatti sogna e, per la prima volta dal dopoguerra, riesce anche a realizzare grazie al benessere all’ibernazione bellica garantita dalla guerra fredda.  

Se il punk aveva annientato il concetto di musicista virtuoso in favore del messaggio sovversivo e antiregime, MTV impone alle nuove pop/star un’ulteriore mutazione genetica: non conta più neppure il messaggio ma il modo in cui viene porto e veicolato alla gente. Il nuovo artista deve saper in qualche modo assecondare il desiderio di svago del pubblico ed essere attore credibile di quella filosofia di vita spensierata. Non importa sappia cantare o suonare: il playback è il nuovo miracolo della pop-music e i turnisti e i produttori possono uscire dalla lampada di Aladino all’occorrenza e realizzare qualsiasi desiderio. Quello che importa, e tanto, è che l’artista pop sappia interpretare quello di cui canta. Ballando, recitando, simulando. Michael Jackson, Madonna, Wham!, Culture Club sono lì a dimostrare che si può usare l’opportunità dei video-musicali sfruttandola come degli imbonitori. I Duran Duran lo capiscono forse prima di tutti gli altri andando a colmare per primi un bisogno che ci si accorge di aver avvertito solo nel momento in cui esso viene soddisfatto.           

I Duran Duran incarnano la fantasia erotica di quegli anni. Non solo per brufolose adolescenti che sognano di perdere la verginità su uno yacht lungo le rotte dei Caraibi o di sposare Simon Le Bon. Andy Warhol confesserà di masturbarsi con gran diletto guardando i loro video e concentrandosi soprattutto su Nick Rhodes che di Warhol, di Lou Reed e dei Velvet Underground è un grandissimo fanatico.

Sono belli, colorati ed irraggiungibili. Si muovono bene e recitano come nelle pellicole di James Bond e Indiana Jones.  E fanno canzoni per adescare le adolescenti.

Più ancora che il disco di debutto è dunque il sapore tropicale di Rio e dei suoi video a creare un fenomeno coercitivo destinato a diffondersi a macchia d’olio sulla musica e sull’immaginario collettivo di quegli anni. Al di là della modestissima portata di alcune canzoni (Last Chance on the Stairway, Hold Back the Rain, My Own Way sono proprio delle canzoni mediocri) sono proprio i video costruiti attorno ai suoi episodi migliori (Rio, Save a Prayer, Hungry Like the Wolf, The Chauffeur) ad ingigantire un fenomeno che musicalmente è poco più che una volgarizzazione delle intuizioni dei Japan, riuscendo a portare a compimento l’atto seduttivo che la band londinese aveva solo tentato, trasformando in prêt-à-porter la raffinata sartoria dandy di Sylvian e compagni. Detto questo e al di là dei giudizi schizofrenici di cui è stato oggetto, Rio rimane, nonostante il suo titolo da benessere da ipermercato, una validissima istantanea del gusto pop di quegli anni, una perfetta bilancia di gusto melodico e suoni moderni ed ammiccanti, sufficientemente eleganti pur nel loro evidente, voluto approdo popolare da viaggio organizzato cogliendo appieno lo spirito della missione Duraniana: portare il sogno di una vita da star dentro una vita da Brodo Star.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JAPAN – Adolescent Sex (Hansa)

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Funky gelido, immagine da froci, nome esoticamente orientale.

Così si presentano al giro di boa degli anni Settanta i Japan, cinque annoiati efebici ragazzi della Londra borghese bruciati dall’impatto con le ambiguità sessuali di New York Dolls, Roxy Music e David Bowie. La Hansa decide di investire su di loro e di farne i paladini della silente comunità gay inglese.

Sono belli e stravaganti.

E pensano che tanto basti.

E in effetti non si sbagliano di tanto: Adolescent Sex, che specula sin dal titolo imposto dalla divisione marketing della Hansa/Ariola sulla disinibita ambiguità sessuale del gruppo inglese, diventa immediatamente un disco di culto nei bar per omosessuali del Regno Unito mentre nei paesi del sol levante i Japan vengono accolti, adottati e premiati con un fanatismo che li ripaga per la curiosa scelta del nome. Il fascino per la cultura, l’iconografia e la musica orientale sono però al momento poco più che un vezzo adolescenziale e una pacchiana messa in scena promozionale montata ad arte dall’etichetta del gruppo che decide di promuovere il lancio del disco piazzando un lottatore giapponese all’ingresso delle redazioni dei giornali per regalare delle copie promo dell’album per le recensioni (tutte puntualmente negative, NdLYS) d’ordinanza.

Il suono dei Japan degli anni Settanta è ancora profondamente occidentale. Si tratta perlopiù di un tentativo di candeggiare le nervose sincopi funky sbiancandole in una forma di glam-rock danzereccio e sintetico costruito attorno alla voce androgina di David Sylvian, depredandolo della sua carica erotica e sensuale e detergendo ogni goccia del suo sudore.  

Adolescent Sex è un’evirazione di James Brown con pochissime chance di sfondare nel mercato in fermento dell’Europa post-punk, soprattutto se si decide, come venne deciso, che i Japan aprano i concerti per una band al testosterone come i Blue Öyster Cult col risultato di venir cacciati giù dal palco al grido di “donnine adolescenti” e invitati a tornare a rifarsi il make-up sciolto dai fari davanti agli specchi della toilette di casa propria. David Sylvian, Rob Dean, Mick Karn, Steve Jensen e Richard Barbieri tornano nella loro periferia londinese a meditare sulla loro identità artistica senza tuttavia scoraggiarsi.

A chi chiede loro come ci si sente ad essere delle stelle di un firmamento che nessuno vuole fermarsi a guardare, rispondono semplicemente di essere Big in Japan. Se non loro, chi?

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 


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JAPAN – Gentlemen Take Polaroids (Virgin)

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Il glam effeminato dei Japan, dopo la svolta esotica di Quiet Life si rifiuterà di tornare alle buffe pantomime dei primi dischi scegliendo piuttosto di scalare il dorso della new-wave più eccentrica per piantare sulla vetta due Hinomaru che rappresentino tutto il fascino della musica orientale immersa nell’algida geometria elettronica del freddo post punk occidentale.

Gentlemen Take Polaroids è il primo di questi due vessilli, conficcato qualche passo più in basso rispetto al baluardo estremo Tin Drum che vibrerà di una timbrica e di un’ispirazione più costante ed omogenea. Aspetti di cui pecca invece questo penultimo disco della formazione inglese, carico di belle canzoni tirate però un po’ troppo per le lunghe e dentro cui convivono ispirazioni molteplici che lo rendono concettualmente meno robusto e artisticamente più disorganico, diviso tra le gymnopedie dal Satie notturno di Nightporter e la disco music chic di Methods of Dance, tra le fascinazioni synth-prog di Burning Bridges, (replicate su singolo dalle tracce di Richard Barbieri e Rob Dean The Experience of Swimming o Width of a Room, NdLYS) e il funky sintetico di Swing, tra la rilettura di un classico della “musica nera” come Ain‘t That Peculiar ed un omaggio al “continente nero”come Taking Islands in Africa regalata al gruppo da Ryuichi Sakamoto, tra l’eleganza new romantic della title-track e le sinuose curve di My New Career dove gli occhi di David Sylvian, ancora sporcati dal make up, cominciano la trasformazione antropologica che li farà diventare definitivamente a mandorla sul disco successivo.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

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JAPAN – Quiet Life (Hansa)

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Le imposizioni dei produttori e le pesanti limitazioni imposte ai Japan dalla Hansa nella prima fase della loro carriera hanno compromesso l’immagine e il suono della band dei fratelli Batt impiastricciando il loro sound fino a renderlo una invendibile e scadente paccottiglia di glam-rock e synth pop.

L’accesso verso il nuovo passa inevitabilmente dal ripudio per quanto confezionato nei due dischi precedenti, raffazzonati e indigeribili tentativi di imbastire un suono moderno e bastardo da parte di cinque ragazzini alla totale mercè di incapaci mestieranti abituati a lavorare con eroi della disco music e su banalità da dancefloor.

Quiet Life è dunque il punto nodale della vicenda artistica dei Japan, il momento di non ritorno verso un estetismo sempre più rigoroso ed eccentrico.  

L’energia profusa al gruppo dall’incontro con Giorgio Moroder trova una sua compiutezza con la scelta di ricorrere a John Punter per la produzione di un intero album che definisca i canoni estetici che Sylvian e compagni inseguono sin dalle origini.

Da questo istante i Japan diventano un’altra band, conscia delle proprie potenzialità e con una identità definita e, soprattutto, originalissima.

Se gli scimmiottamenti glam dei primi anni erano stati sfruttati a vuoto dalla Hansa per fare del gruppo londinese la nuova attrazione per i teenager inglesi e avevano gettato nello sconforto i promoters inglesi che non riuscivano davvero a capire dove piazzarli (clamoroso il concerto di spalla ai Blue Öyster Cult all’Hammersmith londinese dove i nostri vengono cacciati a piatti in faccia dopo sei minuti di esibizione, NdLYS), le nuove linee esotiche elegantemente incuneate tra gli estetismi androgini di Bowie e Roxy Music e i decadenti accenni alla musica colta di Satie (si ascolti qui il tono grave e doloroso di Despair, non a caso cantata in francese, NdLYS) e Brian Eno (gli echi di Sky Saw che si percepiscono tra le linee di In Vague e della European Son registrata per l’album e poi finita su singolo) tracciano il profilo di una band dal suono unico, penzolante tra decadenti climi mitteleuropee, originali ricami orientali ed eleganti quanto esotiche sincopi dance e di cui la formazione si mostra a ragione fiera fino ad obbligare i manager della casa discografica a sciogliere il contratto lasciandoli di fatto liberi di sfruttare il nuovo potere contrattuale che l’interesse attorno al nuovo disco garantisce loro.

Dopo un lungo periodo buio in cui il gruppo è (perdonatemi l’ovvietà ma è proprio il caso di giocarsela, NdLYS) esclusivamente “big in Japan”, probabilmente in virtù dell’orgoglio nipponico stimolato dal moniker adottato che campeggia sulle copertine dei loro dischi, all’alba degli anni Ottanta i Japan diventano all’improvviso una straordinaria band di culto e anche di successo, gettando le basi per il movimento new-romantic e ispirando decine di band che veicoleranno il loro messaggio alle zone altissime delle charts, Duran Duran in testa.

Il look frivolo e le pose da rockstar sono sacrificati in favore di un’eleganza più austera e un po’ dandy e soprattutto caratterizzando ed esaltando con decisione le peculiarità tecniche di ogni componente.

David Sylvian si separa dalla sua sei corde per concentrarsi sulla modulazione vocale sempre più suadente e persuasiva, Mick Karn elabora uno stile di basso personalissimo scorrendo morbido sulla sua sua tastiera con una tecnica simile a quella dei suonatori di guqin cinesi (qui sfruttata al meglio dentro le strutture di Alien), Rob Dean alterna decise pennate dal taglio funky a misurati interventi solistici di gran gusto senza invadenza, nel rispetto degli equilibri armonici creati dalle tastiere di Barbieri, sempre più presenti e suggestive, Steve Batt dietro i tamburi si dedica a idee percussive sempre più elaborate.

La musica dei Japan da questo momento in avanti si trasforma da spigolosa in tondeggiante, assecondando la predilezione e il gusto orientale per le forme curve e preparandosi all’affascinante fusione tra la moderna cultura occidentale e la millenaria tradizione orientale che troverà forma compiuta nei due dischi successivi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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JAPAN – Obscure Alternatives (Hansa)

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Le registrazioni di Obscure Alternatives si svolgono con i Japan ancora ostaggi dell’Hansa Records e dell’immagine porno-glam che l’etichetta ha loro cucito addosso. Le direttive dettate al team Ray Singer/Chris Tsangarides sono chiare: costruire la disco-music per il nuovo popolo di new wavers in cerca di eroi, sfruttare l’androgina bellezza di David Sylvian per tirare a bordo della scialuppa Japan uomini e donne dall’incerta identità sessuale, orfani figli dello sperma alieno di Ziggy Stardust e delle pose dandy di Bryan Ferry.

In contrapposizione a queste richieste i Japan cercando di lasciar filtrare una identità musicale ancora incerta.

Se non più adolescente, di certo non ancora adulta.

Le chitarre sono ancora le protagoniste assolute della confusa scaletta messa in piedi dal gruppo inglese, sia quando spadroneggiano con fare stonesiano (Sometimes I Feel So Low) o fraseggi degni di Brian May (Automatic Gun), quando simulano ritmiche da robot giamaicani (Rhodesia, Obscure Alternatives) o accennano spastici gesti funky (Deviation) sono ancora loro le prime attrici del caotico suono dei Japan.

La sorpresa, lo scorcio inatteso su quello che sarà il suono futuro dei Japan arriva in chiusura di album, nei sette minuti di The Tenant, registrata in proprio dopo aver cacciato produttore ed ingegnere del suono dagli studi.

È proprio questa, assieme alla Life in Tokyo registrata l’anno seguente assieme a Giorgio Moroder la chiave di volta per il sound dei Japan adulti.

La fase che segna il passaggio dall’adolescenza di un suono ambiguamente stritolato tra disco music, funky androide, glam e bubblegum all’elegante smoking dei gentiluomini con le polaroid.

The Tenant è l’accesso alla via del dolore che verrà percorsa attraverso The Other Side of Life, Nightporter e Ghosts. Un lungo gioco di gimnopedie pianistiche figlie di Satie, giochi Frippertronici di chitarre, distese polari di tastiere, campanelle orientali e un pigro assolo di sassofono a sostituire la voce di David, intento a smaltire le incazzature con Ray Singer.

Sono i primi sette minuti di vita dei nuovi Japan.

Sette minuti di dolore muto.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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ADAM AND THE ANTS – Kings of the Wild Frontier (Epic)

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Fra le tante truffe perpetrate da Mr. Malcolm McLaren una delle più famose riguardò quella ai danni di Stuart Leslie Goddard ovvero Adam Ant, all’indomani dell’uscita di Dirk Wears White Sox, l’album di debutto della sua band.

La sua band sono gli Ants, le formiche.

McLaren è il formichiere.

Matthew Ashman, Leigh Gorman e Dave Barbarossa vengono risucchiati in toto dalla tana di Adamo la Formica e costretti a formare una nuova band che sia la copia del gruppo madre, ma con una voce femminile a fare la differenza.

Una voce e, soprattutto, un corpo. Perchè quello che il Sig. McLaren ha in mente è un gruppo porno-wave.

Nascono così i Bow Wow Wow.

E così nascono pure gli Adam and The Ants di Kings of the Wild Frontier.

Entrambi “educati” alla musica africana da McLaren in persona che ha intuito come l’elemento tribale possa essere uno dei tratti fondamentali del dopo-punk (e lo sarà, basta ricordare Southern Death Cult, Birthday Party, Theatre of Hate, Public Image Ltd, Fields of the Nephilim, Talking Heads, Virgin Prunes. Killing Joke e, appunto, Bow Wow Wow e Adam and The Ants, NdLYS), entrambi destinati ad un successo di cui ora nessuno pare più ricordarsi.

Eppure Adam Ant nei primi anni Ottanta è il più eccentrico sex-symbol di tutta la new-wave inglese. Metà Corto Maltese e metà Calico Jack (proprio alla sua Jolly Roger è dedicata una delle tracce dell’album), fisico asciutto, viso d’angelo.

Tutte le ragazzine lo vorrebbero a letto.

Si limitano a tenerlo sul giradischi.

È così che Kings of the Wild Frontier, a dispetto di un contenuto non esaltante dal punto di vista artistico ma ancora non del tutto accomodato alle pure logiche commerciali, arriva nei top ten britannici.

Il disco si avvale dei riff twangy di Marco Pirroni, chitarrista punk che all’epoca ha già suonato con Siouxsie Sioux, Rema-Rema, Models, Sid Vicious e con un debole per Duane Eddy e Link Wray (Los Rancheros è una classica western song, Ants Invasion è un riadattamento dello stile da frontiera messicana tanto caro ai Wall of Voodoo mentre Killer in the Home è, in pratica, ricalcata sul riff di Rumble, NdLYS), dell’uso di una doppia batteria che ne accentua la carica tribale e dei cori da riserva indiana di Adam e della sua ciurma. E in questo, non c’è storia, Adam and The Ants sono più credibili dei Bow Wow Wow con quest’aria da pistoleri romantici e cialtroni che hanno appena sparato in testa al punk e adesso si divertono a tracannare rum.

Adam and The Ants, come Capitan Harlock, è una delle immagini degli anni Ottanta che non ci piace dimenticare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JAPAN – Geishe post-punk

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Funky gelido, immagine da froci, nome esoticamente orientale.

Così si presentano al giro di boa degli anni Settanta i Japan, cinque annoiati efebici ragazzi della Londra borghese bruciati dall’impatto con le ambiguità sessuali di New York Dolls, Roxy Music e David Bowie. La Hansa decide di investire su di loro e di farne i paladini della silente comunità gay inglese.

Sono belli e stravaganti.

E pensano che tanto basti.

E in effetti non si sbagliano di tanto: Adolescent Sex, che specula sin dal titolo imposto dalla divisione marketing della Hansa/Ariola sulla disinibita ambiguità sessuale del gruppo inglese, diventa immediatamente un disco di culto nei bar per omosessuali del Regno Unito mentre nei paesi del sollevante i Japan vengono accolti, adottati e premiati con un fanatismo che li ripaga per la curiosa scelta del nome. Il fascino per la cultura, l’iconografia e la musica orientale sono però al momento poco più che un vezzo adolescenziale e una pacchiana messa in scena promozionale montata ad arte dall’etichetta del gruppo che decide di promuovere il lancio del disco piazzando un lottatore giapponese all’ingresso delle redazioni dei giornali per regalare delle copie promo dell’album per le recensioni (tutte puntualmente negative, NdLYS) d’ordinanza.

Il suono dei Japan degli anni Settanta è ancora profondamente occidentale. Si tratta perlopiù di un tentativo di candeggiare le nervose sincopi funky sbiancandole in una forma di glam-rock danzereccio e sintetico costruito attorno alla voce androgina di David Sylvian,depredandolo della sua carica erotica e sensuale e detergendo ogni goccia del suo sudore. 

Adolescent Sex è un’evirazione di James Brown con pochissime chance di sfondare nel mercato in fermento dell’Europa post-punk, soprattutto se si decide, come venne deciso, che i Japan aprano i concerti per una band al testosterone come i Blue Öyster Cult col risultato di venir cacciati giù dal palco al grido di “donnine adolescenti” e invitati a tornare a rifarsi il make-up sciolto dai fari davanti agli specchi della toilette di casa propria. David Sylvian, Rob Dean, Mick Karn, Steve Jensen e Richard Barbieri tornano nella loro periferia londinese a meditare sulla loro identità artistica senza tuttavia scoraggiarsi.

A chi chiede loro come ci si sente ad essere delle stelle di un firmamento che nessuno vuole fermarsi a guardare,rispondono semplicemente di essere Big in Japan. Se non loro, chi?

 

Le registrazioni di Obscure Alternatives si svolgono con i Japan ancora ostaggi dell’Hansa Records e dell’immagine porno-glam che l’etichetta ha loro cucito addosso. Le direttive dettate al team Ray Singer/Chris Tsangarides sono chiare: costruire la disco-music per il nuovo popolo di new wavers in cerca di eroi, sfruttare l’androgina bellezza di David Sylvian per tirare a bordo della scialuppa Japan uomini e donne dall’incerta identità sessuale, orfani figli dello sperma alieno di Ziggy Stardust e delle pose dandy di Bryan Ferry.

In contrapposizione a queste richieste i Japan cercano di lasciar filtrare una identità musicale ancora acerba.

Se non più adolescente, di certo non ancora adulta.

Le chitarre sono ancora le protagoniste assolute della confusa scaletta messa in piedi dal gruppo inglese, sia quando spadroneggiano con fare stonesiano (Sometimes I Feel So Low) o fraseggi degni di Brian May (Automatic Gun), quando simulano ritmiche da robot giamaicani (Rhodesia, Obscure Alternatives) o accennano spastici gesti funky (Deviation) sono ancora loro le prime attrici del caotico suono dei Japan.

La sorpresa, lo scorcio inatteso su quello che sarà il suono futuro dei Japan arriva in chiusura di album, nei sette minuti di The Tenant, registrata in proprio dopo aver cacciato produttore ed ingegnere del suono dagli studi.

È proprio questa, assieme alla Life In Tokyo registrata l’anno seguente assieme a Giorgio Moroder la chiave di volta per il sound dei Japan adulti.

La fase che segna il passaggio dall’adolescenza di un suono ambiguamente stritolato tra disco music, funky androide, glam e bubblegum all’elegante smoking dei gentiluomini con le polaroid.

The Tenant è l’accesso alla via del dolore che verrà percorsa attraverso The Other Side of Life, Nightporter e Ghosts. Un lungo gioco di gimnopedie pianistiche figlie di Satie, giochi Frippertronici di chitarre, distese polari di tastiere, campanelle orientali e un pigro assolo di sassofono a sostituire la voce di David, intento a smaltire le incazzature con Ray Singer.

Sono i primi sette minuti di vita dei nuovi Japan.

Sette minuti di dolore muto.

Le imposizioni dei produttori e le pesanti limitazioni imposte ai Japan dalla Hansa nella prima fase della loro carriera hanno compromesso l’immagine e il suono della band dei fratelli Batt impiastricciando il loro sound fino a renderlo una invendibile e scadente paccottiglia di glam-rock e synth pop.

L’accesso verso il nuovo passa inevitabilmente dal ripudio per quanto confezionato nei due dischi precedenti, raffazzonati e indigeribili tentativi di imbastire un suono moderno e bastardo da parte di cinque ragazzini alla totale mercè di incapaci mestieranti abituati a lavorare con eroi della disco music e su banalità da dancefloor.

Quiet Life è dunque il punto nodale della vicenda artistica dei Japan, il momento di non ritorno verso un estetismo sempre più rigoroso ed eccentrico.  

L’energia profusa al gruppo dall’incontro con Giorgio Moroder trova una sua compiutezza con la scelta di ricorrere a John Punter per la produzione di un intero album che definisca i canoni estetici che Sylvian e compagni inseguono sin dalle origini.

Da questo istante i Japan diventano un’altra band, conscia delle proprie potenzialità e con una identità definita e, soprattutto, originalissima.

Se gli scimmiottamenti glam dei primi anni erano stati sfruttati a vuoto dalla Hansa per fare del gruppo londinese la nuova attrazione per i teenager inglesi e avevano gettato nello sconforto i promoters inglesi che non riuscivano davvero a capire dove piazzarli, le nuove linee esotiche elegantemente incuneate tra gli estetismi androgini di Bowie e Roxy Music e i decadenti accenni alla musica colta di Satie (si ascolti qui il tono grave e doloroso di Despair, non a caso cantata in francese, NdLYS) e Brian Eno (gli eco di Sky Saw che si percepiscono tra le linee di In Vague e della European Son registrata per l’album e poi finita su singolo) tracciano il profilo di una band dal suono unico, penzolante tra decadenti climi mitteleuropei, originali ricami orientali ed eleganti quanto esotiche sincopi dance e di cui la formazione si mostra a ragione fiera fino ad obbligare i manager della casa discografica a sciogliere il contratto lasciandoli di fatto liberi di sfruttare il nuovo potere contrattuale che l’interesse attorno al nuovo disco garantisce loro.

Dopo un lungo periodo buio, all’alba degli anni Ottanta i Japan diventano all’improvviso una straordinaria band di culto e anche di successo, gettando le basi per il movimento new-romantic e ispirando decine di band che veicoleranno il loro messaggio alle zone altissime delle charts, Duran Duran in testa.

Il look frivolo e le pose da rockstar sono sacrificati in favore di un’eleganza più austera e un po’ dandy e soprattutto caratterizzando ed esaltando con decisione le peculiarità tecniche di ogni componente.

David Sylvian si separa dalla sua sei corde per concentrarsi sulla modulazione vocale sempre più suadente e persuasiva, Mick Karn elabora uno stile di basso personalissimo scorrendo morbido sulla sua sua tastiera con una tecnica simile a quella dei suonatori di guqin cinesi (qui sfruttata al meglio dentro le strutture di Alien), Rob Dean alterna decise pennate dal taglio funky a misurati interventi solistici di gran gusto senza invadenza, nel rispetto degli equilibri armonici creati dalle tastiere di Barbieri, sempre più presenti e suggestive, Steve Batt dietro i tamburi si dedica a idee percussive sempre più elaborate.

La musica dei Japan da questo momento in avanti si trasforma da spigolosa in tondeggiante, assecondando la predilezione e il gusto orientale per le forme curve e preparandosi all’affascinante fusione tra la moderna cultura occidentale e la millenaria tradizione orientale che troverà forma compiuta nei due dischi successivi.

Il glam effeminato dei Japan, dopo la svolta esotica di Quiet Life si rifiuterà di tornare alle buffe pantomime dei primi dischi scegliendo piuttosto di scalare il dorso della new-wave più eccentrica per piantare sulla vetta due Hinomaru che rappresentino tutto il fascino della musica orientale immersa nell’algida geometria elettronica del freddo post punk occidentale.

Gentlemen Take Polaroids è il primo di questi due vessilli, conficcato qualche passo più in basso rispetto al baluardo estremo Tin Drum che vibrerà di una timbrica e di un’ispirazione più costante ed omogenea. Aspetti di cui pecca invece questo penultimo disco della formazione inglese dentro cui convivono ispirazioni molteplici che lo rendono concettualmente meno robusto e artisticamente più disorganico, diviso tra le gymnopedie dal Satie notturno di Nightporter e la disco music chic di Methods of Dance, tra le fascinazioni synth-prog di Burning Bridges (replicate su singolo dalle tracce di Richard Barbieri e Rob Dean The Experience of Swimming o Width of a Room, NdLYS) e il funky sintetico di Swing, tra la rilettura di un classico della “musica nera” come Ain‘t That Peculiar ed un omaggio al “continente nero”come Taking Islands In Africa regalata al gruppo da Ryuichi Sakamoto, tra l’eleganza new romantic della title-track e le sinuose curve di My New Career dove gli occhi di David Sylvian, ancora sporcati dal make up, cominciano la trasformazione antropologica che li farà diventare definitivamente a mandorla sul disco successivo: Tin Drum.

Un album con cui non ho mai fatto pace.

Un disco che mi gira intorno come uno spettro. Proprio come uno di quei fantasmi emotivi evocati da David Sylvian su una delle tracce più incredibili di questo disco.

Ho provato a scacciarlo in mille modi diversi cercando di soffocarne l’alito sinistro per ventotto lunghi anni. Ma lui è sempre lì, indenne, a reggere la torcia nell’angolo più sinistro della mia camera.

Tin Drum è un disco che suona come nessun altro disco sulla terra. E in questo sta la sua forza, il suo fascino che è suo e suo soltanto. È un viaggio decadente in un Oriente di palafitte, gong e tamburi di latta.

Un album che ha una sorta di trascendenza divina, soprattutto se confrontata con le musiche di esordio dei Japan che avevano flirtato con le smanie gay di Bryan Ferry e David Bowie senza lasciare segni sulla pelle, come piccoli kanji tatuati con l’hennè.

Il progressivo, graduale avvicinamento alla musica orientale, nonostante il nome, sarebbe avvenuto più tardi, all’indomani dell’incontro con Giorgio Moroder che avrebbe dato vita a Life in Tokyo e indotto la band ad un progressivo cambio di rotta verso l’elettronica e le ritmiche funky. È in questi anni che la band fa del Giappone la sua seconda patria. Non è solo un coinvolgimento spirituale ed emotivo, un esistenzialismo dipinto di astrattismo orientale, un pennello di bambù con cui colorare di esotico i quadri del salotto, l’Oriente diventa parte del “corpo” dei Japan, si fa odore e immagine nitida, tersa e limpida che si staglia sull’orizzonte del loro romanticismo glam. I contatti artistici e privati con la scena locale (la Yellow Magic Orchestra, gli Ippu Do, Yuka Fujii) permettono a Mick Karn, Richard Barbieri, Steve Jansen e David Sylvian di studiare la musica orientale “dall’interno” sviscerandone l’essenza e coagulandola all’interno di un suono che diventa perfetto punto d’incontro tra l’algida elettronica post-punk mitteleuropea e la muzak di origine tribale (non dimentichiamo che anche le percussioni africane eserciteranno un notevole stimolo artistico nell’evoluzione del suono dei Japan, NdLYS).   

Quiet Life e Gentlemen Take Polaroids erano stati i manuali di studio per una musica che sposasse il decadentismo dandy occidentale con le suggestioni orientali di una musica che era morbida e marmorea al tempo stesso.

Stare davanti a Tin Drum è invece, ancora oggi, come stare davanti a una pagoda della Città Proibita di Pechino o ad un Torii che introduce ad un santuario scintoista giapponese. Trasmette quello stesso fascino fatto di curve e di linee simmetriche di cui abbonda la cultura orientale. Provate a imbottire la vostra stanza della musica di Sons of Pioneers e avrete quello stesso sgomento estatico che si prova davanti ad un monumento che sembra eterno.

Orfano della chitarra di Rob Dean, il quartetto si concentra su architetture elaborate, assemblate seguendo le morbide linee di basso di Mick Karn e le intelaiature di percussioni esotiche e di cui The Art of Parties, Talking Drum, Still Life in Mobile Homes e Visions of China rappresentano la chiave di volta. La voce di Sylvian si staglia elegante, ricca di un pathos insieme decadente e alieno che si esalta nei momenti in cui il suono si sguscia e si mostra nella sua fragilità tetra e disperata. Era successo prima con The Other Side of Life e Nightporter, accade ancora di più con gli ectoplasmi sonori di Ghosts.

Un groppo di angoscia che dalla gola scende giù fin dentro lo stomaco. I giardini di loto si sono trasformati in un minaccioso orto di piante carnivore e le ombre cinesi sono ora solo tetre sagome di nude falangi scheletriche ritorte come spettrali rami di acacia.

Tin Drum rimane un affascinante documento sull’arte pop, dal simbolismo dell’affascinante scatto di Fin Costello (che in quel periodo “scatterà” pure per Duran Duran, Bauhaus, Boomtown Rats, Police, NdLYS) sulla copertina fino all’ultimo soffio di flauto africano di Cantonese Boy.

Un disco con cui non farò mai pace.

 

 

                                                                                              Franco“Lys” Dimauro

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