AA. VV. – Original Seeds # 1 / 2 (Rubber)

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Come per i Cramps, la musica dei Bad Seeds si è a lungo sfamata di avanzi, di scarti e rottami blues e rock ‘n roll, di ossa di country music e folk noir.

Tutta la prima parte della vicenda artistica di Nick Cave (diciamo fino alle Murder Ballads del 1996, NdLYS) è imbevuta in questo catrame, in questa furia necrofila che sugge con una cannuccia da quarant’anni di musica nera come l’inchiostro. Non un semplice gioco di rifacimenti e riletture come quello ufficializzato con la pubblicazione di Kicking Against the Pricks” o con le covers disseminate sugli altri dischi dei Bad Seeds ma un intricato domino di citazioni e di sottili, per quanto scuri, rimandi. Nick Cave gioca in un’enorme casa degli specchi dove gli spettri deformati di vecchi folksingers, di rugosi bluesmen, di truci teddy boys e di efebici blue-eyed singers lo costringono a un confronto doloroso ed esorcizzante con la propria anima. Sono i demoni di quel dolore di cui tutta la musica di mr. Cave è impregnata a danzare in cerchio come sul valzer di Weeping Annaleah.

Original Seeds ci fa intingere i piedi in quel bitume e ci offre un pomeriggio a casa di Nick Cave. Odore di tabacco ovunque, bicchieri in cui qualche cubetto di ghiaccio mezzo sciolto e imbrunito dal whisky resta a scintillare come il fuoco fatuo di un dolore difficile da sopportare. Da un vecchio giradischi gracchiante escono fuori i fotogrammi in bianco e nero di questa messinscena dello spleen Cave-iano.

Vecchi blues logorati dal tempo, piccole apocalissi folk, il suono metallico di Stooges e Gang of Four, il rassicurante abbraccio della voce di Scott Walker, qualche rock ‘n roll sgangherato, il confortante saluto gospel di Oh Happy Day, il rurale canto di dolore di Odetta e mister Leadbelly.

C’é quest’aria di morte tutt’attorno, pesante come un sudario.

Fuori dalla finestra nuvole basse, troppo cariche di pioggia per poter solo pensare di volare. La nebbia ha già invaso le strade e sono sicuro che qualcuno da qualche parte, sta preparando un cappio cui affidare il proprio collo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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VIOLENT FEMMES – Sulla strada

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Se fosse lecito uccidere per un disco, un solo disco, io molto probabilmente ucciderei per il disco di debutto dei Violent Femmes.

Un piccolo fiore piantato nella musica americana e sbocciato proprio mentre i campi venivano stuprati da milioni di anfibi dell’hardcore generation oppure riconvertiti in capannoni industriali dove si lavoravano tessuti sintetici e polivinilcloruro.

Dirlo adesso non fa più nessun effetto ma allora, in quel 1980 stretto tra la furia cieca del dopo-punk e l’elettronica polare, era difficile pure immaginarla, una roba simile. Una chitarra folk, un basso acustico da orchestra mariachi, un rullante, un secchio di latta, una voce implorante e atonale, dementi coretti beat e doo-wop, all’occorrenza delle marimbas per supplire alle estemporanee assenze del piccolo tamburino americano. Un’orchestrina da strapazzo, buona giusto per colorare le strade di Milwaukee e far sorridere qualche passante, per far tirare di canestro a qualche bambino che ha uno spicciolo da sprecare o accompagnare il passo malfermo di qualche ubriacone della città e offrire riparo a qualche randagio dentro la custodia troppo vuota e troppo grande del basso. La leggenda narra che a toglierli dall’incrocio tra la North Farwell Avenue e la E North Avenue per una notte siano stati Jame Honeyman-Scott e Chrissie Hynde dei Pretenders che proprio quella notte suonavano nel teatro alle loro spalle. A tirarli via da lì per sempre ci penserà l’ostinazione di quei tre balordi che si sono scelti un nome da assorbenti e di Mark Van Hecke, il produttore che registra la loro prima demo nel suo studio casalingo e che si porta dietro quella cassetta ovunque vada abbandonandola sulle scrivanie di ogni etichetta dell’area urbana di New York, come piccole zattere costrette al naufragio in quei mari troppo vasti per quelle travi di legno marcio. Ma ci pensa pure Robert Palmer, accreditato critico musicale per il New York Times che resta folgorato dalla forza del trio dopo averli visti in azione sul palco del CBGB‘s in apertura dello show di quello scoppiato di Richard Hell. È lui a offrire alla band un riparo sotto il tetto della Shake Records del suo amico Alan Betrock. Senonchè il tetto crolla quando la band è ancora chiusa ai Castle Recording Studios in compagnia del fido compare Van Hecke per registrare, finanziati dal papà di Victor DeLorenzo, i dieci pezzi che hanno destinato al loro album di debutto: sei pezzi dalla vecchia demo e altri quattro brani scelti dal repertorio a cui, ancora per qualche anno, i nostri attingeranno idee per i dischi successivi.

L’idea è quella di un disco “old style”: dieci pezzi, cinque per facciata, con una ballata a chiudere ogni lato, come vogliono le vecchie esigenze viniliche diventate consuetudine di formato. Le registrano nella stessa sequenza con cui le suonano dal vivo, quelle dieci canzoni bislacche, quelle filastrocche balbuzienti, quelle folk songs con le linguacce, suonando di getto, errori e scordature comprese.

Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor DeLorenzo sono, in quel momento, un’alchimia perfetta. Il primo porta in dono il suo amore per menestrelli urbani come Lou Reed e Jonathan Richman e per il vecchio country di Hank Williams e della Carter Family, il secondo la sua passione per le svisate free e l’epica dissonante e pazzoide di Sun Ra e Frank Zappa, il terzo un secco e rotolante effetto percussivo che suona come una massa di tamburi tirati giù per le scale di una villetta a due piani come le tante che affollano la periferia di Milwaukee.

Eppure la loro ricetta non piace a nessuno, tra i grigi palazzi delle case discografiche. A nessuno tranne che ad Anna Statman della Slash.

Quando Violent Femmes arriva nei negozi di dischi nell’Aprile del 1983 nessuno sa bene in quale reparto piazzarlo.

Nessuno sa cosa ci sia dietro quella finestra chiusa dai vetri ammuffiti da cui Billie Jo Campbell sbircia in punta di piedi sulla splendida copertina di Ron Hugo.

Qualcuno lo mette in vetrina, come una stampa di inizio secolo ritrovata per caso in soffitta. E qualcuno entra dentro a comprarlo.

Qualcun altro lo segue, fino a raggiungere quota 1.000.000 a fine decennio.

E nessuno è mai tornato indietro a protestare.

Ogni copia venduta, un prigioniero.

Ogni canzone un altro giro di vite alle manette.

Le corde del basso di Brian Ritchie si aggrovigliano come cime di un veliero in balia delle onde mentre Gordon affida i suoi tormenti (To the Kill, Please Do Not Go, Confessions, Prove My Love, Good Feeling) e i suoi piaceri (Blister In the Sun, Add It Up) giovanili alle sue adenoidi e Victor picchia come un suonatore da marching band durante una parata.

I tre soldatini di fango chiusi dietro i vetri carichi di fuligine sembrano divertirsi ma tutto è sormontato da un’enorme risata amara. Dopo quarantatre minuti gettano a terra gli strumenti sfiniti e guardano verso la finestra. Billie Jo fugge via calpestando le squame di vernice secche come foglie d’autunno e tagliandosi le dita su qualche coccio di vetro. Un attimo. E dietro le imposte divorate dal sole non resta che la luce accecante della prima estate folk-punk, di Billie Joe non rimane che qualche goccia di sangue e l’eco delle sue risate.

Beautiful girl lovely dress
where she is now I can only guess.

She‘s gone, daddy, gone.

 

Millenovecentoottantaquattro. Due anni dopo aver devastato l’underground con il disco d’esordio (ancora oggi uno dei debutti più importanti della storia del rock moderno), i Violent Femmes tornano con un album altrettanto bello ma, già dalla copertina, sottilmente più inquietante.

Hallowed Ground si apre a quel tormento religioso di Gordon Gano che culminerà nella realizzazione di un disco di musica gospel a nome Mercy Seat. Una religiosità sofferta, combattuta, in fermentazione. Mai piena, mai appagata, men che meno doma. Una cristianità che si abbuffa di riti pagani e trae ispirazione della ritualità biblica del sacrificio. Qualcosa che ha a che fare con quella tradizione noir del folk americano e che verrà più avanti ripresa, fra gli altri, dal Nick Cave delle “murder ballads”. Sin dall’apertura, affidata allo sghembo country di Country Death Song Gano ci mette dalla parte del carnefice. È un peccato che non ha redenzione. È un sacrificio non richiesto ma inevitabile. Il figlio immolato nel pozzo senza fondo del pezzo inaugurale è il capro espiatorio per tutte le colpe del padre, una invocazione disperata di aiuto celeste e ciò nonostante la chiave di accesso per l’Inferno. Country Death Song è l’angusto cunicolo che ci aspetta dopo aver aperto la soglia di questo secondo album delle Violent Femmes. Bello e disperato più ancora del primo, ancora legato alla tradizione e ancora più sorprendentemente distante da ogni “educazione” musicale. A suo modo, il Fun House della musica country.

Con John Zorn nel ruolo che fù di Steve Mackay.

Amen.

I Hear the Rain è il velocissimo stomp che segue, uno dei vertici della produzione delle Femmes: un minuto e mezzo dove le voci si incastrano una nell’altra come in un Tetris delirante mentre marimbas e spazzole raspano e battono sullo scheletro della country music.

Never Tell  è invece la classica ballata fracassona nello stile scompigliato del trio del Wisconsin, sulla falsariga della Add It Up del primo album e con siparietto rubato alla Animal dei Talking Heads. Una “formula” che il terzetto replicherà ancora sul successivo The Blind Leading the Naked  intonando il canto pacifista di No Killing. È il basso di Brian Ritchie (sempre, comunque, il musicista più dotato dei tre, NdLYS) a farla da padrona  ma è anche l’uso della voce (secondo quell’alternanza sussurrato/urlato già sperimentata su Blister In the Sun) nasale e irriverente di Gordon Gano a fare la forza di un pezzo imprescindibile nel canzoniere delle Femmes, irriverente e bislacco, tagliato storto come gli abitini pop di Jonathan Richman.

Ed ecco quindi affiorare il primo spiritual del disco, quella Jesus Walking On the Water che in prima istanza era stata bocciata, assieme a gran parte del disco, da Victor DeLorenzo e Brian Ritchie, perché troppo incline ad una idea di cristianità che mal si conciliava col loro ateismo. I Know It‘s True But I‘m Sorry to Say è invece un pezzo dolcissimo, una ballata di chiara ascendenza velvettiana. Sornione e anche un po’ ruffiana, potrebbe sembrare una classica canzone d’amore, di quelle da dedicare alla propria donna sotto una pioggia di stelle cadenti (ben emulate dalla celeste che ne arricchisce l’arrangiamento, NdLYS). In realtà si tratta di un canto di pentimento, che ben si inserisce nel contesto tematico dell’album. La title track torna a carte scoperte, aprendosi ad una citazione Biblica: Il profeta è uno stolto, l’uomo spirituale farnetica a causa della grandezza della tua iniquità e della grandezza della tua ostilità. Il pezzo è uno dei più ombrosi e nevrotici del lotto, molto vicino ai turbamenti elettrici newyorkesi di gente come Patti Smith o Television.

La “normalità” riaffiora con Sweet Misery Blues, ennesimo omaggio al Lou Reed stavolta cantautorale: è una folk-song urbana che racconta di un amore, o meglio della minaccia di un amore. Una devozione che sfocia nella mania ossessiva del possesso.

White Girls traghetta il disco verso il baratro free jazz, dentro l’L.A. Blues del cowpunk. È un pezzo dove peccato e spiritualità si scontrano creando uno dei brani più sensuali dei tre. Trombe diafane, scacciapensieri e campanacci che popolano un hoedown da ghetto metropolitano. Carne (tanta) e spirito (rincorso, anelato, bramato) che si accendono, diventano fame di vita e di sesso, di voluttà rincorsa e poi rinnegata.

It‘s Gonna Rain è un altro spiritual, stavolta ispirato alla figura di Noè e ancora una volta legato all’acqua, elemento dalla forte connotazione simbolica.  

Un disco di dannazione e tormento interiore, un voodoo-punk che getta scompiglio e lambisce grumi di spiritualità dissacrata e malferma.         

The Blind Leading the Naked, l’album successivo, è un disco zoppo, malgrado siano in tanti a sorreggerlo.

Forse addirittura in troppi.

Da Jerry Harrison dei Talking Heads a Fred Frith, da Steve Mackay degli Stooges a Leo Kottke.

Tutti al servizio della band che più di ogni altra aveva segnato la rinascita del suono delle radici senza suonare come delle scimmie replicanti ma come dei bastardi con poco o niente da perdere. Strapazzandone le fronde fino a vederne incrinare i rami.

Raccogliendo il plauso di Ornette Coleman e di altri musicisti colti così come la riverenza dei soliti idioti che gestivano le case del disco. Gente che non era nemmeno in grado di distinguere il suono di un banjo da quello di un piano e di stringere la mano a Ritchie chiamandolo Gordon. Oppure di salvare la vita a una donna persa nelle selve della Foresta Amazzonica con la forza di una canzone.

Ma con Blind qualcosa comincia a cambiare.

Tutti vogliono metterci il dito, finendo per imporre tutte e due le mani.

Il risultato sono delle Violent Femmes che non suonano più come le Violent Femmes ma come un’orchestra dal repertorio variegato come una coppa di gelato Sammontana. È il primo passo verso la banalizzazione del suono che produrrà dischi ignobili come Rock!!! o appena sopra la sufficienza come New Times o Freak Magnet e modesti tentativi di ritrovare la strada perduta su album come 3, Why Do Birds Sing? o il live acustico Viva Wisconsin.

Ma ciò nonostante resta, per me, un grande disco.

Una scorta di canzoni da infilare nel mangianastri dell’auto (questo era il suo destino, all’epoca, NdLYS) e macinare chilometri cantando come una mondina con le chiappe ad angolo retto.

L’ossessione di Gordon Gano rivelata sin dal titolo (una parafrasi di un celebre passo dei Vangeli di Luca e Matteo) per i temi cristiani continua a trascinare le sorti del gruppo verso la deriva provocando la rottura con Brian Ritchie ma serve da ispirazione per alcune tracce-chiave come il caldo gospel sporco di R ‘n B di Faith e l’invocazione di No Killing, musicalmente vicinissima alla struttura di Never Tell e diventata immediatamente una delle canzoni più amate dal pubblico delle Femmes, nessuno escluso. Dal canto suo Brian fa breccia con le frasi cotte nel veleno e asciugate nel disincanto come “Cristo piange fuori dalla porta della tua Chiesa. Non lasciarlo entrare, o ti sporcherà il pavimento” o “siamo diventati quello che volevamo? Tu vai pure per la tua strada. Io continuerò ad amare me stesso più di prima” stese sul boogie-rock di Love & Me Make Three.

Ma è quando la religione diventa beffa e attacco politico che Gordon Gano concede il meglio di sé, come nell’attacco folk-core di Old Mother Reagan che introduce al disco e che sputa una frase come “La vecchia madre di Reagan morì e andò in paradiso. Ma venne fermata all’ingresso dei cancelli perlacei”.

I trenta secondi più importanti dell’indie rock americano degli anni Ottanta sputati fuori ora che i Minor Threat avevano sgombrato il campo e i Replacements erano morti della stessa morte della gente che odiavano.

Il gospel al testosterone torna ad esplodere nell’incalzante I Held Her In My Arms, scoppiettante canzone d’amore figlia di un Belushi sotto anfetamina.

Heartache, Special e Breakin’ Hearts sono altre canzoni eccellenti ma ammazzate dalla produzione di Harrison che sacrifica la natura sghemba del trio di Milwaukee in favore di un rockettino sempre un po’ strampalato ma più canonico, pulito, innocuo.

Candlelight Song è una ballata dall’incedere cupo e mincaccioso in cui uno scacciapensieri e delle congas sembrano seppellite assieme alla bambola di cui Gano canta con sfatto e consumato cinismo.

L’amore mai celato per le ballate di Lou Reed riemerge su Good Friend e soprattutto sulla brevissima cantilena di Two People che chiude idealmente il trittico inaugurato da Good Feelings sul disco omonimo e seguito con la I Know It‘s True But I‘m Sorry to Say di Hallowed Ground. Il peggio arriva quando la band si cimenta con ciò che, per attitudine e diritti ASCAP, non le appartiene. Ovvero la rimasticatura di una vecchia Big Babol dei T. Rex come Children of the Revolution.

Fu il bauletto che allora svelò a molti il genio di Marc Bolan.

Ma avrei preferito che fossero stati i Bauhaus a continuare ad occuparsi della faccenda, piuttosto che loro.

Due anni dopo le Femmes sarebbero tornati con un disco intitolato 3 e che vuole essere sin dal titolo un ritorno all’essenzialità delle origini.

Era il quarto della loro discografia.

Ma si erano accorti, invano, che i conti non tornavano.

Come i vent’anni, del resto.

3: le Violent Femmes rimandano tutti a casa, evitando la gran confusione che aveva regnato durante le sessions del loro “vero” terzo album.

Tre: Gordon Gano, Brian Ritchie e Victor DeLorenzo.

O, se preferite il retro della copertina, una chitarra acustica, un rullante e un basso acustico.

Fanno tutto da solo, le femmine violente. Suonano e producono tutto, con l’unica eccezione per i cameo di Peter Balestrieri e di Sigmund Snopek III sul banale stomp di Fool In the Full Moon che sembra venuto fuori dalle stesse consufe session del disco precedente, sul blues da calavera di World We‘re Living In e sulla depressa ballata di Nothing Worth Living For

3 è dunque un ritorno a quell’essenzialità originaria sacrificata troppo presto in favore di un suono che vuole adeguarsi al rock dei collage americani finendo per banalizzarsi. Un errore che la band del Wisconsin tornerà a fare subito dopo, mostrando una recidiva al disastro da codice penale.

Nei tribunali invece Brian e Gordon ci finiranno una decina d’anni dopo, per le solite questioni di divisione millesimale del condominio comune.

Ma a quel punto dei Violent Femmes non frega più niente a nessuno.

Non così all’epoca dell’uscita di 3, nonostante i tempi d’oro siano inevitabilmente finiti per sempre. Sia chiaro, Gordon Gano ha sempre quella voce monotimbrica a metà tra Richman e Dylan, Ritchie è ancora il miglior bassista della sua generazione e DeLorenzo il peggior drummer professionista sulla piazza (come lo battezzerà il Variety non senza un’ombra di verità, basti sentire cosa combina ai 2’33’’ di Full Moon, NdLYS), l’ironia talvolta davvero perfida dei testi e la veste acustica talvolta baldanzosa (Telephone Book, Just Like My Father, Fat, Lies, Nightmares) altre volte dimessa (See My Ships e Nothing Worth) che scorre per il disco mostrano una band che ha ancora una lucidità che è bene tenersi preziosa. Ma nonostante 3 sia un ritorno alle radici, la furia del loro disco del debutto appare del tutto ammansita. Come se le Femmes fossero tornati si tre animali. Ma tre animali in gabbia.

 

Nonostante anche Victor DeLorenzo si sia nel frattempo tolto lo sfizio del disco solista, all’inizio del nuovo decennio le Violent Femmes tornano con Why Do Birds Sing? un nuovo album che conferma il ritorno alla formula elementare inaugurata da 3, malgrado si conceda qualche arrangiamento più ambizioso che contempla violini, organo Hammond, tablas, ukulele, harmonium e tastiere in parte suonate dal terzetto, in parte da altra gente coinvolta nel nuovo disco.

A mettere scompiglio tra le frange dei vecchi estimatori del gruppo stavolta ci pensa la cover di Do You Really Want to Hurt Me? dei Culture Club risolta da Gano e soci in chiave acustica e spogliata dall’originale abito reggae e rattoppando con un divertente borbottio il ponte dub del pezzo originale. Esperimento riuscito a metà ma che era meglio evitare.

A rassicurare lo stesso pubblico ci pensa invece l’ennesima ripresa dal vecchissimo repertorio del gruppo, quella Girl Trouble che compariva già sulla loro prima demo.

La follia degli esordi pare tuttavia cedere ancora una volta il passo ad una banalizzazione del suono (il terribile assolo elettrico che chiude il call-and-response di Hey Nonny Nonny, il mantello di archi di Used to be, la Life Is a Scream che prelude ai disastri di Rock!!!, il boogie di More Money Tonight, NdLYS) che tende ad appiattire anche gli scorci più vicini alle smorfie folk-punk degli esordi (Flamingo Baby, Look Like That, Lack of Knowledge, I’m Free) riducendoli a una facile parodia di se stessi e dell'”american music” in generale, come voleva la nuova etichetta del gruppo.

Peccato che, nel congratularsi con Brian Ritchie per il materiale nuovo, il presidente dell’etichetta continui a chiamarlo Gordon. Quando si diventa dei numeri, succede.

DeLorenzo molla nel 1993 per inseguire il proprio sogno solista.

Non riuscirà a raggiungerlo, tanto da tornare a casa per il fugace ritorno delle Femmes di quindici anni dopo.

Brian e Gordon lo rimpiazzano subito col vecchio amico Guy Hoffman dei BoDeans con i quali in passato avevano condiviso etichetta (Slash) e produttore (Jerry Harrison) e realizzano per la Elektra New Times che si dibatte ancora tra un passato glorioso ma sempre più lontano (Breakin’ Up, una vecchia scoria dei primi giorni scelta come estratto dell’album, 4 Seasons, la bella I‘m Nothing dove tutto il gruppo si zittisce per lasciar sillabare Gordon, la dolorosa When Everybody‘s Happy), dei “nuovi tempi” abbastanza confusi (Machine è un maldestro tentativo di giocare con la musica a transistor, Agamennon è una buffa burla alla Ween senza la follia dei Ween, Mirror Mirror una storpia ballata alla Tom Waits senza lo sgraziato ghigno di Waits) e un presente del tutto anonimo (New Times, This Island Life, Don‘t Start Me On the Liquor, la tronfia Key of 2 il greve valzer di Jesus of Rio tra le nuove, tante cose da dimenticare). Nessun picco di genio e tanto mestiere.

Abbastanza da scontentare tutti e da vendere talmente poco da giustificare la revoca del contratto con la Elektra e la ricerca disperata di una nuova etichetta che li porterà fino ai confini del pianeta terra.                                          

 

(S)vestite come le altre finte donne del rock ‘n roll, le Violent Femmes precipitano nel mare delle ovvietà con Rock!!!, il disco che certifica il collasso creativo della band di Milwaukee e trascina negli abissi la credibilità del terzetto.

L’ottavo album delle Violent Femmes sconfessa totalmente le geniali intuizioni degli esordi già in parte tradite nei primi dischi degli anni Novanta.

Rock!!! però va oltre nella banalizzazione del suono della band.

Se New Times o Why Do Birds Sing? mostravano una band che si limitava a fare il verso a se stessa, il nuovo album esibisce scialbe caricature di Lou Reed (Sweet World of Angels) o addirittura dei Ramones (She Went to Germany con tanto di one-two-three-four iniziale e coretti rubati a Sheena Is a Punk Rocker)

Incolori boogie-rock da FM americana (Bad Dream, I Danced, Life Is an Adventure, Death Drugs) e l’inconcludente omaggio alla tradizione aborigena australiana (Didgeriblues) che ha il solo scopo di ringraziare la Mushroom per aver creduto in loro. Rock!!! esce infatti inizialmente esclusivamente per il mercato australiano e sarà possibile reperirlo in America ed Europa solo da importazione rimpiangendo così oltre alla banalità del contenuto, anche le spese richieste per la dogana.

 

Freak Magnet  arriva sul tavolo dei giornalisti nel 1998.

Sugli scaffali dei megastore due anni dopo.

Nel frattempo Gano, Hoffman e Ritchie sono stati scaricati dalla Interscope che ha smesso di credere nel potenziale commerciale del disco e hanno ripiegato sulla piccola Beyond.

E in effetti la Interscope stavolta ha visto bene: i Violent Femmes al crepuscolo degli anni Novanta sono degli orfani: abbandonati dai fedeli che seguivano i sermoni di Gano nella metà del vecchio decennio e incapaci di crearsi un nuovo pubblico, continuano a cucinare dischi insapore e, malgrado provino a vestirsi come delle troie, nessuno più si gira a guardar loro il culo quando passano per strada.

Qualche critico distratto, probabilmente spinto fuori strada dalla veste sobria del live Viva Wisconsin, recensisce bonariamente (senza averlo ascoltato) il nuovo album annunciando una riconciliazione col folk/punk dei primi anni.

Minchiate.

Fatta eccezione per la doppietta piazzata lungo il percorso proprio all’inizio della corsia di ritorno (Forbidden e la già più ordinata When You Died che comunque conservano poco e niente della scapigliata verve dei primi anni), siamo dentro una pista di go-kart tra schitarrate quasi hardcore (I Danced, Freak Magnet, Mosh Pit, Sleepwalkin’, la cover di New Generation), ritmi da moderna balera cubana (In the Dark) e barcollanti esperimenti horror (A Story disturbata dalle mani di Pierre Henry) che sono solo una copia volgare delle esilaranti barzellette raccontate agli incroci di Milwaukee ad ulteriore conferma che, a conti fatti, tutto quello che Gordon Gano e Brian Ritchie avevano da raccontare, lo avevano detto in un paio d’anni.

Già nel 1987 il miglior disco dei Violent Femmes si intitolava Come On Pilgrim e lo avevano inciso i Pixies. Nel 2000 saranno i belgi Hells on Wheels ad aggiudicarsi il titolo di “disco Violent Femmes” dell’anno con There Is a Generation of Handicapped People to Carry On. Due anni dopo addirittura agli italiani Zen Circus.

Freak Magnet è una calamita che non attrae proprio nessuno, sancendo la (definitiva?) rottura del circolo femminista di Milwaukee.

Da  in avanti le reunion dei Violent Femmes sono state estemporanee ma costanti.

Alcune su palco, altre negli studi di qualche avvocato, altre volte in studio (pubblicando una cover di Crazy con cui saldano in qualche modo il loro debito con gli Gnarls Barkley che nel 2006 riescono a fare di Gone Daddy Gone un bel tormentone radiofonico). Ma nel 2015 la situazione sembra subire una imprevista accelerazione. I profili ufficiali della band sulle piattaforme social si animano, fra post nostalgici e altri che sembrano un preludio a un ritorno prepotente in scena appesantito da qualche chilo di troppo.

Happy New Year, l’EP pubblicato in occasione del Record Store di quell’anno e We Can Do Anything, l’atteso album del 2016, mostrano un sole basso ma non ancora tramontato.

È un ritorno alla combinazione acustica dei primi anni. Ma in maniera molto, troppo garbata.

Allungando la lista degli incendiari che hanno vinto il concorso dei Vigili del Fuoco.

Finendo per suonare attorno ad un falò orfano di vampe vigorose. 

A battere le pelli dietro dei riconciliati (solo apparentemente) Gano e Ritchie c’è Brian Viglione, anche lui italiano d’origine come Victor DeLorenzo, per dieci canzoni per lo più trascurabili, tirate su con “un piccolo aiuto dagli amici” (Kevin Griffin, Sam Hollander, Cynthia Gayneau), cantate da Gordon Gano con voce più nasale del solito (tranne che per due episodi), accomodate su un senile folk da sofà che solo rarissimamente riesce a suscitare qualche entusiasmo (Travelling Solves Everything e Holy Ghost) e a tirarsi fuori da una mediocrità adatta a questi anni di coscienze assopite.

A dimostrazione che i Violent Femmes posso riuscire davvero in tutto. Anche a farci addormentare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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