NEW YORK DOLLS – One Day It Will Please Us to Remember Even This (Roadrunner)  

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Nel 2004, subito dopo alla reunion fortemente caldeggiata da Stephen Morrissey e celebrata sul palco del Meltdown Festival, la leucemia si porta via Arthur Kane. Ma le celebrazioni per il nuovo matrimonio artistico fra David Johansen e Sylvain Sylvain si protraggono ancora a lungo, partorendo anche un nuovo figlioletto, a ben trentadueanni dal precedente.

È il 2006. L’anno dei rientri storici per il proto-punk mondiale, con i Radio Birdman e gli Stooges nuovamente sul piede di guerra e gli MC5 appena riformati. One Day It Will Please Us to Remember Even This è accolto dunque con grande favore dai vecchi nostalgici e anche dalle nuove generazioni che hanno favoleggiato a lungo su una delle band più straordinarie del rock americano e che adesso possono vedere in azione, seppure in formato “light”. Il disco è una versione parimenti “delicata” del vecchio rock ‘n’ roll sguaiato della band che ovviamente non ha più le pose scandalose degli anni Settanta, risparmiandoci una inutile pantomima e regalandoci uno spettacolo di puro disimpegno che alterna brani accesi come la bella Gimme Luv and Turn On the Light o i classici rock ‘n’ roll a braghe strette delle Dolls come Runnin’ Around, Gotta Get Away from Tommy e Dance Like a Monkey a lentacci forse un po’ troppo stopposi e infilandoci dentro qualche power-ballad dal suono più moderno come Take a Good Look at My Good Looks, la We’re All in Love trascinata da un’armonica che ha perso ogni accento blues e la Dancing on the Lip of a Volcano che la voce di Michael Stipe trascina quasi in zona alternative-rock anni Ottanta. Che vuol dire fondamentalmente R.E.M. e Hüsker Dü.

Tornando a sporcare le strade di New York e dando altra merda da raccogliere al Boy George che si appresta a pulirle con ramazza e paletta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TURBONEGRO – RockNRoll Machine (Burger)  

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I Turbonegro sono morti una prima volta nel 1998. Per tutti.

Una seconda volta, stavolta definitivamente, nel 2010. Questo per me.

Sono morti con l’addio di Hank von Helvete, il pittoresco drugo adesso diventato Doctor James. Da allora hanno realizzato altri due dischi. Due dischi che portano il marchio dei Turbonegro ma che sono privi del loro sogno rock ‘n roll, l’ultimo brandello dei quali è stato portato via da Pål Pot Pamparius.

Detto questo, possono realizzare tutti i dischi che vogliono, meccanicamente, come una lubrificata e operosa catena di montaggio che sa come assemblare ogni pezzo che passa sul loro nastro trasportatore. Potranno farli e io li ascolterò, ma con in bocca il gusto amaro di un sogno sciupato.

Poi verranno i soliti impegni promozionali dove la band dichiarerà puntualmente di aver realizzato l’album più bello “dai tempi di”, il più vero, il più rappresentativo. Funziona così per tutti, perché dovrebbe essere diverso per loro?

Ma RockNRoll Machine non è niente di tutto ciò. È uno di quei dischi che io definisco “fatti col ricettario”. No, non si sono dati alla disco-music ne’ al pop da Eurofestival e continuano a suonare quello che hanno sempre suonato (anche se Skinhead Rock & Roll e John Carpenter Powder Ballad, tanto per nominarne un paio, sono di una bruttezza così pacchiana che se ne vergognerebbe pure David Lee Roth, NdLYS).

Sembrano gli allievi di Dawey Finn, istruiti con quattro ore di lezione sulla storia del rock al giorno, più un’ora di applicazione pratica e un’ora abbondante per le pose e il trucco e infine armati per la battaglia delle band. Sembrano loro ma molto, molto più vecchi. E senza la simpatia di Jack Black, uno capace di inginocchiarsi davanti ai Led Zeppelin pur di avere una loro canzone in un suo film. E uno dei pochi capaci di ottenerla.    

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

GREG ‘STACKHOUSE’ PREVOST – Universal Vagrant (Mean Disposition)  

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Identica formazione del Mississippi Murderer di tre anni fa per il nuovo lavoro di Mr. Stackhouse. Analoghi (ovvero eccellenti) i risultati. L’approccio al blues del musicista di Rochester è ancora una volta passionale ma, nonostante la sua natura ruspante, per nulla calligrafico e formale.

Greg Prevost raccoglie una zolla di terra del Mississippi e la modella come argilla adattandola ad un repertorio che sconfina fuori dalle aree di stretta pertinenza blues ma che di catrame blues è impregnato. Del resto la storia artistica di Greg non può ignorare personaggi come Arthur Lee, David Johansen, Keith Richards, Johnny Thunders, e altri piccoli e grandi eroi imprescindibili del folk-rock, del Motor-city sound, del punk americano battezzati anch’essi con le acque del “Giordano” del blues. Cosicché quando Greg lancia la sua tela di ragno, anche loro ne vengono imprigionati.   

Lontano dal blues inanimato da birreria Universal Vagrant, pur abusando degli stereotipi del genere (chitarre slide, armonica e giri “convenzionali”), riesce a mantenere viva quell’attitudine rock ‘n roll stradaiola sfoggiata dai Chesterfield Kings di Berlin Wall of Sound, come ben dimostrano un paio di episodi autografi come Hayseed Riot e Shot of Rock & Roll o la cover di Moanin’ the Blues, dall’unico singolo di Allen Shaw registrato nel Settembre del 1934 e ad evocare il rock retrò dei sempre poco lodati Black Crowes e dei Primal Scream di Give Out But Don’t Give Up (ascoltare per credere una bellissima per quanto ovvia Lord Shine a Light on Me inzuppata nel caffè macchiato del gospel sudista).     

In attesa che l’America torni “grande di nuovo” e che ci si prepari a pagarne il prezzo, Universal Vagrant ci ricorda che a farne le spese sono stati sempre quelli che non avevano nulla per cui combattere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVE KUSWORTH GROUP – The Brink (Troubadour)

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Dave Kusworth è uno che vive ai margini del mercato. Wikipedia lo ignora e lui aggiorna malamente e in costante ritardo il proprio sito e si affida a pochi amici per stampare i suoi dischi. Carlton Sandercock della Easy Action è uno di questi e tocca quindi alla sua label, dopo la bella retrospettiva di un anno fa, ridare fiducia al genio sregolato di Dave. The Brink è un altro disco senza tempo, carico di quel rock elettrico di cui lui rimane unico custode, dopo che la nera signora ha falciato le vite di Stiv Bators, Johnny Thunders e Nikki Sudden e che Tom Verlaine è entrato in accademia. Sono chitarre che divorano l’aria sotto i colpi della batteria e gli ululati dell’armonica (Someone Else‘s Shoes, Into My Eyes, Repartee, la più scolastica Silver Blades) o che si stendono languide per lasciare che Dave possa parlarci delle solite storie cominciate male e finite peggio. Sleaze rock con l’appeal da perdente che Dave si è sempre portato addosso sin dai tempi dei Jacobites.

                                              

                                                                                 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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AA. VV. – Sleepless in Seattle – The Birth of Grunge (Livewire)

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Il morbo del grunge non fa più paura. Filtrato dai canali mediatici che hanno lasciato passare solo il “commerciabile” dopo il fenomeno Nirvana, il grunge venne istituzionalizzato e canonizzato come musica di tendenza buona per gli spot, reso inoffensivo, banalizzato.
Ecco perché è importante rivalutare il ruolo destabilizzante dei suoi primissimi passi e perché dovete ficcarvi in casa questo disco. Una vera orgia di primitivo grunge-sound, una matassa di punk squamoso, hard rock fuzzato, nuclei di sleazy rock bombardati di stricnina rubati dai dischi ormai introvabili dei vari Malfunkshun, Gruntruck, Tad, Coffin’ Break, Skin Yard, Love Battery, Calculators (la prima band di Mark Arm, NdLYS), 7 year Bitch, ecc. il cui morso non uccide più ma stordisce ancora. Provate a sparare In ‘n Out of Grace dei Mudhoney nelle orecchie moribonde dei vostri amici supertrendy e bruciategli i timpani.

 


Franco “Lys” Dimauro

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TURBONEGRO – Apocalypse Dudes (Boomba)

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Le sei teste della band più fracassona e turpe della restaurazione scandinava vengono rappresentate sfruttando il celebre logo della Symbionese Liberation Army in quello che è il “classico” della loro discografia. Un album che puzza di ACϟDC, Dictators, Alice Cooper, Rose Tattoo, Radio Birdman, Cheap Trick, KISS, Misfits, Stooges, di eccessi, volgarità, vodka e benzina. Un disco di hard-rock teppista e fumante che non lascia nulla all’immaginazione, neppure alla più perversa ed oscena. Tutto è ostentato e sovradimensionato, nei Turbonegro, già dalla scelta camp delle loro divise di rappresentanza che li fanno volutamente assomigliare alla versione druga dei Village People. E poi c’è questo muro di chitarre esagerato a dominare la città immaginaria dentro cui la band si muove con assoluta disinvoltura in un’apoteosi glam esuberante e parossistica che mette in mostra con orgoglio tutte le loro dipendenze psichiche e fisiologiche. Se gli indie-rockers arricceranno il naso davanti all’ennesima banalizzazione del triumvirato droga/sesso/rock ‘n’ roll, chi vuole un nuovo letto di chiodi dove lenire con tecnica da fachiro le inutili sofferenze quotidiane che la cronaca, domestica e massmediale, ci infligge, troverà qui il suo ristoro. Benvenuti, Cavalieri.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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DOME LA MUERTE AND THE DIGGERS – Supersadobabi (Go Down)    

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Il 14 Gennaio del 2013 Dome La Muerte pubblica un annuncio in cui manifesta la necessità di completare la nuova line-up dei sui Diggers. Requisiti: Femmina da 23 a 99 anni, attitudine VERA al R’n’R , capacità , presenza scenica ed ovviamente disponibilità per viaggiare. Non so quanta gente abbia risposto a quell’annuncio ma il nome della candidata prescelta è quello che alla fine compare nel nuovo, terzo album della band capitanata da Dome: Iride Volpi, ventiseienne chitarrista pisana con le dita e il cuore intinte nell’hard rock, nel grunge e nel blues.

Gli altri sono Giampiero Palazzino, batterista di origini pugliesi, e Marco Serani, già bassista per Violent Cocks, Homebreakers, Etherna e Dead Soul e vecchio compagno di birre di Dome, quando il punk era ancora una missione e loro dei missionari.

Il disco è di quelli che in qualche modo sono sempre stati sul tuo piatto e non ne sono mai scesi. E che, analogamente, soggiornano da tempo immemore sugli scaffali di casa Petrosino, accanto ai suoi amati dischi di folk rurale, di canti pellirossa e di musica surf.

Dischi di sleaze-rock, di street rock ‘n roll, di glam-rock, di garage punk.
Che puoi riprodurre con lo stampino, oppure assimilarne le proprietà e azzardarne una tua rilettura, come fanno Dome e i suoi Diggers, anche quando si tratta di confrontarsi con cover che ad altri risulterebbero eccessivamente comode o altrettanto malagevoli come in questo caso Little Doll e The Shape of Things to Come.

Non esercizio di stile, ma stile.

Anzi, neppure quello, ma stilettate.

Supersadobabi ne elargisce a profusione, a dimostrazione di un amore viscerale mai sopito, nonostante i sali minerali versati e l’ asfalto macinato in una carriera lunga e coerente.

Un album che mostra una versatilità (dalla psichedelia spaziale di Broken Chains allo spaghetti-surf di We‘ll Ride Until the End, dal boogie da ferrovia della nuova versione di Bad Trip Blues al rock ‘n roll da subway newyorkese di Nice Family) da cui molti oggi hanno da imparare.

L’America che una volta aveva i Gun Club, i Cramps, i Miracle Workers, gli Heartbreakers, gli MC5 adesso ha poco con cui divertirsi.

Noi, abbiamo i Diggers.  

LOUDato sii, o mio Signore.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

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NEW YORK DOLLS – Too Much Too Soon (Mercury)

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Malgrado goda di reputazione nettamente inferiore rispetto al disco di debutto, Too Much Too Soon mostra, in maniera forse ancora più sfacciata, l’autentico spirito trash delle New York Dolls. La produzione affidata a George Francis Morton avvicina in maniera del tutto naturale la band newyorkese ad una delle sue principali fonti di ispirazione ovvero la musica delle girls-band bianche degli anni Sessanta, Shangri-Las in primis (Morton era stato l’uomo dietro Leader of the PackRememberGive Him a Great Big KissWhat Is LoveI Can Never Go Home AnymoreSophisticated Boom BoomDressed in Black), dando meno gain alle chitarre, adulterando il suono grezzo del gruppo con l’uso di qualche effetto (come era già stato per i dischi delle Shangri-Las) e l’aggiunta di cori femminili e consegnando nelle mani di Johansen e Thunders qualche oscuro 45giri della sua collezione con l’intento di aggiungere qualche cover alla scaletta del disco, per rendere il gioco ancora più grottesco e allo stesso tempo, credibile. La scelta cade su Bad Detective dei Coasters, Showdown di Archie Bell & The Drells e Stranded in the Jungle dei Jayhawks cui viene aggiunta la Don‘t Start Me Talkin’ di Sonny Boy Williamson che le Dolls hanno in repertorio già da un paio di anni.

È un suono da cui pescheranno a piene mani un nugolo di grandi band (quanto Fleshtones c’è dentro Don‘t Start Me Talkin’ e It’s Too Late oltre che, ovviamente, dentro i Chesterfield Kings del muro di Berlino? E quanto sleaze rock deve il suo unico motivo di esistenza dai riff di Human Being e Who Are the Mistery Girls? senza cui forse neppure i Damned sarebbero mai nati? O basti pensare, ascoltando Bad Detective e Stranded in the Jungle che in fondo tutto quello che avrebbero detto i King Kurt in fatto di rock ‘n’ roll della giungla qualche anno dopo, era già stato detto. E ancora, come tacere dell’attacco di Puss ‘n Boots che i Sex Pistols avrebbero ripreso pari pari per la loro Liar senza essere mai citati per plagio?) e che ha raggiunto in pochissimo tempo un livello espressivo efficace e convincente. Ma, soprattutto, Too Much Too Soon rappresenta la scelta precisa e coraggiosa di defilarsi dal ruolo di nuovi eroi del rock ‘n roll in favore di quello di intrattenitori sarcastici e beffardi. In perfetta antitesi con gli Stones che quell’anno pubblicano il serioso e inopportuno It’s Only Rock ‘n’ Roll. Le New York Dolls scelgono di smascherare la loro vulnerabilità, senza alterare il ghigno burlone che li contraddistingue.

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

                                                                                            

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MIRACLE WORKERS – Primary Domain (Glitterhouse)

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Trovata una seconda patria in Europa dove la band californiana diventa vero oggetto di culto, i Miracle Workers stampano per la Glitterhouse il deludente Primary Domain, a dispetto del fatto che il disco venga registrato a Santa Ana, negli Stati Uniti.

Abbandonate ormai del tutto le asperità garage dei primi anni ma anche le deviazioni detroitiane di Overdose, i Miracle Workers cercano una via personale al rock provando a confrontarsi con uno sleaze-rock che potrebbe essere la versione da cantina dello street-rock ‘n roll dei Guns n’ Roses.

Il disco, sia nei momenti più accesi (69 Ways su cui Gerry Mohr vuole ancora ricordare al mondo di essere il miglior giovane armonicista in circolazione, il banale boogie di Ninety-Nine, la cavalcata chitarristica di She Came to Stay con un mortifero break che pare una passeggiata sul Ponte dei Sospiri) che in quelli più morbidi (la ballata Your Brown Eyes, la terribile Mary Jane su cui Gerry offre una delle sue performance vocali più mediocri della sua carriera, la lagna funerea di Tick Tock) volteggia greve come un corvo, avvicinandosi alle nefande creature notturne dei Mission e finendo per schiantarsi al suolo con la pesantezza del granito della copertina. Aver anticipato loro malgrado alcune intuizioni del primo grunge (Screaming Trees e primi Alice in Chains in particolare) non basta a salvare, nemmeno col senno di poi, un disco di cui è meglio disfarsi come un cadavere.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – The Berlin Wall of Sound (Mirror)

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Il parziale allontanamento dal garage sound più canonico annunciato da Don‘t Open Til Doomsday diventa compiuto con la pubblicazione di The Berlin Wall of Sound del 1989, sfacciato tributo allo sleaze rock che grazie al successo planetario dei Guns n’ Roses è tornato in quegli anni prepotentemente alla ribalta.

Greg Prevost e Andy Babiuk assieme ai nuovi Paul Rocco e Brett Reynolds si trovano così a vestire i panni di nuovi New York Dolls e ad affidare il proprio nome a uno stupido stendardo con tanto di sciabole incrociate, scudo araldico e aquila imperiale nella più banale delle iconografie metallare.

Il disco mantiene le promesse della copertina. Rock ‘n’ roll maschio e stradaiolo prodotto da Richie Scarlet che proprio in quel periodo suona fianco a fianco con Ace Frehley dei Kiss per il suo debutto solista Trouble Walkin’ e che è uno che le chitarre sa come farle colare fuori dalle casse.

Dee Dee Ramone regala anche stavolta un brano ma Come Back Angeline non ha lo stesso tiro di Baby Doll, quanto piuttosto quello della celebre Walkin’ the Dog di Rufus Thomas ma ben si adatta al clima da rodeo metallico di tutto il disco che però, nonostante la pioggia di fuoco di chitarre e la batteria che pesta come non mai e malgrado non sia avaro di belle canzoni (Richard Speck, Who‘s to Blame e Love, Hate, Revenge su tutte), non riesce a reggere il confronto con i tre dischi precedenti. L’omaggio al suono dei New York Dolls (nella versione CD è aggiunta la cover di Pills resa pari pari a quella delle Dolls medesime) e agli Heartbreakers è sincero e, come nella tradizione della band, competente, ma si allinea su uno stereotipo un po’ troppo abusato finendo per rimanere schiacciato dal suo stesso peso.

Che poi io preferisca questo disco a quelli dei vari Dogs D’Amour, L. A. Guns, Little Caesar e agli stessi Hanoi Rocks è faccenda del tutto personale.

Ognuno è libero di di scegliersi i propri eroi.

E di liberare Barabba piuttosto che Gesù Cristo.        

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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