IGGY AND THE STOOGES – Metallic KO (Skydog)

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E’ fatto ormai noto, ma vale la pena ripeterlo: se c’è un album che può documentare gli eccessi tossici del rock’ n roll senza sprofondare nel travestitismo splatter del rev. Manson o nel gossip mediatico di un Pete Doherty qualunque ma mostrando invece con crudo raccapriccio il ciglio del baratro eroinomane, beh, signori miei, questo album è Metallic KO, ovvero la registrazione cruda e crudele dell’ultimo gig degli Stooges, il 9 Febbraio del 1974.

Un disco che scardina ogni classico e vetusto criterio di perizia critica e si impone per ciò che è: un abbacinante documento di una delle più furiose e vere discese agli inferi da parte di una rock ‘n roll band. Un disco dove la morte, quella stessa morte irragionevole e mutilante passata cinque anni prima per Altamont, incombe come un avvoltoio. Tutto il resto, scaletta e qualità di registrazione comprese, non conta. Questo per dire che il suono di Metallic KO e in tutte le sue successive ristampe, pur se rimasterizzate e “accelerate” (correggendo il master originale inquinato da un vizio di forma dovuto al registratore usato per catturare il gig, NdLYS), resta quella merda che era. Sono certo che anche tra i più sciatti indie-nerd ne circola qualche copia magari scaricata dalla rete solo per puro “completismo” e non è comunque a loro che mi rivolgo: Metallic KO resta la diapositiva più estrema della più grande r ‘n r band che sia mai passata sulla terra.

Franco “Lys” Dimauro

 Metallic+KO+The+Stooges

 

SOUL COUGHING – Ruby Vroom (Slash)    

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Nel 1993 la Slash si trova orfana di una delle band più eccentriche del suo catalogo, ovvero le Violent Femmes. La necessità di rimpiazzarli si concretizza mettendo sotto contratto un gruppo di New York dal suono scriteriato e pazzoide chiamato Soul Coughing.

Che col suono del gruppo di Milwaukee ha poco a che spartire se non che Ruby Vroom ha la stessa genialità trasversale e busker del debutto di quel  terzetto lì.

A dialogare, qui, ci sono un contrabbasso, una batteria jazz e un sampler. Macchinette infernali che permettono a Mike Doughty di poter cantare su un campione di Toots & The Maytals, di Howlin’ Wolf o Raymond Scott, su una linea di basso rubata a Thelonious Monk, su una rullata marocchina o su una segreteria telefonica. Anzi, due.

Una dedicata all’amore casalingo.

L’altra, all’amore a pagamento.

Osando pure di profanare il tempio dei Fugazi. 

È la versione bianca ed intellettuale del Jazzmatazz di Guru.

Quella meno pappona e pulp del soul grasso dei Fun Lovin’ Criminals che uscirà fuori dalle fogne della stessa città solo qualche mese dopo.

O ancora, quella più giocherellone e stranita del jazz depresso degli Spain che pioverà dalla California l’anno successivo.

Un disco cannibale che si nutre di cose poco ordinarie per metterne su una altrettanto straordinaria.

Genio e sregolatezza, dentro Ruby Vroom.

Disco che ha il coraggio di sfidare l’onda di reflusso del grunge e quella d’urto del punk mettendo sul tavolo gli alambicchi del piccolo alchimista.

Unendo davvero tutti, o quasi tutti. Come le belle donne.

Finendo per essere desiderati da tutti. Come le belle donne.

Da Jeff Buckley a Dave Matthews.

Da Roni Size ai Violent Femmes stessi.

Dai cornicioni del Palace Theatre, i Soul Coughing cagano sulle teste dei passanti.

Come piccioni dispettosi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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PAVEMENT – Crooked Rain, Crooked Rain (Matador)  

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E così, nel 1994, i Pavement si giocano il Loollapalooza.

Colpevoli di aver tirato merda sul bel faccino di Billy Corgan, una mezz’oretta dopo che il lettore ha ingoiato il loro secondo album.

Ma gli Smashing Pumpkins vendono molto di più, all’epoca. E incidono per la Virgin. Quindi, sono loro a dettare le regole.

Billy si segna le parole di Range Life nella sua agenda e promette vendetta. 

E la ottiene.

Crooked Rain, Crooked Rain viene ricordato per questo.

Oltre al fatto di contenere la prima canzone dei Pavement che è possibile cantare: Cut Your Hair (operazione replicabile con la bellissima Unfair, scartavetrando ulteriormente le corde vocali).

E’ il 1994, e i Pavement si consacrano, umidi di pioggia, come la band indie definitiva di quella stagione.

A dispetto di canzoni che sembrano potersi polverizzare da un momento all’altro, sembrano destinati a durare per sempre.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ROLLING STONES – Goats Head Soup (Rolling Stones)    

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A dispetto della follia e della sporcizia rock ‘n roll che saturava Exile on Main St., Goats Head Soup appare come un disco fin troppo ordinato e strutturato, segnando l’ inizio della più vistosa parabola discendente nella carriera dei Rolling Stones.

Un tuffo ispirativo ancora più profondo se si pensa alla tetralogia che l’ha preceduto e che lascia, paradossalmente, ai loro epigoni newyorkesi (leggasi New York Dolls) campo libero per imporsi come i più credibili paladini del vecchio suono stonesiano. Registrato in Giamaica tra la fine del 1972 e la calda primavera dell’anno successivo, negli stessi studi in cui è appena stato inciso un discone come Funky Kingston di Toots & The Maytals, Goats Head Soup vede le comparsate di un gran numero di musicisti (Billy Preston, Nicky Hopkins, Bobby Keys, Ian Stewart, Jimmy Miller, Chuck Findley, Kwaku Baah) e, sebbene alla fatta dei conti non tradisca del tutto quelli che sono gli ingredienti basici della ricetta stonesiana (boogie, rock ‘n roll, blues, honky-tonk, country) suona come un disco svogliato e privo di unghie, con un Keith Richards defilato se non del tutto assente.   

Innescata la miccia del mito, gli Stones sembrano voler cavalcare adesso il comodo ronzino dell’ordinario, scalando le classifiche al passo basculato e sicuro di una ballata stucchevole e stereotipata come Angie.

Il vespasiano di Beggars Banquet è stato ripulito dalle scritte più oltraggiose.

Steve McQueen ritira la sua denuncia.

Gli Stones diventano inoffensivi.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro    

 

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THE RED HOT CHILI PEPPERS – One Hot Minute (Warner Bros.)  

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All’alba del primo trionfale Lollapalooza, i Jane’s Addiction si sciolgono, sputandosi in faccia.

Le dita capaci di Dave Navarro diventano subito tra le più contese fra le altre due band fondamentali della scena di Los Angeles, entrambe bisognose di trovare un sostituto ai dimissionari Izzy Stradlin (Guns ‘n Roses) e John Frusciante (Red Hot Chili Peppers). Sono questi ultimi ad avere la meglio, portando Navarro davanti alla barba di Rick Rubin per il sequel del plurimilionario Blood Sugar Sex Magik e costringendo i fan degli Addiction all’attesa per il risultato.

Che arriva nei negozi nel Settembre del 1995 col titolo di One Hot Minute.

Nel mezzo, tra “quello” e “questo”, sono successe tante cose.

Blood Sugar Sex Magik ha venduto un botto e i RHCP sono diventati la band più “calda” della West Coast.

Ma il successo non ha curato le ferite personali del gruppo.

Kiedis è ripiombato nella sua tossicodipendenza, Flea ha visto naufragare il suo matrimonio tra le onde del Pacifico e Frusciante è infelice di vivere lo stress di un successo che ha travolto l’assetto della band e trasformato l’allegra ciurma in un gruppo di tristi Pierrot.

Nel frattempo, lontano ma non abbastanza dal gruppo, River Phoenix e Kurt Cobain lasciano volare le loro anime come palloncini d’elio. Per sempre.

Al primo e al secondo dedicheranno due delle migliori ballate del disco: Transeeding e Tearjerker.

Per questo, e non solo per questo, rispetto al suo predecessore (e nonostante certe arrabbiate scorribande di funky-metal siano tra le migliori del canzoniere dei RHCP), One Hot Minute è attraversato da una cupezza che lo rende un capitolo a sè nella lunga discografia della formazione americana.

Come se l’alchimia fra i tre peperoncini rossi e Navarro non si fosse mai

realizzata compiutamente, nonostante il disco funzioni alla perfezione.

Forse, addirittura, più dell’ingombrante BSSM, con una sottile e fosca ombra psichedelica che si allunga su alcune delle tracce (la più bella nella conclusiva Transeeding, la più eterea e sinistra nell’introduzione di Deep Kick, la più drogata nel finale dello stesso brano, la più hendrixiana nell’ultra-funk di One Big Mob, la più turbinosa nell’inaugurale Warped) e che fa apparire la musica dei RHCP più cedevole alle emozioni di quanto non sia mai stata in passato e di quanto non lo sarà mai in futuro.

 

Franco “Lys” Dimauro

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JEFFREY LEE PIERCE – Wildweed (Statik)  

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Wildweed è il disco del doppio tradimento: Jeffrey che scioglie i Gun Club al culmine della loro creatività e che sterza verso un rock vigoroso che pompa verso la hit-parade grazie a una produzione con vizio di forma “ad hoc”, inorridendo i fans.

Era un disco pretenzioso Wildweed. Perchè l’esilio cui si era costretto Jeffrey aveva reso lecita l’attesa di un disco mesto, intimista e doloroso. E invece eccolo, il pellirossa Pierce, a darci addosso con l’attacco dance di Love & Desperation: disco-scandalo che voleva esorcizzare un dolore troppo lacerante. Chitarra funky e, sotto, basso (John MacKenzie dei Roxy Music) e batteria (Andy Anderson dei Cure) che fanno l’ amore come si fa l’ amore la prima volta: guardandosi negli occhi.

Poi però arriva il Sex Killer e tutto pare rimettersi al posto giusto.

Se solo la batteria tuonasse un po’ meno, sembrerebbe di stare al quadrivio tra Miami e Las Vegas. Il quadrivio dove Pierce ha incontrato il diavolo.

E il diavolo lo ha lasciato passare. In cambio di un’anima che tornerà a prendersi il 31 Marzo di 13 anni dopo, con la puntualità esattoriale che gli è cara. A quell’appuntamento Jeffrey Lee si farà trovare con un’anima devastata. Un’anima di cui neppure il diavolo saprà che farsene. Ecco perché aleggia senza pace qui, su questa palla di melma abitata da amici col cuore a forma di portafogli.

Jeffrey Lee Pierce solo in una prateria senza più bersagli cui sparare, che chiama a raccolta i suoi amici veri o immaginari. Osaka Jim, Nick the Cave, Kid the Squid, Rollobone Joe, la sua amata Baby Romi, Murray the Man (Murray Mitchell, roadie dei tempi gloriosi con i Gun Club), Konnichiwa Juana.

127 modi di morire.

Quanto è freddo quel vento che soffia e ti scompiglia i capelli, Jeffrey?

Non basta cingersi il pastrano con la cinta, vero Jeff?

Non basta no.

Lo so quanto te.

Occorre stringerla al collo, perché la tempesta si plachi.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE PREACHERS – Preachin’ at Psychedelic Velocity (Teen Sound) / THE HANGEE FIVE – Unpleasantly Yours (For Monsters)

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I Preachers sono italianissimi ma predicano gli stessi sermoni dei Fuzztones.

Che sono quelli di un garage tinto di nero, spesso avvolto in spore darkedeliche e spirali ipnotiche memori del beat spiritato di Seeds e Leo & The Prophets.

Una cripta di fuzz e vibrati Vox cui My Darling ci introduce con garbo sinistro e che ci inghiotte con la grazia di un’Erinni andando a tuffarsi a piene mani nel suono californiano e texano dei mid-sixties e creando degli incastri tra l’uno e l’altro fino ad assistere ad un simbolico incesto tra i Sick Rose di Double Shot! e i Beach Boys nella bellissima Wild Girl o tra gli Stereo Shoestring e i Turtles nella dolce Lovely Girl.

Intermission è uno strumentale horror-surf che taglia in due il disco incastrandosi a Turn Me Out, il pezzo scritto e suonato con Rudi Protrudi e che è in IN TUTTO E PER TUTTO un pezzo dei ‘tones epoca Braindrops.

A seguire You‘ll Never Know che si apre con un “sample” dalla Boss Hoss dei re di Tacoma e prosegue in un turbinìo di sirene e cori dal sapore rockabilly snodandosi in un beat marziale e implacabile dominato dall’organo di Scaio.

La faccia agli estrogeni dei Fuzztones, ovvero quella supervixen in latex nero che risponde al nome di Lana Loveland, è invece ospite nell’unica cover del disco, ovvero l’abusatissima 99th Floor dei Moving Sidewalks che i Preachers riaccendono di una bella furia vintage che non ricordavo dai tempi del debutto dei Chesterfield Kings, complice anche la splendida blues-harp di Valerio Tedeschi. Summer Rain e la sua schiuma di acide piogge psichedeliche chiudono il sipario su uno dei migliori dischi garage italiani degli ultimi anni, malgrado la concorrenza nuovamente agguerrita, come in pieno 1987.

Secondo album pure per i cinque impiccati cagliaritani che, nel frattempo, sono diventati quattro.

In questo caso la registrazione non conta niente. Anzi, tutto.

Nessun costoso studio, nessun ospite eccellente: tutto quello che serve è il proprio garage e qualche microfono.

Riverberi naturali e ampli che ballano l’hangee-stomp ciondolando come cadaveri al suono di questo beat-surf degli Inferi.

Quattro cover oscurissime depredate da raccolte come Texas Punk, Hang It Out to Dry e Florida Punk from the Sixties e dieci originali in perfetta tenuta da becchino. Un suono invasato e lacerante, talmente becero da rifiutare ogni compromesso col facile ascolto o anche solo con l’ammiccante surf sdoganato da Tito and Tarantulas e dai film di Tarantino. Qui, e passatemi la battutaccia, siamo proprio su un’altra spiaggia. Quella dove Tim Warren, gli Unrelated Segments, i Reasons Why, i Nobody‘s Children e i Raunch Hands imbastiscono barbecue e gare sulle tavole mentre le tettone di Las Vegas Grind! prendono il sole con le coppette di strass sui capezzoli.

Italia 2-Resto del mondo 0.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PEARL JAM – No Code (Epic)

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Tra Vitalogy No Code, i Pearl Jam mettono mano a due collaborazioni artistiche importanti con Neil Young e Nusrat Fateh Ali Khan. Due progetti apparentemente collaterali, quelli di Mirror Ball e della colonna sonora di Dead Man Walking, e che incideranno invece in maniera sostanziale per la realizzazione del quarto album. Due esperienze che si riveleranno necessarie ora che i Pearl Jam decidono di mettere in piedi una nuova strategia che li allontani definitivamente dal cliché dei primi tre album e di costruire una nuova identità, più contorta e accigliata.

No Code è piegato da questa necessità. Elaborato con il preciso intento di deludere le aspettative dei vecchi fan, chiedendo loro lo sforzo necessario per buttare giù la statua dei vecchi Pearl Jam.

Uno sforzo reso manifesto già dal singolo che si fa carico di presentare l’album, nel Luglio del 1996, un brano che unisce le arie bucoliche dei Led Zeppelin del terzo album al misticismo qawwali appreso da Fateh Ali Khan e che rifiuta la logica commerciale della sequenza strofa-ritornello ed evita il facile trucco del gancio melodico vincente e dell’impatto sonoro devastante.

È questa la logica che sta dietro a tutto No Code.

La necessità di smorzare i toni, di rendere i Pearl Jam una band dal volto umano, lontana anni luce da quella immagine di muscolosi supereroi che sembrava saltare fuori prepotente dalla copertina e dalla musica di Ten.

La voce di Vedder si ridimensiona.

Cede all’emozione invece di cavalcarla, fino a farsi spezzare come succede quando su Sometimes intona sfilacciandosi come un collant “devote myse-e-e-lf” oppure  scegliendo volutamente il sussurro  confidenziale all’enfasi carismatica  di cui tutto il mondo lo sa capace.

O addirittura facendosi da parte, come succede su Mankind.

La musica si fa inafferrabile e sfuggente. I Pearl Jam ci lasciano stavolta senza ritornelli da cantare e 156 Polaroid e 13 canzoni tutte da decifrare, strappandoci di mano anche l’invisibile air-guitar che per qualche anno ci aveva fatto sentire degli eroi inutili.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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