DATURA4 – West Coast Highway Cosmic (Alive Supernaturalsound)

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I Datura4 sono il progetto che ha salvato la vita artistica di Dom Mariani allargando a dismisura il suo pubblico, trovando rifugio non più tra i fanatici del power-pop che il musicista australiano ha esplorato in tutte le sue forme per più di trent’anni ma nella numericamente più ricca compagine di chi ama il rock-blues di chiara matrice seventies. Un regalo non da poco che Dom Mariani ricambia facendo di quello che sembrava un progetto estemporaneo, un vezzo da rockstar ormai prossima alla pensione, un’attività a tempo pieno e a regime serratissimo.

West Coast Highway Cosmic è infatti il quarto album in cinque anni. Insomma, non siamo ancora arrivati allo stakanovismo di King Gizzard and The Lizard Wizard ma poco ci manca. Musicalmente invece è proprio tra il pubblico dei “rivali” che il nuovo disco sembra voler trovare consenso. Non che i Datura4 stiano diventando una replica di quelli, ma disco dopo disco certe analogie, certi riferimenti si sono fatti più prossimi, sconfinando in prossimità di certi campi seminati a prog, senza mai scavalcare il recinto.

Guardano un po’ incuriositi, appoggiati alla staccionata, questo si. Indecisi se buttare i piedi di là e poi alla fine ritraendosi in pascoli meno insidiosi (Get Out, A Darker Shade of Brown) se non addirittura nel granaio (You Be the Fool). Eppure è proprio in questo annuncio disatteso, quando il suono sfugge al boogie alla Canned Heat in cui rimane intrappolato in più di un’occasione che questo nuovo album sembra offrire le sue cose migliori o perlomeno quelle che potrebbero centrare in pieno il target che Mariani sembra essersi prefissato da cinque anni a questa parte, radunando folle lungocrinite nei festival estivi, se mai torneranno e se mai avremo ancora i capelli lunghi.       

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THESE IMMORTAL SOULS – I’m Never Gonna Die Again (Mute)  

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Il secondo album dei These Immortal Souls supera di gran lunga il primo per tensione drammatica avvicinandosi molto al blues noir dei Beasts of Bourbon, abbeverandosi alla stessa mammella di latte nero e superandolo in depravazione. Rispetto al disco di debutto la chitarra di Rowland S. Howard non si limita ad una presenza atmosferica ma torna a dominare gran parte della scena, allestendo degli splendidi dialoghi sconci e immorali con il pianoforte di Genevieve come quelli di My One Eyed Daughter, The King of Kalifornia, Insomnicide, Up on the Roof, Shamed accentuati dall’incalzare di una batteria che da tribale diventa adesso barbara. Se l’album precedente apriva una qualche ferita, I’m Never Gonna Die Again muove il coltello dentro quel solco della carne con compiacimento e livore, con Howard intento ad usare la sua sei-corde per scavarci dentro come fosse un tomahawk su un tronco di abete rosso.

L’intimismo, sebbene ancora presente in dosi massicce, sfuma adesso verso una dimensione plateale, quasi epica e cerimoniosa, diventando celebrazione condivisa della perdizione cui le anime sembrano votate e predestinate.

La casa di These Immortal Souls viene avvolta dalle fiamme.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ACϟDC – The Razors Edge (Albert Productions)  

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Chissà se Malcolm Young negli ultimi anni della sua vita, quando il mostro cefalopode dell’alzheimer gli concedeva un attimo di tregua dai suoi tentacoli, si sarà ricordato di aver scritto una cosa come Thunderstruck, uno di quelli archetipi della canzone hard-rock per cui centinaia di band avrebbero venduto mamme e sorelle all’orco pur di poterne reclamare la paternità. Forse no. E questo è di una tristezza infinita. Thunderstruck è il pezzo che apre il dodicesimo album agli ACϟDC, la testa d’ariete che spalanca al gruppo australiano la porta degli anni Novanta.

Dentro c’è ad esempio una cosa come il pezzo che dà il titolo all’album, che è un facocèro con due manici di chitarra al posto delle zanne in grado di ravvivare l’erezione del gruppo dopo le prestazioni deludenti degli ultimi anni. Dentro, come in un safari, si può assistere ad uno dei migliori duelli tra i due mammiferi Young cui si possa aver la fortuna di presenziare.

Bello pure il riff quadrangolare di Fire Your Guns e il consueto bisticcio di chitarre tra due ragazzini che amano farsi i dispetti, come nella legge più elementare del rock ‘n’ roll.   

Are You Ready e Moneytalks dal canto loro, con i loro cori volgarmente accattivanti,  si avvicinano a quel bubblegum di band come gli Slade (curiosamente il batterista assoldato per il disco porta lo stesso cognome della band inglese, NdLYS). L’assalto delle chitarre è sempre feroce ma l’impressione è che si possa cantare anche col culo schiacciato su un cuscino di spine, mentre Angus continua a percorrere il palco col suo passo di forbice. Facendo le boccacce.  

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

ROWLAND S. HOWARD – Pop Crimes (Liberation)  

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Quando Rowland S. Howard si mette al lavoro per il suo secondo disco solista ha il fegato in pappa e la faccia verde come una vecchia, stropicciata banconota da due dollari fuori corso, tanto da dover camuffare lo scatto di copertina con un colore innaturale e “pop”.

Si è ammalato dello stesso male della sua musica e non sa se il tempo che gli rimane gli consentirà di subire il trapianto per cui è in lista di attesa. Ma vuole fare di tutto perché gli consenta almeno di completare un nuovo disco. La sua seconda volontà verrà soddisfatta consentendogli di stringere in mano il suo secondo album solista per due mesi, prima che la morte lo trascini via il 30 Dicembre dello stesso anno. Come per quello di dieci anni prima, ci sono Mick Harvey e Brian Hooper alle macchine, più il rumorista John Brooks dei Blackeyed Susans e la cantante degli HTRK Jonnine Standish impegnata nel duetto di apertura, quello che per la seconda volta, dopo i Waterboys, ci parla di una ragazza di nome Johnny.  

Rowland ci lascia addobbando un albero di Natale senza luci festose mentre suona un disco dei Talk Talk che penetra nel suo cervello come un mantra proprio quando Mark Hollis canta “la vita è quel che ne fai, non puoi sfuggire. La vita è quel che ne fai, non guardare indietro”. E Rowland sa che alla fine quel veleno di cui ha cantato si è liberato nel suo corpo fino ad inquinarne la linfa rendendola simile al fiele.

E se si pizzica la carne, di quel veleno ne stilla ancora qualche goccia mista a sangue, che è il calamaio in cui intinge il plettro di quel quadro decadente di Pop Crimes.

Scuro e denso, con le lampade fioche ad illuminare una veglia natalizia che quest’anno è un’attesa di morte anziché una profezia di nascita.

L’asino zoppica come un’anima storpia mentre si inerpica per i sentieri polverosi del Golgota. 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BREADMAKERS – The Breadmakers (Soundflat)  

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I Breadmakers erano la house-band della Corduroy, quando esisteva la Corduroy. Band ed etichetta erano creature di Nicky Shutdown, così come i Puritans, i Driveaway Service e gli Shutdown ’66, tutti mostri liberati dalla fantasia di Nick per dare sfogo al suo amore per il suono cisposo degli anni Sessanta. Un amore che non deve essere mai passato del tutto, se alla soglia della terza età il buon Nick decide che è tempo per riformare la band e pubblicare un nuovo disco scrivendo una decina di canzoni nuove assieme ai compagni e aggiungendo un paio di oscure cover come Ain’t Going Nowhere degli Invaders e Moonshine dei Marksmen.

Disco che ci mette un po’ ad ingranare e dà il meglio di se proprio nello spazio compreso tra le due cover, con grandi numeri come Monkey Do, Lakeside Drive, Take the Lot, Swamped! e lo strumentale Goodtime Charlie ad illuminare ciò che in Australia si è spento da un po’.

Grazie Nick per aver portato le torce.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SUNNYBOYS – 40 (Feel Presents)  

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Fanno bene i Sunnyboys a celebrare i quaranta anni di carriera. E fanno bene a celebrarli con un gadget musicale. Fanno ancora meglio ad inserire nel disco solo foto d’epoca, che in quarant’anni ci siamo abbrutiti un po’ tutti, io per primo che fatico a leggere le note di copertine di questa uscita celebrativa e a seguire i vari asterischi di cui è punteggiata. Andrà meglio a chi si assicurerà l’edizione in vinile, con i Sunnyboys giovani in formato poster, come ai tempi in cui compravamo Rockstar e Tutti Frutti.

La loro musica invece no, non è invecchiata. Neppure quella “datata” che occupa metà del disco (tanto per capirci, i quattro pezzi del 7” omonimo del 1980, opportunamente rimasterizzati) ne’ quella “nuova”, registrata nel 2018 e rifinita nell’estate dell’anno successivo, che occupa l’altra metà e che in realtà nuovissima non è (Can’t You Stop e Way After Five erano stata registrate in passato dal solo Jeremy Oxley, Lovers era già stata incisa su Get Some Fun, Strange Cohesion l’avevano portata a spasso per un po’ senza mai inciderla in studio). Nuovi sono in ogni caso gli arrangiamenti, che ricordano quelli di Wildcat, loro ultimo album in studio del 1989, quindi con sperpero di tastiere e fiati che provano senza riuscirci del tutto a rovinare il pasto power-pop della band australiana.

Però, diciamolo, l’irrinunciabile di 40 è stipato tutto nei primi quindici minuti. Il resto farà contenti i parenti, che adesso dovrebbero comprendere anche una bella schiera di nipotini.

“Senti com’era bravo nonno tuo?”

“Si nonno, ma sei anche su Spotify?”

“Si tesoro, siamo finiti tutti lì dentro, perché il rock ha la forma di un imbuto”

“Ah, è un imbuto. La ricerca per immagini di Google mi faceva vedere un catetere”   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

 

 

SUNNYBOYS – Sunnyboys (Mushroom)  

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Una storia di fratelli e di surf, di sole e di ragazzi. Sembrerebbe la storia dei Beach Boys invece siamo sulla costa australiana, nei primissimi anni Ottanta: Peter e Jeremy Oxley sono due ragazzini che praticano surf agonistico, almeno fino a che la schizofrenia di quest’ultimo non raggiungerà livelli patologici che lo costringeranno ad abbandonare lo sport. Ma sono anche due appassionati di musica che ancora abbondantemente minorenni mettono su diverse band con cui girare per i college: i Wooden Horse, Jerry and The Jets, i Golden Syrup, i 4Play, i Charley, gli Shy Impostors, i Kamikaze Kids sono la scala a pioli con cui i due possono acquistare dimestichezza con gli strumenti e trasformarsi da semplici performer in autori di grandissimo prestigio, tanto che quando escono allo scoperto con Sunnyboys, l’album che porta lo stesso nome della loro nuova band, i fratelli Oxley entrano di diritto nella storia della musica australiana come il perfetto anello di congiunzione tra la gloriosa tradizione di Vanda/Young a quella degli Stems e Hoodoo Gurus che esploderà da lì a breve.

Jeremy Oxley non ha ancora venti anni ed è in grado di scrivere, cantare e suonare pezzi eccezionali. Tanto che anche Rob Younger, ingaggiato come cantante, decide di farsi da parte, lasciando campo libero a quel ragazzo che sta uscendo dall’adolescenza per entrare nella storia del rock australiano.

Il disco di debutto dei Sunnyboys è una delle VETTE PIU’ ALTE del rock australiano di tutti i tempi. Dodici canzoni una più bella dell’altra, ognuna migliore di quella precedente. Power-pop elevato a potenza, con dei solo di chitarra micidiali e una voce, quella di Jeremy, capace di bussare fino alla porta di Dio invitarlo a scendere sulla terra e melodie mai banali, mai scontate, mai ordinarie e che però non ti riesci a schiodare dalla testa già dopo il primo ascolto. Come fossero sempre state lì, in agguato. Smorfiose e ingannevoli meretrici cui piace giocare coi ragazzini, lasciando una striscia di fard sul cuscino.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SCIENTISTS – Blood Red River (Au-Go-Go)

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Nel 1981 Kim Salmon fa due incontri destinati a cambiargli, se non la vita, perlomeno il suo lessico artistico. 

Il primo è un incontro, anzi uno scontro, incorporeo: è la scoperta della musica dei Cramps e del loro immaginario eversivo e truce che fonde horror e porno.

Il secondo è invece un incontro vero, con un chitarrista chiamato Antony Thewils. Assieme a lui, conclusa la fase “adolescenziale” (in tutti i sensi) degli Scientists con la defezione di Baker e dopo la breve parentesi dei Louie Louie con cui Kim Salmon cerca di deviare il tiro iniziale verso un primitivismo ancora più estremo, Kim pone le basi per il nuovo corso degli Scientists, dove amore e morte si rincorrono in un carosello che balla al tempo di un blues catramoso.

È l’approdo nella swampland, il deserto australiano percorso da un fiume rosso sangue. Un fiume che gli Scientists attraverseranno non senza problemi, con un andirivieni continuo di personaggi che si affiancano alla comitiva con la stessa facilità con cui la lasciano e una discografia sminuzzata che raramente troverà lo sbocco di un vero e proprio album. Quelle che gli Scientists saranno piuttosto cartoline dall’inferno. Una di queste, un po’ più lunga delle altre, si intitola proprio Blood Red River e viene scritta nel Settembre del 1983 e sembra inviata da una baracca infestata di spiriti crampsiani e piena di carcasse stoogesiane.

Gli scarichi sono intasati di una poltiglia cremisi.

Il laboratorio degli Scientists diventa una fogna a cielo aperto.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

COLORED BALLS – Heavy Metal Kid (EMI)  

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Chi se ne è sempre tenuto alla larga pensandolo un disco metal, faccia ammenda: Heavy Metal Kid è, come il primo album dei Colored Balls (adesso tronchi di una “u” per un semplice “orrore” di stampa, NdLYS) un disco di rock and roll accostabile a quelli di Dr. Feelgood e Flamin’ Groovies con un’appena più pronunciata tendenza per l’”escursione in solitario” soprattutto per quanto concerne la chitarra solista e ad una certa propensione alla spettacolarizzazione glam dell’antica arte del gorgheggio doo-wop.

Qualche mese prima c’è stato il tentativo della EMI di fare esplodere la band, costringendoli ad incidere un singolo radiofonico intitolato Love You Babe di cui la band si vendica contestualmente, infilando sul retro la sua “versione cattiva” Shake Me Babe. Una sorta di amnistia tradita sul momento, prima di tornare a trafficare sull’album con il materiale a loro congeniale.

Nulla di terrificante, val la pena dirlo. Non quanto la cattiva fama che la band si trascina appresso e che li vuole etichettati come una congrega di fascisti che radunano nei loro spettacoli tutto il peggio della sottocultura di destra che sia possibile raccogliere. Il “cartellone” del secondo album della band di Lobby Loyde e Ian Millar è invece per nulla eversivo o fanatico quanto piuttosto un rock ‘n’ roll vivace e a tratti quasi parodistico. Niente di cui avere paura insomma, anche se proprio in apertura del disco i Coloured Balls piazzano un sasso enorme come il pezzo che dà il titolo all’album, costruito su due riff rocciosi che si alternano ora crescendo ora decrescendo fino a cozzare uno sull’altro.

Un ostacolo che bisogna scavalcare per rifugiarsi poi nel r ‘n’ r accogliente di pezzi come Do It, Just Because, Private Eye, Back to You e nei boogie rozzi di Tin Tango o Custer’s Last Stand.  Roba tirata via dai fornelli quando è ancora mezza cruda.

Come la pasta al dente.

Come la bistecca al sangue.                  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK AND THE GODOYS – Fast Freight (Career)  

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Non è la prima volta che i fratelli Godoy affiancano Deniz Tek nelle sue imprese: una quindicina di anni fa, nascosti dalla maschera dei Golden Breed, avevano realizzato con lui Glass Eye World per la medesima etichetta. Come quello questo nuovo Fast Freight è un disco senza fronzoli. Spartano ed essenziale. Straight-in-the-face, dicono gli americani. I riff asciutti della sua chitarra fanno piazza pulita delle ingombranti presenze di fiati e tastiere dei suoi ultimi lavori. Le sessions di registrazione, limitate ad un paio di giorni per le strutture e un altro paio di sedute per l’aggiunta della voce e dei piccoli, ficcanti interventi solistici, rivelano tutta l’urgenza espressiva che sta alla base di un lavoro che dopo l’ultima sortita solista del disco strumentale che lo ha preceduto è tornata prepotentemente a bussare al vecchio cuore rock ‘n’ roll di Deniz. E lui ha aperto.

When the Trouble Comes, Death Note, Out of the Mood, John Henry’s Hammer, Bo Diddley Is a Surfer, la cover di Alone in the Endzone sono una risposta a quell’appello.  

Ora sta a voi aprire la vostra, di porta.

E rispondere a questo appello.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro