COLORED BALLS – Heavy Metal Kid (EMI)  

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Chi se ne è sempre tenuto alla larga pensandolo un disco metal, faccia ammenda: Heavy Metal Kid è, come il primo album dei Colored Balls (adesso tronchi di una “u” per un semplice “orrore” di stampa, NdLYS) un disco di rock and roll accostabile a quelli di Dr. Feelgood e Flamin’ Groovies con un’appena più pronunciata tendenza per l’”escursione in solitario” soprattutto per quanto concerne la chitarra solista e ad una certa propensione alla spettacolarizzazione glam dell’antica arte del gorgheggio doo-wop.

Qualche mese prima c’è stato il tentativo della EMI di fare esplodere la band, costringendoli ad incidere un singolo radiofonico intitolato Love You Babe di cui la band si vendica contestualmente, infilando sul retro la sua “versione cattiva” Shake Me Babe. Una sorta di amnistia tradita sul momento, prima di tornare a trafficare sull’album con il materiale a loro congeniale.

Nulla di terrificante, val la pena dirlo. Non quanto la cattiva fama che la band si trascina appresso e che li vuole etichettati come una congrega di fascisti che radunano nei loro spettacoli tutto il peggio della sottocultura di destra che sia possibile raccogliere. Il “cartellone” del secondo album della band di Lobby Loyde e Ian Millar è invece per nulla eversivo o fanatico quanto piuttosto un rock ‘n’ roll vivace e a tratti quasi parodistico. Niente di cui avere paura insomma, anche se proprio in apertura del disco i Coloured Balls piazzano un sasso enorme come il pezzo che dà il titolo all’album, costruito su due riff rocciosi che si alternano ora crescendo ora decrescendo fino a cozzare uno sull’altro.

Un ostacolo che bisogna scavalcare per rifugiarsi poi nel r ‘n’ r accogliente di pezzi come Do It, Just Because, Private Eye, Back to You e nei boogie rozzi di Tin Tango o Custer’s Last Stand.  Roba tirata via dai fornelli quando è ancora mezza cruda.

Come la pasta al dente.

Come la bistecca al sangue.                  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK AND THE GODOYS – Fast Freight (Career)  

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Non è la prima volta che i fratelli Godoy affiancano Deniz Tek nelle sue imprese: una quindicina di anni fa, nascosti dalla maschera dei Golden Breed, avevano realizzato con lui Glass Eye World per la medesima etichetta. Come quello questo nuovo Fast Freight è un disco senza fronzoli. Spartano ed essenziale. Straight-in-the-face, dicono gli americani. I riff asciutti della sua chitarra fanno piazza pulita delle ingombranti presenze di fiati e tastiere dei suoi ultimi lavori. Le sessions di registrazione, limitate ad un paio di giorni per le strutture e un altro paio di sedute per l’aggiunta della voce e dei piccoli, ficcanti interventi solistici, rivelano tutta l’urgenza espressiva che sta alla base di un lavoro che dopo l’ultima sortita solista del disco strumentale che lo ha preceduto è tornata prepotentemente a bussare al vecchio cuore rock ‘n’ roll di Deniz. E lui ha aperto.

When the Trouble Comes, Death Note, Out of the Mood, John Henry’s Hammer, Bo Diddley Is a Surfer, la cover di Alone in the Endzone sono una risposta a quell’appello.  

Ora sta a voi aprire la vostra, di porta.

E rispondere a questo appello.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROSE TATTOO – Assault & Battery (Albert Productions)  

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Ok ok, gli ACϟDC erano i primi della classe.

I Rose Tattoo invece erano i ripetenti.

Niente divisa da scolaretto per Peter Wells. Per lui solo un bottleneck di metallo da calzare perennemente sul dito medio, come un profilattico d’acciaio.

Per Angry Anderson invece solo abiti proletari. Salopette jeansate, bretelle, magliette unte, canottiere, tatuaggi, jeans coi risvolti, scarponcini da lavoro. Un apprendista da officina in libera uscita. Del resto, come canta su Assault & Battery  “I’m just a workin’ man, I’m just a workin’ man”, no?

O molto più verosimilmente uno skin che passeggia inquieto nel cortile di un qualche riformatorio, accompagnandosi con altri poco di buono. Del resto, come canta sempre lì dove ho detto: “The charge was assault & battery ad they dragged me off to jail”, no? Tutto vero, dunque.

Con gli ACϟDC condividono però molte cose: la città di provenienza, l’etichetta discografica, il team di produttori e non ultimo un amore viscerale per i riff rock ‘n’ roll ad altissimo volume. Quelli dei Rose Tattoo sembrano però pattinare sul ghiaccio. Merito della chitarra slide di Wells che li trascina sulla pista fino allo sfinimento, che in questo secondo album è rappresentato da Suicide City.  

C’è però questa condizione “da fuorilegge” che li avvicina nelle intenzioni ma non nei risultati, ai Motörhead. Hard-rockers che piacciono più ai punk che ai metallari, tanto che anni dopo i loro dischi verranno ristampati da un’etichetta come la Captain Oi!. Ma che in realtà non piacciono mai davvero ne’ agli uni ne’ agli altri.

Assault & Battery fallisce infatti il secondo tentativo di imporre i Rose Tattoo, lasciando la band di Sydney per sempre ai margini della storia, in barba a tutte quelle concilianti cose che ho scritto prima.

Come i Dictators, come i Flamin’ Groovies cacciati dall’aula con l’accusa infamante di aver copiato durante il compito in classe e di aver sputato per terra all’ennesima nota sul registro. Rimasti nei corridoi a far festa coi bidelli e mai più rientrati.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

KRYPTONICS – Rejectionville (Memorandum)  

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Dave Faulkner, James Baker, Kim Salmon e Dom Mariani a metà degli anni Ottanta sono degli eroi per tanti, in quel di Perth. Sicuramente sono degli eroi per Ian Underwood, un ragazzone che negli ultimi anni di scuola ha messo su un paio di band dal presente incerto, figurarsi il futuro. Ma nell’Agosto del 1985 quel presente ha un nome: Kryptonics. Di futuro neppure a parlarne, ma all’improvviso un loro pezzo comincia a circolare per le radio della città, consegnato a mano proprio da Ian. Quel pezzo si intitola Oedipus Complex, una cavalcata elettrica martellante che ha la stessa luminosità abbagliante degli Hoodoo Gurus. Solo che i suoi raggi sembrano illuminare il mare in tempesta dei New Christs. Fantastico.

Sulla scia di quel successo locale una piccola etichetta locale offre loro la possibilità di registrare in uno studio professionale quello e altri brani, lasciando al gruppo la scelta di pubblicarne un paio su singolo. Stranamente, Oedipus Complex verrà esclusa dal loro primo 7”, quello che ringrazia quei Dave, James, Kim e Dom in copertina e che nei solchi nasconde altri tre pezzoni come Baby, As Long As You’re Mine e Plastic Imitation che però soffrono della scelta infelice di registrare la traccia vocale separatamente dalla base strumentale, con un effetto di scollamento che ne fa un’occasione mancata. Anzi, tre.

Il singolo perfetto esce invece due anni dopo, con una tigre volante pronta al decollo o appena planata in copertina e dentro due canzoni come Land That Time Forgot scritta da Underwood pensando a Leilani dei Gurus e She’s Got Germs che il nuovo arrivato Peter Hartley porta dal repertorio della sua vecchia band. In aggiunta, uno strumentale intitolato Love Story, tanto per non spegnere subito gli amplificatori scaldati a dovere da due pezzi tra i più belli del rock australiano degli anni Ottanta.

Quando arriva il momento di tirar su un vinile più grande, anche quella seconda line-up si è disintegrata. Nonostante questo, 69, il mini-LP che Ian e i nuovi Kryptonics stampano su Waterfront, è un disco convincente, il definitivo approdo nella terra dei guru hoodoo con anthem come Telephone Line, Everything’s Lonely e Don’t Trash Me perfettamente riconducibili ai Gurus di Magnum Cum Louder.

Probabilmente castigati dalla scelta, infelice all’epoca, di continuare a stampare rigorosamente in vinile anche quando quasi tutte le radio hanno già installato i lettori per compact disc, gli ultimi due dischi dei Kryptonics, un curioso sette pollici che gira, per chi sa manovrarlo, a 33 giri e un altro mini pubblicato stavolta dalla Zero Hour passano quasi inosservati. Ed è un peccato clamoroso, perché nonostante la band sia arrivata ormai alla sua ottava incarnazione la scrittura di Ian resta ad altissimi livelli, con Faulkner e Peter Perrett come numi tutelari ma anche Paul Westerberg e Evan Dando a far capolino da pezzi come Melancholy Valentine, Ashes, Astrid e Rejectionville che è il pezzo che intitola questa raccolta onnicomprensiva pubblicata dalla Memorandum. Due pietre tombali dentro cui viene seppellita tutta la storia di una delle più belle e sfortunate band australiane di sempre.

Se passate da qua, non dimenticate di dire una preghiera.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DIED PRETTY – Every Brilliant Eye (Blue Mosque)  

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All’epoca della sua uscita ho odiato profondamente Every Brilliant Eye. Del resto avevo già odiato Lost e avrei continuato così per ogni album dei Died Pretty successivo a Free Dirt, che giudicavo e ancora giudico la loro vetta inarrivabile.

Ma Every Brilliant Eye lo odiavo ancora più forte, perché quando lo ebbi fra le mani mi accorsi che il nome di Frank Brunetti che sul primo album era indicato, secondo la tradizione che il gruppo a lungo conserverà, primo fra i primi, stavolta non c’era proprio. Neppure quello di Mark Lock c’era, del resto.

I Died Pretty cominciavano a diventare un affare dei soli Ron Peno e Brett Myers.

Ce n’era ancora abbastanza per spettinarsi, certo. Che quando Myers comincia a soffiare forte diventa Ezechiele e noi dei poveri porcellini. E Peno è sempre un po’ la versione da orco di Dylan e di Young.

Però…sai quando avverti che il romanzo sta prendendo una brutta piega? Ecco, Every Brilliant Eye era quel momento lì. Poi con gli anni certe intransigenze si sono smussate, avendo accatastato tante delusioni quanto metà della mia collezione di dischi. E sono diventato più accomodante.

Col senno del poi e la schiena che comincia ad apprezzare più il riposo che la fatica, il terzo disco dei Died Pretty non è affatto male. Anche perché Brunetti è andato via ma, non si sa come, ha lasciato lì le sue tastiere.

Certo, Face Toward the Sun andava sfrondata di almeno due minuti. Che la schiena è diventata quel che dicevo ma le palle sono rimaste sempre uguali. E True Fools Fall e Rue the Day girano un po’ a vuoto, con una “brillantezza” che mal si combina con i toni tempestosi e torvi di cose come Prayer, Sight Unseen, Whitlam Square, From the Belly o del vertice del disco The Underbelly.

Arrivano e portano ancora polvere, i Died Pretty. Anche adesso che la tempesta è passata da un pezzo.

      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE EASYBEATS – Volume 3 (Albert Productions)  

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Il terzo capitolo discografico degli Easybeats si apre con Sorry.

Quindi le istruzioni d’uso sono queste:

Abbassare la puntina sul primo solco, rialzarla dopo due minuti e mezzo, riposizionarla sul solco iniziale. Continuare così fino a morte sopraggiunta.

Basterebbero questi due minuti e mezzo per fare di Volume 3 l’album da possedere a tutti i costi. Viaggiando per paralleli (oltre che per meridiane, visto che ci troviamo in Australia) è un po’ come quando vedi un bel paio di tette, e quella porzione di corpo ti basta per accendere il desiderio della restante parte del corpo.

Ecco, con Sorry gli Easybeats mostrano le tette. E sono due tette bellissime. Due ghiandole mammarie ruspanti, prosperose e ricche di latte beat. Due ghiandole da grattare con veemenza ma senza usare le unghie, come lo strumming della chitarra ci lascia immaginare prima di quel ritornello intoccabile, inviolabile come l’altro paradiso che le ragazze degli anni Sessanta cominciavano a mostrare ancora nascosto dietro un velo spesso di cotone bianco come zucchero filato.

Ho reso l’idea? Credo di si.

Sorry è una delle vette della produzione pop australiana di tutti i tempi. Ovvio che al suo cospetto anche la restante scaletta scompaia, nonostante pezzi come You Said That, Promised Things o Going Out of My Mind siano lì come la Madonna sull’altare di tutto il power-pop che da quella terra arriverà dagli anni Settanta in poi. Stems compresi, ovviamente.

C’è, ovvio, una dipendenza a volte eccessiva dagli zuccheri beatlesiani nella musica del quintetto australiano. Che in quel periodo è mal comune e gaudio altrettanto comune. Ma anche quando si tratta di tirar giù qualche schizzo a ricalco, pochissimi possono vantare un tratto preciso come quello degli Easybeats. Voi riuscite a farlo senza sporcarvi il bordo della mano?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCIENTISTS – 9H2O​.​SIO2 (In the Red)  

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Il titolo è quello di un composto chimico. Un silicato sciolto in qualche sostanza acquosa, immagino.

Un esperimento, insomma. E forse è questa la chiave di lettura di questo inatteso ritorno degli Scientists che dopo due singoli ha adesso preso la forma di un miniLP di cinque brani.

Il pattern ritmico di Leanne Cowie che apre Hey Sydney e che fa da base per il rapping di Kim Salmon e sul quale si innestano via via un basso poderoso, una striscia rumorosa di bave chitarristiche e lo straniante coretto delle Na Na Splits è in effetti una sorta di laboratorio dove la band di Perth sembra divertirsi a miscelare tra provette ed alambicchi. Noi che nell’ora di laboratorio di chimica preferivamo sbirciare sotto il camice dell’assistente anziché miscelare e attivare i reagenti, un po’ meno.     

Però con gli Scientists basta aspettare che l’acquitrino salga.

E l’acquitrino sale.

Si sente ribollire già con Self Doubt, che suona come i Dream Syndicate che si divertono a suonare swamp blues, più attenti a deformare che a rifinire.

Wot’s This Game è un’altra sperimentazione, totalmente fuori di testa. Con il coro di mille bavose che, appiccicate, alla chitarra scivolano giù una volta scoperto che il robusto riff d’apertura diventa in realtà una vischiosa colata di metallo fuso.

I’m Taking It with Me è una spiritata cavalcata di valchirie che marciano però a passo di blues. Un tetragono dove i Birthday Party incontrano i Pussy Galore. Il resto immaginatelo voi. Ma in fretta, perché il pezzo dura un minuto e mezzo, quanto la prestazione sessuale dell’uomo medio italiano.  

Gli Scientists che tutti conosciamo arrivano alla fine, nell’abominevole 100 Points of I.D., quattro minuti di singhiozzante rumore blu, mille watt di chitarre che si leccano l’una con l’altra, toccate senza pudori da basso e batteria, con martellante insistenza. E Kim che con quella voce lì potrebbe leggere anche l’elenco delle sue amanti e lasciarci appiccicati alle casse come moscerini sul parabrezza.     

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

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L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

cr

No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

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MICK MEDEW AND THE MESMERISERS – Open Season (I-94 Bar)  

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Il bar con la musica migliore d’Australia sponsorizza il ritorno (si fa per dire, visto che Mike non è mai andato via da quel mondo, NdLYS) discografico di Mick Medew, che quando avevamo tutti più capelli era la voce trainante degli Screaming Tribesmen.

Un disco che mostra un Medew in gran spolvero, arrangiato e suonato per far colare miele dalle orecchie di quanti amano il power-pop, ovvero quel suono sfacciatamente retrò, altamente contagioso e perennemente scaldato dal sole che proprio in Australia ha trovato una sua naturale patria d’appartenenza grazie a band come Hoodoo Gurus, Stems, Pyramidiacs, Sunnyboys, You Am I o artisti del calibro di Dom Mariani e Michael Carpenter e, ancor prima, formazioni come Eighty Eights, Brewskins, Clones, Riffs, Chalice, Skates per tacere degli immensi Easybeats.

Open Season si accoda a quella lista in virtù di una scrittura vivace che ai classici “trucchi” del genere abbina anche una propensione verso il suono contadino del vecchio country-rock (ascoltare Deep River o Exile on Boundary Street, prego) con risultati apprezzabili e, nei pezzi migliori del lotto (Open Season, Why Did I Fall in Love with You e Imaginary Friend), mostra una qualche affinità timbrica con il Peter Perrett che tutti amiamo, il che ce lo rende se non irrinunciabile, simpatico oltremodo.

Quindi cappotta abbassata, se potete, e vai di cori e chitarre scampanellanti.  

Se non potete, immaginatelo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CELIBATE RIFLES – Sideroxylon (Hot)  

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L’Italia è un paese pigro.

Al 25 Giugno 2019 la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

Immagine1

 No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon, il Presentat-Arm! del 1983, il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro