THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

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L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

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No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

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MICK MEDEW AND THE MESMERISERS – Open Season (I-94 Bar)  

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Il bar con la musica migliore d’Australia sponsorizza il ritorno (si fa per dire, visto che Mike non è mai andato via da quel mondo, NdLYS) discografico di Mick Medew, che quando avevamo tutti più capelli era la voce trainante degli Screaming Tribesmen.

Un disco che mostra un Medew in gran spolvero, arrangiato e suonato per far colare miele dalle orecchie di quanti amano il power-pop, ovvero quel suono sfacciatamente retrò, altamente contagioso e perennemente scaldato dal sole che proprio in Australia ha trovato una sua naturale patria d’appartenenza grazie a band come Hoodoo Gurus, Stems, Pyramidiacs, Sunnyboys, You Am I o artisti del calibro di Dom Mariani e Michael Carpenter e, ancor prima, formazioni come Eighty Eights, Brewskins, Clones, Riffs, Chalice, Skates per tacere degli immensi Easybeats.

Open Season si accoda a quella lista in virtù di una scrittura vivace che ai classici “trucchi” del genere abbina anche una propensione verso il suono contadino del vecchio country-rock (ascoltare Deep River o Exile on Boundary Street, prego) con risultati apprezzabili e, nei pezzi migliori del lotto (Open Season, Why Did I Fall in Love with You e Imaginary Friend), mostra una qualche affinità timbrica con il Peter Perrett che tutti amiamo, il che ce lo rende se non irrinunciabile, simpatico oltremodo.

Quindi cappotta abbassata, se potete, e vai di cori e chitarre scampanellanti.  

Se non potete, immaginatelo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CELIBATE RIFLES – Sideroxylon (Hot)  

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L’Italia è un paese pigro.

Al 25 Giugno 2019 la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

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 No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon, il Presentat-Arm! del 1983, il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

COLOURED BALLS – Ball Power (EMI)  

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Nello stesso anno in cui gli ACϟDC danno inizio alla loro carriera, i Coloured Balls pubblicano il loro album di debutto, tracciando già le linee guida di quello che sarà lo stile impugnato dalla band dei fratelli Young per i loro primi due album. Ball Power è in effetti il disco australiano che meglio di qualunque altro riesce a coniugare il plebeo rock ‘n’ roll da birreria con l’asciutto hard-rock stradaiolo degli MC5, sbrodolandosi dentro i jeans mentre suonano con le chitarre quello che Jerry Lee Lewis e Little Richard suonavano seduti al pianoforte. Una band capace di radunare e conciliare tutte le sottotribù sociali australiane, dagli aborigeni ai primi punk ad esibire il taglio mohawk che diventerà loro marchio di fabbrica solo due, tre anni più tardi, quando verrà adottato come taglio ufficiale della comunità punk inglese (provate a dare un’occhiata a questo: https://www.youtube.com/watch?v=JNcdUbVWH8E, NdLYS), dai nudisti ai rockettari, in visibilio per una mostruosità come l’epica cavalcata chitarristica di G.O.D. con cui la band assoggettava le masse ai suoi concerti. Il tutto senza cadere negli eccessi, salendo sul palco con delle mise così dimesse e ordinarie che in piena epoca glam li facevano somigliare più a dei gelatai e a dei magazzinieri in pausa pranzo che ad una rock ‘n’ roll band, che ancora oggi voi non adottereste neppure per scendere in spiaggia.

Lobby Loyde invece poteva permetterselo.

E così vestito, poteva avere il mondo ai suoi piedi.

O almeno una buona porzione di esso.

Era il dress-code degli sharpies, figli del proletariato locale vestiti in abiti da lavoro con un proprio codice d’onore in cui lealtà e violenza erano i primi due comandamenti, mentre al terzo posto c’era con buona probabilità una venerazione assoluta per i Coloured Balls e il loro rock ‘n’ roll  buono per farci a botte o per farci all’amore. Pezzi come Won’t Make You Up Your Mind, Flash, Human Being (poi rifatta dai Bored!), That’s What Mama Said (ripresa decenni dopo da un insospettabile Stephen Malkmus, NdLYS) sono un’orgia festosa di r ’n’ r basico, essenziale e infettato di elettricità.

Rock and roll con le palle.

Colorate.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AMYL AND THE SNIFFERS – Amyl and The Sniffers (Rough Trade)  

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Come se fossero tornati gli Avengers.

No, non quelli in tuta di poliuretano che sfrecciano sul cielo di Hollywood ma quelli che quando passavano davanti alla capitale del cinema (e ci passavano, che quella era la zona), sboccavano di brutto dopo l’ennesima notte di eccessi.

Dunque sono tornati quegli Avengers e, cara Houston..abbiamo un problema: questi sono ancora più incazzati, ancora più sudici e disperati.  

Amyl e gli Sniffers vengono da Melbourne e hanno più proiettili nella cartucciera che i Motörhead di Ace of Spades. Pezzi come Cup of Destiny, Control, Shake Ya, Starfire 500, Punisha, Monsoon Rock, GFY penetrano le pareti come se fossero mura di burro.

Non serve dire molto, che mentre vi parlate addosso la piccola e indiavolata Amyl e i suoi ragazzi sono già arrivati a devastarvi la stanza, ad insudiciarvi di schiuma da barba come i Damned teppisti fecero coi vostri papà quando ancora non stavano a con le babbucce a guardare le serie tv. Serve dire solo che il debutto degli Sniffers si candida a miglior disco punk dell’anno.

Dovrebbe bastarvi.

Se così non fosse, vi meritate Pitchfork e le retrospettive di Classic Rock.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DATURA4 – Blessed Is the Boogie (Alive Naturalsound) 

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E così, dopo anni di profezie power-pop, Dom Mariani si scopre amante dei Canned Heat, degli ZZ Top e degli Humble Pie. Succede più o meno agli inizi dell’ultimo decennio. La band con cui può dar fondo a questa nuova passione si chiama Datura4 e vede in azione al suo fianco Greg Hitchcock, già nei Bamboos, negli You Am I e per un brevissimo periodo nei New Christs. Un amore che non è nemmeno troppo estemporaneo, essendo già al terzo parto. Chitarre fumanti che si fermano un attimo prima di diventare l’ennesima pantomima stoner ma che sono quanto di più lontano possiate immaginare dalle sottili pareti di cartongesso degli Stems, dei DM3 e dai Someloves, anche se Sounds of Gold tradisce l’indole di Mariani nel rievocare pur senza volerlo la freschezza pop degli Easybeats, anche se rivestita di chitarroni che sembrano estratti dalla fanghiglia del Rio Grande. Ooh Poo Pah Doo e di Evil People galleggiano, pur pesanti, in una palude di Hammond come certi Deep Purple quando Jon Lord mostrava loro i libri delle fiabe, prima che l’eruzione si plachi e la band si distenda sul prato dei Wishbone Ash per pezzi come Not for Me, Cat on a Roof e The City of Lights senza in realtà saper bene cosa fare. Menando il can per l’aia in attesa che alzi la gamba e faccia i suoi bisogni. Che tuttavia non sempre coincidono coi nostri.

Franco “Lys” Dimauro

HUGO RACE – Stations of the Cross (Bang!) 

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Stampato all’epoca esclusivamente solo su cd ed in sole 2000 copie, Stations of the Cross è uno dei capisaldi della discografia di Hugo Race, all’epoca ancora in pianta stabile nei Bad Seeds di Nick Cave. Il disco documenta un’esibizione modenese in solitario e in acustico del musicista australiano a simboleggiare da un lato un legame con la nostra terra che negli anni Race sceglierà come patria adottiva e campo per innesti da cui raccogliere altri frutti cattivi e dall’altro una riappropriazione dei canoni elementari della musica americana che in quel medesimo periodo attrae personaggi come Jeffrey Lee Pierce, Mark Lanegan, Kurt Cobain.  

Il repertorio è quello dei suoi dischi dei True Spirit e qualche cover blues.  

Roba semplice e schietta suonata con tocco da amanuense del blues, come la Send Me Your Pillow di John Lee Hooker sistemata a metà scaletta o la versione rurale, primitiva di J-Wray Day che sboccia ferrigna e spinosa quasi in chiusura.

L’Hugo Race ancora trentenne e bellissimo che viene ad abbracciarci, col suo pezzo di legno appeso al collo come il tronco di un patibolo.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BEASTS – Still Here (Bang!) 

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Tornano i Beasts, senza Bourbon.

Ma pure senza Brian Hopper, andato a bere un po’ più in là, nei campi elisi dove le nostre menti banali fantasticano sulle reunion perfette e definitive e là dove solo poche settimane dopo la registrazione di questo disco è andato a raggiungerlo Spencer P. Jones, dopo aver fatto testamento olografo qui con At the Hospital, parlandoci di quel posto da lui frequentato con assiduità negli ultimi mesi della sua vita e regalandoci uno dei momenti migliori di questo disco che rappresenta lo sbocco creativo della reunion della reunion della reunion dei BoB che non è forse definitiva e di certo non è perfetta. L’apertura del disco ad esempio si lascia un po’ troppo trascinare dall’entusiasmo finendo per mostrare dei muscoli che non sembrano neppure i loro, quanto piuttosto quelli dei Verve meno svenevoli (On My Back) e della Rollins Band (Pearls Before Swine). Tendenza al culturismo che viene ribadita più avanti su It’s All Lies e che fortunatamente lascia spazio a territori più consoni a quelli della band australiana e che si fanno largo in pezzi come nella cover di The Torture Never Stops, nell’ironica Your Honour, sul rock and roll stonesiano di Drunk on a Train, nella dolente What the Hell Was I Thinking e nella palude sinistra di Don’t Pull Me Over dove davvero, come presi da una suggestione simile a quella dei turisti di Lochness, ci pare di intravvedere la sagoma della Bestia venire su dalle acque luride. Pensando che forse non abbiamo fatto il nostro viaggio invano, quantunque in larga parte lo sia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

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Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro