RITES OF SPRING – End on End (Dischord)

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A convincere Ian MacKaye ad aprire le porte della “sua” Dischord ai compaesani Rites of Spring era stata una demotape di sei brani (pubblicata moltissimi anni dopo in CD per la medesima etichetta) in cui un ragazzo che sfoggiava una curiosa sinonimia lessicale in vece del suo nome sputava sangue dentro un cartoccio di punk violentissimo.

Erano stati fra i primi a far propria quella “rivoluzione davanti lo specchio del bagno” iniziata con Zen Arcade e che avrebbe davvero rivoltato il punk americano come un calzino offrendogli una possibilità di fuga guidandolo verso l’introspezione. Quando va a vederli suonare al 9:30 Club resta folgorato dai loro spettacoli che puntualmente finiscono nel caos più totale.

Che era una costante di tutti i concerti hardcore, certo. Ma per i RoS, quei finali dove tutti gli strumenti venivano spaccati e durante i quali Picciotto si arrampica sugli amplificatori o sull’impianto luci per poi lanciarsi giù, si spoglia di ogni  denuncia sociale e politica e diventa un altro modo per mettersi a nudo, proprio come il petto di Guy, implume e svestito.

Nel 1985, con la pubblicazione dell’omonimo disco di debutto, si inaugura dunque ufficialmente la “stagione” dell’emo-core, del punk che diventa un flusso catartico di emozioni, una cassetta di primo soccorso per le piccole noie della vita.

Lo si scoprirà solo dopo, quando i Fugazi che saranno il frutto di quella ammirazione di MacKaye per Picciotto ne potranno diffondere il verbo su scala nazionale prima e mondiale subito dopo. I Rites of Spring invece, erano stati solo un affare cittadino, una primavera metropolitana che necessitava dunque di essere nuovamente rivissuta con questa bella collezione che raccoglie tutto quello che ebbero la possibilità di dire, in quei sedici mesi di vita, comprese le piccole mutazioni dell’EP postumo che in qualche modo tracciavano il ponte con il suono fugaziano che verrà.

Benvenuta (di nuovo), primavera.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – I Guess This Is Goodbye (Deep Elm)

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ATTENTI!
Ve lo stanno vendendo come la nuova grande cosa: è l’indie-rock della tribù nerd.
Sono “i figli di una timidezza criminalmente volgare” di cui cianciava Morrissey 15 anni fa. Nei negozi lo trovate alla voce “emocore”. E’ una belva imbalsamata.
La puoi avvicinare nella tranquillità del salone di casa tua e pensare a quanto possa essere stata selvaggia, se qualcuno non le avesse tolto gli artigli. Un po’ triste.
E di tristezza ci si nutre, il più delle volte. Scambiando l’emozione con il dolore.
La Deep Elm ha votato alla religione emo la sua esistezna, ha messo in saccoccia un bel po’ di nomi (Imbroco, Brandtson, Starmarket, Camber. ecc.) e periodicamente documentato quanto si muove “sotto” nei suoi “diari emo” di cui questo rappresenta il quinto traguardo.
Un riflettore puntato sulle nuove comparse di quella che sarà la prossima scena da dimenticare.
Ne va da se che non sempre i gruppi proposti sono all’altezza del grande salto.
Ottimi i White Octave per esempio, già al debutto per la Deep Elm, con il cantato di Stephen Pedersen vicino al Robert Smith più spigliato (un timbro, quello di Smith, a cui dovremo nuovamente fare l’abitudine nei prossimi anni, statene più che certi, NdLYS). Anche gli schizofrenici Cast Aside potrebbero riservarci grandi sorprese se sapranno smussare l’arroganza delle esplosioni simil-grind e rendere meno paralizzante il loro lato più intimista lavorando più sull’impasto piuttosto che sulla semplice somma algebrica dei due elementi che ne informano lo stile.
Altrove, spesso, son dolori. Come nel cantato tritacoglioni alla Billy Corgan dei Keith Ravine, nel pop incolore dei Reubens Accoplice, nel piagnucolio della Accentuate dei Billy e in altre sfocate, piatte, inutili manifestazioni di orgoglio nerd che affollano questo disco e zavorrano già l’intera scena.

Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – 13 Songs / MINOR THREAT – Complete Discography / SHUDDER TO THINK – Get Your Goat / JAWBOX – Novelty / LUNGFISH – Talking Songs (Dischord)

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La recente opera di recupero e rimasterizzazione del catalogo Dischord ci da l’opportunità di rificcare il naso dentro suoni e dischi che hanno marchiato indelebilmente i primi anni novanta. La Dischord è stata e continua ad essere una fucina, un esempio di reale indipendenza mentale e gestionale. Un cazzo in culo a tanti lecchini che girano (e governano) il music-business.
Cosa siano stati capaci di costruire i Fugazi sin dal primo EP del 1988 è dominio pubblico per i nostri lettori, quindi saprete certo che 13 Songs raccoglieva in un unico supporto i primi due mini (Fugazi + Margin Walker). Dentro c’era già gran parte (ma non tutto) di quello che il gruppo di Washington userà come clichè per il proprio marchio di fabbrica. I Fugazi sono stati i Clash della generazione emocore, una autentica macchina da guerra che metabolizzava roba diversissima come l’hardcore, il noise, il raga-rock, la psichedelia (che emergerà in dischi tardi come Red Medicine o End Hits), il reggae (avete mai ascoltato attentamente le linee di basso di Joe Lally?, NdLYS), il dub, finanche la musica da camera e da sonorizzazione e ne faceva un’altra cosa, una creatura epilettica e mutante. La nevrosi urbana dei Fugazi è il singhiozzo della nostra civiltà, insieme rabbiosa e meditabonda, furiosa con gli altri e melodrammatica con se stessa e The Waiting Room rimane tra le dieci punk songs più belle di sempre. Chi li ha seguiti conoscerà, di striscio o profondamente, i Minor Threat. Una vita brevissima come i loro pezzi ma che segnerà le coordinate, stilistiche e soprattutto concettuali, per tutto il movimento straight edge. Una furia esaltante contro i lifestyles autolesionisti e distruttivi. Lucidità mentale e fisica anteposte ad ogni altro valore. Essere punk per Ian e soci voleva dire esserci davvero, nel pieno delle proprie facoltà mentali. Complete Discography, facile capirlo, ne raccoglie tutta la carriera. Forse l’opera omnia più veloce e breve in cui vi possa capitare di imbattervi. Ma fatela vostra.
Sicuramente meno diretti gli Shudder to think, mai amatissimi dai seguaci del nocciolo duro del punk rock. Il loro powerpop, a tratti molto vicino a quello di una band come Urge Overkill, anche se immerso sovente in un soffice feedback memore dei Dinosaur Jr., risulta spesso troppo lambiccato, costruito, arty. Get Your Goat, pur non avendone lo “spessore” storico, è un po’ il Pet Sounds del punk di Washington e dell’american rock tutto. La fantasia al potere è lo slogan, e questo molto prima che il Bollettino Soffice del Flaming Lips divenisse il disco più sopravvalutato degli anni novanta tutti.
Altri intellettuali dell’hardcore furono i Jawbox di Jay Robbins, nati dalle ceneri dei Government Issue. Potrei azzardare che Novelty sia l’album più accessibile dell’intera discografia Dischord e non credo di discostarmi molto dalla verità. E se l’Atlantic, fiutandone le capacità commerciali, avrebbe loro offerto da lì a breve un buon contratto, forse non sono l’unico a pensarlo. Ma erano gli anni dell’azzardo post-Nirvaniano, e tutto andrebbe ridimensionato all’equazione allora vigente tra le majors indie rock=dollari. Putroppo per loro avrebbero fallito il colpo, con esiti disastrosi. Ad ogni modo, il loro epitaffio per Dischord fa peso su un punk da collage-radio che sarebbe stato copiato da una marea di indie bands. Provate a fare un salto a casa Crank! o Deep Elm per sincerarvene.
Più crudo il secondo album della lunga carriera dei Lungfish, prodotto tra l’altro proprio da McKaye: convulso, malsano, contorto, rumorosamente impervio, sofferto. Rispetto alle prove di Jawbox e Shudder to Think sopra citate, Talking Songs è un disco che ha retto meglio l’urto del tempo, forse proprio per una questione meramente anatomica: il sound dei Lungfish era fisicamente robusto, guadagnando in capacità di penetrazione ciò che perdeva in eleganza rispetto a tanti compagni di etichetta. C’è la serpe nera del blues che striscia dentro questo disco, ecco cosa. La vedi passare mentre Friend to Friend In Endtime o Parthogenesis ti si muovono dentro. E il Diavolo, nonostante tutto, non può mai sbagliare.

Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – Instrument Soundtrack (Dischord)

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Alla fine del decennio la band si zittisce e fa parlare le immagini. Sono quelle che scorrono lungo Instrument, il film diretto da Jem Cohen che esce in VHS nel Marzo del 1999 e che ripercorre per due ore, dall’esplosione del punk fino alle ultime sedute in studio che hanno prodotto End Hits, tutta la storia della band. Ad accompagnarlo, in formato audio, lo sperimentale Instrument Soundtrack: diciotto tra demo, outtakes e inediti che mostrano come, se avessero voluto, i Fugazi avrebbero potuto essere “altro”. Un po’ come riuscirono a dimostrare i Clash.

Valgano come esempio la I‘m So Tired suonata al piano da Ian McKaye dove c’è già tutto l’Ed Harcourt che verrà dieci anni più tardi, oppure l’irriconoscibile, soffocata versione demo di Rend It (da In On the Killtaker). O ancora la dolcezza slintiana di Trio‘s, il mini dub improvvisato sul giro di Shakin’ All Over, la Afterthought che pare essere stata cacciata in esilio dalle maestà sataniche degli Stones o la Turkish Disco desaparecido da Sandinista!

Un disco progettualmente transitorio e satellitare rispetto alle grandi cose della band ma che riesce a dare risalto alla smania sperimentale che ha sempre contraddistinto il gruppo di Washington D.C.

Consigliato solo ai fanatici.

E chi non è fanatico dei Fugazi nel 1999, viene da un altro pianeta.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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KARATE – The Bed Is in the Ocean (Southern)

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Sapete chi sono i “sordi” più famosi del rock?

Pete Townshend. Certo.

E Lemmy. Ovvio. Aveva pure scritto una canzone intitolata Deaf Forever….

E, credeteci o meno, Geoff Farina. Ahahah. Ma come avrà fatto?

Cioè, diventare sordi con la musica dei Karate è un po’ come diventare ciechi leggendo le insegne dell’Autogrill.

Per carità, non c’è nulla da ridere.

Però è difficile pensare ai Karate come a una delle band più rumorose del mondo, perché in effetti non lo sono stati. Anzi, piuttosto una silenziosa via al rock degli anni Novanta. Quello di fine decennio, quando tutti cominciarono a spegnere gli amplificatori, a rimodulare i gain, a ridisegnare il rock partendo dalla strada opposta a quella del grunge e del rumorosissimo crossover del primo giro di boa. 

Finiranno a flirtare con il jazz da camera, giocando con le ombre.

Ma i Karate di The Bed Is in the Ocean sono ancora una band che vale la pena buttarsi addosso, lasciare dilagare nei silenzi della nostra camera. Silenzi talmente assordanti che, come dicono loro “possiamo sentire che il frigo è acceso”.

In assoluto, assieme ai “cimiteri di appendini” di Capossela la definitiva dichiarazione di una solitudine estrema, asfissiante.

Il rumore delle cose quotidiane che fanno eco al battito solitario del nostro cuore: esiste un dolore più devastante? The Bed Is in the Ocean è uno dei dischi-chiave della breve stagione emo-core, quella in cui il suono di derivazione punk e indie-rock si infilava nelle viscere dell’ accidia indolente e pigra del proprio dolore, senza cercare una via di fuga ma trovandone una compiacenza complice e ignava.

Una apatia che si srotola lenta dalla stanza di Geoff Farina e tracima avvolgendo anche noi. I movimenti sono lenti, annoiati, appesantiti da un tedio che non è più personale ma generazionale, universale. Sembra di poterci sprofondare.

Ed è questo che lo rende indisponente, ben oltre la soglia di tolleranza.

Da questo momento in poi la musica dei Karate comincia a perdersi in cerebrali, smisurate cadute di gusto che ne appesantiscono la forma e la rendono sempre più simile a quel cliché che degenererà presto sui dischi successivi.

Succede già qui dentro, a partire da The Same Stars con quell’interminabile serpente di assoli che Geoff vorrebbe funzionali alla rassegnazione inerte tratteggiata dalle liriche e che invece diventano fastidiosi come cappelli di feltro sotto il sole di Agosto. Più avanti è Up Nights a farci temere che i Karate si stiano trasformando nella band di Eric Clapton, e le paure non si dimostreranno infondate.

Poi però succede pure che un pezzo come Diazapam ha quegli scatti nervosi e quell’impeto da piccola città in fiamme che torna a farceli amare davvero, per essere riusciti a far suonare i Police come fossero i Fugazi o viceversa, oppure che gli elastici lenti di Bass Sounds siano esattamente familiari come quelli del nostro pigiamone preferito e che sia confortevole lasciarseli scivolare addosso.

Succede che The Bed Is in the Ocean, pur nella sua palese caduta di stile, rimane una piccola ancora arrugginita nei fondali marini dell’indie-rock degli anni ’90.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – Red Medicine (Dischord)

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Nel 1995 Red Medicine arriva a riempire con la calce l’unica crepa presente nel muro di suono dei Fugazi: l’eccessiva seriosità.  La “medicina” che si aggiunge così alla complessa miscela di suoni e concetti fugaziani è dunque il senso dell’humour. Red Medicine è un disco che, senza perdere la voglia di sperimentare tipica del quartetto di Washington, risulta melodicamente meno sfuggente pur sconfinando per la prima volta in qualche angolo di noia (i tre minuti di Version, quasi un Tuxedomoon fuori confine, l’inconcludente Combination Lock, il seppur pregevole caos fine a se stesso di By You, la Fell, Destroyed pavementiana sin dal titolo, NdLYS). 

La sassaiola dei Fugazi diventa dunque terreno edificabile.

L’apertura è affidata a una doppietta di impronta quasi garage (per semplicità d’azione e immediatezza melodica) mitigata appena dalla terza Latest Disgrace che si chiude poi verso il ghigno cattivo di Birthday Pony per poi scivolare nella melodica ed intorpidita Forensic Scene che segna l’ingresso dei Fugazi nell’indie-rock americano, tra Ween e Tripping Daisy.

Passata questa secca, si torna alla furia hardcore e al mai sopito amore per la sinuosa movenza del reggae giamaicano con il trittico finale: la Back to Base che tanto deve a quegli altri profeti del punk emotivo degli Hüsker Dü, la stoogesiana Downed City e l’evocativa Long Distance Runner guidata da un basso caduto da Forces of Victory di Linton Kwesi Johnson.

Un disco di transizione tra un capolavoro e l’altro.

Solo per abbassare la media.

Per non finire tra i secchioni, rimanendo comunque i primi della classe.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE PLASTIC CONSTELLATIONS – Mazatlan (2024)

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I paragoni per definire la musica dei Plastic Constellations si sono via via sprecati. Una rosa di nomi che va dai Pavement ai Fugazi, dai Dismemberment Plan agli At the Drive-in, dai Modest Mouse ai Savy Fav. È naturale che il risultato finale non corrisponde alla somma algebrica degli addendi. Se così fosse, ci troveremmo davanti un autentico mostro indie-rock, di quelli destinati a portare la bandiera di un movimento, quello del rock alternativo, che di fatto non esiste più. Più verosimilmente i Plastic Constellations non usciranno invece (ma questo non per le loro capacità, comunque altissime) da un semplice stato di cult-band per la generazione emo-core. Giunto al terzo disco (malgrado qualcuno lo abbia accolto come il debutto, ma la distrazione dei giornalisti o sedicenti tali in Italia ha dello sconcertante), il quartetto americano ha messo a fuoco uno stile dinamico e coeso ricco delle moine tipiche della scena Washingtoniana post-Fugazi. Le 11 tracce mostrano una grandissima abilità “architettonica” nell’edificazione di una scocca post-hardcore robusta ma dinamica percorsa (e non dominata, cosa che li allontana da alcuni dei loro padri putativi) da un sapiente e misurato uso delle voci, spesso sulla soglia del puro recitato. Si creano così episodi dotati di un fascino sfuggente e sghembo come No Complaints, Movement Momentum o Davico con il loro gioco melodico mai troppo scoperto o scontato. A mio avviso una delle cose più interessanti mai uscite dalla sfibratissima scena emocore.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CONSTANTINES – Tournament of Hearts (Sub Pop)

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Grande era l’attesa attorno al nuovo lavoro del gruppo dell’Ontario, probabilmente utile a colmare il baratro creato dall’empasse dei Fugazi. Chi si aspettava conferme dal “terzo difficile album” dei Constantines dovrà probabilmente rinviare l’appuntamento al prossimo giro. Tournament of Hearts brucerà infatti qualche entusiasmo, pur senza essere un disco terribile. Solo, mostra poca voglia di crescere, di mettersi in gioco. È un disco più controllato, prevedibile. E suona maledettamente bene, cosa che come un palindromo può essere letta in entrambi i sensi.

Draw Us Lines si staglia maestosa, quadrata, ieratica come fosse la John Coltrane Stereo Blues della generazione emo, tutta annodata attorno a un solo, reiterato accordo. Questa nuova voglia del gruppo canadese di costruire piccoli mausolei dove celebrare l’epica dell’elettricità emozionale torna a farsi viva quasi in chiusura nel passo lento, gotico e funereo di You Are a Conductor ed è palpabile anche nella marcia noir country-funk carica di ottoni di Lizaveta.

Thieves con i suoi gonfiori di fiati e il suo ritmo da jazz trasognato sbanda dalle parti dei dEUS eclettici dei primi due dischi. Soon Enough e Windy Road chiudono idealmente le due facciate spegnendo le about-jour. La prima è una ballata classica, molto Springsteeniana (ascoltate l’uso morbido, ergonomico e “disteso” dell’organo) anche se i più cattivi diranno che ricorda i Counting Crows. La seconda un vero quadretto di intimismo acustico. Non ci fosse stata, nessuno se ne sarebbe crucciato.

È Love In Fear a consegnarci i Constantines più audaci, quelli tutti spasmi e nervi scoperti e davvero sembra di sentire il Boss in preda agli attacchi epilettici anche se rispetto al passato pare sottendere una sorta di turbamento soul-reggae molto molto sottile, strisciante. Anche pezzi come Hotline Operator e Good Nurse tradiscono ascolti black massivi, ben nascosti sotto il loro consueto stile spasmodico. Working Full-Time lascia un po’ di imbarazzo, soprattutto con quell’inserto di chitarra di chiara derivazione Guns ‘n Roses (periodo Paradise City, il loro migliore, ma francamente l’accostamento lascia di stucco ugualmente, NdLYS) e suona quasi fuori contesto dentro un disco che in qualche modo pare voler assumere i toni di un “classico” sacrificando certe scapigliature che ne avevano creato il fascino.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

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FUGAZI – In On the Killtaker (Dischord)

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Un cielo epatico pesa grave attorno all’obelisco dedicato a George Washington, colando umido anche sul verde che gli si stende attorno. 

È questa visione post-nucleare della loro città a dominare sulla copertina del terzo album dei Fugazi.  

Registrato dapprima col supporto invasivo di Steve Albini (il risultato è qui: http://www.mediafire.com/?nybnzmjvzmt) e quindi intermente ri-registrato assieme a Ted Niceley, In On the Killtaker conferma uno stile inetichettabile eppure sorprendentemente individuabile, riconoscibile, unico.  

Un suono ferroso e legnaceo, lucido e drammatico, che torna spesso al vecchio amore per l’hardcore (The Great Cop l’esempio più feroce) pur progredendo e sfidando la deriva rovinosa nei mari paurosi dei Pere Ubu (23 Beats Off) o nei canali di scolo del post-core dei fIREHOSE (l’apertura degli oblò di Sweet And Low e della successiva Cassavetes), fino alle convulsioni di Walken’s Sidrome o alla furia di Public Witness Program e Smallpox Champion che canalizzano l’orgoglio punk dei Dead Kennedys spurgandolo dall’iconografia anti-capitalistica e lasciandolo libero di scivolare verticalmente come la lama di una ghigliottina e poi trascinando perpendicolarmente la macchina del supplizio evitando la decapitazione (un abilissimo trucco che qui viene usato per i fantastici finali “orizzontali” di Smallpox Champion e Facet Squared e che torneranno nei dischi successivi, NdLYS).  

È il disco che porta quella testa da würstel di Ahmet Ertegün della Atlantic ad offrire un contratto milionario alla band che sta infiammando Chicago e che lo costringe a sucarsi un educato e civile benservito dal gruppo più fieramente indipendente della storia del rock moderno. 

Caro Signor Ertegün, un giorno i suoi dollari si inghiotteranno il mondo intero, lei e noi compresi.

Fino ad allora, ci lasci credere che un mondo senza è possibile.

Saluti,

Fugazi.

 

 Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – End Hits (Dischord)

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Album immenso, il quinto Fugazi.

Quello che saluta gli anni Novanta e si proietta nel nuovo decennio con la fierezza tipica del gruppo di Washington D.C..

Lucidissimi e appena più giocherelloni del solito.

Comunque precisi e spietati: Fugaziani.

Niente è fuori posto su questo capolavoro, dagli intrecci psichedelici di Recap Modotti e Arpeggiator che proiettano immagini di Television e Electric Prunes nello schermo del post-core statunitense all’apocalisse matematica di Place Position, dal rimpallo di distorsioni di Floating Boy agli sbocchi melodici di Foreman’s Dog, dall’hardcore di Five Corporations all’evanescente marcia di Closed Captioned e al post-rock di Pink Frosty tutto serve a dare l’immagine di una band fedelissima a se stessa ma allo stesso tempo permeabile al cambiamento, alla riformulazione del proprio canone stilistico senza rinnegare niente della propria identità di band e di uomini. Padroni del proprio tempo e della propria musica.

Mi mancate, Fugazi.

Dieci anni di buio intollerabile in cui gli scarafaggi si sono presi tutto, anche le classifiche e le pagine delle riviste di musica. 

Riaccendete le luci di Washington D.C. per favore.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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