THE SUPREMES – Where Did Our Love Go (Motown)

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La mattina dell’8 Aprile del 1964 c’è un gran tramestio dentro lo studio A della Motown.

Quella mattina è albeggiato più presto del solito dentro la Hitsville. E il portalettere che come ogni giorno consegna a Gordy il suo numero quotidiano del Detroit Free Press caldo di stampa si trova davanti qualcosa che è a metà strada fra uno studio di registrazione, l’allestimento di un circo di equilibrismo e un cantiere di carpenteria edile. Oltre al solito giro di musicisti, produttori, cantanti quel mattino c’è anche della manovalanza spiccia. Qualcuno sta assicurando al soffitto delle assi di legno con dei cavi.

Per la registrazione del nono singolo delle Supremes Brian Holland e Lamont Dozier avevano avuto una trovata originale: usare come base ritmica uno dei rampolli dell’etichetta, un italo-americano di nome Mike Valvano più talentoso come ballerino che come cantante e la cui sorte, dopo gli insuccessi dei suoi Modifiers, era a quel punto appesa a un filo.

Anzi, due. Uno per gamba.

Perché a Valvano venne chiesto di sistemarsi su due travi sospese sopra la testa delle Supremes e di pestarle a tempo. Gli abilissimi tecnici del suono di casa Motown avrebbero fatto il resto, microfonando il suono di quei passi e creando il segreto del pezzo che avrebbe cambiato per sempre la vita di Diana Ross, delle Supremes e della Motown tutta, permettendo all’etichetta di Gordy di fare arrembaggio nel Vecchio Continente.   

Where Did Our Love Go divenne così un successo clamoroso disinnescando di fatto il senso di “pericolo” da sempre associato alla musica black che ne aveva limitato se non addirittura osteggiato la popolarità. Il trucco venne usato anche per altre session successive, finchè attorno a quel titolo non venne costruito un album intero, il secondo per le Supremes, tutto pieno di mani e piedini che battono, di tamburelli, di campanellini, di coretti appiccicosi affogati nel disimpegno più totale e assoluto.

Uno di quei dischi in grado di dare al tempo libero un valore adeguato alle nuove conquiste raggiunte dalle nuove generazioni nel mondo del lavoro.

Uno di quelli capaci di dare il via agli anni Sessanta così come ci piace ricordarli.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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KINKS – Kinks (Pye)  

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È il 1963 quando un giovane Robert Wace varca la soglia della Leeds Music di Denmark Street per far ascoltare a qualcuno la demo della band di cui sta curando il management. Si chiamano Ravens e hanno il solito repertorio di standard americani che stanno furoreggiando in Inghilterra. Non si distinguono dagli altri ma per Shel Talmy, il produttore americano che ha già avuto successo producendo per la Decca il primo album dei Bachelors e che ora è alla ricerca di qualche nuovo nome su cui dare il suo imprimatur, si presenta l’occasione per portare alla Pye, la nuova etichetta con cui ha appena siglato un contratto con delle clausole molto vantaggiose (Talmy sarà il primo a chiedere le royalties per le canzoni su cui mette mano e non un semplice stipendio “a progetto”), un nuovo nome su cui lavorare.

I primi due singoli sono ancora privi di carattere. Gli appena ribattezzati Kinks si limitano a fare i Beatles di panchina. Per il terzo Talmy trasferisce armi e bagagli agli studi IBC ed impone il proprio stile di cattura del suono: tre microfoni sull’ampli della chitarra (uno attaccato al pannello, uno piazzato ad un metro e mezzo, l’altro panoramico a catturare il riverbero della sala) e ben dodici sulla batteria. Un azzardo che, visti i risultati raggiunti, diventerà presto lo standard per tutti.

Quello che ne è esce non somiglia a nient’altro sia stato prodotto in Inghilterra fino a quel momento. E in realtà non somiglia neppure a quanto messo in piedi dai Kinks stessi per realizzare i contorni e i secondi piatti a quella prima, appetitosissima, portata. Che sono pregevoli esercizi di rock ‘n roll ma rimangono pur sempre contorni e secondi piatti.

You Really Got Me riporta la musica giovane alla sua natura più indisciplinata e ribelle. Il riff portante, condotto da una chitarra dal suono strappato, sembra scolpito nella selce. È un petroglifo rupestre che si stacca dalla roccia e prende vita. La voce di Ray Davies si muove tra sicurezza mascolina ed eleganza dai tratti femminei. Ma la cosa spettacolare, quella che ufficialmente dà fuoco alla miccia del beat più e prima di qualsiasi altra cosa, è il solo di chitarra. Che non è il solito assolo compassato e scolastico, il classico lick preso in adozione dal blues nero e ricamato sopra una torta al cioccolato bianco.

No, l’assolo di You Really Got Me, che per tanti anni si penserà suonato da chissà chi altri e che invece è frutto di un magico spasmo muscolare di Mr. Dave Davies  è tutto un wuambasdregnsquandsbaraguencwooafrenginsbrenguembemfenciomen, una folle improvvisazione di sax che non trovando nessuno strumento a fiato dentro cui barrire, si reinventa assolo di chitarra, finendo per assomigliare a quelle parolacce scurrili che tanto piace mormorare ai maschietti durante l’amplesso. È privo di forma, sembra sgretolarsi da un momento all’altro, animato da una potenza incontrollata, sfrenata, rock and roll.

È un Franti della chitarra solistica.  

Il terzo singolo dei Kinks diventa l’archetipo di ogni canzone irriverente prodotta in Inghilterra da lì in avanti, a cominciare dalle My Generation, Wild Thing e Satisfaction che sono lì lì per venire ma che al momento non ci sono ancora, neppure nel resto dell’album dentro cui You Really Got Me si erge come una montagna dentro una distesa di acque agitate dai venti della musica americana che soffiano da Occidente.  

You Really Got Me sconvolge insomma i piani del beat inglese, che fino a quel momento non si pongono altro obiettivo se non quello di trovare un nuovo canone da ballo per radunare gli adolescenti sotto la stessa bandiera.

La Union Flag.

Quella dei Kinks.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BEATLES – Beatles for Sale (Parlophone)  

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L’unico disco dei Beatles a presentare una leggera involuzione è quello piazzato fra le due colonne sonore di A Hard Day’s Night ed Help!. Beatles for Sale, con i suoi tanti (troppi?) ovvi richiami al rock and roll di base (Chuck Berry, Buddy Holly, Little Richard, Carl Perkins) sarebbe stato infatti perfetto come successore di With The Beatles. Il fatto di venir pubblicato dopo il primo tentativo di realizzare un album facendo leva esclusivamente sulla propria capacità di autori oltre che di interpreti sopraffini svela invece la necessità commerciale di speculare sul fenomeno Beatles allestendo in fretta e furia un disco che continui a tenere il dominio delle classifiche, (ormai da due anni buoni ad esclusivo appannaggio della formazione di Liverpool) e che zittisca in qualche modo la concorrenza che comincia ad affilare le armi, con Rolling Stones e Kinks intenzionati a conquistare il podio.

L’innovazione è al ground zero.

Mai come ora i Beatles hanno bisogno di “Aiuto”.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE YARDBIRDS – Five Live Yardbirds (Repertoire)    

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Riedizione di tutto il catalogo Yardbirds da parte di una delle migliori reissue-labels europee. Ma per chi ama il lato più “nero” della band inglese il pezzo “chiave” della loro storia rimane questo loro debutto registrato dal vivo al Marquee (per la serata inaugurale al 90 di Wardour Street, NdLYS): una istantanea sulla devastazione del blues elettrico operata dai “gallinacci” ad inizio carriera. Volumi e velocità tirati allo  stremo (ascoltate le chitarre grattugia di Pretty Girl) secondo uno stile che farà scuola di qua e di là dell’Oceano. Tutto portato sul palco (e su disco) con urgenza estrema, senza possibilità di repliche (errori compresi, come l’iniziale giro fuori tono di I‘m a Man…) e con una schiettezza e una spontaneità da mettere i brividi, soprattutto pensando alle indolenze ossequiose del Clapton adulto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BEATLES – A Hard Day’s Night (Parlophone)

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La certificazione del successo popolare dei Beatles e nel loro ingresso nell’immaginario sociale è celebrato con A Hard Day’s Night, la pellicola che ne esalta le gesta e documenta l’isteria collettiva che li vede come protagonisti.

Il disco che ne viene tratto, il primo realizzato interamente con materiale proprio, è un lavoro che perfeziona quanto mostrato nei due dischi dell’anno precedente, sia in termini di raffinatezza stilistica che di produzione. L’uso delle chitarre a dodici corde creano l’opportuno cuscino d’aria che esalta le armonizzazioni straordinarie del quartetto e che diventerà uno degli elementi chiave per la nascita del movimento folk-rock americano che nascerà di lì a breve e che congiungerà idealmente il più influente artista americano (Bob Dylan) con i più autorevoli protagonisti dell’invasione americana.

È in ogni caso pura musica di intrattenimento, lontana da ogni implicazione politica e sociale, fiera del suo disimpegno, interessata solo a propagandare se stessa. Virtuosa nella sua perenne ricerca di una perfezione che è ancora squisitamente estetica, la musica di A Hard Day’s Night con i ritornelli fulminanti e il ritmo deciso  della title-track e di Can’t Buy Me Love inaugura ufficialmente la nascita del beat inglese. I Beatles diventano la macchina pop perfetta.   

   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SIMON & GARFUNKEL – The Complete Albums Collection (Columbia/Legacy)

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Cinque dischi in studio, quattro album dal vivo, una colonna sonora, una raccolta. Tutto quello che potieva essere costruito attorno a una sessantina scarsa di canzoni sta qui dentro, in questo cofanetto che la Legacy mette insieme a poche settimane dal Natale del 2014 e che perpetua la storia e il ricordo di quelli che mia moglie, non sbagliando poi di tanto, si ostina a chiamare Simon & Garfield. Perché in effetti, quando Paul Simon e Art Garfunkel decidono di far sentire per la prima volta il blend delle loro voci nel lontano 1957, decidono di affidarsi a un rassicurante ed innocuo moniker fumettistico come Tom & Jerry sotto il cui nome incidono un paio di singoli che portano un bel po’ di soldi in tasca al loro manager ma non a loro. Al disinganno segue una prima separazione durante la quale Paul Simon ha modo di frequentare la frizzante scena del Greenwich Village e di innamorarsi del folk irrequieto di Bob Dylan. Cinque anni dopo, quando i due decidono di riprovarci, è proprio Mr. Tom Wilson, il produttore che lavora fianco a fianco con Dylan, a notare il loro talento e a volerli portare in studio dando vita, forse senza rendersene neppure conto, a una delle più celebrate icone pop-folk della storia.

“Exciting new sounds in the folk tradition”.

Così viene venduto nell’Ottobre del 1964 il disco di debutto di Paul Simon e Art Garfunkel. Perchè è vero che i Beatles sono già arrivati.

Ma a quell’epoca è ancora Bob Dylan il più forte di tutti.

Soprattutto per la Columbia.

Eppure la timidezza gentile e autunnale di Wednesday Morning, 3 AM non riesce a confrontarsi ne’ con l’angst giovanile dei primi ne’ con il vocabolario forbito del secondo.

Il folk del duo newyorkese è ancora fin troppo educato, e lo rimarrà per gran parte della lunga carriera. Ma su questo disco di debutto è addirittura sommesso e, causa la scelta di un repertorio tradizionale fin troppo legato ai canti spirituali, la musica di Simon & Garfunkel sembra quasi parrocchiale.

Un rigurgito da sagrestia mentre tutto intorno si agita una rivoluzione di costumi senza pari. I tempi stanno cambiando insomma. E Simon e Garfunkel se ne rendono conto solo alla fine, quando il minutaggio del loro primo disco volge quasi al termine.

Il pubblico invece se ne accorge subito, lasciando i due a suonare in quel terminal della subway newyorkese situato sotto la Fifth Avenue. Passando loro accanto senza però avere la voglia e il tempo di fermarsi ad ascoltarli.

Certo, in un pezzo come Sparrow ci sono già dentro tutti i Kings of Convenience e i Turin Brakes che verranno. Ma questo ancora nessuno può saperlo.

E dentro The Sounds of Silence (al plurale, in questa sua prima versione) si affronta il tema dell’incomunicabilità che verrà sviscerato da schiere e schiere di musicisti di ogni estrazione per interi decenni. Cantata con le pattine ai piedi, per non turbare la quiete di chi ci è vicino ma ugualmente irraggiungibile.

A profanare quell’ode al silenzio ci pensa, all’insaputa dei due, Tom Wilson che, sull’onda emotiva devastante creata dall’elettrificazione del folk operata da Byrds e Dylan, ripubblica in forma meno vulnerabile il pezzo nel Settembre del 1965 richiamando alle armi non solo deejay e pubblico ma i due stessi soldatini armati di chitarra acustica che avevano regalato al mondo quel sospiro. Simon & Garfunkel si rimettono in gioco, affidando a quel brano il titolo del loro secondo album e usandolo come un richiamo per le allodole.  

Le gracili cartilagini di quel disco verranno schiacciate da un concerto al Central Park più grande del mondo stesso. Eppure Sounds of Silence è ancora lì, fragile e croccante come una foglia d’autunno. La faccia pulita degli anni Sessanta.

A chi possono fare paura due che si fanno chiamare Tom & Jerry?

Borghese e garbato, il folk-rock di Simon & Garfunkel arriva senza voler uccidere nessuno. Senza nessuna targhetta politica appiccicata sulle chitarre. È un truciolo di legno che si stacca dal tronco robusto della canzone di protesta americana, un carezzevole abbraccio che ti accoglie quando hai paura delle ombre, il più delle volte accartocciato su se stesso, con le ginocchia che toccano il petto come dentro un poema suicida di Leonard Cohen (Kathy‘s SongHomeward BoundApril Come She Will), altre volte appeso all’uncino del fingerpickin’ di Davey Graham (Angie e la sua metamorfosi in Somewhere They Can‘t Find Me), disteso sul tappeto raga dei Byrds (Blessed) o sui copridivani di Dylan (Leaves That Are Green). Capace di trasformarsi in un sordinato beat da fare invidia ai Monkees e agli Zombies (Richard CoryI Am a Rock ma soprattutto We‘ve Got a Groovey Thing Goin’).

Maturato nella consapevolezza tenace di aver scritto una delle più belle canzoni del secolo e nell’attesa cosciente ed ambiziosa che il mondo prima o poi dovrà fare i conti col silenzio, nonostante tutti si sforzino di fare rumore per tentare di soffocare quell’eco dove è solo il nostro cuore e il nostro respiro a misurare l’affanno del mondo.

 

Prezzemolo, salvia, rosmarino e timo.

Con queste quattro spezie si ripresentano al pubblico Paul Simon e Art Garfunkel sul fare dell’autunno di quello che è l’anno decisivo per la coppia di folksingers newyorkesi.

Due album e cinque singoli in classifica, per festeggiare degnamente il Natale del 1966. Magari cantando sulle note di Silent Night mentre la radio passa il suo notiziario. Perché lo spettacolo atroce della vita non si ferma neppure durante la magia del Natale.

Parsley, Sage, Rosemary and Thyme.

Ripetuti all’ossessione, nell’inaugurale Scarborough Fair. Come fossero erbe magiche che possono portarti nel paese incantato degli Elfi. Dunque lontano da qui.

Sono questi i “porti sicuri” che Paul Simon concede stavolta al suo pubblico.

Il resto, ora che il successo di The Sounds of Silence gli ha ridato quella sicurezza che aveva vacillato, è tutta farina del suo sacco. Scritte spesso in porti che sicuri non sono come la stazione Londinese dove scrive, di getto, Homeward Bound o come il Queensboro Bridge che proietta la sua ombra di asfalto e metallo sulla Welfare Island e che ispira The 59th Street Bridge Song.

Oppure recuperate, come per il precedente album, dal “libro di canzoni” soliste dell’anno prima, il nido sicuro dove Paul si ritira in attesa che il silenzio di cui ha cantato con tanta convinzione ma senza troppo successo ad inizio carriera, si trasformi nel rumore che poi sarebbe diventato grazie all’intuizione di Tom Wilson di elettrificarne lo scheletro.

Ignoro il perchè lo storico Bud Scoppa che si occupa, come del resto sul sito ufficiale di S&G, di redigere la succinta biografia del duo americano indichi PSR&T come il debutto di Simon e Garfunkel in veste di produttori visto che sarà di fatto necessario aspettare il successivo Bookends per salutare il Bob Johnston che per la seconda volta in quell’anno è invece fattivamente impegnato al banco di produzione per la coppia di folksingers. Le cui melodie e i preziosi arrangiamenti vocali non si discostano molto da quanto hanno già regalato nei due dischi precedenti con un’appena più marcata suggestione fiabesca a soffiare su questi accoglienti abbracci acustici.

Senza spine, il soffice cespuglio di Simon & Garfunkel.

Nessun aculeo minaccerà il piede degli ignari turisti.

Solo foglie di prezzemolo.

E di salvia.

E di rosmarino.

E di timo.

                                     

La colonna sonora de Il Laureato chiude finalmente in misura definitiva l’apparentemente interminabile operazione di riciclaggio del primo canzoniere di Paul Simon. Alternate alle musiche di Dave Gruisin, Simon la volpe e Garfunkel il gatto offrono alla CBS un mazzo dei loro piccoli classici (The Sound of SilenceScarborough FairApril Come She WillThe Big Bright Green Pleasure Machine) prima di calare l’asso. Che si intitola Mrs. Robinson e che però mostrerà le gambe per intero solo sul successivo Bookends. Qui, si limita a mostrarne solo una parte, come nel famoso scatto di copertina con un Dustin Hoffman che guarda il polpaccio di Anne Bancroft con le mani dentro le tasche. Due frammenti, uno strumentale, uno cantato, di quello che è destinato a diventare il nuovo tormentone del duo più famoso d’America, dopo Gianni e Pinotto. Musicalmente insomma, niente di rilevante. Una semplice sega da voyeur in attesa della grande orgia che i due stanno per regalare al mondo.  

 

La visibilità che la celluloide dà alla musica di Paul Simon proietta il duo americano nell’Olimpo dello star system. Alimentato dalla febbre de Il Laureato e dall’assalto discreto ma deciso al carrozzone di Monterey, Bookends è un successo annunciato e confermato. Il disco ribadisce l’adesione al modello folk ma ne rielabora la forma con una scelta di arrangiamenti, vocali e strumentali, molto più elaborati. È, per la prima volta, un disco di “ricerca” anche se preferisce tenersi fuori da ogni sommossa, come nella tradizione del duo, tutto sommato tra i più conformisti tra i “rivoluzionari” degli anni Sessanta. Paul Simon è un esistenzialista che predilige guardare dentro lo specchio piuttosto che fuori dalla finestra. I maglioni a dolce vita agli striscioni.

Eppure…

Eppure una sorta di strisciante e amara disillusione sembra affiorare tra le pieghe di un disco che si svincola in maniera decisa dalle influenze dei primissimi anni (gli Everly Brothers su tutti) e che sembra una presa di coscienza sull’inevitabile scorrere del tempo. Un disinganno che sembra avvolgere anche quella che dovrebbe essere (e lo è) una bella canzone da “mondo dietro i finestrini” come America. Come se quel mondo lì fuori non avesse più un posto accogliente per accoglierci. Come se si cercasse altrove quello che non riusciamo a trovare dentro.

Sono vuoto e ho paura. E sto contando le auto sulla New Jersey Turnpike” confessa il protagonista della canzone. Viaggiare scorrendo le crune di un rosario.

Partiti per cercare un’America. Sperando di ritrovare se stessi.

Il ritorno a casa è a fianco di Mrs. Robinson, che qui svela quello che su The Graduate lasciava solo intravedere. Ed è davvero di una bellezza incantevole.

Tanto da schizzare in vetta alle classifiche e di trascinarsi dietro un disco che di commercialmente appetibile ha in realtà quasi nulla.

L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water, il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che forse quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. è arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.

Tutto questo con l’aggiunta del prezioso ma, in questa sede, trascurabile Greatest Hits ufficiale, riguarda tutta la produzione in studio della coppia newyorkese.

La sezione “live” del cofanetto comprende invece le riedizioni dello storico The Concert in Central Park, di Old Friends-Live, di Live 1969 e di Live in New York, 1967.

Registrato il 19 Settembre del 1981 nel cuore di New York e pubblicato nei primi mesi dell’anno successivo, The Concert In Central Park è il meno rumoroso dei dischi live del 1982. L’unico dove il rumore che giunge dal pubblico fa più chiasso di quello che arriva dal palco.

Non è la prima volta che Simon e Garfunkel si rincontrano, dopo la separazione artistica avvenuta ormai più di dieci anni prima. Ma è quella che fa, assecondando i piani di Gordon Davis (all’epoca sopraintendente per la custodia e la promozione delle aree verdi dell’area metropolitana newyorkese), più audience.

Quella sera, in quella vigilia di autunno, il Central Park accoglie tutte le anime che è capace di accogliere. Senza chiedere un prezzo d’ingresso. Perché le anime non hanno un tariffario. Non qui. Non a New York. Non per ricambiare a Paul Simon e Art Garfunkel il sorriso che ci avevano donato anni prima.

Diecimila persone o forse qualcuna in più, cantano Tom e Jerry, all’unisono.

Ma i fari che li illuminano come scoiattoli in fuga sorpresi dai fanali dei rangers, in quell’immensità di rami e foglie che si preparano a lanciarsi già dai rami come riccioli di corn flakes li traggono in inganno. Perché quella sera, davanti a loro, c’è un mare di 500.000 persone. Un mare effervescente che produce un boato che sommerge tutta New York mentre Simon & Garfunkel, più vulnerabili del solito, snocciolano tutto il loro repertorio migliore: Mrs. RobinsonOld FriendsThe BoxerAmericaHomeward BoundApril Come She WillThe 59th Street Bridge SongBridge Over Troubled Water e quella The Sound of Silence che torna fragile e nuda così come era stata quando era stata partorita. Alla scaletta vengono aggiunte alcune sortite dai cataloghi privati dell’uno e dell’altro. Perché non ci sia solo nostalgia, in quella lunga serata newyorkese che allunga le mani al cielo salutando l’Estate. Cinquecentomila mani in alto per Simon. Cinquecentomila in alto per Garfunkel. Prima che arrivi l’alba a strappare via l’ennesimo sogno.

 

Nel 2003, quarantotto anni dopo il primo incontro e a trentatre anni dalla prima separazione, i “vecchi amici” tornano insieme per trenta date su e giù per gli Stati Uniti, facendo il tutto esaurito ovunque decidano di imbracciare la chitarra. Il documento di quelle serate, Old Friends – Live, viene impacchettato e rivenduto esattamente un anno dopo, ravvivando un mito che ormai è tale solo per i cinquantenni. Un mito che si chiama nostalgia, resa ancora più vibrante dallo scongelamento degli Everly Brothers che interpretano se stessi su tre pezzi (il loro mini-show verrà pubblicato però solo sulla versione DVD mentre qui, sul doppio CD audio, trova posto solo la Bye Bye Love già omaggiata da S&G su Bridge Over Troubled Water, NdLYS). Per l’occasione, Tom & Jerry ripercorrono per intero la loro storia, accennando addirittura al loro minuscolo primo singolo del 1957 e scrivendo un nuovo ordinario inedito in studio intitolato Citizen of the Planet

 

Poco prima della pubblicazione di quello che sarebbe diventato il loro ultimo album in studio, Simon & Garfunkel avevano portato in giro per gli Stati Uniti e per l’Europa le loro nuove canzoni, alternandole ai classici del loro repertorio. Sono attorniati dai musicisti che proveranno a sostenere una frattura che diventerà presto insanabile.

Le date del tour sono quel tripudio di folla che nelle registrazioni di Live 1969 (carpite dai concerti di New York, Detroit, Carbondale, Long Beach, Toledo e St. Louis e pubblicate ufficialmente per la prima volta solo nel 2009) si può avvertire tra la fine di un pezzo e l’inizio di quello che lo segue. Qualcuno, col senno di poi, interpreta quelle poche parole che i due si scambiano sul palco come il trailer della crisi che sta per abbattersi sulla loro storia artistica. E invece chi è lì, in quei giorni di Novembre, cede alla gentile grazia di una musica che è gracile e solenne allo stesso tempo.                                        

 

Una chitarra acustico e due voci. Questo erano Simon & Garfunkel prima dell’arrivo prepotente del successo de Il Laureato, sorta di spartiacque tra le due fasi della carriera del duo folk americano. Prima di passare il guado della sperimentazione dei due album conclusivi della propria carriera, Paul e Art portano sul palco la fragile efficacia di canzoni costruite su pochi arpeggi di chitarra e un’armonizzazione vocale che ha del miracoloso. Live from New York City, 1967, pubblicato nel 2002 e registrato nel Gennaio del 1967 al Lincoln Center della loro città è la cristallizzazione di quel preciso momento. Con la folla già vociante e le loro canzoni che sono larve acustiche che si tardano a lasciare il bozzolo. Una buona metà del Songbook di Simon, che a quell’epoca è ancora il libro liturgico da cui i due estraggono i propri salmi. Il resto pescato un po’ qui e un po’ là dai tre album registrati in coppia e dal fortunato ultimo singolo A Hazy Shade of Winter

Ventidue mesi dopo il rimissaggio elettrico di The Sounds of Silence. Diciannove mesi dopo l’assalto alle classifiche dei Byrds. Diciotto mesi dopo il concerto di Newport in cui Dylan uccide, per la terza volta il folk acustico, Tom & Jerry si prendono la loro rivincita. 

Adesso voi riprendetevi il piacere.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SIMON & GARFUNKEL – Wednesday Morning, 3 AM (CBS)    

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“Exciting new sounds in the folk tradition”.

Così viene venduto nell’Ottobre del 1964 il disco di debutto di Paul Simon e Art Garfunkel. Perchè è vero che i Beatles sono già arrivati.

Ma a quell’epoca è ancora Bob Dylan il più forte di tutti.

Soprattutto per la Columbia.

Eppure la timidezza gentile e autunnale di Wednesday Morning, 3 AM non riesce a confrontarsi ne’ con l’angst giovanile dei primi ne’ con il vocabolario forbito del secondo.

Il folk del duo newyorkese è ancora fin troppo educato, e lo rimarrà per gran parte della lunga carriera. Ma su questo disco di debutto è addirittura sommesso e, causa la scelta di un repertorio tradizionale fin troppo legato ai canti spirituali, la musica di Simon & Garfunkel sembra quasi parrocchiale.

Un rigurgito da sagrestia mentre tutto intorno si agita una rivoluzione di costumi senza pari. I tempi stanno cambiando insomma. E Simon e Garfunkel se ne rendono conto solo alla fine, quando il minutaggio del loro primo disco volge quasi al termine.

Il pubblico invece se ne accorge subito, lasciando i due a suonare in quel terminal della subway newyorkese situato sotto la Fifth Avenue. Passando loro accanto senza però avere la voglia e il tempo di fermarsi ad ascoltarli.

Certo, in un pezzo come Sparrow ci sono già dentro tutti i Kings of Convenience e i Turin Brakes che verranno. Ma questo ancora nessuno può saperlo.

E dentro The Sounds Of Silence (al plurale, in questa sua prima versione) si affronta il tema dell’incomunicabilità che verrà sviscerato da schiere e schiere di musicisti di ogni estrazione per interi decenni. Cantata con le pattine ai piedi, per non turbare la quiete di chi ci è vicino ma ugualmente irraggiungibile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ROLLING STONES – The Rolling Stones (Decca)  

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Chuck Berry, Bo Diddley, Slim Harpo, Muddy Waters, Jimmy Reed, Marvin Gaye, il soul e l’R&B nero della Stax.

Insomma, se la candidatura a nuovi “hitmakers” promossa dalla London per lanciare i Rolling Stones oltreoceano sembra, in virtù degli unici due pezzi autoctoni presenti sul disco di debutto, ancora azzardata, gli ingredienti per la pozione magica degli Stones dei primi tre anni sono già tutti qui dentro, messi in mostra come ampolle magiche.

In realtà, come molti dischi di debutto della montante British Invasion, si tratta perlopiù di un album che ha il compito di “importare” e diffondere all’assetato pubblico di teenagers appena ridestato dal fenomeno Beatles la musica americana.

I Rolling Stones lo assemblano con grande facilità, in soli cinque giorni di registrazioni, (3 e 28 Gennaio, 4, 25 e 26 Febbraio del 1964), aiutati dal cognac portato dallo “zio” Gene Pitney e da qualche pacca sulle spalle dell’altro zio Phil Spector. Oltre, naturalmente, alle dritte dell’ambizioso Andrew Loog Oldham che ha già in mente di fare di loro gli alter-ego cattivi e maleducati dei Beatles.

Tuttavia di quell’arroganza ribelle che da lì a breve esploderà nella musica del quintetto londinese, qui dentro non c’è ancora traccia. Manca, in questa sfilata di cover, il tratto distintivo dello “Stones’ sound”. Keith Richards e Mick Jagger non hanno ancora tirato fuori quella personalità stilistica e creativa che emergerà negli anni successivi e mancano del tutto i preziosi ricami di Brian Jones che daranno colori singolari alla pioggia di successi che inzupperanno le classifiche mondiali da lì a breve. L’approccio al blues, al rock ‘n roll e alla musica nera in generale è ancora abbastanza ossequioso nei confronti dei maestri e gli Stones, nonostante destinati ad essere i Garrone della classe, sono ancora degli scolari che si alzano all’in piedi quando entra il direttore.  

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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THE ANIMALS – The Animals (Columbia)

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Nei primi anni Sessanta, la vocazione preferita dai giovani musicisti britannici sembra essere quella di rendere eruditi i coetanei sulla storia della musica nera.

Una missione condivisa da Rolling Stones, Yardbirds, Animals, Them, Pretty Things e, in misura minore, Beatles.

Gli Animals nascono proprio con quell’intento, sposando le buone intenzioni dell’Alan Price Combo con l’ammirazione sfegatata di Eric Burdon, all’epoca cantante nei misconosciuti Pagans, per John Lee Hooker.  

Il primo album, messo in piedi quando le pressioni commerciali di Mickie Most non hanno ancora preso il sopravvento, è un manuale sul blues ad uso e consumo del pubblico inglese che si apre narrando le gesta del Dio Diddley.  

C’è pochissima farina del loro sacco e ce ne sarà ancora meno nella versione pensata per il pubblico americano. Si tratta di una carrellata di cover rubate al repertorio di Fats Domino, Chuck Berry, Bobby Troup, Larry Williams, John Lee Hooker che fanno leva sull’organo di Alan Price e sulla voce intensa e baritonale di Eric Burdon il cui potenziale drammatico sarà sfruttato in pieno nella rendition di House of the Rising Sun imposta da Most come secondo singolo che sbaraglierà la concorrenza e costringerà i Beatles a mollare l’egemonia e il predominio nella classifiche di vendita dei singoli di quell’anno.

Gli Animals sono ancora dei cuccioli, e sono già entrati nella leggenda.

Suonando la musica degli zii d’America e rivendendo agli Stati Uniti la stessa merce che avevano importato per poche sterline.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


The_Animals_(British_album)