FRED BUSCAGLIONE – Il favoloso Fred Buscaglione (Cetra)  

0

Prima c’erano stati i 78 giri.

I 45 giri come li conosciamo noi sarebbero invece arrivati solo l’anno dopo.

Nel mezzo degli uni e degli altri, nel 1956, avvenne invece il debutto su 33 giri di Fred Buscaglione, che però all’epoca erano ancora su 10” ultrarigido e affidati a editori che di americano masticavano solo le chewing gum, tanto da storpiare stomper in stamper e shuffle in shaffe quando si tratta di annotare in copertina le notizie necessarie per quanti, nelle feste da ballo organizzate in casa, avevano il compito di scegliere la colonna sonora della serata.

Che sono serate in cui ci si scazzotta e ci si corteggia.
Sono le serate degli anni Cinquanta.

Le serate di Buscaglione, che ha la faccia da schiaffi, lo sguardo del dongiovanni e il baffo da sgherro e ha sempre una spider posteggiata lì davanti. Che può sempre essere necessario dileguarsi.

È il mondo di bulli e pupe che stuzzica la sua fantasia e quella dell’amico Leo Chiosso. Il mondo libero dell’America che ha strappato entrambi dalle mani dei tedeschi e che agli italiani ha dato rifugio da sempre, accogliendo oltre che una manovalanza tra le più pregiate del mondo, anche una raffinata indole criminale. Gangster e sciupafemmine, gli italo-americani dallo zigomo pronunciato affollano l’immaginario che farà la fortuna di Buscaglione. Il loro stile di vita borderline ne provocherà da lì a breve anche la sfortuna.

Ma nel ’56 la stella di Fred splende su tutto l’universo creato, e lo farà ancora per quasi un lustro, fino a quel maledetto schianto del 23 Febbraio del 1960 che si porterà via uno dei caratteristi più brillanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Fred Buscaglione è il “favoloso” personaggio raccontato in questa doppia raccolta, l’astro che brilla assieme alla sua stella gemella Leo Chiosso, lasciando nel cielo una scia luminosa di canzoni come Whisky facile, Il dritto di Chicago, Eri piccola così, Che notte, Una sigaretta, Criminalmente bella, Teresa non sparare, Ciao Joe, Porfirio Villarosa.

Ogni canzone, un film.

Nessuno in più riuscirà a replicare, o soltanto ad imitare, quello che Leo & Fred avevano creato in cinque anni.

Non sarebbe valsa la pena aspettare cento anni.

E Fred era uno che andava di fretta e che perdeva facilmente la pazienza.

Anche se a me piace ricordarne il sorriso.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

TRIO LESCANO – Trio Lescano (Alpharecord)  

0

Aspettavano Tazio Nuvolari.

E invece arrivarono i fascisti, a ricordarle che erano brave e carine ma che erano ebree. E che dunque erano fuorilegge per difetto di nascita e che erano gradevoli sì, ma non gradite.

Le sorelle Leschan furono il prodotto più fresco e sorprendente dell’era del 78 giri, dell’EIAR e del primo dopoguerra. L’epoca delle canzoni alla radio e dei grammofoni. Della spensieratezza come merce di consumo e propaganda. Salvo poi, nella torva e contorta mente dei fascisti, ritrovarsi accusate di sospetta irriverenza al Regime solo perché qualcuno aveva visto del torbido dentro le acque cristalline di Maramao perché sei morto o Pippo non lo sa.

E poi… beh…poi c’è sempre e comunque quella questione dell’origine ebrea che proprio non andava bene.

E così le tre sorelle Lescano, ormai naturalizzate italiane ma con quel marchio di onta incancellabile, furono costrette a correre più di Nuvolari e a nascondersi al confine con la Svizzera, nascoste in una pensione d’alta montagna, iniziando un lento tramonto che anche a conflitto terminato e con le camicie nere ormai stese a rovescio non riuscirà a riportare il Trio Lescano alla popolarità stratosferica degli anni ’30. Gli anni in cui le Lescano diventarono le sirene incantatrici dello swing italiano con canzoni come Ma le gambe, Tulipan, C’è un’orchestra sincopata, Oh ma ma, Signorina grandi firme, Valzer della fisarmonica, Camminando sotto la pioggia, gonfie di elio e cariche di buonumore.

Contagiose come la febbre gialla. E gialle come la stella di David che per vent’anni prese il posto della cometa nel presepe degli italiani di razza ariana.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PHIL ALVIN – Un”Sung Stories” (Big Beat)  

0

Nel 1986, dopo la defezione del fratello Dave anche Phil Alvin si tira temporaneamente fuori dai Blasters, pur senza rinunciare a salire per la seconda volta sul palco del Farm Aid accanto ad un cast stellare che comprende nomi come Bob Dylan, Grateful Dead, Neil Young, Tom Petty, Steppenwolf, John Mellencamp, Steve Ray Vaughn e gli amici X e Los Lobos, davanti ad una folla di ottantamila persone vestite come dei cowboys che li osannano manco fossero la reincarnazione di Hank Williams, nonostante quello cui in migliaia assistono sia lo spettacolo di una band finita (ma molti non lo sanno ancora e molti altri, quando salgono sul palco, non sanno comunque chi siano, NdLYS). La rottura fra i due fratelli si riconcilierà solo dopo un quarto di secolo ma sebbene Dave sia il primo ad andarsene, nel Marzo del 1986, il primo prodotto della “scissione” è tuttavia firmato da Phil, che con Un”Sung” Stories tenta un triplo salto all’indietro con avvitamento e senza rete ancora più audace rispetto a quello già tentato con successo dai Blasters fino ad infilarsi mani e piedi addirittura negli anni ’20 e ’30 delle big band swing e jazz. Un disco che nulla concede alla modernità e che brilla di ottoni anche se sono i momenti di austera solitudine blues quelli che io preferisco. Pezzi come Titanic Blues, Gangster’s Blues e Next Week Some Time ad esempio, che sono il territorio dove sconfinerà da lì a qualche anno anche l’amico Jeffrey Lee Pierce col suo capolavoro blues inciso come Ramblin’ Jeffrey Lee. Un disco fortemente compromesso con la storia della sua terra e della sua famiglia, dove la musica è sempre stata quella roba pesante con cui riempire l’aria.

L’Arkestra di Sun Ra e la Dirty Dozen Brass Band assicurano il giusto mood retrò ad un disco che torna oggi per la prima volta, se si esclude un’edizione limitata giapponese dello scorso decennio, in formato cd. E che, si, potrebbe essere un buon regalo per questo Natale.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE JIVE SHARKS – It’s Joogie! (Vampirella)

0

Capita ciclicamente che, in mezzo al folleggiare di ritmi cibernetici e al trionfio dell’elettronica da ipermercato, si senta il bisogno fisiologico di esorcizzare i fantasmi di un futuro così presente da rischiare di diventare incontrollabile e, perdipiù, fastidioso e poco piacevole.

L’ultimo tuffo rigenerante pare essere quello nel magico mondo dello swing: piste da ballo popolate da zoot suites, scarpe bicolori, bretelle, fedore, cravattini sottili e brillantina.

Il successo strapopolare di band come Cherry Poppin’ Daddies o dell’Orchestra di Brian Setzer sono lì a dimostrarlo (in Italia ci si accontenta di Lou Bega ma noi, si sa, siamo un popolo accomodante, NdLYS).

La nuova sensazione si chiama Jive Sharks e il loro It‘s Joogie! è un disco jive da manuale, roba da incendiare le culottes che affollano l’Hi-Ball Lunge di San Francisco, una full immersion nel mondo di Luois Prima e Louis Jordan, un disco da swing-party con gli attributi, capace di far scorollare le gonne a pieghe delle bunny girls come petali di girasoli.

Sedici-pezzi-sedici che ti catapultano nel mondo delle big bands, quando ci si divertiva a fare i bulli metà sul serio e metà per gioco, il trionfo di un’America che era ancora il paese dei sogni e si apprestava a diventare il più subdolo incubo degli anni a venire.

 

                       Franco “Lys” Dimauro

2733978