THE CRAWDADDYS – Belli, sporchi, cattivi

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Flashback. 1978. California.

San Diego, come tutto il resto della Terra del Sole e dell’America intera, è dilaniata dal morbo del punk. Anzi, bruciata velocemente quella devastante stagione, i protagonisti di quel vascello in fiamme cercano nuove vie di fuga dal rogo che ne ha bruciato il ponte.

Cominciano così le sperimentazioni elettroniche e dada della Ralph di San Francisco e la conquista della Silicon Valley mentre dall’altra parte la centrifuga violenta dell’hardcore trancia tutti i fili che legano il punk al rock ‘n roll delle redici per ingabbiarlo nelle ideologie politico-sociali che sfoceranno nell’oi! e nell’ortodossia straight-edge.

Questo è il desolante panorama che si para dinanzi agli occhi di Ron Silva e Steve Potterf all’indomani dello schianto della meteora Hitmakers e che dà ai due l’idea di fondare un gruppo capace di riprendere in mano le redini del passato riappropriandosi del linguaggio nero di Jimmy Reed e Slim Harpo già rimasticato da Yardbirds, Pretty Things e Downliners Sect nell’Inghilterra dei sixties. E già il nome scelto dal quartetto, che rendeva omaggio al celebre locale gestito da Giorgio Gomelski a Richmond e vero e proprio centro fitness per gli artigiani del r ‘n b bianco inglese, era più che un manifesto programmatico.

L’importanza dei Crawdaddys per la salvaguardia della musica delle radici è paragonabile a quella di pochi loro contemporanei: Fleshtones, Gun Club, DMZ, Hypstrz, Cramps e davvero pochi altri.

Un opificio dove è il vecchio suono di bands perdute come Phantom Bros. e Beat Merchants ad essere riassemblato sui nastri trasportatori della catena di montaggio. Usando gli stessi bulloni, le stesse ruote dentate dei modelli originali. Un falso d’autore. Un grandissimo falso d’autore.

Ad accorgersi di quanto stava succedendo dentro quelle officine è innanzitutto Greg Shaw, all’epoca editore della fanzine Bomp! e patron dell’omonima label che inaugurerà proprio con loro il catalogo della sua nuova etichetta.

Nata proprio come filiazione della Bomp! Records, la Voxx sarebbe divenuta nel decennio seguente l’Etichetta per eccellenza del rinascimento garage a stelle e strisce.

La nuova bandiera americana, per tutti i maniaci del suono garage.

Crawdaddy Express, documento che sanciva e celebrava quel matrimonio artistico, conteneva 15 canzoni, quasi tutte covers di vecchi classici blues e rock ‘n roll che tornavano a vestire abiti sfavillanti grazie alla grinta dei quattro californiani che, unita ad una rigorosità filologica maniacale nella ricerca di strumentazione vintage e nell’approccio al plasma sonoro, avvicinava le dimensioni di quel disco ai debut albums di Stones, Them e Pretty Things.

Rhythm ‘n blues intransigente suonato con una fisicità degenere e selvaggia.

Beatle boots e zazzere, i Crawdaddys erano sul serio una macchina del tempo impazzita e devastante.

L’abbandono di Steve seguito alla pubblicazione del disco e l’arrivo di Fred Sanders coincidono con la pubblicazione di un singolo-tributo a Lou Reed (in realtà un po’ palliduccio se confrontato con il resto della produzione del gruppo, NdLYS) e di un incredibile, questo si, 7 pollici sempre su Voxx Records. 5 x 4, questo il titolo, vira verso un suono ancora più deragliante, magari meno incompromissorio ma a mio parere ancora più eccitante delle cose fatte fino a quel momento da Ron e soci. L’armonica diventa una rotaia d’acciaio incandescente e le chitarre disegnano pentatoniche urticanti come quella di I Can Never Tell. A mio avviso uno dei dischi imprescindibili e definitivi del neosixties americano.

Alla fine dell’anno successivo, quando anche Mike Zadarnowski decide di dare forfait, è addirittura un biondo inglese infatuato di vecchio r ‘n b a fiondarsi a San Diego in compagnia del suo basso per unirsi alle sorti del gruppo. Si chiama Mike Dixon (in onore a Willie Dixon, ovviamente) e, dopo pochi anni, ribattezzatosi Mike Stax (stavolta in omaggio a John Stax, bassista nei primi due album dei Pretty Things, sua grande ossessione) e aver definitivamente abbandonato la sua terra natia al pop liofilizzato che la sta rosicando fin nelle viscere, tornerà a mettere a ferro e fuoco la California alla guida dei Tell-Tale Hearts. Il risultato viene certificato su uno storico master intitolato Fred Sander’s Family Road e registrato nell’Aprile del 1982. Di quelle dieci tracce quattro verranno pubblicate cinque anni dopo sull’ottimo Here ‘Tis, album postumo pubblicato da un Greg Shaw deciso a sfruttare fino all’osso le potenzialità di quella band. Il disco è completato da una She Just Satisfies prelevata dalle sessions del Settembre ’82 (sei i brani di quelle Program Studios registrate ad Hollywood e in parte pubblicate qualche anno dopo dalla spagnola Romilar D) e da alcune delle tracce che avrebbero dovuto costruire l’ossatura del secondo disco del gruppo.

Il Berkeley album, come simpaticamente battezzato da Ron Silva, venne registrato con una line-up totalmente diversa da quella di Express, fatta eccezione per il solo Silva e segue ad un periodo di incertezze per il gruppo.

Incertezze culminate con la defezione di Mike, la discutibile decisione di ribattezzarsi Howling Men (salvo poi tornare al nome originale) e con lo scioglimento del gruppo. Fred Sanders rinnegherà quelle ultime sessions e costringerà Greg a mascherare il suo viso sulle foto che corredano la sleeve di Here ‘Tis. Ancora nel 1988 sarà la Romilar D a tirar fuori dal mucchio un 7″ postumo contenente tre estratti dalle sessions hollywoodiane più la cover di Thirty Days di Chuck Berry che apriva Here ‘Tis mentre nel ’93, scemata l’attenzione e l’entusiasmo attorno al fenomeno garage-beat, sarà ancora la Bomp! a ristampare su un unico supporto digitale i primi due singoli e il primo album del gruppo sotto il titolo di Mystic Crawdaddy.

I Crawdaddys spargeranno semi che germoglieranno in pieni anni Ottanta sotto i nomi di Tell-Tale Hearts, Barons, Berry Pickers, Hoods ma di cui difficilmente qualcuno tornerà a parlarvi.

Troppo fuori moda per i dancefloor di tendenza e troppo scomodi per tracciare le avveniristiche strade che dovrebbero disegnare i percorsi della musica del nuovo millennio.

                                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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BOB MARLEY & THE WAILERS – Exodus (Tuff Gong)

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Il 1977 non era un anno qualunque.

Non per i rastafari, perlomeno.

Avevano appuntamento per le ore sette del 7 Luglio di quell’anno. Il giorno in cui, secondo la profezia di Marcus Garvey, sarebbe arrivata l’Apocalisse e la caduta di Babilonia.

Alle otto di sera sarebbero rientrati a casa, un po’ delusi.

Non si accorsero che il 7 Luglio del ’77 la sua Apocalisse l’aveva portata eccome, anche se non era quella tutta fulmini e distruzione che loro si aspettavano.

Bob Marley rientra un po’ più tardi, quella sera.

Torna dall’ambulatorio del suo medico di fiducia a Londra.

Gli è stato appena diagnosticato il melanoma all’alluce che lo condurrà lentamente alla morte.

In quel momento non ci fa caso nessun altro, se non lui.

Sa che l’Apocalisse è arrivata davvero, ma che sarà un affare tutto suo.

La sua fede religiosa gli impone di non sottoporsi all’amputazione che gli salverebbe la vita.

E Marley si affida alle onde del destino che se lo porteranno via quattro anni dopo.

Il resto del mondo è invece distratto da un’altra Apocalisse.

Culturale, musicale, estetica: quella del punk.

Una “scossa” avvertita ovunque, anche in Giamaica.

I Culture l’avrebbero celebrata in Two Sevens Clash e Marley su Punk Reggae Party, proprio in quel Luglio del 1977. Facendo nomi e cognomi: Damned, Clash, Jam, Dr. Feelgood, Maytals. E, come in una profezia di morte, i Wailers. Ma non lui. The Wailers will be there, canta…

Per i primi quattro mesi di quello stesso anno invece Marley era stato impegnato a registrare Exodus.

Exodus: Esodo. Quello del suo popolo e quello personale che lo vede emigrare in Inghilterra dopo essere scampato all’attentato del Dicembre dell’anno precedente.

Un disco dalla struttura bizzarra, Exodus.

Una prima facciata lenta, cadenzata, uniforme, impegnata e mistica, fino all’apoteosi della title track dove una guizzante chitarra ska ferma su un unico accordo in La minore guida le trombe che conducono il popolo di Jah nella sua fuga da Babilonia.

Il secondo lato smorza invece i toni drammatici e li stempera in un clima più disteso dove è l’amore, privato ed universale, a diventare il vero protagonista.

Jamming, Waiting In Vain, Three Little Birds, One Love vengono sputate fuori dalla Island come singoli, assieme ad Exodus e Marley viene ufficialmente decorato come rockstar universale, nello stesso anno in cui Presley lascia vacante il posto di Re del rock ‘n roll e il punk colora di violenza esasperata il mondo occidentale.

Blackwell, che appositamente per Bob aveva fondato la Tuff Gong usando lo stesso nomignolo che gli era stato affibbiato a Kingston, intuisce che Marley può diventare il volto mistico da contrapporre agli eccessi del rock ‘n roll.

L’eroe buono che guida una rivolta civile e sociale contrapposta a quella nichilista del punk bianco. Ed è quello che Marley diventa, a partire proprio da questo disco.

Sviscerato e studiato negli anni successivi su pellicole, libri, saggi, book fotografici (Exodus: Exile 77 di Richard Williams, The Book of Exodus di Vivien Goldman e Bob Marley – Exodus 77 di Anthony Wall quelli che vi consiglio, NdLYS) ed eletto allo scadere del secolo scorso miglior disco del XX Secolo dalla rivista Time (Rolling Stone gli riserverà invece solo un 168° posto preferendogli Catch a Fire, NdLYS), Exodus è un disco cardine della vicenda artistica di Marley, seppure non raggiunga la forza e la coesione del Survival che lo seguirà due anni dopo e che inasprisce il clima di tensione politica che Marley sente sempre più pressante.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

KING KHAN AND THE SHRINES – Mr. Supernatural (Hazelwood)

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Riecco il Papa Nero del moderno boogaloo, lo scimmione nato dall’incesto tra Screamin’ Jay Hawkins e Joe Bataan, il figlio svitato di Andre Williams e Mick Collins che ci concede un’altra ora di delirio soul. Appena un po’ meno debosciato rispetto al Three Hairs and You’re Mine di tre anni fa che godeva dell’Imprimatur di Liam Watson, Mr. Supernatural è comunque il campionario di stomps affogati nell’orgia ritmica di fiati e tastiere che era lecito attendersi. Il miglior party-album che possa capitarvi sotto le unghia, una valvola metrale che vi pompa sangue alle natiche e che può incrementare la produzione di ormoni riproduttivi nelle vostre feste, farcito di opportune pause pomicione per tentare l’operazione-rimorchio. Pezzi come la title track, Destroyer, Pickin’ Up, Lovetruck o Burnin’ Inside sono in grado di regalarti gli stessi sussulti al basso ventre del James Brown all’Apollo. E ditemi voi se è poco.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – There Is a Light That Never Goes Out (Speedway)    

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Inviolabile. Così ho sempre considerato il repertorio degli Smiths, e a giudicare dalla gente che ci ha sbattuto il muso (con pochissime rare eccezioni come i Quicksand o gli E.B.T.G.) probabilmente non a torto. Perché le canzoni di Morrissey e Johnny Marr vibravano di quell’alchimia perfetta che è impossibile da replicare togliendo anche solo uno degli elementi coinvolti (vedi i tristi esperimenti solisti dell’uno, le estemporanee sortite dell’altro), figurarsi entrambi. Che senso può avere dunque un “tributo agli Smiths”? Perdipiù realizzato da chi, come l’editore di Speedway, la fanzine italiana dedicata al culto del gruppo di Manchester, li ha amati con tale profondità ed accanimento da dedicare loro una parte abbondante della propria vita e sa quindi di cosa sto parlando? Semplice: un atto di amore, di rispettosa devozione verso “quelle canzoni che ti hanno fatto sorridere e di quelle che ti hanno salvato la vita”. Lo sanno benissimo tutti e per primi i ventuno gruppi qui coinvolti che nessuna di queste riletture vale uno solo dei riffs di Johnny Marr, uno solo degli aforismi di Morrissey e che mai nessuna cover potrà sostituirsi all’originale nel cuore dei molti amanti del repertorio smithsiano. Perché gli Smiths chiedevano, senza volerlo, tutto. O dedizione totale, o antipatia cieca e disperata. Lo sapevano certo già prima di metter mano sopra a ognuna delle tracce qui presenti. Eppure eccoli lì, a omaggiare gli eroi del pop inglese, ognuno a proprio modo con risultati, cercando di farne una analisi obiettiva e quindi decontestualizzandoli da quanto sopra espresso, il più delle volte apprezzabili. Dunque rinviato, poi rinviato e quindi ancora rinviato, quando il suo destino sembrava essere quello di venire sbriciolato e dissolto in polvere nelle varie uscite autoctone delle bands coinvolte (è già successo con 3 A.R.M., Ossessione, Sybil e coi Divine che non hanno resistito alla tentazione di includere Death of a Disco Dancer nella ristampa del loro debut album, NdLYS), eccolo infine il tributo voluto da Fabio D’Antoni. La sua ostinazione ha avuto la meglio e il risultato, godibilissimo, con una parte interattiva fitta di notizie (un ricco elenco di copertine, libri, dischi, video, cover versions, curiosità, addirittura delle incisioni abrasive sui vinili, etc.) e complementare ad un libro dallo stesso titolo di prossima uscita, è ora tra noi. Andando nel dettaglio, tra le vette del disco spicca il sussulto hardcore dei disciolti Eversor con una versione maestosa di I Want the One I Can’t Have che sono certo il giovane Morrissey, accanito seguace di Slaughter and the Dogs e N.Y. Dolls apprezzerebbe, bella pure la trasfigurazione ritmica operata dai Bokassa su That Joke Isn’t Funny Anymore.

Ai Northpole e agli E 102 l’onore di cimentarsi con due tra le pagine più rare e anche più belle del catalogo Smiths: Jeane e Wonderful Woman sono ancora splendide, pur tra le sfuriate low fi dei primi e il risvoltino in loop dei secondi. Peccato piuttosto che molti sembrino paralizzati dal confronto (Yo Yo mundi, Errata Corrige, More, Claudia Pastorino tra gli altri) e non aggiungano molto a quanto gli originali descrivevano e solo in pochi si arrischino a sovvertire il primitivo assetto melodico-timbrico, dando prova di fantasia e non solo di mestiere (i Monow ad esempio: William, It Was Really Nothing la riconoscerete solo dal titolo, o i Tre Allegri Ragazzi Morti che trattano Ask come gli Innominati facevano con i Doors, NdLYS).

Come in ogni operazione analoga si passa quindi da letture belle (Northpole, Mirabilia, Haggis, Le Madri, Eversor, ecc.) ad altre meno (la Meat Is Murder della Pastorino davvero bruttina) a talune semplicemente superflue e che spero spingeranno a riscoprire fuori tempo massimo una delle più grandi pop bands del XIX secolo, proprio una di quelle da isola deserta, se ce n’è ancora una su cui è possibile arrivare senza dover infilare i piedi nel bitume.

 

Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Alpha Motherfuckers – A Turbonegro Tribute (Bitzcore)

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L’occhio da drugo di Hans Husby lampeggia vitreo dalla copertina e il segnale è chiaro: i Turbonegro sono tornati. Non esattamente in carne, ossa e make up ma il loro spirito aleggia inquieto su questo disco sputato fuori dalla Bitzcore. Tutto il loro carico di rock ‘n roll tamarro, cialtrone e scorretto, saturo di riffoni hard e assholes si è riversato sulle 25 tracce di questo tributo.

Scontato e prevedibile, già solo scorrendo la lista dei nomi coinvolti, il risultato.

Siamo di fronte ad uno dei più bei dischi-tributo mai realizzati, una autentica dinamo elettrica.

I nomi, dicevamo. Alcuni sono di quelli che non possono mancare a una simile gangbang: figure poco raccomandabili (oddio, a me fanno più paura le divise con tanto di spilletta a mo’ di bandierina dei tesserati al Bel Partito, NdLYS) che monopolizzano il banco dei superalcolici e che rispondono ai nomi di Nasville Pussy, Supersuckers, Zeke, Puffball Peepshows o Dwarves. Gente talmente immersa nell’immaginario marcio e scurrile dei TRBNGR da permettersi anche di ricopiare passo-passo quanto suonato da Euroboy e Happy Tom e va bene uguale (vedi il calco usato dai Pussies per Age of Pamparius o dai Suckers per Get It On).

Sai già che puoi fidarti sulla parola per cui vai a spulciare tra gli altri nomi eccellenti e inciampi subito nei Therapy?. Pungenti ed ipercinetici come ai tempi di Troublegum alle prese con Denim Demon, ed è un bel viaggiare.

I QOTSA cattivi come non mai, persi dalle parti di Dungeree High, che sgommano e minchia se ti sporcano i calzoni…He’s a Grungewhore conferma invece l’eclettismo dei Motorpsycho cui qualcuno ha fatto caso solo di recente (bah…): un recitato che scorre sopra un jazz marziano.

Fedeli al loro hardcore di cemento e ferro i Ratos De Porao.

Him a me piace poco, anzi nulla. Il suo approccio al glam è distante anni luce da quello scopareccio del gruppo norvegese per cui la sua Rendezvous With Anus, con le sue chitarre imbarazzanti ed appiccicose di synths la lascio ai nostaglici di Bryan Ferry così come il romanticismo gotico di Denim Girl e Bela B la cui voce “Bowie meets Peter Murphy” non basta a salvare Are You Ready dallo sfacelo.

Le altre belle sorprese riguardano i Real McKenzies con una Sailor Man g(hi)rondante adrenalina e la Hobbit Motherfuckers dei Motosierra che, se non metti il repeat, ti esce fuori dallo stereo che manco te ne accorgi. Se non ti si è già incendiato prima.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE WARLOCKS – Rise and Fall * EP and Rarities (Zap Banana)  

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Prima che il mondo si accorgesse realmente dei Warlocks, ovvero prima che la loro coda lambisse le costellazioni della Mute e della Tee Pee, la band californiana era un affare quasi privato per Mr. Greg Shaw.

Verso i suoi 50 anni Greg si accartoccia dentro lo space-rock e lo shoegaze, dentro questo bozzolo di rumore bianco che lo aveva colpito nei dischi degli Spacemen 3 e Telescopes e che adesso ritrova nel suono di Brian Jonestown Massacre e Warlocks.

Se ne innamora e li accoglie in casa.

E, dato che sono in tanti, piuttosto che pagar loro da mangiare preferisce stampare i loro primi dischi: un EP e un album pieni di psichedeliche fughe spaziali e di ballate narcotiche immalinconite da un cantato intorpidito.

Dentro c’é la follia degli oscilloscopi degli Hawkwind e il calore bianco dei Velvet Underground. Ma anche tutto l’intontito dormiveglia del dream pop astioso dei J&MC, le ninne nanne increspate di rumore tipiche dei Dinosaur Jr., e alcune tempeste acide che avevano piovuto dai cieli inglesi dei Verve.

La band riedita tutto assieme con l’aggiunta di sette bonus (tra cui due demo dal Phoenix Album), altre sette psychocandies per il loro sputapalline lisergico.

Un doppio blister di barbiturici per scivolare in un sogno colorato.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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INSPIRAL CARPETS – Dung 4 (Cherry Red)

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Prima di diventare dei piccoli eroi della scena baggy della loro città, gli Inspiral Carpets erano, in pratica, una garage band.

Paurosamente simile, a tratti, agli scozzesi Thanes.

Nessuno lo disse allora, visto che Manchester bramava di essere non solo originale, ma anche innovatrice. E del resto, visto che il pubblico purista mai e poi mai si sarebbe lordato le mani con ciò che veniva taggato come moderno, solo qualcuno si accorse di quanto le analogie tra band “passatiste” come Prisoners, Thanes, Dukes of Stratosphear, Teardrop Explodes e gruppi moderni come Charlatans, Inspiral Carpets, Stone Roses fossero a volte molto più che una semplice allucinazione psichedelica.

In realtà gli Inspiral Carpets, pur non sposando mai culturalmente ed iconograficamente il legame con la musica psichedelica, non avrebbero mai del tutto tradito certe “inclinazioni” sonore che li portavano a lambire il suono di band come Seeds, Creation o ? and The Mysterians, neppure quando sarebbero diventati un gruppo di relativo successo. Perché, in fin dei conti, era tutto partito da lì: cinque ragazzoni che, chiusi in garage, costruiscono canzonette pensando di conquistare qualche ragazza. Sono i giorni documentati da Dung 4 e Cow, pubblicati in proprio prima del grande salto verso la Mute Records e ora ristampati per celebrare un doppio evento: il Records Store Day del 19 Aprile e la firma in calce al contratto con Cherry Red che porterà alla pubblicazione dell’ omonimo, nuovo disco della band di Manchester.

Documenti di un’epoca lontanissima dove qualcuno registrava ancora su cassetta e riusciva a venderne 8000 copie e regalarne a mano a gente come Sonic Youth e New Order. Dove Noel Gallagher lavorava come roadie e rispondeva a mano alle lettere dei fan, su carta intestata Inspiral Carpets e con una buffa faccia di mucca che muggisce stampata su ogni foglio.

Riuscite ad immaginare qualcosa di più indie?

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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DEATH – Spiritual ▼ Mental ▼ Physical (Drag City)

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Se negli anni Settanta sei nero, non suoni funky e decidi di chiamare il tuo gruppo Death non puoi pretendere che qualcuno pubblichi il tuo disco.

E infatti nessuno lo fa. I Death nascono e, mi si perdoni la banalità, muoiono nella Detroit sconvolta dagli Stooges e da Alice Cooper autofinanziandosi un unico 45 giri in tiratura da loggia massone.

Di loro nessuno si ricorda più finchè a sorpresa la Drag City tira fuori una parte di quei nastri nel 2009, siglando una delle più belle e rilevanti opere di recupero della storia del rock. L’operazione viene conclusa oggi con questa collezione di provini che non replicano la bellezza di quel disco ma ne completano la storia, con altre registrazioni inedite risalenti al triennio ’74/’76.

Se i brevi frammenti solistici di Bobby e Dannis sono del tutto trascurabili, il resto, tra parodie beatlesiane (The Masks), placidi angoli crepuscolari (The Change, Flying), tirate proto-punk come Views, Can You Give Me a Thrill? e People Look Away e sperimentazioni post-stoogesiane (The Storm Within) documenta i tre bordi di questo triangolo nero, senza tuttavia eguagliare l’impatto del loro album “d’esordio”. Partite da quello, se volete davvero capire cosa vi siete persi.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro   

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THE LAST KILLERS – Violent Years (Go Down)

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La press-sheet messa su rimpastando, male, la pagina di un blog dedicata al loro 7” di inizio anno è ridicola e faziosa.

Ma è cosa riservata agli addetti ai lavori che non deve inquinare ciò che invece passerà per le orecchie degli ascoltatori, che è invece un Signor Disco.

Poco importa se il loro debutto vi sia piaciuto o meno, perché Violent Years viaggia su un’altra orbita, un’altra parabola, una diversa gittata.

Un gruppo che senza sconfessare le sue smanie sixties (Paperbag sembra una out-take da Floating dei Sick Rose mentre Don‘t Fuck My Babysitter è scritta in perfetto Morlocks-style, NdLYS) riesce a confrontarsi col suono dei QOTSA (Whatcha Gonna Do) o quello dei Cramps (Jungle Woman) senza frizioni o imbarazzo. 

Credetemi: in un momento in cui la scena si riempie di scimmiette che giocano a fare i cavernicoli, dischi come questo fanno la differenza tra chi sa scrivere delle canzoni e chi si limita a comprare gli strumenti giusti.

Sapete che vi dico? Alla fine me ne sbatto che ci sia Brian Auger a suonare sul disco. Quello che importa è che ci suonino i Last Killers.

 

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LITTER – Emerge (Probe)

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Dopo aver messo a ferro e fuoco Minneapolis con uno dei più bei singoli della stagione beat-punk, i Litter cambiano rapidamente pelle trasformandosi gradatamente da garage band a potentissima formazione hard.

La mutazione diventa compiuta quando, dopo l’ennesimo cambio di line-up che vede l’ingresso di Ray Melina e Mark Gallagher, esce Emerge registrato nella rumorosa Detroit, negli stessi studi dove viene registrato Back in the USA degli MC5. Un’affinità che “emerge” subito lampante anche sul piano musicale, già dalle iniziali Journeys e Feeling.

Il fragore del suond dei Litter, già gagliardo e florido su Distortions e $100 Fine, diventa una miscela esplosiva di hard-rock e psichedelia che offre il fianco alla furia elettrica di band come Blue Cheer, Amboy Dukes e, appunto, MC5. Un impeto che è figlio dei suoi tempi ma che è anche nipote dell’incanto folk-psichedelico di Buffalo Springfield, Love (percepibili più che nella versione di My Little Red Book di Bacharach già stuprata dalla band di Arthur Lee sul disco di debutto sulla esplosiva e proto-metal Blue Ice, NdLYS) e Quicksilver Messenger Service. I dialoghi tra le chitarre di Rinaldi e Melina creano intarsi suggestivi (si ascolti la lunghissima elegia di Future of the Past o la cover di For What It‘s Worth) così come una granitica powerstance (Feeling, My Little Red Book, i canini che vengono mostrati tra le ombre della jazzata Silly People) che mette quasi soggezione per impeto e volume.

Emerge è un disco dal carisma immutato ed immutabile.

Chi non riesce a restarne incantato ha una campana al posto della testa. E, probabilmente, non ha neppure il batacchio giusto per farla suonare.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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