…A TOYS ORCHESTRA – Lub Dub (Ala Bianca)  

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Sono certo di essermi perso qualcosa degli …A Toys Orchestra. Mi sono imbattuto in loro parecchi anni orsono e poi saltuariamente negli anni a venire ma avevo perso la familiarità col loro gusto pop sopraffino di cui tuttavia parlai già con toni d’elogio sulle pagine di Musicletter, un decennio fa.

Non intimorisca il titolo, ‘che qui il dub è inteso come rumore pulsante del cuore e non come scienza musicale: il loro ottavo album li conferma piuttosto magistrali e sofisticati interpreti di un pop ben vestito nonostante sia fondamentalmente una adornatissima coperta di Linus, così tanto ha a che fare col nostro bisogno di tepore affettivo.

Lub Dub è un disco dai suoni ricercati e voluttuosi pur nella loro aggraziata semplicità che si lascia spesso dietro una bava di malinconia. Alla riuscita empatica concorrono senza dubbio le prime canzoni del disco, dove volteggiano senza posa i gabbiani di John Lennon, Roger Waters, David Bowie e U2 ma pure i corvi neri appollaiati sui letti di Eels e Geoff Farina ma è scavando più a fondo che si svela il cuore del disco, il tesoro nascosto dentro uno degli scrigni più preziosi di questo 2018, uno dei lavori della stagione che si ascoltano con più piacere e gusto anche da chi non è di norma benevolente come me.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HALF JAPANESE – Why Not? (Fire)  

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Ho letto peste e corna sul nuovo Half Japanese. E così, tornatami in mente la favola della volpe e dell’uva che da piccolo mi raccontava mia madre, me ne sono innamorato perdutamente. E mi ci sono rimboccato le coperte adesso che Mark E. Smith ci ha lasciati tutti un po’ più infreddoliti. Why Not? l’ho trovato delizioso, più di tanti altri dischi dello strambo gruppo americano così poco amato che nessuno pensa più neppure ad aggiornargli la pagina su Wikipedia.

C’è dispersa, su tutto il disco, questa gioiosa serenità quasi rurale, contadina.

Come spiegarvela a parole non saprei.

Ma quando Jad Fair ci dice di provare tutti insieme a pronunciare la parola “yes”, a pronunciarla seguita da “we can”, la mente oltre ad Obama va ancora più indietro, verso quel sogno ottimista che loro chiamarono americano e che noi qui chiamammo onomatopeicamente boom.

Che passava una macchina fotografica e sorridevi.

Passava una cinepresa e sorridevi il doppio.

E sorridevi davvero.

E c’era sempre un pozzo da dove poter tirare su acqua pulita.

E le tette erano ghiandole, non presine per le teglie da forno.

Sul nuovo disco degli Half Japanese questo entusiasmo si sposa ad una musica sorniona, non più strampalata come quella degli esordi. Come quei contadini che si mettono il vestito buono per andare in chiesa la domenica. E tutti li riconoscono comunque. Ecco, ancora oggi, in questa miscela tra il folk di Jonathan Richman e le pastiglie biologiche dei Feelies, quando passano gli Half Japanese li riconosci.

E ti viene voglia di fare gara a chi piscia più lontano, proprio come quando giocavamo nei campi e l’ottimismo non ce lo dovevano spiegare coi tutorial o coi libri per diventare leader. Ne’ tantomeno la musica ce la spiegava gente che non sa neppure fare o col bicchiere, come me.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PRIMAL SCREAM – Screamadelica (Creation)  

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Bobby Gillespie manda giù la prima pastiglia di ecstasy nell’Aprile del 1989, direttamente dalle mani di Alan McGee, il boss della Creation Records. Quattro mesi dopo incontra per la prima volta Andrew Weatherall, uno dei Messia dell’acid house durante un pellegrinaggio a Brighton. Sono queste le due tappe fondamentali che danno il via alla creazione di Screamedelica, il disco capace non solo di trasformare i Primal Scream (che, nonostante due album alle spalle, sono ancora dei Signori Nessuno) nella band del Regno Unito più importante del post-Smiths e del pre-Oasis ma di marchiare col loro nome la storia della musica moderna.

L’album è una celebrazione, tardiva ma pertinente, della seconda estate dell’amore, quella dei rave parties, delle pillole portentose, dei dj agitatori di folle, dei remix come forma d’arte e celebrazione somma del matrimonio tra musica dance e brivido rock.

Seppur costruita in ritardo ne rappresenta, in termini discografici, l’architrave.

Come se la condensa umida generata con l’evaporazione della stagione acid fosse stata raccolta sulla sua superficie e ce ne piovessero le gocce ogni volta che se ne gira una delle sue quattro facciate.

Screamadelica è pensato per il pubblico dei club, che diventa da questo momento la base dei fans dei Primal Scream. Gli altri si accoderanno all’entrata una volta averne letto delle sue meraviglie sulle classiche riviste rock. Come l’inalatore da aerosol usato nei rave per prolungare e amplificare gli effetti delle pastiglie, Screamadelica permette di allungare gli effetti delle feste a base di musica e droga per un dosaggio casalingo. Un “first aid” domestico, da tenere nella dispensa del bagno.

I Primal Scream deformano la loro musica usando degli additivi di sicura efficacia. Si chiamano Andrew Weatherall, Orb, Tony Martin, Jah Wobble, Paul Taylor. Quello che ne viene fuori è un paradossale blob di ritmi sintetici, organi da cerimonia evangelica, voci soul, soffi raga, riff e solo Stonesiani, cori gospel, bassi dub, campionamenti, trombe jazz, bip elettronici, groove da funk latino.

Come se il Diavolo evocato da Jagger alla fine gli avesse dato appuntamento ad Ibiza, chiamando i Barrabas come testimoni.

Screamadelica nasce benedetto da Dio e dal suo rivale. Per questo tutti, in cielo e sulla terra, oltre ad esaltarne le virtù gli hanno perdonato anche i peccati che ad altri non furono perdonati.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FELT – The Splendour of Fear (Cherry Red)  

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I Felt furono una di quelle piccole meraviglie inglesi circoscritte nell’arco di un decennio e di cui pochi serbano memoria. Una di quelle che hanno trovato sepoltura sotto la statua del Milite Ignoto anziché in una di quei bei tabernacoli tutti pieni di marmo, foto ed edere rampicanti. Nati a Birmingham dalla comune passione di Maurice Deebank e Lawrence Hayward per le vertigini psichedeliche dei Television e le lampade di Wood dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol pubblicarono una lunga sequenza di gymnopedie per chitarra di cui The Splendour of Fear rappresenta, nella sua concisa bellezza, l’apice artistico. E dentro quell’apice la chitarra di cristallo di Deebank incarna il sovrano assoluto. Sono sei canzoni in cui, a dispetto di una base ritmica incalzante nel più classico stile involuto del dopo-punk, le tessiture di Maurice Deebank esplodono di una dolcezza soave, di un tintinnio celestiale, epicureo, voluttuoso.

Come se il Paradiso avesse scelto di aprire una filiale nelle Midlands.

Per farsi annerire dalle ciminiere.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Terra (La Tempesta Dischi)  

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Aspettavo di vederlo in azione sul palco del Primo Maggio per poter fugare o confermare i dubbi suscitati dal suo ultimo lavoro. Oggi, il Due Maggio, posso dire che i dubbi suscitati dall’ascolto di Terra sono stati confermati.

L’ormai lontanissimo album di debutto aveva, pur nella sua limitatissima formula, definito un territorio visivo/culturale ricco di un fascino decadente e post-industriale che non poteva durare più che lo spazio di un disco. Una sorta di concept sulle vite imprigionate nelle periferie urbane. E infatti Vasco Brondi ha pensato bene di lavorare sin da subito come una talpa. Ha trovato un bel campo coperto di gramigna e ha iniziato a scavare dei cunicoli che da quei quartieri-dormitorio la cui skyline era tagliata dai capannoni industriali e dai tralicci dell’alta tensione lo portasse in altri luoghi.

Luoghi dapprima pensati, immaginati, irraggiungibili e poi via via sempre più vicini, sempre più tangibili, concreti, reali. Il suo tentativo di abbracciare il mondo giunge a completamento con questo Terra, il cui intento viene reso manifesto già dal titolo. Ma è un abbraccio impacciato. Come di un saluto carico di belle intenzioni ma povero di fiducia. Un po’ come quello del suo ufficio promozione che ti manda il link per l’ascolto dell’album ma ti avverte che segneranno il tuo IP. Che insomma si fidano di te ma non del tutto. Come in quegli ipermercati di cui Brondi cantava. Che ti invitano ad entrare ma ti dicono che all’uscita potrebbero essere effettuati dei controlli. Che sono contenti se gli porti i soldi ma sospettano pure che tu possa portargli via la merce. Che sei una merda, insomma. Però se porti la carta igienica nel portafogli e gliene lasci qualche strappo, faranno finta di trattarti bene.

Terra prova a cantare queste città italiane superaffollate, meticce, multietniche loro malgrado. Con le razze messe una di fianco all’altra, come quando le mie figlie disegnavano un abbozzo di Pace nel Mondo per le maestre della scuola d’infanzia e io compravo loro i pennarelli gialli, neri, rossi, rosa e nocciola per dipingere quelle facce avvolte da un sorriso da bocche con le ali all’insù, quelle mani che si stringevano l’un l’altra in una catena di felicità posticcia. Vasco Brondi fa la stessa cosa, mettendoci più parole che colori, forse troppe. Accostate una accanto all’altra come in quei disegni. Peccato però che musicalmente Le Luci della Centrale Elettrica non sia riuscito, ancora una volta, ad andare oltre ad una “ipotesi” di musica. Pluralista negli intenti ma intimamente isolazionista nei risultati, come nei primi dischi di Claudio Lolli. Come nei suoi primi dischi, nei fatti. Dimostrando che alla fine quei cunicoli non erano altro che delle tane.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TODO MODO – Prega per me (Goodfellas)  

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Funziona solo a tratti, a piccolissimi tratti il nuovo disco dei Todo Modo. Un po’ come già per il primo raduno da “dopolavoro” degli ex “uomini del presidente” Agnelli Giorgio Prette e Xabier Iriondo, qui al servizio di Paolo Saporiti e per il quale pure si erano spesi sperticati elogi, del resto.

Non qui da me. Altrove.

Il meglio, come nei cocktail che non vengono girati a dovere, sta in fondo. In quella traccia inquietante e percorsa da un monito perverso vicino a quelli che la Fuzz Orchestra affida alle pellicole di culto della cinematografia italiana, Todo Modo compresa, e intitolata La ballata di Rouen. Il resto capitola invece sotto una sorta di manto Subsonico, appena appena incattivito da qualche asperità e seviziato dal rumore (La fine del mondo, Prendi a calci i tuoi dolori, Fino a farmi male, La figlia del Re).

Quando anche il rumore zittisce (Clandestino, Nel nome mio, Non dite niente) si lambisce invece quella sorta di vuoto cosmico di cui spesso la canzone d’autore si fa portavoce, contravvenendo alla regola che il vuoto in quanto tale non ha bisogno di alcuna voce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HAPPY MONDAYS – Squirrel and G-Man Twenty Four Hour Party People Plastic Face Carnt Smile (White Out) (Factory)  

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Nell’Aprile del 1987, con il corpo degli Smiths sfatto ma ancora vivo, divenne chiaro che, indipendentemente da come sarebbero andate le cose (e le cose andarono male), la loro esistenzialista curva all’ingiù aveva avuto la peggio nella battaglia contro la curva all’insù dell’edonismo godereccio propagandato dai concittadini New Order. Il loro scioglimento non avrebbe fatto altro che cedere del tutto la città al “nemico”. Le prime avvisaglie di quella disfatta si erano rese manifeste sul debutto di una band che girava per la città già prima che Marr e Morrissey si incontrassero e, ora che stavano per litigare, arrivava al suo debutto sotto l’ala protettrice della Factory e il mantello sinistro di John Cale.

Ragazzacci che probabilmente non avevano mai letto un libro di Oscar Wilde e il cui interesse sembrava essere quello di fare festa 24 ore al giorno e  consumarsi il cervello con pastiglie di acido e videogiochi.

Che pisciavano sulle aiuole. E che ai ricami dei merletti degli Smiths sembravano preferire assai le imbastiture dozzinali della sartoria dei Fall. Come nei dischi della band di Mark E. Smith, dentro le vene del debutto degli Happy Mondays scorre un funky disarticolato e dilettantesco che è foriero di quell’ibrida mistura tra post-punk, teppismo english e sballo da dancefloor che porterà a dischi come Screamadelica, il debutto degli Stone Roses o al loro capolavoro bastardo di tre anni dopo.

Per adesso, per loro, si tratta di prendere appunti.

Per chi li sta ad ascoltare, di saper leggere fra le righe.

Per i pusher, di cominciare a preparare le caramelle.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SCOTT & CHARLENE’S WEDDING – Mid Thirties Single Scene (Fire)  

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Scott Robinson e Charlene Mitchell si sono sposati, alla fine.

E hanno chiamato i Pavement a suonare alle loro nozze, che i Violent Femmes erano già impegnati.  

E io sono tra gli invitati.

Seduto dirimpetto al tavolo di Mark E. Smith.

La nonna di Charlene ha imbastito un buffet di biscotti fatti in casa. Non hanno il profilo a pettine come quelli industriali ma hanno un ottimo sapore, nonostante l’aspetto artigianale.

La mamma di Scott gira per i tavoli e porge la mano con eleganza, nonostante i tacchi le conferiscano un profilo da fenicottero rosa e le regalino un’andatura claudicante da bipede azzoppato.

Quando Maureen, la sorellina di Charlene, si avvicina al tavolo azzardiamo un karaoke da balbuzienti. E siamo ancora al primo brindisi.

Dopo la prima mezz’ora ci troviamo già al centro della sala, a ballare una cosa come Distracted su una zampa sola, per solidarietà alla suocera nuova di zecca della sposa. Scott si unisce al gruppo e sembra Jonathan Richman che canta la sua ode all’uomo dei gelati. Poi, affonda il coltello nella torta nuziale e impone al complesso di suonare qualcosa che somigli ai Velvet Underground, perché lui dice di somigliare a Lou Reed.

Charlene lo guarda divertita e gli lancia uno sguardo complice mentre le cadono i petali del suo bouquet già un po’ appassito.

Poi si siedono vicini. Lei al piano, lui alla chitarra acustica, sul suo stesso sgabello. Tanto vicino da costringerla a suonare su due ottave. Lui azzarda un assolo acustico che suona come se i Ventures si fossero spiaggiati sulla piccola baia che si stende sotto la sala trattenimenti a forma di sorriso.

Quindi si alzano, mano nella mano, fanno un inchino. Lei lancia il suo bouquet oltre i cespugli e invita il novello sposo a seguirla per andarlo a recuperare.

Il ristoratore impreca preoccupato, non appena la luna fa capolino oltre l’orizzonte.

Le signore raccolgono i loro coprispalla dalle sedie addobbate, i signori riannodano le cravatte e si avviano verso il parcheggio. Il complesso ne accompagna l’uscita di scena come un’orchestra da Titanic.

Scott e Charlene oggi sposi. Domani, chissà.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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