HALF JAPANESE – Invincible (Fire)  

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Jad Fair è il fratello più vecchio di Brian Fair, il vocalist degli Shadows Fall. Assieme al cugino David, giapponese per parte di mamma, ha messo su questo gruppo al suo debutto anche se in realtà Jad è autore di successo da almeno trent’anni, sotto mentite spoglie. Un vezzo o una necessità a non volersi fare imprigionare dalla notorietà. Ha registrato e inciso dischi sotto nomi assurdi e falsi come Lou Barlow, David Lovery, Don Fleming e ha incassato milioni di dollari e vinto qualcosa come sedici dischi d’oro, una trentina di dischi di platino e, nel periodo della Grande Recessione, almeno una mezza dozzina di lega nichel/cromo.

Merito sicuramente di una capacità vocale che teme pochissimi rivali e che si unisce ad una tecnica chitarristica sopraffina anche se tendente spesso all’autocompiacimento tipico dei fuori classe come lui. Anche il nuovo Invincible è ricco di questi assoli perfetti (probabilmente modificati in studio, per essere affinati ulteriormente) e strabordanti e dei soliti pezzi-fiume estremamente rifiniti.

Nonostante questo eccesso di perfezionismo, Invincible è un disco bellissimo e non fa che rendere ancora più febbrile l’attesa per il prossimo blockbuster cinematografico dedicato alla vita dei cugini Fair che vedrà J Mascis e Beck vestire i panni dei due Half Japanese, in modo che due metà ne diano almeno uno.  

E malgrado sia bello e facile credere a tutto, solo una delle cose che vi ho detto è vera.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Endoscopia shoegaze 

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Assieme a Psychocandy e Sound of Confusion, Taste servì a costituire la Sacra Trimurti del feedback pop inglese degli anni Ottanta.

Un rumore da officina siderurgica che soffoca ogni cosa.

Taste nasce sotto effetto delle droghe. Triptizol, per l’esattezza. Un antidepressivo triciclico al cui abuso Stephen Lawrie sopravvive a stento, quando è appena diciottenne. La crisi di astinenza che ne segue mette in circolo tossine e scorie che Stephen cerca di eliminare in ogni modo. Vomita ed urina ad ogni ora del giorno e della notte. E scrive larve di canzoni spalmate su brandelli di rumore bianco.

Come se non bastasse, il resto della scaletta di Taste viene composta nell’appartamento che Dominic Dillon (diventato nel frattempo batterista “in pianta” stabile, NdLYS) condivide con una serie imprecisata di spettri. Che stavolta, a differenza di quelli di Stephen, non sono presunti. Ma i ragazzi sfruttano la cosa a loro vantaggio: nessuno frequenta il palazzo, a causa dei fantasmi che lo abitano, e così danno fondo alla loro risorsa di rumore. Sempre più forte, sempre più violento, tanto da atterrire pure i fantasmi.

Quando alla fine portano i loro strumenti alla Track Station, Stephen non è ancora sazio. Vuole ancora più rumore, vuole che sia indomabile.

Suggerisce a Ken MacPherson, uno dei due produttori del disco, di alterare i pedali fuzz fino a renderli ingovernabili. Sempre Stephen suggerisce a Ken e Chris Bell l’idea di piazzare un ventilatore tra l’amplificatore del basso e il microfono per creare l’effetto oscillante dentro il caos di Suicide, il collasso conclusivo che chiude il disco. I Fall, She Screams, Violence, Threadbare, There Is No Floor, Suffercation, Silent Water lungo lo snodarsi del disco sono percorse dalla medesima follia feroce e perversa. Una torrida colata di rumore bianco e purpureo che ustiona la carne, un altoforno dove il pop anoressico della pallida Albione viene forgiato come una lamiera di ferro rovente. Una zecca abusiva dove viene coniata la nuova moneta del rock psichedelico dell’era post-atomica.

Non chiedetevi che “sapore” abbia, chiedetevi piuttosto se riuscirete a sopportarlo.

Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra che non convincono nessuno, men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

Il feedback devastante di Taste si tacita dunque per gran parte del secondo, omonimo e delicatissimo album dei Telescopes, capace di preziosissime perle acustiche e annoiate come You Set My Soul, And, Yeah, Spaceships, Splashdown che ricordano certi ricami dei Felt e dei giovani Primal Scream ma anche l’anoressia emozionale dei dischi di Nico. Il suono si denuda o preferisce indossare abiti meno ovvi rispetto a quelle delle sartorie a la page del feedback-pop di quegli anni. Nascono così pezzi caleidoscopici come High on Fire, Flying o Please Tell Mother, naufragi psichedelici in cui l’elettricità si spiralizza e si riannoda in forma di giga e che aiutano a tenere alta un’attenzione messa a dura prova da qualche passaggio un po’ troppo sonnolento (The Presence of Your Grace, And) che induce, nel viaggio onirico che si prefigge, a toccare abissi di profonda noia. Il risultato è ancora più catastrofico dal punto di vista commerciale, tanto da portare in breve allo scioglimento dei Telescopes, rimasti schiacciati da una musica che paradossalmente voleva diventare talmente leggera da lievitare.

Quello che per sei lunghi anni sarà l’ultimo gig dei Telescopes si terrà allo Splash Club di Londra, in una umida notte britannica del 1995 in cui la band saluta il suo pubblico con un addio. Stavolta non c’è né Alan McGee a salvarli, né nessun altro.

Il “difficile (anzi difficilissimo) terzo album” esce solo agli inizi del nuovo secolo, quando Stephen e Jo Doran tornano in studio con un ensemble di altri nove musicisti per dar vita ai dieci movimenti sonici di Third Wave: siamo musicalmente molto distanti dai tipici mantra rumorosi dei Telescopes di Taste, anzi in una situazione sonora diametralmente distante. Al posto di un assalto sonoro all’arma bianca tagliente e spudoratamente figlio del feedback più assassino, Third Wave vive di un suono pastoso, pneumatico, avvolgente. trombe sordinate, loops e pattern ritmici, architetture di tastiere analogiche, semplici giri di piano contribuiscono a creare un disco mantrico, dall’impatto quasi ambient che si diletta a ricamare sulla ripetitività e reiteratività delle soluzioni sonore traducendole in una sorta di psichedelia new age jazzata e onirica. Qualcosa che viaggia a metà strada tra il trip hop, la psichedelia liquida degli Spiritualized e una soundtrack di Henry Mancini, se riuscite a lavorare di fantasia. Si tratta in pratica, malgrado la formazione sia rimasta praticamente immutata rispetto a quella ultrarumorosa del periodo storico e identico il moniker, del disco di un’altra band o comunque di un disco anomalo, un gorgoglio elettronico che riempie come bario le tracce dei vortici disegnati a suo tempo dalle raffiche di feedback dell’epoca “storica” del gruppo inglese. Third Wave è un’autentica astronave psichedelica di una bellezza straziante.

 

L’”untitled fourth” album dei Telescopes, pubblicato nel Settembre del 2005 dalla piccola Antenna Records di proprietà dello stesso leader, vede uno Stephen Lawrie destreggiarsi tra sintetizzatori, organo, theremin, batteria, basso, flauti, banjo, xilofoni, chitarre acustiche, diavolerie elettroniche e voce in quasi perfetta solitudine (in realtà ci sono altri due o tre musicisti a coadiuvarlo nell’impresa, non possedendo ancora il buon Stephen, ma chissà in futuro, il dono dell’ubiquità). Il risultato è un disco climaticamente avviluppato tra le due stagioni più fredde e umorali dell’anno: Winter #4, The Yearning, Fear the Eye Became the Tone, All the Leaves, Singularity e la sibillina On a Dead Man’s Bones by the Light of the Moon, Skeletons Dance a Demon Dance of the Doomed e Link #1 sono tutte cariche dell’angoscioso respiro di Anakin Skywalker eppure non trasmettono alcun senso di minaccia e hanno poco, anzi nulla, di alieno. Quello di #4 è piuttosto un viaggio antropomorfico nelle nostre viscere, nel reticolo delle nostre arterie, nei cunicoli del nostro sistema linfatico, negli abissi profondi delle nostre cavità bronchiali. Una sorta di viaggio terapeutico e cognitivo che ha profondità d’abisso solo se decidiamo di concedergliela e che vale pur la pena di affrontare.

 

Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale anche sulle Hungry Audio Tapes, in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

 

Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo. Il Metal Machine Music dei Telescopes.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

 

Stephen Lawrie ha aperto un conto col rumore anni fa.

Quel conto è sempre in sospeso. E l’oste di tanto in tanto torna al suo tavolo. Stephen paga una rata e poi va via dal locale, sicuro che sarà costretto a tornare.

Harm è l’ennesima rata che prova a saldare una parte di quel debito con due lunghe catene montuose che si fronteggiano, una per ogni lato del disco. Distorsioni che tagliano l’aria come un machete o che spirano sinistre come un vento mefistofelico, un cupo riverbero di onde dense e schiumose che sembrano volerci ingoiare fino ad sommergerci.

Held e Torn sono l’eco putrescente delle viscere della terra e degli abissi spaziali. Stephen il rabdomante delle lacrime disperse nella nostra anima.  

 

Alla fatta dei conti, di quell’uragano di feedback che investì l’Inghilterra nella metà degli anni Ottanta, i Telescopes sono gli unici ad esserne usciti vivi. Scompigliati, ma vivi. Gli unici ad avere il coraggio di non disertare quelle terre fustigate dal rumore ma, al contrario, riorganizzare il proprio habitat proprio fra quelle indomabili e scoscese pareti di suono, pur avendo talvolta cercato di scavare fra le loro viscere per trovare una qualche via di fuga. 

Hidden Fields, ottavo album per la formazione di Stephen Lawrie, è il frastuono assordante di quelle pareti che si sgretolano, innalzando altre poderose e densissime onde di feedback. Cinque movimenti, come le teste del Brahma innamorato di Shatarupa. Cumuli e cumuli di rumore ammassati dietro la porta del vostro rifugio tra i ghiacci, fino a restarne seppelliti. Col mondo che ruggisce là fuori, come una belva affamata.

 

Dopo il ciclo di dischi degli anni Zero i Telescopes si sono progressivamente riappropriati del loro brutale linguaggio originario, esasperandolo ulteriormente.

Le lunghe tracce di As Light Return, nono album per la formazione inglese, sono delle enormi statue di pietra lavica spinte con sudore e fatica sotto una tempesta di polveri di piombo. Una staticità ingombrante, come di enormi motori da aerostati ingolfati dalla ruggine, assiepa le musiche di As Light Return. Come se la carcassa dell’astronave dei Pink Floyd tornasse sulla terra e venisse trascinata orizzontalmente per essere portata alla demolizione, nitrendo di dolore e di un’ingovernabile vecchiaia.  

Musiche che hanno il passo dello Yedi, dei cingolati che hanno percorso strade di guerra e ora tornano all’officina portandosi addosso il peso dei cadaveri che hanno maciullato nel tragitto di andata, quando avanzavano lucidi e spietati, sotto quella cappa di fumo che hanno alzato perché la luce del sole non rivelasse le loro nefandezze.

Che guardano un punto lontano. Non fuori, ma dentro di noi.

 

Lo spunto è interessante: oggetti inanimati che assorbono energia dal mondo circostante e la rilasciano sotto forma di vibrazioni, quando le condizioni lo consentono e queste particelle energetiche sono opportunamente stimolate da un contatto paranormale. È la teoria formulata da Thomas Charles Lethbridge nel 1961 cui si ispira questo nuovo lavoro dei Telescopes, il secondo per questo 2017 (anche se in realtà è il solo Stephen Lawrie a scrivere, suonare e produrre il tutto, NdLYS) e che si sposa perfettamente con l’universo sonoro della band inglese.

Stone Tape lascia impronte sulla neve dopo che la sferzante tempesta di As Lights Return si è placata, probabilmente interrotta da un evento ancora più atroce, ancora più devastante ed imprevisto. Il passo della sua mezza dozzina di tracce è macilento e greve, ma deciso e implacabile. Un avanzare sinistro e carico di un silenzio assordante, come quello dei bruti a nord della barriera di Grande Inverno. Il sole evocato dal primo titolo proietta lunghe ombre velvettiane mentre The Speaking Stones sembra il ronzio amplificato di qualche aracnide gigante e raccapricciante.

I Telescopes che guardavano le stelle sembrano essere diventati dei microscopi che allargano a dismisura lo sguardo sulla vita dei microorganismi, la spiano e ce ne trasmettono, amplificata, la sua incredibile, vorace lotta per la sopravvivenza.  

 

La sindrome della testa che scoppia ci disturba le notti.

A disturbarci le ore di veglia ci pensano, ormai da decenni, i Telescopes.

Alcuni loro dischi sono insormontabili montagne di rumore pesanti come rocce, angosciose e opprimenti discese negli inferi della terra attraverso cunicoli dove il rumore bianco viene iperamplificato fino a diventare tridimensionale.

Il nuovo Exploding Head Syndrome sceglie invece strade meno impervie, quasi che Stephen Lawrie abbia deciso di dissociarsi da quel disturbo del sonno e abbia scelto di farsi antidoto a quello e a sé stesso.

C’è un’accogliente pianura di feltro che si stende sui solchi del suo nuovo disco, offrendoci una accessibile via di fuga percorribile in entrambi i sensi, anche se quella che conduce verso lo stato onirico è forse preferibile.

Nessun pezzo segue uno sviluppo in senso melodico ma procede in maniera orizzontale, sovrapponendo lastre di morbido rumore fino a creare uno straniamento sensoriale all’inizio impercettibile, poi sempre più deciso, piacevole, rasserenante, quasi terapeutico.

Stephen Lawrie si conferma il Virgilio in grado di guidarci nelle viscere della nostra mente. Voi, continuate pure a prenotare i viaggi per allontanarvene.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TELESCOPES – Exploding Head Syndrome (Tapete) 

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La sindrome della testa che scoppia ci disturba le notti.

A disturbarci le ore di veglia ci pensano, ormai da decenni, i Telescopes.

Alcuni loro dischi sono insormontabili montagne di rumore pesanti come rocce, angosciose e opprimenti discese negli inferi della terra attraverso cunicoli dove il rumore bianco viene iperamplificato fino a diventare tridimensionale.

Il nuovo Exploding Head Syndrome sceglie invece strade meno impervie, quasi che Stephen Lawrie abbia deciso di dissociarsi da quel disturbo del sonno e abbia scelto di farsi antidoto a quello e a sé stesso.

C’è un’accogliente pianura di feltro che si stende sui solchi del suo nuovo disco, offrendoci una accessibile via di fuga percorribile in entrambi i sensi, anche se quella che conduce verso lo stato onirico è forse preferibile.

Nessun pezzo segue uno sviluppo in senso melodico ma procede in maniera orizzontale, sovrapponendo lastre di morbido rumore fino a creare uno straniamento sensoriale all’inizio impercettibile, poi sempre più deciso, piacevole, rasserenante, quasi terapeutico.

Stephen Lawrie si conferma il Virgilio in grado di guidarci nelle viscere della nostra mente. Voi, continuate pure a prenotare i viaggi per allontanarvene.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ANDRÉ – THEMAGOGIA. Tradurre, tradire, trappare. (Freak & Chic)  

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Il fenomeno, come accade sempre più spesso nel nuovo secolo, è sbocciato in rete. Il posto senza identità dove ci si commuove per tutto, ci si arrabbia per niente, ci si stupisce per qualcosa che al pub sotto casa ci farebbe inorridire.

Poi il fenomeno ha preso una sua identità. Anzi no, ha preso un’identità non sua e se l’è calata sul viso come a Carnevale con la maschera di Pluto. Ed ecco arrivare nei negozi il primo album di The André, che già detto così fa un po’ impressione. Già, perché The André si legge proprio come immaginate. E si ascolta come non avreste mai immaginato, ovvero come il De André degli anni Settanta.

THEMAGOGIA è un falso d’autore in cui l’ignoto folksinger veste di stracci poetici i santini benvestiti e ben pagati della nuova musica italiana, da Young Signorino alla Dark Polo Gang, da Ghali a Bello Figo. Con un risultato spiazzante. Facendo “themagogia” The André in realtà prende per il culo tutto, regalandoci l’ultima beffa, la barzelletta cattiva che potrebbe zittire e stizzire tutti.

“Lui” ce le avrebbe raccontate così, le canzoni che disprezzate, sembra dire.

E noi le avremmo ascoltate, gli risponde silenziosamente consenziente la nostra coscienza che fa a pugni con il disprezzo per una modernità che non comprendiamo e da cui ci sentiamo in obbligo di prendere le distanze.

THEMAGOGIA, che pure non ascolteremo più di due volte, ci regala quel rassicurante abbraccio di cui sentiamo nostalgia ora che uscendo di casa avvertiamo il pericolo alitarci al collo ad ogni passo, ad ogni sguardo, ad ogni auto che rallenta.

Ci sembra di guardare De André di spalle, come egli stesso si guardò partire prima della morte. E farci ciao dai paesi di domani, che sono già quelli in cui ci ha lasciati, orfani del futuro e prigionieri del passato.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

MR. AIRPLANE MAN – Jacaranda Blue (Beast)  

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La prima volta che ascoltai Margaret Garrett e Tara McManus fu quasi venti anni fa. Correva l’anno 2000 ed era uscito l’album postumo dei Morphine. Pare sia stato fra l’altro proprio Mark Sandman a fornire alla Garrett qualche altro rudimento stilistico al suo stile assai spartano di toccare le corde della chitarra. Su quel disco le due artiste bostoniane si limitavano al ruolo di coriste, peraltro su una sola traccia. Ma il loro progetto di ossuto e primitivo blues era già stato avviato da un paio di anni. Jacaranda Blue celebra dunque un rapporto artistico ventennale che continua a produrre un repertorio altalenante.

Ogni loro album, e questo non fa eccezione, alterna numeri di prestigio a piccoli trucchi risaputi. Molte tracce indugiano in una sorta di blues ovattato ma il meglio arriva quando l’aeroplano atterra su mari increspati che somigliano alle piste di atterraggio di P.J. Harvey (Never Break, bellissima) o finisce dentro le acque caramellate di certo garage/beat che in passato il duo ha tra l’altro frequentato con buoni risultati (Good Time, Deep Blue). Che però sono atterraggi di fortuna, visto che gran parte del viaggio attraverso gli arbusti di jacaranda si svolge invece in un torpore che non prevede grossi scossoni alla cabina.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PARQUET COURTS – Wide Awaaaaake! (Rough Trade)  

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Come procede la vostra storia d’amore con i Parquet Courts?

La mia va benone.

Wide Awaaaaake! è il disco chiamato a rinnovare quella promessa di amore sbocciata ormai un po’ di anni fa, quando eravamo tutti un po’ più magri. Lo fa esibendo quel po’ di grasso che nel frattempo abbiamo messo su entrambi, senza averne alcuna vergogna. Anzi. Chiedendo a Dangermouse di modellarglielo addosso, i Parquet Courts hanno fatto di quel che potrebbe essere un inestetismo il punto di forza di questo loro nuovo lavoro.

Wide Awaaaaake! è un disco che potrebbe raccogliere ai suoi piedi una pletora di spasimanti dai più disparati: singles omo ed eterosessuali, ex-punk e vecchie puttane che trascorrevano i sabato sera ballando i Talking Heads, vecchi romantici che passano i giorni a sfogliare gli album dei ricordi e le foto accanto a Costello o hooligans interdetti dallo stadio.  

E che ha (ri)conquistato anche me, col suo caratteraccio bastardo come quello dei Minutemen, scontroso come quello dei Sleaford Mods, orgoglioso come quello di Billy Bragg e ruffiano come quello degli LCD Soundsystem. E insopportabile come il mio.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

HARLAN T. BOBO – A History of Violence (Beast)  

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Ne era passato di tempo! Otto anni circa, dal suo terzo album.

Un tempo lunghissimo durante il quale il tristo mietitore ha razziato sulla prateria del rock portandosi via un numero impressionante di artisti. Onestamente, pensavo fosse stato poco clemente pure con lui. Invece ho scoperto che in questa lunga assenza il musicista americano ormai naturalizzato francese ha dedicato gran parte del suo tempo al figlio e a cercare di riattaccare un matrimonio che è invece andato in frantumi come il vetro del ritratto usato per la copertina di A History of Violence, dedicandosi alla musica solo saltuariamente (ad esempio incidendo un disco di demente glam alla Dandy Warhols a nome The Fuzz col fratello Hector). Il nuovo disco viene concepito a Perpignan, dove Harlan vive ormai da quattro anni, ma realizzato a Memphis grazie al crowfunding lanciato in rete per sovvenzionare gli spostamenti e l’affitto degli studi. Il suono è meno ricco rispetto ai dischi precedenti. Armonica, violoncello, pianoforti e organi sono stati aboliti quasi del tutto (anche se quando affiorano, come nella Ghost che è un autentico bagno nel Nick Cave di The Boatman’s Call, è un gran bel sentire) in favore di un semplicistico suono basato sulle chitarre. Rimane invece il tono da confessionale tipico delle sue produzioni, quella cadenza malandata e dolente che da Lou Reed arriva fino a Mark Lanegan. Ma c’è anche una bella rabbia che si fa strada su pezzi come Paula o Spiders, corse a perdifiato tra le rovine del cow-punk che fu. Una strada che Harlan farebbe bene a percorrere più di frequente. Che delle lagne ormai ci siam rotti le palle un po’ tutti.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro