GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ANDRÉ – THEMAGOGIA. Tradurre, tradire, trappare. (Freak & Chic)  

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Il fenomeno, come accade sempre più spesso nel nuovo secolo, è sbocciato in rete. Il posto senza identità dove ci si commuove per tutto, ci si arrabbia per niente, ci si stupisce per qualcosa che al pub sotto casa ci farebbe inorridire.

Poi il fenomeno ha preso una sua identità. Anzi no, ha preso un’identità non sua e se l’è calata sul viso come a Carnevale con la maschera di Pluto. Ed ecco arrivare nei negozi il primo album di The André, che già detto così fa un po’ impressione. Già, perché The André si legge proprio come immaginate. E si ascolta come non avreste mai immaginato, ovvero come il De André degli anni Settanta.

THEMAGOGIA è un falso d’autore in cui l’ignoto folksinger veste di stracci poetici i santini benvestiti e ben pagati della nuova musica italiana, da Young Signorino alla Dark Polo Gang, da Ghali a Bello Figo. Con un risultato spiazzante. Facendo “themagogia” The André in realtà prende per il culo tutto, regalandoci l’ultima beffa, la barzelletta cattiva che potrebbe zittire e stizzire tutti.

“Lui” ce le avrebbe raccontate così, le canzoni che disprezzate, sembra dire.

E noi le avremmo ascoltate, gli risponde silenziosamente consenziente la nostra coscienza che fa a pugni con il disprezzo per una modernità che non comprendiamo e da cui ci sentiamo in obbligo di prendere le distanze.

THEMAGOGIA, che pure non ascolteremo più di due volte, ci regala quel rassicurante abbraccio di cui sentiamo nostalgia ora che uscendo di casa avvertiamo il pericolo alitarci al collo ad ogni passo, ad ogni sguardo, ad ogni auto che rallenta.

Ci sembra di guardare De André di spalle, come egli stesso si guardò partire prima della morte. E farci ciao dai paesi di domani, che sono già quelli in cui ci ha lasciati, orfani del futuro e prigionieri del passato.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

MR. AIRPLANE MAN – Jacaranda Blue (Beast)  

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La prima volta che ascoltai Margaret Garrett e Tara McManus fu quasi venti anni fa. Correva l’anno 2000 ed era uscito l’album postumo dei Morphine. Pare sia stato fra l’altro proprio Mark Sandman a fornire alla Garrett qualche altro rudimento stilistico al suo stile assai spartano di toccare le corde della chitarra. Su quel disco le due artiste bostoniane si limitavano al ruolo di coriste, peraltro su una sola traccia. Ma il loro progetto di ossuto e primitivo blues era già stato avviato da un paio di anni. Jacaranda Blue celebra dunque un rapporto artistico ventennale che continua a produrre un repertorio altalenante.

Ogni loro album, e questo non fa eccezione, alterna numeri di prestigio a piccoli trucchi risaputi. Molte tracce indugiano in una sorta di blues ovattato ma il meglio arriva quando l’aeroplano atterra su mari increspati che somigliano alle piste di atterraggio di P.J. Harvey (Never Break, bellissima) o finisce dentro le acque caramellate di certo garage/beat che in passato il duo ha tra l’altro frequentato con buoni risultati (Good Time, Deep Blue). Che però sono atterraggi di fortuna, visto che gran parte del viaggio attraverso gli arbusti di jacaranda si svolge invece in un torpore che non prevede grossi scossoni alla cabina.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PARQUET COURTS – Wide Awaaaaake! (Rough Trade)  

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Come procede la vostra storia d’amore con i Parquet Courts?

La mia va benone.

Wide Awaaaaake! è il disco chiamato a rinnovare quella promessa di amore sbocciata ormai un po’ di anni fa, quando eravamo tutti un po’ più magri. Lo fa esibendo quel po’ di grasso che nel frattempo abbiamo messo su entrambi, senza averne alcuna vergogna. Anzi. Chiedendo a Dangermouse di modellarglielo addosso, i Parquet Courts hanno fatto di quel che potrebbe essere un inestetismo il punto di forza di questo loro nuovo lavoro.

Wide Awaaaaake! è un disco che potrebbe raccogliere ai suoi piedi una pletora di spasimanti dai più disparati: singles omo ed eterosessuali, ex-punk e vecchie puttane che trascorrevano i sabato sera ballando i Talking Heads, vecchi romantici che passano i giorni a sfogliare gli album dei ricordi e le foto accanto a Costello o hooligans interdetti dallo stadio.  

E che ha (ri)conquistato anche me, col suo caratteraccio bastardo come quello dei Minutemen, scontroso come quello dei Sleaford Mods, orgoglioso come quello di Billy Bragg e ruffiano come quello degli LCD Soundsystem. E insopportabile come il mio.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

HARLAN T. BOBO – A History of Violence (Beast)  

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Ne era passato di tempo! Otto anni circa, dal suo terzo album.

Un tempo lunghissimo durante il quale il tristo mietitore ha razziato sulla prateria del rock portandosi via un numero impressionante di artisti. Onestamente, pensavo fosse stato poco clemente pure con lui. Invece ho scoperto che in questa lunga assenza il musicista americano ormai naturalizzato francese ha dedicato gran parte del suo tempo al figlio e a cercare di riattaccare un matrimonio che è invece andato in frantumi come il vetro del ritratto usato per la copertina di A History of Violence, dedicandosi alla musica solo saltuariamente (ad esempio incidendo un disco di demente glam alla Dandy Warhols a nome The Fuzz col fratello Hector). Il nuovo disco viene concepito a Perpignan, dove Harlan vive ormai da quattro anni, ma realizzato a Memphis grazie al crowfunding lanciato in rete per sovvenzionare gli spostamenti e l’affitto degli studi. Il suono è meno ricco rispetto ai dischi precedenti. Armonica, violoncello, pianoforti e organi sono stati aboliti quasi del tutto (anche se quando affiorano, come nella Ghost che è un autentico bagno nel Nick Cave di The Boatman’s Call, è un gran bel sentire) in favore di un semplicistico suono basato sulle chitarre. Rimane invece il tono da confessionale tipico delle sue produzioni, quella cadenza malandata e dolente che da Lou Reed arriva fino a Mark Lanegan. Ma c’è anche una bella rabbia che si fa strada su pezzi come Paula o Spiders, corse a perdifiato tra le rovine del cow-punk che fu. Una strada che Harlan farebbe bene a percorrere più di frequente. Che delle lagne ormai ci siam rotti le palle un po’ tutti.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ARCTIC MONKEYS – Tranquility Base Hotel + Casino (Domino)  

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Volevo solo essere uno degli Strokes. E invece guarda che casino mi hai fatto fare” è forse uno degli incipit più belli che io abbia ascoltato in tempi recenti. Il nuovo album degli Arctic Monkeys invece una delle metamorfosi più inaspettate dell’anno, assieme a quella di Jack White. Un disco coraggioso come quello. Per la determinazione con cui decide di cambiare rotta, di sovvertire le regole base del pranzo a buffet mettendo sul tavolo bocconi di nouvelle cousine mentre tutti erano pronti ad ingozzarsi di pasta sfoglia col würstel.

Tranquility Base Hotel + Casino opera il dissolvimento dell’intera cifra estetica della band inglese e segna il passaggio definitivo dall’età ribelle all’età moderata. Che in musica storicamente si traduce nel peggio che possiate immaginare. Visivamente, è il momento in cui decidi di strappar via i poster dei tuoi eroi musicali dalle pareti della cameretta e di sostituirli con una carta da parati con fregi e damigiane fiorate. Magari con una greca altrettanto orribile a delimitare il bordo del pessimo gusto, che è sempre meglio lasciare mezzo metro d’aria, casomai stessi affogando nella merda e sentissi l’impellenza di respirare.

Ecco, Tranquility è quel momento lì, quel disco lì. Con Alex Turner ormai seduto al pianoforte e fattosi persuaso di essere il nuovo David Bowie che ci manca tanto, senza rendersi conto di aver individuato il Bowie sbagliato. La musica dei nuovi Arctic Monkeys ha un’aria melodrammatica e greve che ci vorrà tempo per digerire, semmai ci riuscirà di assimilare adeguatamente un’altra band vestita come alla Notte degli Oscar che ci gira per casa e cominciandoci a chiedere se, alla fatta dei conti, malgrado tutta la grandeur di cui fanno sfoggio, non siano retrocessi dalla serie A di Arctic alla serie B dei Blow Monkeys.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

…A TOYS ORCHESTRA – Lub Dub (Ala Bianca)  

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Sono certo di essermi perso qualcosa degli …A Toys Orchestra. Mi sono imbattuto in loro parecchi anni orsono e poi saltuariamente negli anni a venire ma avevo perso la familiarità col loro gusto pop sopraffino di cui tuttavia parlai già con toni d’elogio sulle pagine di Musicletter, un decennio fa.

Non intimorisca il titolo, ‘che qui il dub è inteso come rumore pulsante del cuore e non come scienza musicale: il loro ottavo album li conferma piuttosto magistrali e sofisticati interpreti di un pop ben vestito nonostante sia fondamentalmente una adornatissima coperta di Linus, così tanto ha a che fare col nostro bisogno di tepore affettivo.

Lub Dub è un disco dai suoni ricercati e voluttuosi pur nella loro aggraziata semplicità che si lascia spesso dietro una bava di malinconia. Alla riuscita empatica concorrono senza dubbio le prime canzoni del disco, dove volteggiano senza posa i gabbiani di John Lennon, Roger Waters, David Bowie e U2 ma pure i corvi neri appollaiati sui letti di Eels e Geoff Farina ma è scavando più a fondo che si svela il cuore del disco, il tesoro nascosto dentro uno degli scrigni più preziosi di questo 2018, uno dei lavori della stagione che si ascoltano con più piacere e gusto anche da chi non è di norma benevolente come me.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HALF JAPANESE – Why Not? (Fire)  

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Ho letto peste e corna sul nuovo Half Japanese. E così, tornatami in mente la favola della volpe e dell’uva che da piccolo mi raccontava mia madre, me ne sono innamorato perdutamente. E mi ci sono rimboccato le coperte adesso che Mark E. Smith ci ha lasciati tutti un po’ più infreddoliti. Why Not? l’ho trovato delizioso, più di tanti altri dischi dello strambo gruppo americano così poco amato che nessuno pensa più neppure ad aggiornargli la pagina su Wikipedia.

C’è dispersa, su tutto il disco, questa gioiosa serenità quasi rurale, contadina.

Come spiegarvela a parole non saprei.

Ma quando Jad Fair ci dice di provare tutti insieme a pronunciare la parola “yes”, a pronunciarla seguita da “we can”, la mente oltre ad Obama va ancora più indietro, verso quel sogno ottimista che loro chiamarono americano e che noi qui chiamammo onomatopeicamente boom.

Che passava una macchina fotografica e sorridevi.

Passava una cinepresa e sorridevi il doppio.

E sorridevi davvero.

E c’era sempre un pozzo da dove poter tirare su acqua pulita.

E le tette erano ghiandole, non presine per le teglie da forno.

Sul nuovo disco degli Half Japanese questo entusiasmo si sposa ad una musica sorniona, non più strampalata come quella degli esordi. Come quei contadini che si mettono il vestito buono per andare in chiesa la domenica. E tutti li riconoscono comunque. Ecco, ancora oggi, in questa miscela tra il folk di Jonathan Richman e le pastiglie biologiche dei Feelies, quando passano gli Half Japanese li riconosci.

E ti viene voglia di fare gara a chi piscia più lontano, proprio come quando giocavamo nei campi e l’ottimismo non ce lo dovevano spiegare coi tutorial o coi libri per diventare leader. Ne’ tantomeno la musica ce la spiegava gente che non sa neppure fare o col bicchiere, come me.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro