FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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KING HOWL – Rougarou (Talk About/Electric Valley)  

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Non li conoscevo. Che, grazie a Dio, non si può conoscere tutto e tutti.

Non li conoscevo ma c’ho fraternizzato subito.

I King Howl vengono dalla splendida terra sarda e suonano blues, con la stessa grazia dei Monster Magnet che rifanno Evil di Willie Dixon, di Jack White che suona I’m Shakin’ di Rudy Toombs o dei Motörhead quando accendevano la locomotiva di The Train Kept A-Rollin’. Come se quel famoso “incrocio” dove ogni bluesman incontrava il suo diavolo si trovasse insomma dentro un dedalo metropolitano inconciliabile con i vecchi campi di cotone.  

L’accenno acustico alla Son House che introduce Gone è dunque subito tradito in favore di un suono da carro armato, limitrofo alle saturazioni stoner e memore della lezione di certe delizie rawk ‘n roll scandinave di due decenni fa (gli Sweatmaster ricordano qualcosa a qualcuno?).

In tutto questo bellissimo frastuono stupisce trovare un canto da griot come Alone I Go ma neppure più di tanto, perché il Re Lupo mostra le zanne ad un demone, quello del blues, cui mostra il rispetto di un avversario degno di tale nome. Nonostante la sua ferocia gli sia pari.

Attenti a stare lì in mezzo, voi piccoli uomini ammansiti dal cordiale banchetto di Bake Off.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RAINBOW BRIDGE – Dirty Sunday (autoproduzione) / UNIMOTHER 27 – Fiore Spietato (Pineal Gland)  

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Pur decollando da piste diverse queste due piccole produzioni dell’underground italiano (pugliese la prima, abruzzese l’altra) finiscono per incrociare le loro traiettorie. In entrambi i casi si tratta di lunghe improvvisazioni strumentali dove la chitarra assurge al ruolo di perno nodale. Il trio di Barletta dichiara sin dal nome una chiara ascendenza Hendrixiana ma le cinque canzoni di questo loro disco ne lasciano implodere la potenza visionaria dentro una selva di recrudescenze stoner che eludono ogni pretenziosa simulazione virtuosistica per inerpicarsi in un labirintico gioco di serpentine e rifrazioni elettriche. Cinque strumentali costituiscono pure il corpo del nuovo album di Unimother 27, al secolo Piero Ranalli. Anche qui è la chitarra ad avere un ruolo da prim’attrice anche se spesso coadiuvata dall’uso del sintetizzatore che dà ai pezzi una spinta verso il prog cosmico dei cavalieri germanici. L’approccio è liberatorio, con un’impalcatura essenziale dentro cui la sei corde dà prova di grande equilibrismo e tenta l’elevazione psichedelica in una esibizione di scalata antigravitazionale che evita gli appigli sicuri preferendo l’impervio. L’attenzione (la mia perlomeno) scema tuttavia sull’ultimo quarto d’ora del disco, dove l’ampollosità delle soluzioni finiscono per essere un po’ troppo compiacenti per potermi regalare diletto e dove il virtuosismo si attorciglia su se stesso in un vortice che lascia poco spazio di ossigenazione.  

                                                            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THEE FUZZ WAR – Emporium and Overdose (Area Pirata)  

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Il rumore è simile a quello di casa mia, ore 15,00 circa.  

Quando metto su i dischi dei Fu Manchu e l’inquilino che occupa l’appartamento attaccato al mio ha i bimbi che dormono e pare non gradire.

Oppure quello delle 15,30.

Quando, mosso da compassione, decido di togliere il disco dei Fu Manchu e di metterne su uno degli Oh Sees. E il vicino, irriconoscente, pare non gradire neppure questo.

O ancora quello delle 15,35.

Quando, dopo averlo graziato con un ritornello ad una sola vocale in modo che anche lui, troglodita borghese, possa azzardare qualcosa che assomigli ad un canto e, dopo aver fallito nel tentativo di appassionarlo alla ferocia, decido di mettere su una Desert Sessions qualsiasi. Spacciandogliela per dei provini dei Black Sabbath, che tanto fuori piove e l’ambientazione potrebbe creare la suggestione giusta, oltre a precludergli ogni tentativo di fuga.

Oppure quello delle 15,40.

Quando il vicino, furioso, decide di bussare non più alle pareti che ci separano ma alla porta di casa.

E io apro.

E lui mi dice “ma che cazzo sta succedendo? Sembra di stare in guerra!”

E io sorrido.

Perché sembra proprio quel rumore lì.

Ora anche voi sapete quale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. E’ parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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VIC DU MONTE‘S PERSONA NON GRATA/RE DINAMITE – Split Connection # 1 (Go Down)

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Scontro su vinile per questa nuova campagna educativa curata dalla Go Down.

Da questa parte del ring i Re Dinamite di cui già vi dissi tempo fa: quattro pezzi inediti per loro, sempre cotti nel fuzz e nello zolfo, Fu Man-ti lingue di gomma che solcano l’asfalto anche quando scelgono di non premere sull’acceleratore, come negli otto minuti di Dirty Slow.  Nell’altro corner Vic Du Monte ci dà un assaggio del suo prossimo album condendolo con un inedito. Malgrado la militanza nei Kyuss non resta traccia di stoner nella sua musica. Siamo piuttosto di fronte a una variazione sul tema country-punk come potevano concepirla Tex and The Horseheads millenni fa o gli Old Haunts in tempi recenti, con tanto di santino di Jeffrey Lee Pierce sul comodino. Se non fosse che Vic non ha lo stesso pathos di Jeff  che se forse beve lo stesso bourbon.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto Del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 

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FATSO JETSON – Flames For All (Man’s Ruin) / ALABAMA THUNDERPUSSY – River City Revival (Man’s Ruin)

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Il polverone attorno alla scena stoner rischia di tapparci le narici e il pericolo di ingolfare i nostri scaffali di dischi costruiti su un unico, mastodontico riff potrebbe mettere un brusco freno ad una scena che invece ha seminato solo in parte il suo potenziale.

Orecchie aperte dunque e, per un paio di minuti, anche gli occhi: l’offensiva stoner griffata Frank Kozik arricchisce di due nuovi mammuth la propria galleria di mostri.

Fatso Jetson altri non sono se non la nuova creatura dei fratelli Lalli nata dalle ceneri degli Yawning Men (ricordate la Catamaran che stava sull’ultimo Kyuss? Bene, era loro. NdLYS) e recenti avventori al bancone del saloon di Palm Springs sotto la corazza dei Green Monarchs. Il loro album è un disco che R.E.S.P.I.R.A., se capite ciò che intendo. Mentre buona parte del fenomeno pare soffocare sotto le polveri d’amianto, Fatso Jetson è un polmone che si allarga e si comprime, una tavola che domina le onde invece di affondarci dentro.

Ascoltate Let’s Clone e ditemi in quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo dove i Wall of Voodoo si dividono la sdraio con i Deltones. Le dune di Palm Springs che si trasformano in flutti spumosi.

E anche i momenti più intensamente stoner vivono di intuizioni brillanti, vicine allo spirito dei Queens of the Stone Age. Riffs che schizzano via impazziti e “scivolosi”: gli Electric Peace compressi in un vortice fuzz e catapultati in orbita. Diverso il discorso per i Thunderpussy ai quali difetta l’ironia (mal) sana dei Fatso. Un neo condiviso con gran parte della scena stoner.

Alabama Thunderpussy si agganciano all’ala meno “progressiva” e lunare della scena.

Riff monolitici e spaccaossa che si chiudono su se stessi, doomati e potenti. Classici quanto basta per essere retrò e impermeabili a dilatazioni suggestive. Ahimè, forse un po’ troppo autocompiaciuto e celebrativo per risultare affascinante.

 

            Franco “Lys” Dimauro

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