THEE FUZZ WAR – Emporium and Overdose (Area Pirata)  

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Il rumore è simile a quello di casa mia, ore 15,00 circa.  

Quando metto su i dischi dei Fu Manchu e l’inquilino che occupa l’appartamento attaccato al mio ha i bimbi che dormono e pare non gradire.

Oppure quello delle 15,30.

Quando, mosso da compassione, decido di togliere il disco dei Fu Manchu e di metterne su uno degli Oh Sees. E il vicino, irriconoscente, pare non gradire neppure questo.

O ancora quello delle 15,35.

Quando, dopo averlo graziato con un ritornello ad una sola vocale in modo che anche lui, troglodita borghese, possa azzardare qualcosa che assomigli ad un canto e, dopo aver fallito nel tentativo di appassionarlo alla ferocia, decido di mettere su una Desert Sessions qualsiasi. Spacciandogliela per dei provini dei Black Sabbath, che tanto fuori piove e l’ambientazione potrebbe creare la suggestione giusta, oltre a precludergli ogni tentativo di fuga.

Oppure quello delle 15,40.

Quando il vicino, furioso, decide di bussare non più alle pareti che ci separano ma alla porta di casa.

E io apro.

E lui mi dice “ma che cazzo sta succedendo? Sembra di stare in guerra!”

E io sorrido.

Perché sembra proprio quel rumore lì.

Ora anche voi sapete quale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. E’ parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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VIC DU MONTE‘S PERSONA NON GRATA/RE DINAMITE – Split Connection # 1 (Go Down)

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Scontro su vinile per questa nuova campagna educativa curata dalla Go Down.

Da questa parte del ring i Re Dinamite di cui già vi dissi tempo fa: quattro pezzi inediti per loro, sempre cotti nel fuzz e nello zolfo, Fu Man-ti lingue di gomma che solcano l’asfalto anche quando scelgono di non premere sull’acceleratore, come negli otto minuti di Dirty Slow.  Nell’altro corner Vic Du Monte ci dà un assaggio del suo prossimo album condendolo con un inedito. Malgrado la militanza nei Kyuss non resta traccia di stoner nella sua musica. Siamo piuttosto di fronte a una variazione sul tema country-punk come potevano concepirla Tex and The Horseheads millenni fa o gli Old Haunts in tempi recenti, con tanto di santino di Jeffrey Lee Pierce sul comodino. Se non fosse che Vic non ha lo stesso pathos di Jeff  che se forse beve lo stesso bourbon.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto Del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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FATSO JETSON – Flames For All (Man’s Ruin) / ALABAMA THUNDERPUSSY – River City Revival (Man’s Ruin)

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Il polverone attorno alla scena stoner rischia di tapparci le narici e il pericolo di ingolfare i nostri scaffali di dischi costruiti su un unico, mastodontico riff potrebbe mettere un brusco freno ad una scena che invece ha seminato solo in parte il suo potenziale.

Orecchie aperte dunque e, per un paio di minuti, anche gli occhi: l’offensiva stoner griffata Frank Kozik arricchisce di due nuovi mammuth la propria galleria di mostri.

Fatso Jetson altri non sono se non la nuova creatura dei fratelli Lalli nata dalle ceneri degli Yawning Men (ricordate la Catamaran che stava sull’ultimo Kyuss? Bene, era loro. NdLYS) e recenti avventori al bancone del saloon di Palm Springs sotto la corazza dei Green Monarchs. Il loro album è un disco che R.E.S.P.I.R.A., se capite ciò che intendo. Mentre buona parte del fenomeno pare soffocare sotto le polveri d’amianto, Fatso Jetson è un polmone che si allarga e si comprime, una tavola che domina le onde invece di affondarci dentro.

Ascoltate Let’s Clone e ditemi in quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo dove i Wall of Voodoo si dividono la sdraio con i Deltones. Le dune di Palm Springs che si trasformano in flutti spumosi.

E anche i momenti più intensamente stoner vivono di intuizioni brillanti, vicine allo spirito dei Queens of the Stone Age. Riffs che schizzano via impazziti e “scivolosi”: gli Electric Peace compressi in un vortice fuzz e catapultati in orbita. Diverso il discorso per i Thunderpussy ai quali difetta l’ironia (mal) sana dei Fatso. Un neo condiviso con gran parte della scena stoner.

Alabama Thunderpussy si agganciano all’ala meno “progressiva” e lunare della scena.

Riff monolitici e spaccaossa che si chiudono su se stessi, doomati e potenti. Classici quanto basta per essere retrò e impermeabili a dilatazioni suggestive. Ahimè, forse un po’ troppo autocompiaciuto e celebrativo per risultare affascinante.

 

            Franco “Lys” Dimauro

 

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DADDY LONGHEAD – Classic (Man’s Ruin)

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Uscire con un prodotto targato Man’s Ruin è un po’ come andare in Ferrari: nessuno sa “chi” siete ma tutti immaginano “cosa” siete.

E così se vi siete persi le prime due puntate della saga Daddy Longhead vi risparmieremo inutili pistolotti riassuntivi da fiction televisiva e vi diremo solo che Classic, nuovo episodio del terzetto guidato da Jeffrey Pinkus dei Butthole Surfers è rock ammorbato da un’attitudine stoner molto texana e quindi in parte figlio delle visioni distorte e out of mind che furono di Red Crayola, Moving Sidewalks ed Elevators o, perchè no, degli stessi surfisti del buco del culo.

Ma non solo, siccome in Carne Refritas si ha per un attimo la sensazione che Chris Cornell sia tornato a vestire jeans sdruciti e a trascurare la chioma o Can’t C# indugia nei toni dimessi delle ballate lunari di marca Earthlings?.

Brown Sabbath è invece un furto agli archivi (vocali, ma non solo) osbourniani votati al culto di un sabba d’altro colore vestito.

Il peggio arriva laddove il chitarrista Jimbo Yongue da fondo al suo arsenale tecnico eccedendo in virtuosismi che zavorrano pericolosamente il disco, come succede in Mind Erase (la parodia stoner dei Red Hot Chili Peppers stanchi di One Hot Minute) o nella temibile Viqueen che zoppica sui gradini di scale quasi Primusiane di dubbio gusto come le mutande posticce sulle ennesime pin-ups di corredo grafico al disco.

Le vie maestre dello stoner sono altre, ma a volte non vi viene voglia di scoglionarvi il bacino sullo sterrato di stradine dissestate?

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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