MONSTER MAGNET – I testicoli di Dio

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Oltre lo stoner.

Oltre il metal.

Oltre lo space rock.

Dentro la follia drogata di una psichedelia distorta e fumosa.

Signori, chinate il capo davanti alla più grande hard rock band degli anni Novanta.

Direttamente da Red Bank, New Jersey e già pronti per le stelle.

Dopo due demo e un mini album che annunciavano la minaccia imminente, ecco arrivare Spine of God ad annebbiarci i sensi, carico di sporcizia e catrame.

Un oscilloscopio che traduce visivamente le frequenze comprese tra il muro di fuzz di Ron Asheton e i generatori di rumore di Dik Mik.

C’è molto Stooges e molto Hawkwind qui dentro.

Ma ci sono pure Sam Gopal, i Black Sabbath e i DMZ.

C’è molta eroina, tanta da schiattare.

Spine of God ha un suono dopatissimo e fondente come metallo sciolto.

È heavy metal suonato da una garage band di New York sfatta di crack.

Figlio degenere del Detroit sound malato di Death e Stooges.

Rozzo e depravato fino all’oscenità, tinto di un misticismo grottesco fino al paradosso, completamente immerso nei fumi del THC, Spine of God non lascia tregua, è un continuo allerta ai sensi, un pressante, stordito viaggio dentro le fauci dell’Inferno.

Qui dentro niente più esiste se non voi e la vostra scimmia.

È un posto dove la paura diventa tangibile, palpabile e abominevole.

Disegna ombre sul muro, e non hanno la forma dei gabbiani ma quella di una spada con l’ago al posto della lama. Qui incombe la morte e la sua icona.

Spine of God è il nostro fantasma che viene a prenderci per mano per portarci dove non vorremmo. Lo senti camminare strisciando sul pavimento, lo senti ridere e urlare, ne avverti la presenza nelle viscere mentre cerchi una via di fuga che non troverai.

Oggi, 28 Febbraio 1992, il metal muore.

Lunga vita ai Monster Magnet.

 


Quello che viene considerato per numero di brani un extended play, dura in realtà quanto l’album di debutto.

Il merito è soprattutto della lunghissima traccia che intitola il disco, una abominevole e aberrante cavalcata cosmica di oltre trentadue minuti.

I Monster Magnet si avventurano, imbottiti di droghe fino a scoppiare, nel più agghiacciante viaggio interstellare mai partorito da mente umana.

Tab… è un mostruoso monolite di chitarre acide, oscilloscopi in panne e voci galattiche che si trascina per oltre mezz’ora con l’intenzione di scardinare le porte di Orione per poi abbandonarci in un punto indefinito dell’universo.

Un blob di mercurio vischioso che sembra colato giù come muco dalle viscere di bronzo di Thanatos. Le chitarre e gli effetti si sovrappongono e si aggrovigliano in un’immagine incestuosa e deforme di vizio e perversione, ricoprendosi di polveri stellari fino a raggiungere un peso insostenibile che sembra volerci schiacciare sotto la sua enorme mole.

Tab… è un osceno invito a superare ogni eccesso, a smorzare ogni milligrammo di lucidità sensoriale fino ad estinguere ogni neurone, un’ellittica odissea che fonde le folli imprese di Hawkwind, Stooges e Black Sabbath.

Il suono si fa virulento ed impenetrabile nei primi minuti del pezzo successivo, prima di deflagrare in una lunga scarica di distorsioni e riverberi dietro i quali si staglia una sinistra figura di synth che allunga la sua ombra su Longhair, una chiassosa garage-song strumentale figlia delle bave fuzz dei Mudhoney che viene stuprata dalle fughe chitarristiche che ne dilaniano la coda.

Lord 13 infine, col suo tappeto di percussioni e lo strumming ossessivo di chitarre sordinate rispetto alla furia inaugurale, rappresenta una sorta di porto d’attracco in un pianeta saturo di esalazioni sulfuree emanate dai gayger che ne crivellano la superficie.

Uno dei dischi chiave di tutto lo space-rock, grondante di elettricità e di follia.

 

Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Barbo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath.

Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni.

John vuole preservare l’anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab… e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima.

Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge.

Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un maelstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare.

Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo.

Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’apertura delle porte che segna l’allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S.F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo.

 

Dopes to Infinity assottiglia il confine che separa i Monster Magnet dallo status di gruppo culto dello space-rock a band hard-rock di pubblico dominio.

Senza perdere energia cinetica, l’astronave Monster Magnet si infila dunque nella stratosfera in modo da poter essere guardata da tutti. Il suono perde in parte i connotati mostruosi e l’immagine alterata del gruppo cede alle banali lusinghe dell’immaginario “sex and drugs and rock ‘n roll” perdendo molto del suo fascino eccessivo ed esoterico. La navicella spaziale di Mr. Wyndorf devia dunque dalle sue coordinate intergalattiche verso un più raggiungibile viaggio nella Via Lattea secondo le rotte tracciate dal vascello dei Soundgarden, best-seller della sezione alternative-metal per l’etichetta che li ha messi sotto contratto.

Dopes to infinity perde dunque in follia quello che guadagna in appeal radiofonico, pur presentando delle tracce di space rock alterato (I Control, I Fly, Ego, the Living Planet, Theme from “Masterburner”) che stavolta suonano più come reperti archeologici che come roba venuta dal futuro e rimanendo pur tuttavia su livelli artistici più che dignitosi anche quando i reattori si spengono del tutto lasciando fumare una roba acustica come Blow ‘em Off o il furto ai danni di Santana perpetrato per Dead Christmas. La musica dei Monster Magnet pur meno fumata rispetto a quella degli esordi rimane ancora permeata da quel fascino sinistro e luciferino (Look to Your Orb For the Warning, All Friends and Kingdom Come, Dopes to Infinity, King of Mars) che la avvolgeva al momento del concepimento.

Un pachiderma Marveliano che si muove sopra le nostre teste come una gigantesca e vorace creatura cannibale.

Miscelando Hawkwind, Stooges, Doors, Captain Beyond e Third Barbo, il mostro magnetico incarna l’incubo spaziale dominante degli anni Novanta.

Benvenuta nell’era dell’Ariete, bambina.

 

La volgarizzazione del suono e dell’immagine (Powertrip è tra l’altro il primo disco che vede il gruppo posare per la copertina) dei Monster Magnet, accennata sul precedente Dopes to Infinity diventa atto compiuto con l’uscita del quarto album della formazione americana.

Le esalazioni sulfuree, quel drogatissimo e spesso strato di distorsioni e di voci oscilloscopiche che aveva generato i capolavori di Spine of God e Superjudge sono del tutto evaporate lasciando il posto ad un hard-rock muscoloso ma abbastanza ordinario.

Tutto è sovrabbondante e sovraesposto, qua dentro.

Muscoli e ghiandole mammarie, Ray-Ban™ e lattice, giubbotti di pelle e capelli unti, musi lunghi e fiamme, tutto in primo piano.

La voce di Wyndorf, prima sapientemente fusa alla colata metallica delle chitarre, è ora messa in evidenza, a sovrastare un impianto sonoro che ha quasi del tutto smarrito la sua forza primordiale per diventare una sorta di miscela (o alternanza, in termini più appropriati) tra l’hard-rock iperamplificato dei Grand Funk Railroad (Tractor) e certa psichedelia decadente e horror dei Fuzztones (See You in Hell).

Quel suono che sembrava precipitare da un buco nero è diventato adesso un accumulatore atomico che scarica energia verso terra.

Lo sputafuoco galattico adesso è un Beppe Maniglia che gonfia le sue borse d’acqua calda per la gioia di grandi e bambini, prima di andare via sulla sua Harley-Davidson carica di figa.

 

Con la medesima line-up di Powertrip i Monster Magnet danno il benvenuto al nuovo secolo guardando al dito ammonitore di Dio.

Hanno già detto tutto quello che avevano da dire e quindi non resta loro che riciclare e riciclarsi. God Says No dunque mesce in tutto quello che i Monster Magnet conoscono bene e che ora, hanno scoperto, riescono pure a vendere al pubblico: space-rock, metal, garage, Motor-City sound, ballate psicotrope, adesso pure qualche piccolo aiutino elettronico (il siparietto grottesco di Take It che dovrebbe chiudere il disco se non fosse che si è già deciso di aggiungere alla scaletta Silver Future e una cover degli Union Carbide Productions passandole per bonus tracks, a dimostrazione che a fumare non sono solo gli artisti ma anche chi ne pubblica i dischi, NdLYS)

Avendo già visitato tutti i pianeti raggiungibili, l’astronave Monster Magnet vaga adesso un po’ nel vuoto cosmico. L’equipaggio indossa le solite tute costruite cucendo assieme le tonache usate da vecchi argonauti come Stooges, Doors, Black Sabbath e Hawkwind e celebra se stessa, mangiando i pochi liofilizzati che rimangono in dispensa.

Dio continua a dire di no.

Non lo hanno convinto.

E anche noi restiamo un po’ scettici.

 

Monolithic Baby! segna per i Monster Magnet il rientro nel circuito indipendente.

Sebbene questo venga da più parti (nonché dallo stesso Wyndorf) celebrato come un ritorno ai suoni viscerali delle prime produzioni, nei fatti il suono spaziale dei primi album è ormai del tutto evaporato. Rimane la furia di un hard-rock che paga il suo debito verso formazioni come Stooges, Black Sabbath e Mountain ma il suono, come in God Says No e Powertrip, si è fatto più triviale e volgare continuando a rimacinare un po’ gli stessi riff e a risputare idee che erano già state pensate, dette, suonate, risuonate.

Da altri ma anche da loro stessi.

La formula è dunque quella di un heavy metal sempre più quadrato e banale, con diverse cadute di stile e scivoloni nel cattivo gusto (la Supercruel in cui sembra tornare lo spettro indesiderato di Zodiac Mindwarp, la cover di David Gilmour che li avvicina alle ballad stucchevoli dei tardi Aerosmith e Guns n’ Roses o Master of Light che suona paurosamente vicina agli Holy Barbarians di Ian Atsbury, tanto per dirne di qualcuna).

Ad altro sembravano destinati, i Monster Magnet.

E invece, le rocce lunari hanno prevalso sulle nebulose cosmiche dei primi dischi.

Nessuno ci porterà più in giro tra buchi neri e gravastar.

Privati da un altro sogno, rientriamo alla base.

                                                                                

4-Way Diablo è il disco della resurrezione, e non solo a livello artistico, per i Monster Magnet, ovvero una delle band cardine degli anni Novanta, in culo ai tristissimi profeti del post rock e ai fisici falliti del math-rock.

La novità più rilevante è che Dave Wyndorf non ci ha lasciato le penne. Un’overdose quasi mortale aveva appeso ad un filo la sua vita e ibernato quella della sua band alla vigilia del tour europeo di Monolithic Baby: rivedere ancora una volta il caprone galattico sulla cover di un disco non è mai stato così piacevole.

Ma veniamo all’album: i Monster Magnet non sono più una band di space rock tout-court, non nell’accezione allucinata e dopata dei loro tre “classici” (Spine of God, Superjudge e, in misura leggermente inferiore, Dopes to Infinity), ma una band di potente rock moderno con forte eco di psichedelia heavy dei sessanta. Il loro suono ormai da anni si è “disintossicato” pur senza rompere del tutto i ponti con le orbite cosmiche che da sempre hanno costituito il lato più seducente e alieno del loro suono. 4-Way Diablo è dunque un disco di rock quadrato, granitico, governato dalle chitarre di Dave e Ed Mundell che riserva ottimi momenti (l’implacabile uno-due delle iniziali 4-Way Diablo e Wall of Fire; Cyclone, solcata da gelidissime folate di una qualche tempesta spaziale; l’algido blues di I‘m Calling You; il rassicurante mid-tempo di A Thousand Stars introdotto dagli oscilloscopi di Freeze and Pixelate che celebra il ritorno alle soundtracks per film immaginari tanto cari alla band newyorkese e sulle quali torneranno a breve a lavorare), cadute di tono (You‘re Alive, con una linea melodica presa di peso, anche se credo in assoluta buona fede, dalla I Wanna Hand to Hold di Spencer P. Jones e la cover di 2000 Light Years From Home degli Stones psichedelici i tonfi più clamorosi) e qualche insolita sorpresa (la conclusiva Little Bag of Gloom: 2 minuti e 11 secondi di organo ecclesiastico su cui si stende la voce di Dave, trasformato per l’occasione in un crooner venusiano che ci racconta la sua discesa nell’oblio del coma dello scorso anno). Il tutto suona però più naturale e meno costruito rispetto alle ultime sfocate prove in studio, da Powertrip in poi, recuperando in parte il calore garage dei loro esordi, prova ne sia che una delle tracce è un rifacimento di un loro vecchio demo dell’88 (andate a risentirvi l’ormai introvabile Love Monster, NdLYS).

Malgrado abbiano già scritto i loro capolavori, i Monsters restano una delle poche band per cui valga ancora la pena mettere mano al portafogli.

Chi mi conosce sa quanto io sia stato parziale con i Monster Magnet.

In maniera indolore e nessun senso di colpa fino a Dopes to Infinity.

Soffocando qualche molecola di etica professionale da allora in poi, in ricordo dei bei tempi andati. Anche quando Dave Wyndorf ha cominciato a spendere più a puttane che in droghe e i dischi dei Monster Magnet erano diventati una pastetta di metal tamarro con qualche residuo scaduto delle vecchie ricette.

Mastermind, ottavo album della band americana e secondo da quando Dave è uscito dal coma che se lo stava portando davvero tra le stelle a fare lo Space Lord senza più dover fingere chiude invece forse definitivamente il feretro sul corpo decomposto dei Monster Magnet. Mastermind strabocca dei luoghi comuni del loro rock gonfio di testosterone.

Ogni riff, ogni urlo, ogni groove è già stato sentito, sviscerato, metabolizzato, rigurgitato dalla schiera sempre più fitta di headbangers urlanti dei loro concerti. Ogni millimetro di strada di queste dodici canzoni è già stato calpestato, esplorato, setacciato e ispezionato. Tutto qui è già stato sentito, tutto già stato detto.

Dai tetri siparietti di The Titan Who Cried Like a Baby e Time Machine alle fiamme posticce di Bored With Sorcery o 100 Million Miles è un succedersi di diapositive sfocate ma sotto flash abbaglianti, uno srotolarsi di energia che cerca di nascondere una carenza di idee imbarazzante.

Potrei citare ogni pezzo e per ognuno di essi elencare almeno due fotocopie già stampate sui dischi che lo hanno preceduto ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Potrei essere spietato ma non lo sarò.
I Monster Magnet ci hanno portati nello spazio e illusi che poteva essere per sempre.

Poi, ci hanno riportati a casa, continuando ad indicarci le stelle sperando che qualche fesso non si accorgesse della truffa.

 

Tim Cronin è rimasto su Marte.

John McBain su Giove.

Joe Calandra su Saturno.

Ed Mundell, alla fine, ha abbandonato la nave alle porte della galassia di Andromeda.

Wyndorf il Tiranno è rimasto da solo, a vagabondare nel suo universo, tra le costellazioni che sagomano mostri mefistofelici.

Si è fermato.

Ed è ripartito da capo.

Portando in tour Dopes to Infinity prima e Spine of God dopo.

Un bagno rigenerante nella SPA del vecchio space-rock dopato e nella psichedelia cosmica che gli ha dato la spinta per scrivere buona parte di Last Patrol, il disco che dirada le nebbie metallare degli ultimi lavori e reimmerge la testa del mostro Kirbyano nella torba astrale dei primi immensi ed insuperati lavori, alternandosi tra cavalcate compresse fra enormi rulli elettrici come End of Time e Last Patrol,  passeggiate sulla faccia nascosta della luna come I Live Behind the CloudsStay Tuned e corrucciate cavalcate tra la polvere rossa del Grand Canyon (The Duke of Supernature) o fra le pragaya del Gange (la cover mistico-psichedelica di Three King Fishers dal canzoniere magico di Donovan).

Last Patrol mostra un Wyndorf in forma smagliante, anche se il suono della sua band e la sua stessa bellissima voce da crooner spaziale sono ormai diventati un clichè e noi (io) troppo esigenti.

Va da sé che i dischi fondamentali li hanno già scritti, i Monster Magnet.

Quando sia io che Dave avevamo vent’anni di meno.

Non ne scriveranno altri.

Mettetevi il cuore in pace.

 

Sulla scorta di questa consapevolezza, che forse non è solo mia, i due anni successivi a Last Patrol sono dedicati ai ripensamenti: Milking the Stars e Cobras and Fire provano infatti a rileggere gli ultimi due lavori con un pizzico di audacia in più e tentano di rievocare lo spirito space-rock dei lontanissimi primi anni Novanta. Ecco dunque riaffiorare la vecchia effettistica, le lunghe cavalcate allucinate e addirittura un cameo di Tim Cronin per una versione disturbata di Ball of Confusion dei Temptations.

L’astronave vira vistosamente verso quel magnete gigante che è la musica degli anni Settanta e la cui rotta sembrava smarrita.

Non tutto è necessario e devastante come ai vecchi tempi, ovvio. E dal corpo dell’astronave ci sono vistose perdite di olio e di carburante.

Ma il viaggio a ritroso nel tempo, pure se a tratti quasi grottesco e qualunque siano le motivazioni che hanno spinto il Comandante ad ordinare la virata, si mostra oltre che necessario anche piacevolmente “stupefacente” e propedeutico per il ritorno discografico ufficiale di Mindf**ker, il miglior disco dei Monster Magnet dai tempi ormai lontani di Dopes to Infinity. Nonostante qualche tuffo nei soliti luoghi comuni del Monster-sound (I’m God o la title-track ad esempio), Mindf**ker riesce ad infondere nella musica del gruppo del New Jersey uno strepitoso groove rock ‘n roll.

Naturalmente innestato nella carcassa fumante tipica della band.

Però il ritorno a certe fumose atmosfere detroitiane, garage e hard-psych degli esordi sono tangibili in molti passaggi dell’album. Al punto che non mi stupirebbe se pezzi come Rocket Freak, All Day Midnight, Brainwashed o Ejection piacessero a chi ha amato come me band come Plan 9, Miracle Workers, Fuzztones o Morlocks. Perché, pur provenendo da pianeti diversi, alla fine sembra che l’astronave dei Monster Magnet atterri più o meno consapevolmente in una pista non molto distante da quelle in passato utilizzate come atterraggio di fortuna proprio da quelli, soprattutto a metà carriera.

Ovviamente è la variante metallica di quel suono e chi si avvicinasse oggi (ma pure ieri e l’altroieri) al magnete speranzoso di trovare chissà quale purezza d’approccio resterà con i suoi stivaletti a punta impigliato fra le sue spire. Così come lo rimarrebbero del resto i metallari. Perché, costruttivamente parlando, i Monster Magnet non ne hanno mai sposato lo stile, limitandosi ad imitarne le pose.

Si sono appiattiti, questo si, su un clichè. Da cui questo lavoro cerca in qualche modo di tirarli fuori in maniera credibile.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NEBULA – Let It Burn / To the Center / Dos EPs (Heavy Psych Sounds)  

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I Nebula non fanno dischi da non so più quanti anni pur senza essersi mai sciolti ufficialmente e proseguendo la loro attività dal vivo, soffiando come i figli del Tisano Astreo il loro vento fuzz in lungo e in largo per il pianeta dove loro malgrado sono confinati.

Il loro primo materiale, appena ristampato, ha ormai venti anni sul groppone.

E continua a farti il culo a strisce.

È il 1996 quando il tenace tronco dei Fu Manchu si spezza in due. Da un lato Scott Hill e Brad Davis, dall’altra Eddie Glass e Ruben Romano che decidono di proseguire creando il satellite Nebula. Il suono, soprattutto su Let It Burn, non si scosta molto da quello del gruppo madre anche se il nuovo assetto triangolare obbliga Eddie Glass, adesso impegnato pure alla voce, a cercare qualche soluzione effettistica (e obbligando i produttori a qualche sovra-produzione) che non faccia rimpiangere i vecchi dialoghi con la sei corde di Hill. Ecco dunque la tempesta fuzz formare, senza placarsi, dei vortici wah wah forse un po’ più del dovuto oppure, quando il vento si placa, emergere tra la polvere che si è sollevata delle piccole carovane aliene dove il sitar diventa lo strumento privilegiato ma senza eccedere in misticismo hippie, sfruttando lo straniamento creato dalla risonanza armonica come stimolatore da viaggio (le signore non fraintendano, per quello va ancora bene la gomma siliconata o il pyrex, NdLYS).

Il rifferama è dunque quello serrato e stritolante dello stoner più classico eppure i Nebula, forse inconsapevolmente, danno il meglio di se quando le ganasce si allargano come nelle turgide lingue blues di Smokin’ Woman e Back to the Dawn, con le loro bave di Fender Rhodes, tra le pieghe psichedeliche di Fields of Psylocibin e Freedom nipotini apocrifi di Mr. S.F. Sorrow, nelle chitarre arpeggiate di I Need Somebody degli Stooges o di To the Center e in quelle liquide di Anything From You qui remixata da Jack Endino per l’occasione delle ristampe.

Che sono, una volta tanto, pensate, realizzate e manufatte in Italia. Come ai tempi del pizzicagnolo sotto casa che avete fatto chiudere per far arricchire i signori della Monsanto.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

PAWNSHOP – Cruise‘o’Matic (Beard of Stars)

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Difficile spurgare ancora qualcosa di nuovo in ambito stoner. Il rischio è che alla fine, per quanto ti sforzi di apparire originale e snob (“lo stoner? Fuck off….noi non abbiamo etichette!” e menate simili…) i tuoi dischi, se ben fatti, finiscono per sembrare sempre un calchino di quelli di Kyuss, Monster Magnet o Fu Manchu. Se fatti male, il critico di turno, nel tentativo malcelato di non tirarsi addosso le ire del distributore, si sbatterà i testicoli a trovare illustri e forzati paragoni che ne possano alleviare lo sdegno (Melvins, Saint Vitus, Soundgarden, Sabbath… anche qui la rosa di nomi è poco fantasiosa…). È d’altronde anche vero che il fanatico di stoner quel disco lo comprerà ugualmente finché, ma questo vale per tutti i feticisti di qualunque religione, un giorno deciderà di venderli tutti in blocco, quei maledetti dischi compressi col solito ampli ficcato in copertina. Fatta la premessa dirò che questo secondo disco dei Pawnshop è un monolite niente male. Ben fatto e quindi, per l’equazione sopra esposta, simile ad una versione appena + fantasiosa dei Fu Manchu con i quali, oltre al culto per i copertoni fumanti, condividono la stessa passione per pezzi dritti e incendiari (Baby Bitch, Mean Machine) con rarissime rarefazioni (giusto lo Zombie vivente che si fa carico di chiudere la porta) e un grande vocalist come Kjell Undheim una spanna sopra Scott Hill a spadroneggiare e domare la Bestia. Nulla di nuovo quindi, come da contratto, ma il mio consiglio (e di fuffa stoner ne ho mezza casa piena) è che questo, al pari del recente 500ft of Pipe sia un buon disco per avvicinarsi al genere senza rimanere delusi. Dell’acquisto obbligato per gli altri abbiamo già detto. Ah, anche un buon mezzo per ripagare la Mammoth della promozione incompetente fatta all’ultimo Fu Manchu.

 

Franco “Lys” Dimauro

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RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

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Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

KING HOWL – Rougarou (Talk About/Electric Valley)  

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Non li conoscevo. Che, grazie a Dio, non si può conoscere tutto e tutti.

Non li conoscevo ma c’ho fraternizzato subito.

I King Howl vengono dalla splendida terra sarda e suonano blues, con la stessa grazia dei Monster Magnet che rifanno Evil di Willie Dixon, di Jack White che suona I’m Shakin’ di Rudy Toombs o dei Motörhead quando accendevano la locomotiva di The Train Kept A-Rollin’. Come se quel famoso “incrocio” dove ogni bluesman incontrava il suo diavolo si trovasse insomma dentro un dedalo metropolitano inconciliabile con i vecchi campi di cotone.  

L’accenno acustico alla Son House che introduce Gone è dunque subito tradito in favore di un suono da carro armato, limitrofo alle saturazioni stoner e memore della lezione di certe delizie rawk ‘n roll scandinave di due decenni fa (gli Sweatmaster ricordano qualcosa a qualcuno?).

In tutto questo bellissimo frastuono stupisce trovare un canto da griot come Alone I Go ma neppure più di tanto, perché il Re Lupo mostra le zanne ad un demone, quello del blues, cui mostra il rispetto di un avversario degno di tale nome. Nonostante la sua ferocia gli sia pari.

Attenti a stare lì in mezzo, voi piccoli uomini ammansiti dal cordiale banchetto di Bake Off.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RAINBOW BRIDGE – Dirty Sunday (autoproduzione) / UNIMOTHER 27 – Fiore spietato (Pineal Gland)  

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Pur decollando da piste diverse queste due piccole produzioni dell’underground italiano (pugliese la prima, abruzzese l’altra) finiscono per incrociare le loro traiettorie. In entrambi i casi si tratta di lunghe improvvisazioni strumentali dove la chitarra assurge al ruolo di perno nodale. Il trio di Barletta dichiara sin dal nome una chiara ascendenza Hendrixiana ma le cinque canzoni di questo loro disco ne lasciano implodere la potenza visionaria dentro una selva di recrudescenze stoner che eludono ogni pretenziosa simulazione virtuosistica per inerpicarsi in un labirintico gioco di serpentine e rifrazioni elettriche. Cinque strumentali costituiscono pure il corpo del nuovo album di Unimother 27, al secolo Piero Ranalli. Anche qui è la chitarra ad avere un ruolo da prim’attrice anche se spesso coadiuvata dall’uso del sintetizzatore che dà ai pezzi una spinta verso il prog cosmico dei cavalieri germanici. L’approccio è liberatorio, con un’impalcatura essenziale dentro cui la sei corde dà prova di grande equilibrismo e tenta l’elevazione psichedelica in una esibizione di scalata antigravitazionale che evita gli appigli sicuri preferendo l’impervio. L’attenzione (la mia perlomeno) scema tuttavia sull’ultimo quarto d’ora del disco, dove l’ampollosità delle soluzioni finiscono per essere un po’ troppo compiacenti per potermi regalare diletto e dove il virtuosismo si attorciglia su se stesso in un vortice che lascia poco spazio di ossigenazione.  

                                                            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THEE FUZZ WAR – Emporium and Overdose (Area Pirata)  

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Il rumore è simile a quello di casa mia, ore 15,00 circa.  

Quando metto su i dischi dei Fu Manchu e l’inquilino che occupa l’appartamento attaccato al mio ha i bimbi che dormono e pare non gradire.

Oppure quello delle 15,30.

Quando, mosso da compassione, decido di togliere il disco dei Fu Manchu e di metterne su uno degli Oh Sees. E il vicino, irriconoscente, pare non gradire neppure questo.

O ancora quello delle 15,35.

Quando, dopo averlo graziato con un ritornello ad una sola vocale in modo che anche lui, troglodita borghese, possa azzardare qualcosa che assomigli ad un canto e, dopo aver fallito nel tentativo di appassionarlo alla ferocia, decido di mettere su una Desert Sessions qualsiasi. Spacciandogliela per dei provini dei Black Sabbath, che tanto fuori piove e l’ambientazione potrebbe creare la suggestione giusta, oltre a precludergli ogni tentativo di fuga.

Oppure quello delle 15,40.

Quando il vicino, furioso, decide di bussare non più alle pareti che ci separano ma alla porta di casa.

E io apro.

E lui mi dice “ma che cazzo sta succedendo? Sembra di stare in guerra!”

E io sorrido.

Perché sembra proprio quel rumore lì.

Ora anche voi sapete quale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. È parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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