EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE FEELIES – In Between (Bar/None)  

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Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?  

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REPLACEMENTS – Hootenanny (Twin/Tone)  

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Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FEELIES – Crazy Rhythms (Stiff)  

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Suona come un paradosso. Ma uno dei dischi chiave dell’indie-rock chitarristico degli anni Ottanta, è registrato senza alcun amplificatore per chitarre. E senza nessun pedale. Dettando la cifra stilistica di moltissimo rock alternativo degli anni a venire senza mai essere ripagati. Restando per sempre un disco di culto. Difficilissimo da replicare anche per loro stessi.

Pennate nervose che corrono veloci come il Beep Beep braccato da Will Coyote. E che ovviamente suonano come quell’altro Road Runner che tutti dovreste conoscere e che rappresenta uno dei primissimi canoni estetici per la band di Haledon, assieme ai Television cui spesso vengono ancora oggi paragonati.

Crazy Rhythms è però, nella sua meccanica robotica, accostabile più alla musica a scatti degli ex-compagni di scuderia Devo e al funky liofilizzato dei Talking Heads. La loro cover di Everybody’s Got Something to Hide dei Beatles, la perfetta controfigura della Satisfacion smontata dal gruppo dell’Ohio.

Musica disadorna, minimale e spasmodica, sketches in forma di canzone privati di qualunque sequenza armonica, spinti da un battito tribale (campanacci e maracas usati al posto dei consueti piatti e charleston) che sembra più intenzionato a volerli condurre sull’orlo di un baratro che sottolinearne l’andatura, cantata con una voce epurata da ogni emozione, racchiusa in una copertina che è mille miglia distante da ogni stereotipo rock. Così si presenta al mondo Crazy Rhythms nel 1980.

Certificando di fatto la nascita del college rock.

Stabilendo che i tre accordi del punk erano troppi e che i due minuti in cui erano imprigionati potevano essere invece troppo pochi.

Crazy Feelies.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE HOUSEMARTINS – London 0-Hull 4 (Go! Discs)

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Quello che strabiliava in questo debutto degli Housemartins era la capacità (credo mai più eguagliata da nessuno) di dire cose importanti, addirittura forti (“prova a fare l’elemosina di fronte alla Regina, visto che la sua borsa è bella grassa e scoppia dalla chiusura“, “non sparare domani a qualcuno cui potresti sparare oggi”, tanto per citarne un paio, NdLYS) con una leggerezza da pubblicità dei corn flakes. Avete presente? Famiglie sorridenti che si siedono a tavola a banchettare prima di dileguarsi ognuno per le proprie attività si suppone ben remunerate, a giudicare dal disegno snob delle loro cucine, dai pigiamini firmati, dai sorrisi giubilanti con cui salutano un’altra giornata di lavoro. E sotto, il proletariato malconcio che si agita nei testi di Paul Heaton. Come quello descritto da We‘re Not Deep dove il disoccupato di turno si sveglia puntuale alle sette di ogni mattina. Eppure tutto, attorno agli Housemartins, era di una semplicità disarmante: nessuna testa rasata come nei Redskins (ML # 54), nessuna chitarra che ammazzava i fascisti come per Billy Bragg, nessun tono barricadero come per gli Easterhouse (ML #44), nessun’annuncio di mondi in tempesta come per i Three Johns (ML #61), nessun vezzo da letterato come per gli Smiths che proprio in quegli anni aprivano la porta della cameretta di Morrissey per infilare il naso nelle lordure della scuola inglese, della Monarchia, e dei maltrattamenti casalinghi. C’erano invece queste quattro facce da chierichetti provenienti dal buco del culo dell’Inghilterra (e che si permetteva di battere 4 a 0 la capitale) e un battage pubblicitario che li presentava come “più grandi dei Beatles” e una copertina che, nella successiva ristampa in digitale, strillava “16 canzoni – 17 successi!”, come se ci stessimo portando a casa una raccolta di Brenda Lee o di Chubby Checker. Concerti promossi con lo slogan “adotta un Housemartin” e che si chiudevano con una sparatissima Garageland rubata ai Clash. Orsetti di peluche chiusi dentro un panzer da guerra.

E poi c’era la musica: frizzante pop con le mani infilate nel beat (il trittico Anxious, Reverends Revenge, Sittin’ on a Fence), nel soul (Lean On Me dove Paul da un saggio incredibile di vocalità splendente degna di Gladys Knight) e nel rhythm ‘n blues (l’apoteosi di Freedom), fatta di chitarre scintillanti e di un uso delle voci che i nostri avrebbero perfezionato fino ad arrivare alla pubblicazione di un intero disco di canzoni gospel che, in pochi lo sanno, si sente ancora ogni anno sotto le feste di Natale, accanto ai classici di Bing Crosby, Sinatra, Lennon e Edwin Hawkins Singers.

Un disco dalla forza grandissima, che ti faceva cantare di rivoluzione e libertà con la stessa gioia di uno spiritual, senza pugni alzati ma mano nella mano.

Un derby vinto per 4 a 0. E Londra aspetta ancora la sua rivincita…..

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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R.E.M. – Automatic for the People (Warner Bros.)

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Automatic for the People nell’Ottobre del 1992 smorza nuovamente le luci dopo l’abbaglio mendace di Out of Time. L’ottavo album della band americana è un disco sulla disillusione. Un disco che concede pochi attimi di festosa e apparente leggerezza (la Sidewinder Sleeps Tonite che pare fare il verso, non solo nel titolo, a The Lion Sleeps Tonight, la trionfale Ignoreland) e che invece preferisce accartocciarsi su se stesso e concentrarsi sul dolore e sulla morte. Automatic for the People è carico di un sospiro greve, ammantato di nostalgia e di incertezze, amarezza e paura. Folleggia in un vuoto d’aria che è quello creato dal nuovo decennio partito gravido di speranze già disattese, arranca nell’amarezza dell’ingresso nell’età adulta, precipita nella malinconia del vuoto a rendere delle belle illusioni. Così come Out of Time era stato il disco del disimpegno, Automatic chiede al suo pubblico attenzione e fede, come un’auto lanciata a fari spenti lungo un pendìo.

Il plumbeo folk acustico dell’inaugurale Drive rivela già le intenzioni di voler avanzare nell’ombra, quasi a protezione della propria identità artistica che il successo planetario dell’anno precedente ha fatto vacillare come lampadari di carta di riso sotto le scosse di un terremoto troppo intenso per non averne paura.

Un intimismo rigenerante, come quello che la psicologia di coppia impone nei rapporti che si stanno incrinando. Una decelerazione dei ritmi che consenta al cuore di tornare ad ossigenarsi, malgrado poi quell’ossigeno non arrivi mai e non giunga  più una risata di petto, ora che quel Dio che ci ha tolto John Belushi, si è portato per il suo teatro privato anche Andy Kaufman.

E così l’auto procede, fino a sprofondare nel miele (gli ultimi interminabili, irritanti venti minuti affidati a Star Me Kitten, Man on the Moon, Nightswimming, Find the River buoni per farsi un best of dei R.E.M. da ascoltare mentre si carica la lavastoviglie), riaffermando i R.E.M. come la band americana di maggior successo popolare e riacquistando la stima della critica vera. Non la mia.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LEMONHEADS – Hate Your Friends / Creator / Lick (Fire)

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Subito dopo i ragazzi incazzati di Minneapolis (Grant Hart, Paul Westerberg, Bob Mould, Dave Pirner) e appena prima dei ragazzi incazzati di Seattle (Kurt Cobain, Eddie Vedder, Tad Doyle, Layne Staley) c’erano stati i ragazzi incazzati di Boston: J Mascis, Frank Black, Peter Prescott, Evan Dando.

Ragazzini di buona famiglia deviati dall’hardcore, perennemente insoddisfatti, annoiati dal lusso, sfiniti dall’ozio.

Finiranno tutti a tagliarsi le unghie e ad ingrassarsi di torte di mele. Ma all’inizio, quando la loro adolescenza premeva da dentro, correvano carichi di accidia come i dannati nella quarta cornice del Purgatorio.

Per Evan Dando e i suoi Lemonheads sono gli anni che vanno da Laughing All The Way to the Cleaners a Lick, tutti adesso ristampati dalla irreprensibile Fire Records.

Ovvero, dalla prima versione di Glad I Don‘t Know del Giugno ‘86 alla seconda, Aprile 1989. Oppure, per capirci, dal momento in cui Evan, Ben Deily e Jesse Peretz scoprono il punk (anche quello minore, come quello dei neozelandesi Proud Scum di cui rifanno I Am a Rabbit) al momento in cui Dando abbandona i vecchi amici e decide di non incazzarsi più, neppure quando Cobain gli ruba il trono di re delle collage radio. Proprio il posto dove il biondo di Boston aveva sempre sognato di stare, sin da quando passava le notti con gli occhi sui libri del liceo e le orecchie sintonizzate sulle “orge” della Harvard Radio Broadcasting.

Hate Your Friends, il debutto su grande formato, li presenta come i più credibili eredi del punk esistenziale dei Replacements, con Dando e Deily intenti a spartirsi il compito di autori e vocalist, come succedeva nell’ altra grande band di Minneapolis.

Un disco pieno di piccole gemme di powerpop imbottite di rumore punk su cui svettano Nothing TrueDon‘t Tell YourselfFed Up (per Evan) e Fucked UpSecond Chance e Uhhh (per Ben). Capiente il bagaglio delle bonus tracks incluse nella nuova ristampa, alcune già pubblicate nella reissue del 1992 (Sad GirlBuried AliveGotta Stop), altre del tutto inedite (il set per la WERS del 1987 con una feroce cover di Sick of You degli Users) più la convincente cover di Mod Lang dei Big Star pubblicata sull’introvabile Crawling From Within.

Creator si apre come il primo Black Sabbath. Raccapricciante, detto così, ma del resto è il periodo in cui la band mette pezzi come N.I.B. e Hatin’ Spores in repertorio.

Non saranno le uniche cover a fare il tormento e la fortuna di Evan Dando, come tutti sanno. Su Creator ad esempio se ne affacciano un paio firmate Charles Manson e Kiss ma il tono generale dell’album è già molto meno sprezzantemente punk mentre i pezzi scritti da Dando riduce la forbice che separa la sua scrittura da quella di J Mascis (Clang Bang ClangDie Right Now) e Ben Deily prepara il terreno per quello che saranno i Lemonheads della fase vincente con le chewing gum soffici di SundayLive WithoutPostcard Falling.

Le bonus tracks riesumate per la riedizione Fire vedono una nuova esibizione della band dietro la cabina insonorizzata dalla WERS di Boston.

Dopo Creator, i Lemonheads cominciano sempre più a diventare un affare privato per Evan Dando.

Anzi, un suo pseudonimo. L’album che documenta lo scontro tra Evan e Ben è Lick, pubblicato nel 1988 o nel 1989 (dipende dalla tiratura che vi ritrovate in casa) e registrato proprio mentre si consuma la battaglia di ego: un cocktail poco alcolico allungato con parecchie dosi di seltz per permetterne la pubblicazione come album completo visto che i due sono riusciti a malapena a completare cinque delle undici  canzoni della sua scaletta definitiva (come confermato nell’intervista aggiunta tra le bonus). Il disco contiene alcune delle canzoni-simbolo dei Lemonheads come il jangle molto Peter Buck che apre Mallo Cup, la volgare invettiva di Cazzo di ferro (i Rokes che planano su un riffone hard-cock) e la cover di Luka di Suzanne Vega che istituzionalizza Evan come eroe delle college-radio americane e delle stazioni di regime altrove. Il meglio di un disco che raggiunge a malapena la sufficienza è  però quello che è stato dimenticato, seppellito da tonnellate di altra musica: l’eco Cheap Trick che si può avvertire sparando a tutto volume 7 Powers,  Ever Come Back D.A..

A cercare di rendere Lick un disco poco più che mediocre ci pensano le bonus a corredo che prevedono l’intero primo EP, le B-Sides di Luka e qualche traccia dal vivo.

A quel punto, i Lemonheads sono alla frutta. Evan Dando passa alle spremute.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


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THE HOUSEMARTINS – The People Who Grinned Themselves to Death (Go!Discs)

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Le facce sono sempre quelle da chierichetti pure se le lingue rimangono appuntite e velenose al punto giusto. Conquistate le classifiche con un singolo natalizio dove “scappellano” un vecchio numero degli Isley Bros. come Caravan of Love gli i fantastici di Hull si dedicano alla realizzazione del loro secondo album.

E mentre monta la paura che il quartetto ci propini una qualche cazzo di raccolta di brani da sacrestia, gli Housemartins mettono invece insieme la loro puntuale raccolta di pop songs dal retrogusto beat e blue-eyed soul.

Rickenbacker solari e trombe sordinate.

Un po’ Smiths e un po’ Simply Red.

Pallida, pallidissima copia del fulminante disco di debutto, The People Who Grinned Themselves to Death tuttavia spreca per sempre l’occasione di realizzare il sogno segreto celato nella storica affermazione della band (“noi siamo la quarta miglior band di Hull”) di poter scavalcare Everything But the Girl, Gargoyles e Red Guitars nella classifica delle migliori band della propria città. Gli ingredienti rimangono gli stessi di quelli sfruttati in maniera deliziosa per il primo album ma laddove London 0-Hull 4 poteva contare su una sequenza mozzafiato, questo secondo lavoro presenta delle vistosissime crepe creative e alterna brani dal consueto efficace gancio melodico e dall’altrettanto sagace lirismo politico/sociale (The People Who Grinned Themselves to Death, Me and the Farmer, Five Get Over Excited, Build, Bow Down) a preoccupanti cali ispirativi. Lo sguardo resta attento ed inflessibile a denunciare lo sfascio di una nazione vanagloriosa come l’Inghilterra ma stavolta i capelli impomatati hanno la riga troppo, troppo perfetta. E avremmo preferito farci scompigliare i capelli piuttosto che stare attenti a non perdere il pettine dal taschino, seppure sia, per l’ultima volta, quello di sinistra.

Londra 0-Hull 2.      

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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LLOYD COLE AND THE COMMOTIONS – Rattlesnakes (Polydor)

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Quando cresci con certi dischi, è difficile scrollarteli di dosso.

Ecco, Rattlesnakes e Lloyd Cole furono una delle mie ossessioni di quel lontano 1984, assieme all’esordio degli Smiths.

Un’affinità di gradimento che era in qualche modo specchio delle molte analogie stilistiche tra le due bands, all’ epoca dei rispettivi debutti: il gusto ricercato per il jangle-pop di matrice Byrds di Johnny Marr e Neil Clark, l’amore per certe arie retro-pop, l’ironia beffarda e arguta dei testi imbastiti da Lloyd Cole e Morrissey erano in qualche modo speculari.

Ma, a rischio di far arricciare il naso ai fanatici degli Smiths, dirò che l’esordio dei Commotions è, a confronto con quello dei “fratelli” di Manchester, una spanna sopra.

Uno scarto che diventa ancora più marcato se lo si confronta con la prima versione di The Smiths, quella prodotta da Troy Tate e ancora orfana delle attenzioni di John Porter.

C’è, tanto per cominciare, la voce di Lloyd.

Laddove The Smiths sfoggia un cantato monocorde, nasale e annoiato come quello di Morrissey arrivando sino al paradossale e irritante falsetto di Pretty Girls Make Graves e Miserabile Lie, Rattlesnakes sfodera quella armonicamente carezzevole e modulata su tonalità basse e cautamente grevi da crooner del signor Cole.

Ci sono poi gli arrangiamenti. Che sono una roba che gli Smiths cominceranno ad usare solo da Meat Is Murder in poi, lasciando (volutamente?) del tutto scarna e asciutta la musica dei loro primi lavori e che invece colorano già la musica dei Commotions (che commetteranno di lì a breve l’errore opposto eccedendo nella “posa” delle rifiniture coprendo quasi del tutto il colore naturale della pietra, NdLYS) grazie alle partiture orchestrali di Anne Dudley (che, forse in pochi lo sanno, fu una delle artefici del progetto Art of Noise, NdLYS) che si adagiano su brani come la title track o Patience ma anche all’aria campestre di un roots-rock come la bellissima Four Flights Up tutta gonfia di fisarmoniche e di chitarre che suonano come mandolini (su un canovaccio da musica rurale che gli Smiths impareranno a sfruttare in pezzi come Rusholme Ruffians, Nowhere Fast, Death at One’s Elbow abbinandola al vecchio amore di Marr per Bo Diddley e il rockabilly anni ’50, NdLYS) e impreziosita da versi tipo

“sei arrivata in città su una scassata macchina alla Grace Kelly/

e ti atteggiavi come un’amica di Truman Capote/

sembravi proprio quella che eri/

perché è quello l’unico fascino che hai”.

Una galleria di personaggi degni del catalogo di Lou Reed (uno dei pochi autori americani di riferimento, assieme a Tom Verlaine, per la scena jangle-pop inglese di quegli anni, dai Daintees agli Aztec Camera passando per Jazz Butcher, NdLYS): c’e la Louise dalla pelle perfetta che somiglia a Greta Garbo di Perfect SkinJulie e Jim a bordo della Speedboat, la Jodie che sembra Eva Marie Saint su Fronte del Porto, legge i romanzi femministi di Simone de Bauvoir e ha bisogno di un fucile per difendersi da tutti i “serpenti a sonagli” e tutta “the rest of the crew” (per dirla con le parole di Ronald, l’autore di novelle che fa da voce narrante ai personaggi di Speedboat).

E anche dal punto di vista squisitamente chitarristico, pur senza voler sminuire il genio di Marr, dobbiamo notare come Rattlesnakes mostri una fluidità e fantasia che ancora manca ai giovani Smiths. Se infatti Marr usa ancora per costruire le esili impalcature delle sue prime canzoni pattern semplici e ripetitivi, Neil Clark sfodera già un ampio ventaglio di cristallini arpeggi byrdsiani di gran classe (Perfect Skin e Rattlesnakes su tutti ma anche Down On Mission Street e Charlotte Street) e morbidissime trame acustiche (Are You Ready to Be Heartbroken? e 2CV) che ne fanno il vero riff-maker della giovane Inghilterra di quell’anno.

Una verve troppo presto ingrigita da un manierismo sempre più crudele.

Un disco che non avrebbe lasciato eredi. Non dallo stesso padre, perlomeno.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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