THE FEELIES – Indie Love Gods

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Suona come un paradosso. Ma uno dei dischi chiave dell’indie-rock chitarristico degli anni Ottanta, è registrato senza alcun amplificatore per chitarre. E senza nessun pedale. Dettando la cifra stilistica di moltissimo rock alternativo degli anni a venire senza mai essere ripagati. Restando per sempre un disco di culto. Difficilissimo da replicare anche per loro stessi.

Pennate nervose che corrono veloci come il Beep Beep braccato da Will Coyote. E che ovviamente suonano come quell’altro Road Runner che tutti dovreste conoscere e che rappresenta uno dei primissimi canoni estetici per la band di Haledon, assieme ai Television cui spesso vengono ancora oggi paragonati.

Crazy Rhythms è però, nella sua meccanica robotica, accostabile più alla musica a scatti degli ex-compagni di scuderia Devo e al funky liofilizzato dei Talking Heads. La loro cover di Everybody’s Got Something to Hide dei Beatles, la perfetta controfigura della Satisfaction smontata dal gruppo dell’Ohio.

Musica disadorna, minimale e spasmodica, sketches in forma di canzone privati di qualunque sequenza armonica, spinti da un battito tribale (campanacci e maracas usati al posto dei consueti piatti e charleston) che sembra più intenzionato a volerli condurre sull’orlo di un baratro che sottolinearne l’andatura, cantata con una voce epurata da ogni emozione, racchiusa in una copertina che è mille miglia distante da ogni stereotipo rock. Così si presenta al mondo Crazy Rhythms nel 1980.

Certificando di fatto la nascita del college rock.

Stabilendo che i tre accordi del punk erano troppi e che i due minuti in cui erano imprigionati potevano essere invece troppo pochi.

Crazy Feelies.

 

Dopo l’esordio vitaminico di Crazy Rhythms la musica dei Feelies si flette in direzione di un guitar-rock minimalista influenzato in equal misura dai Beatles e dai Velvet Underground. E si flette in maniera così decisa che i due superstiti del gruppo madre decidono addirittura di cambiare denominazione ad ogni nuova uscita, la prima delle quali è un EP di quattro brani accreditati ai Trypes con Glenn Mercer e Bill Million affiancati da Stanley Demeski, Marc Francia, John Baumgarter, Toni Paruta e Brenda Sauter più un altro paio di collaboratori: una vera mini-truppa fotografata per esteso sulla copertina di Music for Neighbors, il disco che raccoglie quel piccolo parto di vinile assieme agli inediti del periodo. Un esercito che sembra armeggiare con fucili di plastica non appena la puntina tocca i solchi di From the Morning Glories, lunga canzone folk-rock che sembra un provino dei Jefferson Airplane.

Nonostante il gran numero di attori coinvolti, la musica dei Trypes resta disadorna anche quando (nello strumentale che dà il titolo a questa raccolta, ad esempio) sembra volersi trasformare in una mosca che gira attorno alla cacca degli Yes o quando le percussioni si agitano talmente tanto da trasformare un pezzo come The Undertow in una pizzica velvettiana. Un gusto per l’arredamento essenziale che a tratti (Belmont Girl Is Mad at Me, Friends, Force of Habit) sembra di stare nel salotto di Daniel Johnston con la consolle dei videogiochi Atari accesa.

Non molto per desiderare che i Trypes fossero molto più che uno spin-off. Abbastanza però per desiderare un ritorno dei Feelies.

 

Fatta eccezione per un paio di singoli, The Good Earth rappresenta il primo compito impegnativo di Peter Buck dei R.E.M. in veste di produttore. Non è una responsabilità da poco: i Feelies arrivano al secondo album dopo l’onda lunghissima di un disco di debutto per cui la critica musicale ha fatto man bassa di tutti gli aggettivi più lusinghieri del proprio taccuino. Un disco che segnerà l’indie-rock più di quanto si voglia ammettere e più di quanto la band stessa avesse in programma di fare.

Facile dunque?

Eh no.

Perché i Feelies nel frattempo hanno patito la prima importante defezione e la recessione dal contratto che li legava alla Stiff. E i superstiti di quella prima line-up hanno temporaneamente accantonato la sigla Feelies per mettere su un gruppo che come la band-madre suona pochissimo dal vivo ma, quando lo fa, lo fa addirittura accomodandosi su delle sedie posizionate davanti ai microfoni o in penombra, come atto di rifiuto al megalomane egocentrismo vanaglorioso e onanista del rock.

Ad alzarli in piedi e riaccendere su di loro i riflettori ci penserà Jonathan Demme, che li vuole a tutti i costi nel cast di Something Wild (riuscendoci) e che programma di realizzare un’intera pellicola su di loro (non riuscendoci).

Come se non bastasse, dopo più di un lustro, non hanno per nulla voglia di fare un Crazy Rhythms #2 pur essendo tornata la voglia di strapazzare i loro strumenti.

Dunque Peter Buck non ha compito facile. Eppure deve assolverlo. Non per mere esigenze di contratto ma quasi come pegno per aver portato la sua band ad un successo popolare mai sfiorato dai Feelies pur suonando canzoni per tanti versi identiche a quelli del gruppo che adesso sta per partorire il secondo figlio.

Il risultato ha del prodigioso. Perché i Feelies fanno delle loro piccole imperfezioni, il loro cavallo di battaglia. E queste canzoni che sembrano sul punto di sgretolarsi, tenute a malapena insieme da una chitarra acustica e da una voce che sembra quella di Jonathan Richman in un eccesso di timidezza, queste marce per soldatini di piombo e ballerine di danza classica che si corteggiano senza mai potersi scambiare un’effusione, un bacio, una carezza, queste canzoni che sembrano svolazzare nel volo tutto scoordinato e diagonale che è proprio delle farfalle sembrano dirci che la bellezza è nelle piccole cose.

Nelle piccole cose senza senso.

Nelle piccole mosse sgraziate.

Nei sorrisi in cui dei denti si mostra l’asimmetria e non la bianchezza.

Nel bacio che non conosce remore.

Nella folle corsa verso un abbraccio.

Anche quando per raggiungerlo siamo goffi, purchè si sia pronti a cadere.

 

Gli Yung Wu sono i Trypes che tornano a suonare come i Feelies, dietro un separé da ombre cinesi. Però quando passa una cosa come Spinning le riconosci eccome quelle sagome, anche se adesso la voce narrante dello spettacolo è quella di Dave Weckerman.

Shore Leave è a tutti gli effetti una costola strappata a The Good Earth, anche se la scelta della “mascherata” giapponese permette al gruppo di smarcarsi dalle aspettative che il ritorno in scena di quell’altro si era trascinate dietro.

Sempre che ai Feelies, ai Trypes, ai Willies, agli Yung Wu o come diavolo vogliono farsi chiamare interessi qualcosa, cosa di cui non sarei tanto certo.

Però Shore Leave appare più votato al disimpegno rispetto a The Good Earth, alla divertita jam da cantina, con adeguata scelta di cover di circostanza (Big Day, Child of the Moon, Powderfinger) col dito indice che indica la luna e quello medio che indica voi.

Neil Young li guarda dalla spiaggia.

Di spalle.

 

Ci sarà un paradiso per i Feelies.

Per raccogliere altrove quel che qui hanno seminato e non han raccolto.

I Feelies calpestano le terre d’America, posano in fattorie, ranch e case coloniche. Sono dentro l’immaginario americano ma non ne fanno parte. Sono quasi un elemento di disturbo. Artisticamente sono l’eterna promessa non mantenuta. Per Only Life è la A&M ad investire su quella promessa che raccoglie l’eredità dei Velvet e dei Modern Lovers. Anzi no, come dicevo, non raccoglie: semina. Come una famiglia giudea che aspetta la sua terra promessa, una volta che Lou Reed e Jonathan Richman hanno separato i mari.

Nel frattempo continuano a scampanellare le loro chitarre come in una danza della pioggia che invochi una doccia di gocce paisley con cui ci si inzuppa i vestiti già con It’s Only Life e Too Much, fino ad ingrossare le acque del fiume in cui si bagnavano i piedi i primi R.E.M. e riaffiori l’eco di quel “mormorio” su Deep Fascination.

E noi si resta lì, anche quando nelle tracce conclusive del disco quella pioggia si trasforma in una piccola tempesta di spilli velvetiani. A lasciarci stupire e trafiggere.

 

Fra tutti i miei dischi dei Feelies, Time for a Witness è quello che salta di più.

Segno di ripetuti passaggi sul mio impianto stereo.

Disco accesissimo che se parte ancora una volta dai Velvet Underground, è dalle parti dei Modern Lovers che finisce. Anzi, a voler leggere la scaletta, addirittura in zona Stooges. Non vi tragga in inganno però la Real Cool Time scelta per chiudere la scaletta, perché qui siamo pur sempre dentro un disco dei Feelies. A mio parere addirittura dentro il miglior disco dei Feelies, anche se vi vedo già a sfogliare chili e chili di enciclopedie sugli album del secolo e del millennio e vi sorprendo spaesati a masturbarvi ancora con la copertina di Crazy Rhythms in mano.

Ora, fate pure quel che volete col vostro uccello, però concedetevi il piacere di un disco veramente lussurioso, straripante di chitarre e campanacci, di canzoni come Sooner or Later, Time for a Witness, Decide, Doin’ It Again, Waiting che nel frattempo band come R.E.M., Yo La Tengo o Replacements, analogamente a Lou Reed e Jonathan Richman, hanno dimenticato come si scrivono e che invece Bill Million e Glenn Mercer no.

Se i Feelies cercavano un buon testimone per il loro quarto album, eccomi. Sono pronto.

 

“È troppo tardi per farlo di nuovo? O avremmo dovuto aspettare per altri dieci anni? Nessuno lo sa eppure pare importi a tutti, tutti chiedono delle risposte alle loro preghiere”

I primi versi di Here Before sembrano fortemente autobiografici.

Di decenni ne sono passati addirittura due fra Time for a Witness e Here Before. Venti anni in cui, è vero, una risposta a qualche preghiera l’attendevamo.

Il tempo. Una variabile variabilissima nella storia dei Feelies che torna come protagonista assoluto di questo nuovo album, in un intricato labirinto lessicale dove il tempo ha funzione ora di attesa, ora di rinvio, ora di arrivo, ora di ritorno, ora di successione, ora di interruzione di eventi. Ma l’evento nell’evento è ovviamente un nuovo disco dei Feelies, ormai diventati la versione professionale di loro stessi, con canzoni ben curate, dinamiche, energiche, ineccepibili dal punto di vista formale e melodico come ben dimostrano cose come Way Down, Time Is Right, Should Be Gone e Nobody Knows. Che ammiccano ora ai Byrds con uno sguardo appena meno torvo di quello di J Mascis e ai Velvet sempre meno, seppure non si neghino neppure stavolta ad un omaggio velato ai loro raga con On and On.

Resta però, ai margini di un atteso e graditissimo ritorno, un velo di ripetitività nelle soluzioni melodiche, avvertibile soprattutto quando l’impianto sonoro sceglie di fare a meno dell’elettricità che percorre la gran parte del disco, come nelle noiose paludi di Here Before e So Far che lungi da stemperare la piacevolissima corrente che percorre il disco, ne inquina le acque.

 

Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.

 

Franco “Lys” Dimauro

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HALF JAPANESE – Invincible (Fire)  

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Jad Fair è il fratello più vecchio di Brian Fair, il vocalist degli Shadows Fall. Assieme al cugino David, giapponese per parte di mamma, ha messo su questo gruppo al suo debutto anche se in realtà Jad è autore di successo da almeno trent’anni, sotto mentite spoglie. Un vezzo o una necessità a non volersi fare imprigionare dalla notorietà. Ha registrato e inciso dischi sotto nomi assurdi e falsi come Lou Barlow, David Lovery, Don Fleming e ha incassato milioni di dollari e vinto qualcosa come sedici dischi d’oro, una trentina di dischi di platino e, nel periodo della Grande Recessione, almeno una mezza dozzina di lega nichel/cromo.

Merito sicuramente di una capacità vocale che teme pochissimi rivali e che si unisce ad una tecnica chitarristica sopraffina anche se tendente spesso all’autocompiacimento tipico dei fuori classe come lui. Anche il nuovo Invincible è ricco di questi assoli perfetti (probabilmente modificati in studio, per essere affinati ulteriormente) e strabordanti e dei soliti pezzi-fiume estremamente rifiniti.

Nonostante questo eccesso di perfezionismo, Invincible è un disco bellissimo e non fa che rendere ancora più febbrile l’attesa per il prossimo blockbuster cinematografico dedicato alla vita dei cugini Fair che vedrà J Mascis e Beck vestire i panni dei due Half Japanese, in modo che due metà ne diano almeno uno.  

E malgrado sia bello e facile credere a tutto, solo una delle cose che vi ho detto è vera.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE LEMONHEADS – Varshons 2 (Fire)  

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Dopo dieci anni, ecco il sequel di Varshons del bibitaio Evan Dando, ormai unico custode del chioschetto Lemonheads. Con lui questa volta ci sono Lee Falco alla batteria e Nina Violet al basso e all’organo Farfisa più una serie di altri musicisti che fanno la loro apparizione e aggiungono un po’ di colore in questa nuova serie di “versions” che pescano da un repertorio folk-rock lungo mezzo secolo che abbraccia Paul Westerberg, NRBQ, Jayhawks, Yo La Tengo, Lucinda Williams, Florida George Line e Eagles e dai meno prevedibili repertori di Nick Cave, Eyes (quelli punk di Los Angeles, non i mitici inglesi del decennio precedente) e Bevis Frond che tuttavia vengono anch’essi affrontati nel consueto stile di Evan Dando, ovvero senza averne alcuno, limitandosi ad appiccicarsi addosso al corpo delle balene come dei Balani, stando lì una vita intera, fino a sembrare dei fossili.

I dischi dei Lemonheads continuano ad essere un posto che mette a suo agio tutti, un posto dove nessuno dissente e dove l’America si guarda l’ombelico pensando sia il più bel posto del mondo. Un disco da tacchino ripieno e da barbecue innaffiati a birra bionda.  

Anche questo non è diverso dagli altri: un disco che non fa male ad una mosca.

Se Dando mi dà Dando, riuscirò a farne a meno.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Il grande romanzo americano (con cadavere)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ a Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura.

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

 

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce a Stink, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

Di tutto quel che è il “sottobosco” underground americano degli anni Ottanta, i Replacements sono i primi in assoluto a firmare e pubblicare un album per una major, anticipando di fatto i R.E.M., i Sonic Youth e gli Hüsker Dü. Ad accaparrarseli è la Sire, l’etichetta che ha tenuto a battesimo il punk newyorkese pubblicando i dischi di Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders e Talking Heads e che nel 1980 è stata acquisita in toto dal gruppo Warner. Ma gran parte dei soldi (125.000 dollari) che la Sire investe sui Replacements vengono in realtà dai proventi immensi dovuti alle vendite di Like a Virgin di Madonna. La candidatura di Alex Chilton in veste di produttore di Tim, il disco che inaugura il contratto, viene presto abbandonata in favore di Tommy Ramone. L’addio al mondo indipendente e alle college radio che hanno sostenuto la scena è scritta sui toni di una delle migliori power-songs del disco intitolata Left of the Dial. Gli altri inni fragorosi della stagione si chiamano Kiss Me on the Bus, Bastards of Young e la sottovalutata Hold My Life che apre l’album in maniera atipica, evirata da qualsiasi incipit, come se la band avesse fretta di proseguire il discorso interrotto per motivi di durata sul disco precedente. Cosa che in effetti è. Eppure qualcosa non funziona. Anzi no, al contrario, funziona troppo bene.

È questa la cosa che rende quel che è universalmente ritenuto il capolavoro dei ‘Mats un capolavoro a metà. L’enfasi sulla ritmica, ovvio retaggio del trascorso musicale del produttore, sembra trascinare tutta la band verso terreni più composti, più ordinati, più strutturati, fino a rasentare la banalità rock ‘n roll in I’ll Buy, il grottesco hard-rock in Dose of Thunder, il plagio di Spirit in the Sky nella quasi omonima Waitress in the Sky. Ad un ascolto lucido, imparziale e scevro dal fanatismo siamo davanti alla copia in bella del disordine autarchico che regnava nel disco precedente.

È come se sul luogo dell’incendio fossero arrivati i Vigili del Fuoco e noi stessimo lì a guardare ammirati il rogo che tarda a spegnersi ma che, inevitabilmente, verrà domato. Si approssima la morte, in qualche modo, i Replacements si trasformano in qualcosa d’altro.

Jung, are you?

 

Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

Nel 1989 i Replacements si cacciano nella selva oscura delle band mainstream, giungendo all’ultimo approdo di quella scoperta della melodia che si era dapprima insinuata tra le crepe del loro muro hardcore come gli spiriti attraverso le fessure degli specchi rotti e, dopo aver ridefinito gli equilibri col rumore punk, adesso aveva completamente addomesticato l’urgenza giovanile dei primi anni trovando terreno sgombro e pronto alla semina nelle nuove, docili canzoni di Paul Westerberg.

Don’t Tell a Soul è il disco con cui i Replacements diventano “di tutti” in virtù di melense ballate come They’re Blind (praticamente Fatti più in là delle Sorelle Bandiera in versione roots, NdLYS) e Rock ‘n Roll Ghost, o sdrucciolevoli strade sterrate sulle quali sembra debbano posteggiare da un momento all’altro i pick-up di Bryan Adams o degli Inxs (I’ll Be You, Achin’ to Be, I Won’t, Anywhere’s Better Than Here). Se in lontananza doveste sentire sgommare un fuoristrada che sta invertendo la marcia, sappiate che è il mio.     

 

All Shook Down esce a poche settimana da No Depression, il disco di debutto degli Uncle Tupelo che avrebbe per un certo periodo battezzato un intero filone di musica alternativa che guardava alla musica roots americana. E l’atto finale dei Replacements trova subito dimora dentro quelle stanze dove giovani artigiani si mettono a restaurare vecchia mobilia folk e country. Loro sono un po’ più anziani ma quel lavoro lo conoscono già bene, perché dopo aver raschiato il punk acceso degli esordi fino a levigarlo su un power-pop ancora pieno di schegge legnose, hanno deciso di puntare al suono acustico del vecchio folk, indicando una rotta che farà presto nuovi proseliti.

All Shook Down è il famoso “disco dei Replacements” cantato da Federico Fiumani e fondamentalmente recensito nel miglior modo possibile, il disco rimasto in vetrina perché ritenuto avvedutamente non essenziale. E del resto chi si avvicina ad un disco dei Replacements dopo Don’t Tell a Soul, lo fa ben consapevole che i dischi dei ‘Mats non sono più necessari, non hanno più quella vibrante urgenza giovanile di Stink o di Let It Be. Suonano già come suoneranno i loro concittadini Soul Asylum da lì a breve. Facendo molti meno soldi però.

Neppure loro esistono più come entità collettiva.

Westerberg li tiene a libro paga.

Mercenari al soldo del vecchio leader che ormai scrive tutto da sé. E scrive roba senza entusiasmo come Someone Take the Wheel, Sadly Beautiful, Attitude, Bent Out of Shape o The Last che è, nei fatti, proprio l’ultima canzone dei Replacements.

Poi, uno ad uno, escono dallo studio.

Westerberg per ultimo.

Sistema un sacco della spazzatura all’angolo del marciapiede.

E va via.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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HALF JAPANESE – Why Not? (Fire)  

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Ho letto peste e corna sul nuovo Half Japanese. E così, tornatami in mente la favola della volpe e dell’uva che da piccolo mi raccontava mia madre, me ne sono innamorato perdutamente. E mi ci sono rimboccato le coperte adesso che Mark E. Smith ci ha lasciati tutti un po’ più infreddoliti. Why Not? l’ho trovato delizioso, più di tanti altri dischi dello strambo gruppo americano così poco amato che nessuno pensa più neppure ad aggiornargli la pagina su Wikipedia.

C’è dispersa, su tutto il disco, questa gioiosa serenità quasi rurale, contadina.

Come spiegarvela a parole non saprei.

Ma quando Jad Fair ci dice di provare tutti insieme a pronunciare la parola “yes”, a pronunciarla seguita da “we can”, la mente oltre ad Obama va ancora più indietro, verso quel sogno ottimista che loro chiamarono americano e che noi qui chiamammo onomatopeicamente boom.

Che passava una macchina fotografica e sorridevi.

Passava una cinepresa e sorridevi il doppio.

E sorridevi davvero.

E c’era sempre un pozzo da dove poter tirare su acqua pulita.

E le tette erano ghiandole, non presine per le teglie da forno.

Sul nuovo disco degli Half Japanese questo entusiasmo si sposa ad una musica sorniona, non più strampalata come quella degli esordi. Come quei contadini che si mettono il vestito buono per andare in chiesa la domenica. E tutti li riconoscono comunque. Ecco, ancora oggi, in questa miscela tra il folk di Jonathan Richman e le pastiglie biologiche dei Feelies, quando passano gli Half Japanese li riconosci.

E ti viene voglia di fare gara a chi piscia più lontano, proprio come quando giocavamo nei campi e l’ottimismo non ce lo dovevano spiegare coi tutorial o coi libri per diventare leader. Ne’ tantomeno la musica ce la spiegava gente che non sa neppure fare o col bicchiere, come me.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE MUFFS – Happy Birthday to Me (Reprise)  

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Quello tra i Muffs e me non fu un amore viscerale e profondo.

Solo una cotta passeggera. Una storiella da sabato sera.

Ma nel periodo 1991-1998, ovvero nel periodo in cui trionfavano gli/le Hole, io fui probabilmente uno dei pochissimi a preferire il “buco” di Kim Shattuck a quello di Courtney Love e a continuare a preferire le sue succulente canzonette a quelle debosciate della Love. Forse perché dentro continuavo un po’ a sentirci l’eco delle Pandoras. Forse perché come le Big Babol potevi continuare a masticarle fino a che non ti saliva un conato di vomito al retrogusto di fragola e veleno. Forse perché la sessualità della Shattuck era meno ostentata, meno sfacciata e più collegiale. Qualunque sia la ragione e nonostante il trasporto emozionale non fosse proprio quello di una grande storia passionale, le canzoni dei Muffs mi strappavano sempre qualche minuto di spensierato buonumore.

E così continuai ad ascoltarle.

Happy Birthday to Me era la terza raccolta in sequenza e non era peggiore ne’ migliore di quelle precedenti. Musica senza pretese, che non ambiva alle prime di copertina, ma neppure meritava le ultime. Stava lì in mezzo. In coda ai grandi degli anni Novanta. Senza spingere. E a me quelli che non scalciano mi sono sempre piaciuti.

Buon compleanno, Kim.

Tornerò a farti gli auguri anche l’anno prossimo, puoi contarci.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHEREENS – A Date with The Smithereens (Floating World)  

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Nel 1994, in una delle (poche) interviste rilasciate per la promozione di A Date with The Smithereens, un Pat DiNizio palesemente risentito, dichiarò che il rock ‘n roll era finito e che la sua era forse l’unica rock ‘n roll band che continuava ad incidere dischi. Il risentimento era dovuto in larga parte all’attenzione rivolta da critica e pubblico al fenomeno grunge che aveva lasciato fuori dal cono di luce molte band “storiche”, come la sua. Uno scivolone terribile di cui avrebbe parlato ancora, con identico rancore, su Sick of Seattle.

La cosa curiosa è che Kurt Cobain aveva dichiarato che, durante la creazione di quello che del grunge sarebbe diventata l’icona insuperabile e del cui produttore DiNizio aveva inizialmente chiesto i servigi proprio per questo disco, le sue orecchie erano in buona parte occupate dall’ascolto di Especially for You, il disco d’esordio della band di DiNizio. Insomma, non proprio dei simpaticoni DiNizio & Co.

Ovviamente gli Smithereens non erano gli unici reduci rimasti in circolazione durante la sbornia grunge. E non erano neppure tra i migliori. In ogni caso, quando i riflettori sarebbero tornati a far luce su quello che c’era oltre Seattle, gli Smithereens si sarebbero limitati a diventare un gruppo-parodia, senza alcuna idea se non quella folle e megalomane di cimentarsi con le canzoni dei Beatles, con le canzoni di Santa Claus o di riproporre per intero il Tommy degli Who.   

A Date with The Smithereens dal canto suo pensava di fronteggiare la piena del grunge con un set di canzoni non proprio brillanti. Lo smalto power-pop degli anni Ottanta era soffocato dentro il tentativo di irrobustire leggermente il suono, opacizzando la brillantezza degli infissi. Il tentativo fallì miseramente, portando alla rottura con la RCA che pure aveva concesso agli Smithereens l’onore di ospitare per un paio di brani (Point of No Return e Long Way Back Again) la chitarra di Lou Reed. Eppure, a ben vedere, le ambizioni di DiNizio non erano del tutto malriposte, siccome i Lemonheads avrebbero spopolato ovunque e contemporaneamente in pratica con la stessa ricetta: canzoni melodicamente appese alle grucce di Tom Petty, accigliate ma senza mai scavallare nella malinconia o nel pessimismo fine a se stesso.

A Date è un plaid da tirarsi sulle gambe nei pigri pomeriggi di primavera, quando il sole tarda ancora a scaldare i tetti ma promette estati sfavillanti. E noi gli crediamo. Perché ci piace credere sia così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Pleased to Meet Me (Sire)  

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Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

EVAN DANDO – Baby I’m Bored (Fire)  

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Spreco di vinile, cellulosa, policarbonato e tempo per la ristampa deluxe di uno dei dischi più inutili dello scorso decennio. Si tratta del commercialmente fortunato Baby I’m Bored messo su dall’ex-leader dei Lemonheads Evan Dando nel 2003 che adesso viene rimpolpato con un secondo disco di singoli e inediti del periodo per motivare un nuovo tour dell’Abele gemello del Caino Kurt. Il disco è una modesta e sopravvalutata sequenza di canzoni dall’assetto fondamentalmente (ma non esclusivamente) acustico che si candidano ad offrire una versione romantica dell’America rurale ancorandosi fuori tempo massimo a quanto messo in scena dagli Uncle Tupelo dello storico No Depression.

È il country-rock delle buone maniere. Annoiato e noioso.

Quello buono per le college radio, dove infatti Dando viene venerato come un Dio Greco.

Che venga venerato ancora oggi e anche fuori da lì rimane uno dei grandi misteri della musica rock.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro