THE LIMBOOS – Limbootica (Penniman)  

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Il primo album dei Limboos, speditomi da Enric Bosser della Penniman il 21 Ottobre del 2014, non mi è mai arrivato. Non avendo l’abitudine di andare a cercare in rete quel che sfugge ai miei scaffali di dischi o alle lenzuola del mio letto, non avevo ancora ascoltato la formazione di Madrid fino ad oggi, data di uscita di Limbootica, disco che suona esattamente quel che promette: musica retroattiva ed esotica che guarda all’America Centrale (Cuba, Trinidad e Tobago, le Hawaii) come paradiso immaginato e immaginario. Mambo, son, calypso, guaràcha, limbo, Jawaiian, boogaloo sono le essenze fondamentali della loro miscela. Roba ottima per le feste sulla spiaggia, come alternativa ai consumatissimi ritmi del reggaeton che vi stanno bruciando le cervella. I pezzi sono tutti scritti dalla band ma sono perfettamente integrabili a quelli di gente come Chuck Higgins, Illinois Jacquet, Ruth Brown, Richard Berry. E’ un bagno nel rigenerante Pachuco boogie in cui tantissimi artisti del primo rock ‘n roll e del blues elettrico finirono per bagnarsi se non la testa, quantomeno i piedi e che oggi è fra le musiche roots dimenticate di un mondo che corre troppo veloce e che si diverte con quel poco che ricorda ancora.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Men From O.R.G.A.N. (S.H.A.D.O.)

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Eleganza e coerenza sono doti della S.H.A.D.O. che non si discutono, e chi ama abbandonarsi alle frivolezze amarcord dell’estetica vintage sa che dentro al suo catalogo può trovarsi piacevolmente a proprio agio. Sicché anche questo nuovo lavoro non tradisce quanto promette, ovvero una full-immersion nella riscoperta della tecnologia analogica applicata stavolta ai tasti d’ ottone che, più che portarci indietro nel tempo, ci fa penzolare beatamente in una sorta di atemporalità fuori da ogni dimensione che non sia quella del puro piacere auricolare nell’esporsi a questa overdose di soffi Hammond, Vox, Farfisa, e Casio piegati al gioco di questi quadri di pop-art onirica e spumosa dai toni languidi e dilatati (con poche eccezioni: L’Argumentation con un Vox saltellante che pare uscito fuori da qualche inedita jam dei Doors, la discomusic da Via Veneto dei Papas Fritas, il rivolo minimal-disco di Gonzales, la divertente marcetta dei Sukia, NdLYS) che, quasi a voler sfidare le pieghe del tempo, ripesca pure dal passato perle di sonorizzazione di Nino Ropicavoli, Berto Pisano (scomparso, scherzi del destino, giusto due mesi prima dell’uscita di questo disco che ne sigilla il ricordo) e Martin Rev in un esperimento propedeutico al suo ormai prossimo “Suicidio”.

Bravissimi lì alla S.H.A.D.O., a fotografare i graffi e i graffiti di un’epoca che ha il suo fascino immortale.

                         Franco “Lys” Dimauro

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DIABOLICO COUPE’ – Little Carmine (Area Pirata)  

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Nelle mie memorie infantili il Diabolico Coupè è una delle strabilianti vetture che partecipavano alle Wacky Races, le corse pazze in cui Dick Dastardly figurava da eterno e borbottante perdente.

Meritando tutto il mio amore.

Ormai in disuso da diversi anni, pare che il Diabolico Coupè sia tornato a vita nuova in un officina piacentina, tornando a gareggiare a suon di chitarre tremolanti. Tanti concerti e poche sortite discografiche. Questa pubblicata da Area Pirata è la seconda uscita “ufficiale” per la band che raccoglie criminali già conosciuti sotto i nomi di Morticia’s Lovers, Hermits o Supereroi. L’assemblaggio della macchina è semplice ed efficace: surf-music, exotica, frat-rock. Se è roba che amate e viceversa non amate le chiacchiere, questo disco è perfetto per voi. Pistoni e tavole da surf a go-go. Raschiate dal barrito di un sax, rigate dalle unghiate di una chitarra. Un Diabolico Coupè che corre nella sua pista fra il deserto e il mare, portandovi fuori dal percorso che ogni giorno alle otto vi conduce a lavoro e alle diciassette vi riporta sul divano di casa.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EUROBOYS – 1999 Man (Man’s Ruin)

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Gran nome di merda Euroboys, ne convengo.

Roba che se lo dite all’amico del cuore penserà che vi siete messi in casa la compilation con le musiche delle veline. Che poi non sono manco male. Le veline, intendo.

Eppure l’ego smisurato di mr. Euroboy, già variopinto chitarrista dei Turbonegro, deve aver deciso per tutti.

Giusto un plurale che allunghi un po’ le travi del tetto per ripararsi tutti, niente di più.

Peccato, visto che dentro l’apparente anonimato della sigla gli Euroboys tirano in tavola alcuni dei più bastardi assipigliatutto del pop di questi ultimi mesi. Hanno classe da vendere, questi scandinavi del cazzo.

Hanno la capacità di risolvere con abilità melodica e timbrica anche la pià scontata delle canzoni. Ascoltate il ponte che traghetta Part Animal dal terzo al quarto minuto, per farvene un’idea.

Ammicca, ma con gusto eccelso.

La title track sprigiona energia, figlia del power rock più bambino e banale che ci sia. Riffone da potenziometri a fondo scala, politicamente col-retto.

A seguire Ballad of Kirk and the Jerks, liquida sequenza per celluloidi, scivola languida lasciando una scia di Dolce Vita. I caffè di Via Veneto e lo sguardo seducentemente storto di Brigitte Bardot.

Witchbanger, unico strumentale del lotto, chiude il cerchio, partendo per lo spazio.

Come gli Hawkwind in gita di piacere, emette rigurgiti dopo aver solcato la Via Lattea.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

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AA. VV. – Slow Grind Fever # 1 / # 2 (Stag-O-Lee)  

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Se abitate nei dintorni di Melbourne, ogni ultimo Sabato sera del mese dopo le ventuno potete salire in cima al Tote Hotel di Collingwood e spassarvela con la vostra pupa (se siete monogami come la religione cattolica impone) al suono della musica più sensuale degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta: lo Slow Grind.

Exotica, soul, popcorn, R ‘n B, doo-wop, rock ‘n roll, jazz da balera.

Se volete divertirvi a distanza, e anche in anticipo (magie del jet-lag e, soprattutto, della Rete), qualche giorno prima dell’ evento potete “sintonizzarvi” su www.slowgrindfever.com e scaricarvi i mixes con una selezione di quanto Richie, Pierre e Mohair Sam sparano tra i salotti del locale. 

Sono proprio Richie1250 e Chris “The Wolfman” Sick (di Stay Sick, altro appuntamento imperdibile, stavolta via etere, ogni seconda Domenica del mese, dopo le undici di sera, su Radio Reverb di Brighton, NdLYS) a curare i primi due volumi della saga Slow Grind Fever, pubblicati in vinile dalla Stag-O-Lee e adesso messi in stampa unica su supporto digitale.

Musica fumosa per donne dai lunghi bocchini e uomini dai musi torvi.

Un giro intorno al mondo (per l’Italia rappresentano i fratelli Santo & Johnny Farina, cuori a tre fasce verticali trapiantati nella terra dalle tredici righe orizzontali) alla ricerca di canzoni e atmosfere perdute tra chitarre hawaiane, mambo sudamericani, tramonti western, crepitii sinistri (il favoloso riff di Caterpillar Crawl poi rubato dai Cramps per la “loro” Garbage Man), sermoni pagani, improbabili canti di dolore (la fantastica Lilly‘s Lament tratta da Cha-Cha-Cha Boom!) e rumbe appassionate.

Occhio al mercurio, che si alza.

E non solo quello. 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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CORNELIUS – Point (Matador)    

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Nutro una cordiale antipatia per i giapponesi.

Malgrado abbiano inventato Goldrake e estremizzato il concetto di bukkake, ciò non è bastato a farmeli venire simpatici.

Ma è un limite mio, come per quelli che amano Marylin Manson.

Ma un occhi a mandorla che è ossessionato dai fantasmi di Music Machine, Count Five, Beach Boys o Clash piuttosto che da quelli di Caterine Deneuve o Fellini deve avere qualcosa di più che una scorta di rullini Kodak e Fuji nel suo zainetto a tracolla e non deve essere così terribile accompagnarsi ai suoi dischi. Che vivono, è vero, di quell’inconfondibile aria di deja vu che tracima copiosa da gran parte delle produzioni del Sol Levante ma che qui, invece che diventare parodia, viene riassemblata in un contesto dalle forme nuove.

Se insomma i dischi dei Pizzicato Five possono paragonarsi a quelle famose bombolette con su scritto “aria di Napoli”, quelli di Cornelius sono magari delle matrioske di Mamma Russia, dove se vuoi puoi nasconderci dentro anche un tocchetto di fumo. Detto questo, Point è un disco meno “esagerato” rispetto alle passate produzioni di Cornelius, con frequenti richiami alla natura ed ai suoi rumori, dai cinguettii di Bird Watching at Inner Forest al gorgheggiare di Drop, fino al liquido scorrere di Tone Twilight Zone, crepuscolare come il titolo suggerisce, quasi alle soglie del raccoglimento ambient. Acustico e farcito di beeps, lo ricorderemo magari come l’album new-age di Keygo, se riusciremo a cancellare il ricordo delle stilettate di I Hate Hate, e non saremo distanti dall’essenza del disco, che Cornelius ha voluto quasi spartano, se confrontato con la risaputa abilità del nipponico al taglia e cuci sintetico.

 

Franco “Lys” Dimauro

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