GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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DIE NERVEN – Fake (Glitterhouse)  

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Come siete messi col tedesco? Io malissimo.

E col post-punk? Quel calderone che, detto così, non significa nulla ma che, sempre letto così, sai benissimo cosa ci troverai dentro?  

Se sapete infilarci le mani e le orecchie in quel calderone e starete attenti agli spigoli, trarrete ottime vibrazioni dal nuovo album dei tedeschi Nerven, triangolare formazione basso/chitarra/batteria che, nonostante ami presentarsi al pubblico come una ricetta esplosiva a base di Spiritualized, Can, My Bloody Valentine, Pink Floyd, Brian Eno, Elevators, Swervedriver e Ride, si muove invece a suo completo agio fra le ruggini di band come Sonic Youth, Ulan Bator, Constantines e Killing Joke. Sono canzoni tumultuose, come potete ben immaginare. Crescendo umorali di elettricità spuria e a tratti tenebrosa senza mai essere lugubre cui l’uso dell’idioma germanico, con le sue consonanti aspre ed appuntite, conferisce quella sorta di rigore e di impassibilità teutonica che a ben vedere ha affascinato decine e decine di artisti di estrazione wave.

Le canzoni del terzetto non si risolvono quasi mai nel classico e didascalico avvicendamento strofa/ritornello, scegliendo in qualche modo di restare imprigionate nel loro guscio, preferendo lo spettacolo del contorsionismo all’arte dell’escapismo, i labirinti alle scorciatoie, evitando dunque quasi sempre l’atto liberatorio e preferendo accumulare la tensione emotiva senza mai scioglierla.

Del resto è ai nervi e non ai testicoli che mirano. E l’obiettivo anche questa volta è stato centrato.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Different Section Wires (Touch and Go)  

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Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Culisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch & Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Down (Touch & Go)  

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La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (Horse, Elegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (Mistletoe, Din, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FLIPPER – Album: Generic Flipper (Subterranean)  

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Uno dei “trucchi” preferiti dai punk fu quello di aumentare la velocità di esecuzione dei pezzi per aumentare la carica d’assalto ma anche per mascherare le inevitabili imperfezioni, facendole trascinare via dal flusso chiassoso e veloce dell’insieme, abbracciando eticamente (la denuncia politica come atto di fede) e stilisticamente quello che verrà canonizzato come hardcore.

A remare contro corrente fu una band di San Francisco.

Si chiamavano Flipper.

Loro decisero che non sarebbero stati al gioco e avrebbero messo a nudo tutta la loro pochezza tecnica rallentando il suono fino a renderlo nauseabondo e indigesto. E impararono a riderne, oltraggiandolo oltremisura.

Producendo un disco che, avrebbero scommesso, ai punk non sarebbe piaciuto. Vincendo la scommessa.

Sarebbero piaciuti, e tanto, agli eroi del grunge.

Gente come Mark Arm o Kurt Cobain lo avrebbero elevato da disco di culto a disco-mito. I Melvins ne avrebbero ricopiato lo stile, appesantendone soltanto la soma.

Il disco di debutto dei Flipper era uno di quegli scarabocchi fatti dai bambini. Che hanno in mente tutta la bellezza del mondo e non riescono a disegnarla. E che però, quando la disegnano, pensano di averla riprodotta in qualche modo.

È solo che gli altri non sanno riconoscerla dentro il loro disegno.  

Spesso non riescono neppure a vederla neppure fuori da lì.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Pure (Touch & Go)

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La testa deforme e bitorzoluta del Cristo Lucertola fa capolino prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PISSED JEANS – “Why Love Now” (Sub Pop)  

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L’incapacità di suscitare attenzioni incattivisce, dando energia cinetica ad una vite senza fine di odio e violenza. E così i Pissed Jeans, che sono forse la più pericolosa mina inesplosa del rock del nuovo secolo, diventano via via più cattivi. Dentro il loro nuovo disco sembra agitarsi l’anima inquieta di uno stalker, di un maniaco sessuale,  di un killer seriale. Il titolo è una domanda senza punto di domanda. Una domanda che contiene già la risposta. E la risposta è quella che tutti immaginiamo da un gruppo di degenerati figli di rednecks come i Pissed Jeans. Un amore prosciugato da qualsiasi emozione, come loro stessi dichiarano lungo questa dozzina di canzoni oscene, rantolanti, misogine. Che è quello che, fuori da Famiglia Cristiana, riempie le cronache dei nostri giorni, che aleggia nei social, che muove il mondo.

La musica di “Why Love Now” è animata da una furia cieca, vorace e convulsa. Una annichilente devastazione del giardino della bellezza. Il soffocamento costante, coatto di ogni suo germoglio.

Canzoni come sofferenza fisica. Un ascolto che è a sua volta sofferenza uditiva rigenerante e ripugnante allo stesso tempo.

Come nei primissimi dischi dei Jesus Lizard, come nei dischi neri dei Black Flag.

Come quando hai le stipsi e chiami tutti i santi di cui ricordi il nome stringendo i denti.

E nessuno di loro ha voglia di aiutarti.

E caghi sangue.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CUT – Second Skin (Area Pirata/Dischi Bervisti/Antipop/Bare Bones Productions)  

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Il basso non dovrebbe esserci. E invece c’è.

E non è neppure un basso qualunque. Trattasi del basso di Mike Watt. Ovvero colui che scrisse il brano da cui il terzetto bolognese mutuò il nome quando venti anni fa decise di mettere mano al suo arsenale che, se ai Minutemen non deve granchè, deve invece moltissimo all’”idea” di suono della SST Records, l’etichetta per cui il gruppo di Mike Watt incideva e fondata da Greg Ginn, cui Cut era dedicata.

Dunque il basso c’è, come nei primissimi giorni di vita della band. Ed è un gran bel basso.

E neppure i fiati dovrebbero esserci, se non mi sono perso nulla. E invece ci sono anche loro.

Perché questa è la seconda pelle dei Cut.

Che è coriacea come la prima.

Che i tempi non lo concedono, malgrado il reggaeton e le foto sorridenti dei vostri contatti sui social vogliano illudervi del contrario. E quindi lasciate che le pizze margherite, i cilindretti di sushi e le portate di pesce avariato continuino a fare sfoggio sui loro piatti e voi mettete sul vostro il nuovo disco dei Cut. Sesto di una discografia zoppicante nei tempi ma non nella qualità.

Dodici brani dove succede di incrociare un sacco di facce conosciute negli anni Novanta, dai Constantines agli Hot Snakes, dai Make-Up ai Girls Vs. Boys alla JSBX. Che in mezzo alle mietitrebbia del noise-rock di quegli anni si muovevano lasciando dietro di se una scia di profumo erotico.

Proprio come la musica dei Cut.

Che è rock ‘n roll fumante, ruvido e sempre più trasversale.

Un fusto di quercia che scivolando giù trascina nella sua corsa noise, garage, blues/punk. Etichette che cadono giù come birilli mentre passa la musica dei Cut.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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