MARLENE KUNTZ – Il vile (Consorzio Produttori Indipendenti)  

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In fondo la canzone-capolavoro della loro carriera i Marlene Kuntz l’avevano scritta già all’avvio della loro avventura. E anche se all’inizio era un già di per se bellissimo brano che durava appena tre minuti e mezzo e pagava pegno più a quanto fatto dai CCCP Fedeli alla Linea e dai Disciplinatha qui in Italia che ai Sonic Youth nel resto del mondo, Ape regina si ergerà nella sua monumentale e trionfale statura nel bel mezzo del secondo album della band cuneese, contribuendo a farne l’opera migliore della sua discografia. Nel frattempo, nei cinque lunghi anni che lo separano dalla sua nascita, quell’imenottero si è allungato di quasi il doppio.

Il suo volo si è fatto più pesante, il suo zampettare più inquieto.      

Ape regina è un brano dal climax drammatico e intenso, una folgore dalla scintilla infinita che una volta scoccata lascia bruciare con strazio sadico le ferite aperte causate dagli abbandoni definitivi.

A farle da cornice ci sono altre dieci canzoni meritevoli di quel ruolo. Uragani di rabbia come Retrattile, E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, Cenere,  piccole tormente d’amore come Ti giro intorno e Come stavamo ieri e psicodrammi come Il vile e L’agguato.

Un tappeto di velluto e setole di maiale a raschiare le piante dei piedi, chitarre nude, storpie e sexy come nei dischi di Sonic Youth e Girls Against Boys.  

Ora i Marlene Kuntz possono stare loro accanto.

Sedendo sul loro stesso divano.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SLOKS – Holy Motor (Voodoo Rhythm)  

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Gli Sloks sono la band che ha aperto per lo show degli Oblivians lo scorso 22 Maggio presso lo Spazio211 di Torino.

Chi c’era sa dunque a cosa andrà incontro infilandosi a casa questo primo album del terzetto piemontese con una cantante costretta a torturarsi le corde vocali sotto una chitarra-machete e una batteria che è stata consegnata da lei medesima ai polsi di un barbuto energumeno non prima di averla privata della cassa-timpano, in modo da poterla bacchettare a dovere mentre urla sguaiata dei suoi incubi degni della Lunch (deduco, che non ho saputo distinguere una sola parola, NdLYS).

Un delirio noise che Reverend Beat Man non poteva certo lasciarsi sfuggire, tanto che, alla fine del Blackout Fest dello scorso anno, dove i nostri erano in cartellone prima di lui se li è portati in studio a mettere su bobina quel che avrebbe benissimo potuto registrare dentro una roulotte o dentro i camerini del festival medesimo.

L’iniziale One Up inaugura lo sfacelo come se la Searchin’ degli Omens fosse tornata dall’oltretomba dopo aver copulato a turno con tutti i Not Moving.
La vanità è bandita sin da subito. E sarà così lungo tutte le dieci cacofonie di Holy Motor. Un gioco al massacro.

Nessuna foto con filtro da postare su Instagram.

Gli amici dovranno accontentarsi di qualche scatto sulla sputacchiera, a bordo ormai colmo. Altrimenti vadano pure a cercare altrove.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PUSSY GALORE – Dial ‘M’ for Motherfucker (Caroline)  

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Fra i tanti scavafosse che negli anni Ottanta cercarono di estrarre dalle viscere della terra il più disastrato garage-punk degli anni Sessanta, i Pussy Galore vanno ricordati per aver avuto l’idea di effettuare gli scavi dall’interno di un capannone industriale, scoperchiando quelle tombe all’interno di una vera e propria torneria industriale. Mentre mandavano a puttane tutto il purismo del revival rock ‘n roll, i Pussy Galore ne demolivano l’intera struttura e aprivano a loro insaputa una breccia che avrebbe rappresentato un nuovo varco, una nuova via di fuga per il rock ‘n roll del decennio successivo, assoggettando alla forza del ferro gli uomini dell’età della pietra.

Pochi dischi si avvicinano alla catastrofe sonora quanto quelli dei Pussy Galore pur conservando i tratti, seppur sfigurati, del rock ‘n roll, pur obbligandolo a mangiare merda. Che è un’immagine che alla Caroline non piace, tanto da costringere Jon Spencer a cambiare titolo al loro terzo lavoro. Che esce nel 1989 con una copertina in grado di catturare alla perfezione quell’atto delinquenziale di demolizione di cui vi parlavo prima, l’ultimo con la formazione originale.

Il rock ‘n roll viene messo a muro e trucidato, braccia legate dietro la schiena, benda sugli occhi. Qualcuno scrive una M sul muro. Sembra vernice, vista da lontano.

Invece, è il suo stesso sangue.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Stella (Touch and Go)  

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I grappoli di rumore di Wailing ci riportano, ad otto anni da Different Section Wires, dritto nell’intestino crasso degli Uzeda, per dirci che nulla è cambiato e che ciò che era paura allora, è paura ancora. E quel che era follia, follia rimane. Seppur lucidissima.  

Suoni spezzettati, scoscesi e lividi, massi di lava che cadono giù dal vulcano etneo. Enormi tizzoni di inferno che tracimano giù, spinti dalle mani titaniche degli Ecatonchiri. La musica degli Uzeda non è mai paga di nulla, neppure di se stessa. Vive in un perenne contrasto, si evolve e si protegge come una malattia autoimmune. È un accumulo di tensione pronta ad esplodere che a volte si riavvolge invece su se stessa, autoalimentandosi all’infinito, facendosi scudo mentre avanza colpendo. Stella ci restituisce la luce inquieta di uno degli astri-guida del firmamento noise mondiale. Noi da qui, alzando la testa, possiamo vederlo brillare come gli antichi i tuoni di Zeus.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE HONEYMOON KILLERS – Love American Style (Fur)  

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Nel 1985, malgrado gli inconfutabili passi da gigante fatti dall’esordio dell’anno precedente, gli Honeymoon Killers sono ancora fra le peggiori band che si aggira per le terre emerse. Il suono di Love American Style è un voodoobilly tutto ammaccato che pare voler combinare la necrofilia rock ‘n roll dei Cramps con le smorfie spastiche dei Public Image e la tramortita ignoranza delle Shaggs.

Il suono è infimo e putrescente, farcito di urla e crepitii da splatter-movie di serie Z. Anche il cadavere di Batman che spunta a metà cammino è in avanzato stato di decomposizione, nonostante le flatulenze che continua ad emettere dall’ano. Ogni “canzone” degli Honeymoon Killers è un rigagnolo di liquami rivoltante, un Mississippi ridotto in una nauseabonda fogna a cielo aperto, un fast-food che serve solo resti organici del suo cibo-spazzatura e, forse dei suoi stessi lavoratori.

Nessun mare pescoso, nei dischi degli Honeymoon Killers.

Solo lische di pesce e carcasse di capodogli avariati.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

DIE NERVEN – Fake (Glitterhouse)  

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Come siete messi col tedesco? Io malissimo.

E col post-punk? Quel calderone che, detto così, non significa nulla ma che, sempre letto così, sai benissimo cosa ci troverai dentro?  

Se sapete infilarci le mani e le orecchie in quel calderone e starete attenti agli spigoli, trarrete ottime vibrazioni dal nuovo album dei tedeschi Nerven, triangolare formazione basso/chitarra/batteria che, nonostante ami presentarsi al pubblico come una ricetta esplosiva a base di Spiritualized, Can, My Bloody Valentine, Pink Floyd, Brian Eno, Elevators, Swervedriver e Ride, si muove invece a suo completo agio fra le ruggini di band come Sonic Youth, Ulan Bator, Constantines e Killing Joke. Sono canzoni tumultuose, come potete ben immaginare. Crescendo umorali di elettricità spuria e a tratti tenebrosa senza mai essere lugubre cui l’uso dell’idioma germanico, con le sue consonanti aspre ed appuntite, conferisce quella sorta di rigore e di impassibilità teutonica che a ben vedere ha affascinato decine e decine di artisti di estrazione wave.

Le canzoni del terzetto non si risolvono quasi mai nel classico e didascalico avvicendamento strofa/ritornello, scegliendo in qualche modo di restare imprigionate nel loro guscio, preferendo lo spettacolo del contorsionismo all’arte dell’escapismo, i labirinti alle scorciatoie, evitando dunque quasi sempre l’atto liberatorio e preferendo accumulare la tensione emotiva senza mai scioglierla.

Del resto è ai nervi e non ai testicoli che mirano. E l’obiettivo anche questa volta è stato centrato.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Different Section Wires (Touch and Go)  

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Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Gulisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch and Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE JESUS LIZARD – Down (Touch and Go)  

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La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (Horse, Elegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (Mistletoe, Din, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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