LOU REED – Magic and Loss (Sire)  

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Dopo Songs for Drella, dove Reed si spartisce il peso della scomparsa dell’amico Andy Warhol con il vecchio compagno John Cale, il nuovo omaggio funebre dedicato alla memoria di Doc Pomus e Kenneth Rapp lo vede completamente da solo davanti allo sgomento della morte. Gli apporti di Mike Rathke, Rob Wasserman (con lui già sul disco precedente) e Michael Blair sono infatti del tutto marginali per grandissima parte di un disco meditabondo e ricurvo su se stesso come Magic and Loss. Un lavoro consigliabile a chi del cantautore americano apprezza il suo lato più confidenziale, divenuto nel frattempo un chitarrista sopraffino, in grado di simulare con le corde del suo strumento il borbottio contorto delle sue viscere o il tenero gesto di una carezza d’addio, che è la Carezza Universale e Definitiva. Quella offerta tra i vapori di Dreamin’, poggiata su un fiore di loto come Harry’s Circumcision o nel catartico e suggestivo finale di Magic and Loss. Gli altri troveranno rifugio tra le pieghe elettriche di Warrior King, Glassed and Stoned e nella seconda porzione di Power and Glory, tutte accatastate sulla parte conclusiva del disco, quasi ad esprimere il desiderio di coprire col rumore il vuoto di quel deserto che sta divorando i ricordi della sua giovinezza.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE GORIES – Outta Here (Crypt)  

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Lo “sbarco” in Europa lungamente inseguito come una chimera, si trasforma nella primavera del 1992 da sogno in incubo, segnando di fatto la fine dei Gories e la nascita dei Demolition Doll Rods. Ad aprire gli spettacoli organizzati nel vecchio Continente viene infatti invitata la ballerina di burlesque Margaret Doll Rod, in realtà convocata dalla band più per affiancare a Peg un’amicizia femminile che per reali esigenze organizzative. Il macinino dei Gories però si ingrippa definitivamente. Non è la prima volta che Peg scende dall’auto, ma al rientro in patria lo fa per l’ultima volta (finirà a New Orleans a picchiare le pelli dei Darkest Hours, autori di un discreto omonimo album di cui nessuno si è premurato di caricare su Youtube un estratto che sia uno). La ricerca di un batterista che si limiti a percuotere i tamburi con stecche e maracas restando nelle retrovie senza voler per forza di cose dimostrare al mondo che John Bonham ha trovato un erede, fallisce miseramente. Anche perché Dan Kroha ha già in mente di arruolare a tempo pieno Margaret e mettere in piedi un progetto di porn ‘n roll che gli porterà, ne è certo, un discreto successo.

Com’è quella storia del pelo di figa?

Ecco, i Gories sono diventati a quel punto un carro di buoi.

E anche Dan scende dalla macchina.

Outta Here, da poco assemblato dalla Crypt, diventa dunque il testamento della band di Detroit. Disarmonico e spastico quanto i primi due, da però l’impressione che la band dia il meglio di se nei pezzi altrui (due cover scheletriche e disadorne di Stormy dei Jesters of Newport e del piccolo classico della disco There But for the Grace of God Go I) limitandosi al solito baccanale di avanzi decomposti di frattaglie rock ‘n roll e funk liofilizzato per mettere su i propri brani. Come se i Gories avessero fretta di chiudere la saracinesca del garage. Cercando lì dentro di aggiustare lontano da occhi indiscreti quello che è invece già diventato un rottame.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – The Jon Spencer Blues Explosion (Caroline)  

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Il “groove” sarebbe arrivato dopo. Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE RAUNCH HANDS – Fuck Me Stupid (Crypt)  

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Bestie feroci.

Come definire altrimenti i Raunch Hands? Animali che vivono liberi da ogni recinto, abituati ad orinare su ogni rovo di rhythm ‘n blues, su ogni cespuglio di frat-rock, su ogni arbusto rock ‘n roll, su ogni cespo di soul music, su ogni germoglio novelty. Facendo tana nelle tane altrui. Come i Blues Brothers al Bob’s Country Bunker portano la loro musica dove sanno che verrà odiata, trasformando quell’ostilità in un frastuono ancora più feroce. Sbavando dalla bocca, non avendo altri orifizi molli da cui sbavare.  

Fuck Me Stupid non arretra di un solo centimetro nella ricerca del conflitto che i Raunch Hands portano avanti ormai da otto anni. Alzando ulteriormente il livello di scontro e di tensione. L’arrivo di Mike Edison dietro i tamburi ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato dentro una polveriera. E il risultato è una deflagrazione immane di petardi lascivi di un rock ‘n roll che cola di lardo e umori sessuali che neppure dietro e sotto i mantelli di James Brown e Salomon Burke.

Cosa aspetti? Fottimi, stupido.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Go! Discs)

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Quando nel ’92 comprai l’unico LP degli Stairs attratto più da quel “monaural” strillato dalla cover che dalla foto di copertina (ancora oggi una delle più brutte della mia collezione), non immaginavo ancora che quel disco sarebbe diventato il mio disco inglese del decennio.

L’eco della acid summer si era spenta e la sua bara viaggiava ora dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane Mundae, Weed Bus, Mr. Widow Pane, Mary Joanna, Out in the Country, Wrap Me Round Your Finger, Woman Gone and Say Goodbye, Right in the Back of Your MInd, Sweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Perfetto anello di congiunzione tra Out of our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart.

Grazie Stairs, per aver lasciato le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti. E aver suonato dentro uno dei più bei dischi di rock ‘n roll di sempre senza pretendere di diventare nient’altro che un’indie band.

Finiti per caso nella più bella storia mai raccontata, quella del r ‘n r.

E subito tirati via, prima che le enciclopedie che contano si accorgessero di voi.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

The Stairs - Mexican R 'n' B - 1992

P.J. HARVEY – Dry (Too Pure)  

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Mettere a soqquadro il mondo con una chitarra. Anche se è una porzione di mondo. Anche se quella chitarra è più un vestito per coprirsi che un’arma per mettersi a nudo.

Polly Jean ha un nome da bambolotto. Il nome di una donna in miniatura. Un nome da cartoon del primo pomeriggio. Incidentalmente, un nome che ricorda una delle prime canzoni dei Nirvana, poi finita su quel Nevermind che in qualche modo avrebbe spianato la strada a questo suo primo album in proprio, rappresentato da un labbro spiaccicato sul vetro e da un acronimo chiamato a sostituire il suo nome.

P.J. Harvey si presenta al mondo radendo al suolo ogni stereotipo sessuale.

In quelle labbra sfoggiate con così poca sensualità, così “asciutte”, così segnate dal freddo, nell’esibizione cruda, fragile di quel posto di desiderio tramutato in un alloggio scomodo viene in qualche modo annientata, dissimulata, disinnescata ogni passione carnale.

Dry diventa il posto dove viene raccontato l’amore di un corpo disidratato. Un amore che non conosce il tintinnio dei calici. Un amore cui il destino non ha concesso di diventare adulto. Un amore che è un precipitato di polveri, un concentrato di residui fissi, senza neppure un dito di vino dentro cui poter galleggiare. E tutto, qui dentro, ha questo analogo sapore.

Basso, chitarra, voce, batteria un medesimo rumore di detriti e di ruggine.

Di ossa. Di corpi asciutti come rami in un inverno che non ci ha neppure degnati del suo pianto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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MADNESS – Madstock! (Salvo)  

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Sulla pagina Wikipedia dedicata ai Madness c’è una timeline che ha questo profilo:

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Un grafico con un enorme imbuto vuoto quasi in centro.

A vederlo mette quasi paura. Trasmette un senso di catastrofe. 

Eppure, la storia dei Madness ha proprio quella forma rovinosamente discontinua.

All’indomani del successo commerciale di Mad Not Mad e forti di un contratto con la Virgin (che si vedrà costretta, avendo in mano una grande band già morta, a pubblicare raccolte su raccolte pur di far fruttare quell’accordo), la storia si interrompe bruscamente per riprendere il suo viaggio orizzontale esattamente l’ottavo mese del 1992. Esattamente da Finsbury Park. Esattamente nella zona Nord di Londra. Esattamente dove tutto era cominciato sedici anni prima.

A rimettere insieme i Madness ci pensa Vincent Power, il proprietario del Mean Fiddler che da qualche anno organizza alcuni dei più importanti festival dentro e fuori Londra. Vuole organizzare un evento che abbia l’odore di libertà di Woodstock e il gusto di liquirizia e panna dei Madness. Suggs e Chas Smith ci pensano un po’, si sentono come Dan Aykroyd e John Belushi dentro la sceneggiatura dei Blues Brothers. Si tratta di rimettere insieme la band. Per qualche Dio di cui non si conosce ancora il nome ma che patrocinerà di certo l’evento che nella mente di Power, oltre alla location, ha già un nome: Madstock!

L’8 Agosto, ad assistere alla reunion dei Madness e ai live show di Morrissey (è la sera infausta in cui Moz si copre con la Union Jack durante Glamorous Glue dando adito alle voci che lo vogliono simpatizzante dell’estrema destra, NdLYS) e Ian Dury al Finsbury Park si radunano 35000 persone. Trentacinquemila persone che cantano all’unisono tutte le canzoni dei Madness, compresa la storica introduzione di One Step Beyond che apre le danze. L’evento si ripeterà ancora altre volte e servirà da volano per riaccendere la discografia della band. Ma ovviamente la magia di quella prima edizione non sarà più eguagliata. I Madness sembrano tornati a mettere un sorriso in faccia alle migliaia di persone cui lo avevano tolto otto anni prima, in due ore di spettacolo in cui tornano a spolverare il repertorio precedente al disco della “rottura”, forse per un eccesso di scaramanzia.

La Union Square, nel suo perenne riciclaggio di materiale della band inglese, mette adesso assieme il disco pubblicato allora dalla Go!Discs (la label per cui Chas Smith aveva preso a lavorare all’indomani dello scioglimento dei Madness) e il DVD con l’esibizione (quasi) integrale del concerto già integrata quattro anni fa nel box video A Guided Tour of Madness. L’ennesimo tuffo in un’Inghilterra spensierata che celebra se stessa ballando. All’imbrunire. Sotto il cielo di Londra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Lysergic Emanations (30th Anniversary Edition) (Hound Gawd!) / Psychorama (Easy Action)  

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Rudi Protrudi ha sessantatreanni “suonati”.

Di cui più della metà spesi a diffondere e poi difendere un’IDEA di rock ‘n roll.

Trentacinque anni dedicati a curare la sua creatura, il suo non unico ma più longevo figlio legittimo: The Fuzztones!

Nati nella New York buia del dopo-punk e costretti a suonare per poche decine di persone che quando passano davanti al palco si grattano la patta e finiti per diventare l’icona stessa del rock più viscerale e privo di compromessi, in trenta anni i ‘tones non hanno prodotto un disco men che buono, sfiorando il capolavoro con Lysergic Emanations e continuando a sputare sangue e sudore finendo per suonare più a lungo di qualsiasi altra band cui si fossero ispirati.

Più dei Love e più degli Shadows of Knight, più dei Sonics e più degli Stooges, più dei Godz e dei Doors, sicuramente più dei Gonn, dei Music Machine, dei Bold o degli Haunted. Piccoli e grandi monumenti diventati lapidi su cui scrivere qualche scarabocchio delirante.

Ma loro sono lì, da sempre. Feroci come bestie che non hanno ancora avuto il loro pasto.

Come un crocefisso monitorio appeso alle pareti nelle aule del rock ‘n roll.

Solo che loro sono carne viva, sangue che pulsa, liquido genitale fecondo e generoso.

I Fuzztones emergono dalle umide cantine newyorkesi per portare in dono il loro rock’ n roll primitivo e grezzo, cucito con gli stracci delle Pebbles quando ancora pochissimi sanno cosa siano, lo sporcano con le scorie di carbonio Detroitiano quando tutti credono ancora che gli Stooges siano troppo osceni per poter essere digeriti, si sciolgono, si riformano, si celebrano, conquistano il mondo e fanno figli, tanti.

Non c’è una band garage punk venuta dopo di loro che non ne riconosca la paternità.

Perchè i Fuzztones sono un serpente che muta pelle pur rimanendo un covo di fiele e veleno.

Difficile dar loro torto, pur quando sbagliano. Perchè quelle due Vox incrociate come due tibie non sono solo impresse sui bicipiti di Rudi Protrudi ma sulla carne di quanti hanno affidato al brivido del rock ‘n roll il proprio bisogno di energia.

Impossibile pensare di essere finiti nel posto sbagliato quando conquistano il palco e lo ghigliottinano con torridi riff di macabro garage rock sciolto nell’ acido di una psichedelia senza più infiorescenze, tetragonale e ferale.  

Perchè quando Rudi affonda i sui denti nel corpo del rock lo fa per tirargli fuori le viscere, non i suoi sogni.  

Perchè ogni goccia che riesce a suggere è una goccia di olio essenziale che ci permette di respirare.

Una goccia che ci salva la vita. Ecco cosa.

Trentacinque anni in cui il culto dei Fuzztones è cresciuto fino a diventare una sorta di fede o qualcosa che alla fede è molto vicina. E come ogni culto ha bisogno delle sue liturgie, dei suoi cerimoniali, delle sue celebrazioni. Eccoci dunque a celebrare il trentennale del loro disco chiave e il trentacinquesimo anniversario della nascita della band con un ostensorio colmo di delizie.

Lysergic Emanations viene ristampato dalla Hound Gawd! in vinile, nelle sue due versioni americana ed inglese con cui arrivò sul mercato nel 1985:

i Fuzztones sono già la più grande garage-band in azione.

Un’abrasione sul culetto liscio dei frocetti che in quegli anni si inzuppano lo slippino con le merdate di Heaven 17, Thompson Twins, Level 42, Go West e ABC. Garage-punk, cultura trash (zombie-movies, fumetti, supervixen e quant’altro), ghiandole surrenali che secernono testosterone, estrogeni, adrenalina, gonadi che lavorano a ritmo esasperato, producendo tutto quello che vi permette di stare a letto con la tivù spenta e con poche coperte.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo sa di cosa sto parlando: una macchina di sesso e rock ‘n roll, che scende dal palco a fatica, dopo prolungati e ripetuti orgasmi sul ventre del rock ‘n roll che Rudi Protrudi si è portato a letto per le sue polluzioni giovanili: Seeds, Sonics, Love, Link Wray, We the People, Cramps, Stooges, Haunted, Count Five, Music Machine e quelle centinaia di minuscole bands di cui tutti nel giro di qualche mese ci troveremo a parlare e che allora conoscono in pochissimi: Bees, Bold, Human Expression, Tropics, Chob, Outcasts, Gonn, Calico Wall…..

Lasciate perdere Wikipedia, non vi aiuterà.

Deb O’Nair è una delle ragazze che segue Rudi con costanza e libidinoso interesse, sin dai tempi dei Tina Peel, dei Dognappers e dei Possum Boys.

Rudi se la porta prima a letto, poi nella primissima line-up dei Fuzztones.

Michael Jay ed Elan Portnoy sono reclutati tra le fila dei Monitors, una band strumentale che gira per i locali di New York. Sono loro a convincere Rudi a riformare i Fuzztones dopo il fugace primo tentativo conclusosi nel 1982.

La gente sputava a terra e qualche volta anche sul palco, se suonavi i Sonics nel 1982. E questo è bene ricordarselo.

Ira Elliot viene invece preso “di peso” tra le fila dei Drive-Ins, una band rockabilly tra le cui fila lo stesso Rudi ha suonato per qualche gig in veste di bassista. 

Nascono così, i Fuzztones “storici”.

Fanno tre dischi dal vivo e uno in studio. Se avete inseguito un qualche cazzo di sogno rock ‘n roll nella vostra vita c’ avete sbattuto il muso di sicuro.

Io glielo sbattei quando avevo quindici anni e mi fanno ancora male le gengive ogni volta che lo risento.

Il disco si apre con 1-2-5: brevissimo e incisivo attacco della batteria in 4/4 e armonica che gli si attacca subito alle ossa, bucando le casse, poi si va avanti così, tra ficcanti fraseggi di chitarra fuzz e di armonica.

Io che allora ero ignorantello in materia pensavo fosse un pezzo loro.

I grandi esperti dell’epoca invece mi fecero sapere trattarsi di un pezzo degli Haunted. Scoprì poi che molti degli esperti erano tali solo perché lavoravano dentro grandi negozi di dischi. Avessero lavorato in un salumificio avrebbero saputo tutto sui salamini Negroni.

Io invece dei salumi Negroni conoscevo solo la musica dello spot.

Del garage punk avrei imparato tutto negli anni successivi, senza lavorare nei negozi di dischi ma scavando con la pala. Scoprendo tra l’altro che gli Haunted facevano pure una bella cover in francese di Purple Haze e che avevano inciso questo pezzo con un testo leggermente diverso rispetto a quello dei Fuzztones.

E anche rispetto al loro, a dirla tutta: lo avevano dovuto spurgare per non incappare nelle maglie della censura.

Jurgen Peter concederà il testo originale ai Teeny Boppers, 43 anni dopo.

Ma questa è una storia che non vi riguarda.

A ruota seguono altre due covers. Anche queste rese con una forza impressionante.

Perché i Fuzztones non sono i Chesterfield Kings. A loro non interessa suonare COME una garage band del ’66, a loro serve APPROPRIARSI di quell’energia, e sboccarla sul pubblico.

Il primo pezzo originale è Ward 81, in assoluto il primo brano dei Fuzztones ad essere documentato su disco. Esce infatti nel 1983 su The Rebel Kind, la compilation su cui debuttano al fianco di Unclaimed, Slickee Boys, Nomads, Miracle Workers, Plasticland e qualche altro bel nome dell’epoca.

È un pezzo sottilmente influenzato dalle fughe chitarristiche dei Television che parla di case di cura, accompagnato da un video eccezionale che i Ramones avrebbero più tardi saccheggiato per Psychotherapy.

A chiudere la prima facciata altre due covers: Strychnine è il primo dei due omaggi ai Sonics. Introdotta dall’organo Vox di Deb, è un assalto al rock ‘n roll lercio dei ragazzacci di Tacoma.

Radar Eyes è uno spiritato pezzo dei Godz, una delle più misconosciute bands di rock eccentrico degli anni Sessanta, provenienti proprio da New York.

Una martellante litania psichedelica, marziana e psichiatricamente instabile.

Sono di nuovo i Sonics ad accoglierci, sulla seconda facciata: è una versione devastante di Cinderella con l’armonica di Rudi spinta in un assolo micidiale.

Il secondo originale del gruppo ha ancora un numero nel titolo: si chiama Highway 69, un pezzo dilatato e morbidamente psichedelico che nasce col titolo di Fabian Lips e un ingenuo pigiamino di fiati, ai tempi dei Tina Peel e che adesso, dopo essere passato per le mani di Mike Chandler (il leader degli Outta Place e dei Raunch Hands che per i ‘tones avrebbe scritto alcune delle canzoni più belle, NdLYS) diventa una tossina allucinogena.  

Il pezzo successivo è una cover a metà. O un originale a metà, se preferite.

Rudi lo ruba ad una minuscola band della Pennsylvania che ha conosciuto ai tempi dei Tina Peel.

Si sono battezzati Punk Rock Janitors su suggerimento dello stesso Protrudi e hanno scritto una manciata di pezzi. Just Once è uno di questi. I Fuzztones se ne appropriano e ne fanno la loro versione. Onirica, avvolgente.

Si apre come The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. E prosegue come… The Killing Moon di Echo & The Bunnymen. Ma io adoro quel pezzo e non posso non amare Just Once, comprese le nacchere che ogni tanto arrivano a spezzare l’aria.

She‘s Wicked è l’ultimo dei pezzi scritti dai Fuzztones, l’unico elaborato (ancora una volta con l’ausilio prezioso di Mike Chandler) proprio per l’album, avvolto in quest’aria macabra da horror-movie di serie-Z evocata dalla copertina disegnata dallo stesso Protrudi.

Un classico tra i classici, per il garage rock degli anni Ottanta.

A chiudere, altre due covers sconosciute: As Time‘s Gone è un pezzo dei Tropics, la band della Florida che spaccò il culo a più di 1000 bands durante l’ International Battle of the Bands di Chicago nel 1966, Tommy James And The Shondells compresi. A me la versione dei ‘tones piace più dell’originale. Credo che basti.

A chiudere una pepita delle Pebbles, un malatissimo pezzo dei Calico Wall che i Fuzztones rendono esasperandone il tono raccapricciante e condendolo con un pianto di donna che penetra dentro le viscere mettendo a disagio l’ascoltatore.

La ristampa della Hound Gawd! (così come quella digitale inclusa nel cofanetto Easy Action) gli aggiunge cinque pezzi (Cinderella, Epitaph For a Head, She’s WickedBad News Travels FastGreen Slime) da una session radiofonica per John Peel del 1985.

Lysergic Emanations resta l’insuperato e bruciante testamento del Sixties-punk.

Per gli anni Ottanta, per gli anni Novanta, per gli anni Zero, per il decennio che ci siamo lasciati alle spalle e per tutti gli altri che verranno.

Psychorama, il cofanetto destinato a diventare uno dei migliori regali per il Natale che si appressa, fa ancora molto molto di più, inscatolando oltre a quel seminale debutto altri quattro album, un DVD e la ristampa in sette pollici del live con Screamin’ Jay Hawkins.

Leave Your Mind At Home, il disco registrato dal vivo a Pittsburgh e pubblicato per la Midnight è il primo dei cinque CD audio che ci trovate dentro.

L’invito a lasciare la testa a casa è di quelli irrinunciabili: i Fuzztones nel 1984 sono una delle band più chiacchierate del giro underground americano in virtù di un paio di pezzi pubblicati su altrettante compilation (Ward 81 su The Rebel Kind e Green Slime sul primo volume delle Battle of the Garages, NdLYS)  che documentano i primi fermenti garage e di uno strabiliante singolo intitolato Bad News Travels Fast che era pura dinamite biker-punk. Tutti i brani sono qui inclusi come bonus assieme ai primi demo di 99th FloorThe WitchFabian Lips, Don’t Do It Some More e Riot On Sunset Strip già pubblicati su Creatures That Time Forgot del 1989.

Accantonata la ricetta bubblegum dei Tina Peel, Rudi sembra aver trovato la formula giusta per la miscela esplosiva che renderà i Fuzztones una delle formazioni più mitizzate dell’intera scena garage e non solo: musica spiritata e psichedelia doom da un lato, feroci cover di oscure gemme proto-punk dall’altra, una eco dei Doors e una dei Cramps, una distorsione alla Sonics e un accenno ghoul alla Screaming Lord Sutch, un look perfetto costruito mescolando sottoculture beat, biker e dark.

Lasciate il vostro cervello a casa, quindi, ed infilatevi in questa macchina del tempo che è il primo album dei Fuzztones.

Un dischetto veloce, al fulmicotone: sette pezzi registrati dal vivo.

Sette oscure cover che all’epoca conoscono in pochissimi e che ben rappresentano la devastante furia dei primi concerti dei Fuzztones.

Pochissimo spazio per respirare, qui dentro.

Tutto corre concitato e veloce, senza soluzione di continuità, sovrapponendo i solchi delle Nuggets fino a simulare una rapidissima giostra spiroidale di rifrazioni beat-punk.

I Fuzztones sono in forma brillante, accesi dagli ormoni, vibranti di quella giovane passione che i dischi successivi via via sacrificheranno in favore della ricerca di atmosfere più elaborate.

Qui invece è tutto fast ‘n furious.

Come la prima scopata.

Una sconcia cavalcata tra le cosce aperte del primo punk americano.

Lasciate la testa a casa: è l’unica cosa che non serve ad un concerto rock ‘n roll.

Il 19 Dicembre di quell’anno, l’Irving Plaza di New York organizza un concerto di beneficienza chiamato Christmess. Ad occupare il palco vengono invitati i Plan 9, i Tryfles, i Fuzztones, gli A-Bones e Mr. Jay Hawkins. L’occasione è ghiotta per Rudi Protrudi per agganciare il suo idolo e offrire i servigi della sua band per la sua esibizione. Rudi si avvicina a Screamin’ Jay Hawkins e si presenta, proponendogli di accompagnarlo per un paio di pezzi. Jay Hawkins lo ascolta, poi lo fissa negli occhi e risponde: “a me non piace la gente bianca”. Rudi non distoglie lo sguardo e gli fa eco “be’, caro Jay, a me non piace la gente di nessun colore”. Non serve dire altro. I due si sono intesi. Quella sera Screamin’ Jay Hawkins e i Fuzztones suoneranno assieme quattro canzoni. Sono le stesse che vengono messe su disco e pubblicate dalla Music Maniac subito dopo e adesso ristampate in piccolo formato per Psychorama. Il garage-punk viene messo da parte: sono i Fuzztones al servizio di Jay Hawkins, quindi al servizio del blues e della follia necrofila del musicista nero che odia(va) i bianchi. E che intitolerà il suo disco successivo Black Music For White People. Merry Christmas, Mr. Hawkins!

Praticamente disintegrati dopo l’uscita di Lysergic Emanations, i Fuzztones tornano in studio, dopo aver fatto audizioni a centinaia di musicisti, nel 1989 con line-up totalmente rinnovata e un contratto nuovo di zecca. Si dice il più ricco che una band garage abbia mai avuto. 

E anche il più combattuto, con un andirivieni continuo dagli uffici della Beggars Banquet per sottoporre i provini a chi di garage-punk non ha mai capito una mazza e ha preparato un contratto da far firmare alla band fidandosi delle raccomandazioni di Ian Atsbury, uno che di soldi all’etichetta ne aveva fatto guadagnare davvero tanti, con i dischi dei Cult.

Il compromesso porta il nome di Shel Talmy, uno che venti anni prima ha messo mano sui dischi di Kinks, Who, Easybeats, Creation. Non proprio le band che Rudi aveva in mente quando aveva messo su i Fuzztones ma sempre meglio della lista di produttori dark/wave che gli era stata sottoposta in prima battuta, insomma.

Il risultato arriva sugli scaffali nel 1989, ovvero l’anno in cui Glen Allen Dalpis diventa, non solo artisticamente ma anche legalmente, Rudi Protrudi, col titolo di In Heat, altro capolavoro incluso in questo cofanetto con la sua appendice Action di qualche mese successivo.  

Un disco su cui si è detto di tutto, e quasi sempre per dirne male.

Troppo “muscoloso” o troppo “pulito”, troppo “prodotto” o troppo “hard”.

Tutte minchiate.

In Heat mostra un gruppo in perfetta coerenza con la propria linea evolutiva e che si sta scrollando di dosso la pesante eredità di cover-band e che, soprattutto, si sta affermando sul mercato rock senza svendere la propria identità e cercando di smarcare le trappole di un conservatorismo fine a se stesso che hanno già battuto quando il pubblico rideva dei loro caschetti e delle loro collane da cannibali.

I Fuzztones sono, ora, un’altra band. Più dura, senz’altro, ma assolutamente lontana dai cliché del barbaro rock da stadio. E capace di maneggiare riff esplosivi come quelli di In HeatHurt On HoldEverything You Got (queste due ultime con delle MAGISTRALI sborrate di blues-harp ad opera di Rudi Protrudi, NdLYS) o, sul versante più doomy che la band non abbandonerà mai nel corso della carriera, le magistrali visioni gotico-psichedeliche di Black Box o Charlotte’s Remains.

Se la produzione di Talmy mira più a togliere ruggine che a incatramare le canzoni, ciò non impoverisce per nulla la resa esplosiva delle dodici tracce di un disco che mostra un gruppo in grande forma e in grado di spazzare via ogni dubbio sul suo stato di salute, musicale e sessuale. E se proprio di scivoloni vogliamo parlare, forse solo la scontata Nine Months Later ricalcata sulla Wild Man dei Tamrons o l’innocuo beat di What You Don‘t Know possono essere accusate di non lasciare veri ematomi sulla carne.

Per il resto, non fidatevi di nessuno, nemmeno di me.

Solo dei vostri ormoni.

Anche se non è detto che li abbiate.

Il terzo album in studio dei Fuzztones arriva due anni più tardi, ricco di collaborazioni eccellenti come quelle di Sean Bonniwell e Arthur Lee che prestano  le loro voci come guest rispettivamente The People In Me e All the King‘s Horses (curiosamente Arthur non compare come ospite sulla cover dei Love che apre la seconda facciata dell’album). Un’occasione sprecata, visto che le voci dei due prime-movers nulla ma proprio nulla aggiungono al valore, bassissimo, delle due interpretazioni.

Braindrops, sarcasticamente dedicato alla “memoria” del vecchio amico Gary Wilde, vede in azione una inedita formazione a tre dei ‘tones: Rudi Protrudi, Chris Harlock e Mike Czekaj ovvero i Jaymen, la band di surf con cui Rudi si propone di celebrare e perpetrare il mito di Link Wray e dei suoi Raymen ed è il primo disco a lasciare filtrare le influenze doorsiane che diventeranno una costante del suono dei Fuzztones da lì in avanti.

Una influenza resa manifesta dalla poco brillante cover di I Looked at You ma che permea anche gran parte del materiale autoctono: All the King‘s HorsesSkeleton FarmGhost Clinic non sono altro che divagazioni doorsiane che puzzano di stantio e di mestiere, abbassando ulteriormente il livello di energia già al minimo storico.

Si salvano appena le tracce che vedono l’ingresso in formazione di Phil Arriagada, a sessions ormai quasi ultimate e che infonde nuova energia ad una band in panne: la bella e criptica Rise illuminata dalla dodici corde di Phil, la contorta Blackout e l’energica Look for the Question Mark ricca di ricami di sitar e di un bel giro di piano elettrico suonato da Rudi. Il resto è roba da dimenticare, nonostante la band decida, pur di vendere qualche copia in più, di eleggerlo a proprio Sgt. Pepper‘s.

Una pallida congettura psichedelica senza nerbo e oscurata dall’ingombrante ombra morrisoniana di un acid-rock greve e oppressivo.

Alle “eiaculazioni” psichedeliche di quel disco, Psychorama aggiunge qualche altra spruzzata di seme tratta dalle Lysergic Ejaculations registrate dal vivo l’anno successivo.

All’approssimarsi di Ognissanti del 1992 la quarta line-up dei Fuzztones si congeda dal suo pubblico con le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits infilate sulla scaletta di Monster a-Go-Go come grani lungo la catena di un rosario. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’ alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro. 

I ‘tones torneranno al loro pubblico dopo una ibernazione lunga più di un decennio, fatte salve le estemporanee reunion con i vecchi compagni di avventura. Ma di questo Psychorama non ci parla, se non nelle note del booklet redatte da Igor Trypnick, lasciandoci con le immagini rubate alla veccia esibizione dei Fuzztones all’Elixir Festival di Brittanny dove i nostri si esibiscono accanto a mostri sacri come Clash e Leonard Cohen, sputando saliva e sudore su classici come Action Woman You’re Gonna Miss Me.

Rudi mi disse un giorno: “continuo a fare rock ‘n roll perché è l’unica cosa che so fare”. E io continuo a credergli. Voi fate come vi pare.

Anche per quest’anno, il Natale è salvo.

A medicine, a medicine to my heart!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FUZZTONES – Monster a-Go-Go (Stag-O-Lee)

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Con l’approssimarsi di Ognissanti tornano nuovamente disponibili le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits con cui la quarta line-up dei Fuzztones si congedava dal suo pubblico. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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