MASSIVE ATTACK – Mezzanine (Virgin)  

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Mezzanine sono gli angeli neri dei Massive Attack che scendono dal cielo gocciolando come gli orologi molli di Dalì o il famoso rubinetto incrostato dei Cure. Al terzo album la musica della crew del Wild Bunch si tinge di un nero diverso, di un cupo livore post-punk austero ed ostile. Virginee dark ladies e uomini d’ebano dalle voci eunuche stanno come statue di cera nera sulla banchina del porto di Bristol, mentre il mare gonfia e schiuma come il muso di un cavallo agonizzante. Alle loro spalle fumaioli e ciminiere lavorano a pieno regime, imbrattando il cielo come fossero gigantesche bombolette di Banksy.

3D, Daddy G e Mushroom sono gli uomini dietro le macchine.

Quando si passano la mano sulle barbe di setola si sente un fruscio del tutto simile a quello di una puntina su un vinile.

E dietro a loro altre macchine.

E un altro uomo dietro le macchine, che si chiama Tim Young come fosse il piano tariffario di un operatore di telefonia.

Quando tocca i cursori si sente un picchiettio, come se attraverso i vetri dialogasse con gli altri in codice Morse.

E ancora dietro Neil Davidge, che muove le braccia come un direttore d’orchestra e ogni volta che colpisce una mosca si sente il suo ronzio trasformarsi nel brusio morente di uno starter che asfissia per mancanza di tensione.  

I loro sono cuori che battono all’unisono nelle tracce chiamate a diventare dei classici della musica elettronica di fine secolo: Angel e Teardrop, canzoni che sono lampadari di cristallo che ciondolano sulle nostre teste come enormi pendoli di diamante. Ma scendendo più a fondo Mezzanine mette ancora più paura; Group Four, la title-track, Inertia Creeps e Risingson sono come lampade di Wood che lampeggiano dentro un’excape room, mostrando fotogrammi visivi di una via di fuga che non è facile individuare, seppure la band lasci aperta la porta del reggae facendo entrare una densa folata di vapore caldo, ingannandoci di poter prendere fiato, lasciandoci invece tramortiti per l’umidità irrespirabile di Man Next Door ed Exchange.

Mezzanine è un disco che incombe, che ci tiene in tensione, in allarme perenne, è un’opera-thriller dove l’ansia si accumula fino a diventare ossessione maniacale, fobia per l’aria e per l’assenza di essa, per gli animali e per l’uomo, per gli specchi e per i corridoi, per gli ascensori e per le vertigini date dalle scale, per le spirali e per le linee rette, per il nero osceno e per il bianco abbagliante, per i pipistrelli e i roditori.

Per il futuro.

E per il presente che ne anticipa l’arrivo come le nuvole minacciose che sono preludio di pioggia.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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BURIAL – Burial (Hyperdub)  

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Il mondo, il mondo moderno, visto da una tana.

Burial è il sabato notte consumato in un eremitaggio da attico urbano, mentre nelle arterie della città le luci delle auto corrono come plasma dentro una ragnatela di deflussori. Sostituendo allo specchio lo schermo di un laptop Burial si lancia in un gioco di riflessi prismatici che stravolge il senso della musica da club, demolendo di fatto la sua natura socializzante, il suo fragore conviviale, i suoi rituali orgasmici e tribali in favore di una solitudine sconcertante e malinconica da edificio abbandonato.

La sua musica è piuttosto il luogo metafisico dove si annidano tutti gli spettri ammansiti dalle pastiglie di MDMA, il posto dove la cultura dei rave clandestini implode e si accartoccia su se stessa, morendo sotto le sue stesse macerie.

I flash seducenti della discoteca ridotti a vaghe strisce fluorescenti di led.

Il vigore ritmico sclerotizzato in un rattrappito cigolio di nunchaku elettronici.   

L’unica dimora che rimane immutata è la notte, coi suoi mille pericoli e i suoi mille rifugi sicuri dentro cui le musiche urbane di Burial trovano scampo, trascinandosi dietro il riverbero scuro dei suoi rumori e lo scroscio incessante della pioggia che la bagna.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro