CCCP FEDELI ALLA LINEA – Epica Etica Etnica Pathos (Virgin)  

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All’alba del nuovo decennio ecco arrivare Epica Etica Etnica Pathos che diventa l’epitaffio della band ed ha tutta l’aria di un disco di un “collettivo”, più ancora che quello di un gruppo.

Alla fine del secondo piano quinquennale, finita l’Unione Sovietica, i CCCP implodono su se stessi consegnando se stessi alla storia e firmando il proprio testamento che è in parte, anche umano. Ringo De Palma, il batterista trasfuga dei Litfiba che è stato accolto dai CCCP (come del resto Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo, qui non solo comprimari ma autori, con Zamboni, di quasi tutte le quindici canzoni dell’album) per questo loro nuovo, elaborato, progetto, muore infatti solo pochi giorni dopo aver posato le sue bacchette sul rullante dopo la registrazione di Annarella, stroncato da una overdose.

Muore la Russia e con essa i CCCP e il punk filo-sovietico.

Epica Etica Etnica Pathos è il lavoro che converte definitivamente la musica dei CCCP alla tradizione, convergendo verso la forma-canzone che sarà poi glorificata nei C.S.I. (ma non solo, visto che Amandoti e Annarella verranno poi celebrate con grande successo da Gianna Nannini e La Crus).     

Un disco di musica popolare.

Nazional-popolare addirittura.

Nell’accezione dei CCCP Fedeli alla Linea, che citano Caterina Caselli e il Canto dei Sanfedisti e  rielaborano la musica tradizionale delle campagne italiane evocando le immagini e le ombre dei braccianti del Sud e delle mondine del Nord, che sposta il “sole nascente” ad Occidente e apre ai nuovi interessi del gruppo, che prenderanno forma compiuta proprio negli anni successivi nei progetti Maciste Contro Tutti, Matrilineare, C.S.I., Mondariso, P.G.R., Stazioni Lunari.

L’urgenza degli inizi è del tutto mitigata, “sfumata” dalla pace della vita rurale e contadina cui la band si abbandona durante le registrazioni.

Ora, in quella casa colonica perduta nella campagna reggiana, gli strumenti tornano a suonare come dei veri strumenti, senza svendere l’anima.

È un album doppio che di punk non ha più nulla se non nell’intenzione di frantumare il passato, di rompere gli argini, di uscire dagli striminziti limiti del punk “ortodosso”, con pezzi elaborati che sfiorano e a volte addirittura superano i dieci minuti.

Una raccolta di musica bucolica, pastorale, contadina, campestre, etnica e partigiana che se da un lato sembra tradire le iniziali e ormai lontane origini punk, dall’altro si riannoda in maniera abile e adulta alle tematiche da sempre care al gruppo padano (il “maledirai la Fininvest, maledirai i credit cards” rinnova l’immolato sacrificio al Dio capitalista già invocata al grido “Produci! Consuma! Crepa!”, il misticismo soave e gioioso di Paxo de Jerusalem torna alle preghiere di Libera Me Domine e Madre, l’individualismo amaro e disilluso riattualizza il sisma affettivo pre-apocalittico del “muore tutto, l’unica cosa che vive sei tu” declamato su Allarme, il pianto arabo di Al Ayam riconduce alle terre di mezzo già raccontate su Radio Kabul e al muezzin di È vero così come il “Cittadine, Cittadini” ricorrente su Aghia Sophia non può non richiamare alla mente le chiamate all’adunata sediziosa di Compagni, Cittadini, Fratelli, Partigiani, di CCCP e di Manifesto).

Ci lasciano senza lasciarci davvero, i bolscevici padani.

Un po’ più di carne.

Un po’ più vulnerabili.

Un po’ meno rossi.

Un po’ meno guerriglieri.   

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEATLES – Let It Be (Apple)  

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Dopo aver affrontato insieme ogni rivoluzione degli anni Sessanta, i Beatles si affacciano al nuovo decennio da soli. La copertina di Let It Be li ritrae per la prima volta (ad eccezione della sequenza cinematografica di A Hard Day‘s Night) separati.

Infatti, quando il travagliatissimo parto giunge a compimento, l’8 Maggio del 1970, i Beatles non esistono più. Ne’ come unità, ne’ come realtà disgiunta.

Concepito con l’intento di fare dietro front dalla ricerca musicale che aveva generato i capolavori della seconda metà degli anni Sessanta e tornare all’essenzialità delle origini, Let It Be è un disco in cui tutta l’urgenza giovanile dei primi dischi è ovviamente spenta, trasformata in una sequenza di musica rassicurante. Sedati ogni ardore, ogni veemenza, ogni sfacciataggine, i Beatles diventano definitivamente un affare per adulti. Ecco perché, ancora oggi, se chiedete a un cinquantenne quale sia l’album migliore dei dischi dei Beatles molto probabilmente vi risponderà indicandovi questo. Ecco perché un sedicenne non ve lo nominerebbe mai.

Non è un disco orfano di belle canzoni. Nessun disco dei Beatles lo è.

È un disco orfano dei Beatles.

Phil Spector, chiamato a sciogliere il bandolo della matassa di un disco che nella sua semplicità ha, paradossalmente, la complicatezza di un quadro di Escher, viene convocato in veste di produttore ma in realtà si trova a doversi improvvisare medico legale. Molto del materiale, soprattutto quello poi passato direttamente alla storia (Let It BeAcross the UniverseGet BackThe Long and Winding Road), ha infatti, nella sua maestosità tediosa, il respiro corto di un malato agonizzante.

Let It Be si concede con mesta rassegnazione all’ordinarietà fiacca dell’età adulta.

I fantastici quattro offrono il loro primo sacrificio alla morte.

Morendo da soli, in un giorno qualunque.

Lasciando che sia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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THE SEEDS – Op-art

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Siamo nel 1965: la rivoluzione musicale e culturale esportata dai Beatles costringe le etichette discografiche a un radicale cambiamento, pena l’esclusione da un mercato che ha fame di musica giovane e selvaggia.

Gene Norman è un impresario jazz di Hollywood che organizza concerti e che ha messo in piedi un’etichetta dedicata alla sua musica preferita ma che non disdegna qualche puntatina nelle colonne sonore e nella surf music, la teen-music dell’epoca pre-Beatles.

La nuova ondata beat gli impone però, pena la totale esclusione dal mercato, di assicurarsi i servigi di qualche nuova band di capelloni che garantisca visibilità e sopravvivenza alla sua etichetta, la GNP Crescendo.

Tra i primi nomi a finire sotto contratto ci sono i Lyrics, gli Other Half, i Trippers e i Seeds, la nuova band di Richie Marsh, uno scansafatiche arrivato a Los Angeles da Salt Lake City nei primi anni Sessanta e che sbarca il lunario facendo qualche serata con un repertorio di canzoncine che qualcuno si è pure preso la briga di stampare su alcuni 45 giri che, all’epoca del contratto con la Crescendo, giacciono già da anni tra gli invenduti dei distributori.

A cambiare il corso degli eventi e il suo approccio alla musica sono da un lato la folgorazione per il suono dei Rolling Stones e dall’altra l’incontro con il chitarrista Buck Reeder ribattezatosi Jan Savage in omaggio alle sue origini pellirossa (poserà infatti in costume indiano sulla copertina dell’album). È il sodalizio con Jan a convincere Richie a tirarsi fuori dalla sua nuova band, gli Amoeba, per tentare qualcosa di nuovo. A bordo della neonata scialuppa Seeds salgono altri due fuggiaschi ovvero Daryl Hooper e Rick Andridge provenienti entrambi da Farmington.

Richie (nel frattempo ribattezzatosi Sky Saxon), nonostante gli evidenti limiti vocali e tecnici viene scelto come bassista e cantante. Non rinuncerà di fatto mai al primo ruolo pur costringendo la band di volta in volta a ricorrere a dei session men o a sopperire alla loro assenza con delle linee di tastiera (come quelle presenti su Evil Hoodoo e Fallin’ In Love, NdLYS) inaugurando uno stile che farà la fortuna dei Doors solo un paio di anni più tardi. Si conquisterà invece la stima dei compagni, nonostante la striminzita gamma modulare delle sue corde vocali, col secondo dei due incarichi in virtù di una disarmante carica erotica e di una inarrestabile ed estenuante capacità di blaterare parole ad libitum per un tempo probabilmente tendente all’infinito.  

Il nuovo contratto viene inaugurato subito con l’uscita del primo singolo nell’estate del 1965 e che viene replicato, vista la buona accoglienza, in apertura di The Seeds, il loro LP di debutto.

Can‘t Seem to Make You Mine è in realtà un pezzo poco convenzionale per aprire un album. Si tratta di una ballata in cui Sky dà sfoggio del timbro nasale che caratterizzerà tutta la sua produzione, colorata dal suono cristallino del piano di Hooper e sostenuta da pochi sparuti accordi twang della sei corde di Jan Savage, un inusuale cambio in La Minore e un assolo di melodica sul bridge ad opera dello stesso Jan.

Un inizio pigro ma straordinariamente erotico, come una mutandina dall’elastico lento. Le mani che si insinuano piano ma decise verso l’oggetto del desiderio, la voce che diventa un’implorazione oscena d’amore mentre le dita diventano smaniose di esplorare.

No Escape, a seguire, costituisce invece l’archetipo del suono dei Seeds.

Martellante, ipnotico, ossessivo, monotono e ripetitivo, sostenuto da una sessualità famelica e da una superficialità tutta punk (provate a concentrarvi sul battito del tutto approssimativo del cembalo e capirete cosa voglio dire). Meglio ancora fa Evil Hoodoo dove la ripetitività diventa opprimente fino al disgusto, con un breve riff fuzzato ripetuto per cinque minuti e quattordici secondi senza alcuna variazione, come fosse la premonizione di un incubo dei Suicide.

Tutto l’album persevera in questa persecuzione spasmodica, catartica dell’unico concetto fondante del suono dei Seeds: ipnotismo, reiterazione (musicale ma anche verbale, si faccia caso all’intercalare “night and day” sfruttato praticamente su tutti i pezzi, NdLYS), maniacale ricerca del piacere perverso, assecondamento della pulsione erotica attraverso una musica compulsiva e nevrotica che è antropologicamente legata al concetto meccanico/sessuale della masturbazione.

Tra riverberi di 13th Floor Elevators (Girl, I Want You) e Music Machine (It‘s a Hard Life) e, soprattutto, una perenne autocelebrazione di se stessa (Pushin’ Too Hard è la copia di No Escape, Try to Understand un’accelerazione di Can‘t Seem to Make You Mine, Excuse Excuse una Evil Hoodoo tirata fuori dalla cripta) la musica dei Seeds si riversa sulle nostre gambe come una serie infinita di schizzi di sperma.

L’ammirazione fanatica di Sky Saxon per Mick Jagger e gli Stones raggiunge l’apice nella primavera/estate del 1966, dopo la pubblicazione di Aftermath, l’album con cui gli Stones prendono le distanze dal blues e dal rock ‘n roll basico lasciando filtrare una concezione più complessa e psichedelica della scrittura che poi verrà elaborata più compiutamente su Between the Buttons e Their Satanic Majesties Request

È quello il disco che Sky ascolta durante la realizzazione del secondo album dei Seeds, pubblicato a pochissima distanza dal primo per sfruttare il successo della loro Pushin’ Too Hard che nel frattempo ha raggiunto la TOP 40 spinta dalle rotazioni radiofoniche di alcune emittenti locali, prima fra tutte la KRKD di Los Angeles e del loro deejay Dick Hugg.

Se è innegabile l’influenza stonesiana in fase compositiva, in particolare su I Tell Myself e sulla lunghissima Up In Her Room scritta come risposta agli undici minuti di Goin’ Home, è tuttavia del tutto errato, capzioso e poco obiettivo liquidarlo come un disco/carta carbone perché, nei fatti, non lo è.

Da una diversa prospettiva potremmo infatti considerarlo, cosa che vale parzialmente anche per il primo, un album che anticipa le soluzioni acide doorsiane che domineranno l’immaginario del rock californiano da lì a poco.

L’enfasi a tratti quasi barocca delle tastiere di Daryl Hooper (si ascolti Mr. Farmer) e le sfuggenti chitarre scivolose di Jan Savage (ad esempio quelle di I Tell Myself o A Faded Picture, la cui melodia richiama alla mente la struggente Signed D.C. dei Love) è infatti (al pari del blues elettrico dei Blues Magoos con il cui Psychedelic Lollipop questo A Web of Sound rivela invece all’ascolto importanti analogie, NdLYS), ambasciatrice del sound dei Doors.

Allo stesso tempo, pur nei limiti angusti del concetto minimale cui le canzoni dei Seeds sono in qualche modo costrette, A Web of Sound rappresenta una buona evoluzione rispetto al disco d’esordio, soprattutto tenendo conto dei ristrettissimi tempi che lo separano da quello: appena sei mesi.

C’è il tentativo, in parte riuscito, di superare lo schematismo di Pushin’ Too Hard e di dare più respiro alla musica con l’aiuto fattivo di Hooper, Jan Savage (in termini creativi), Harvey Sharpe e Cooker Desrosiers dei Groupies (in termini squisitamente strumentali) e lo sforzo ambizioso e solo parzialmente fallito, di superare lo scoglio del minutaggio punk per allestire un melodramma acido che, sulla falsariga di Revelation dei Love e Goin’ Home dei Rolling Stones possa spingere il bottone dell’ elevatore psichedelico per portarlo ben oltre i piani alti del ricamo beat.

Up In Her Room, allusiva e onirica, non riesce tuttavia a liberarsi del tutto del limite espressivo dei Seeds di costruire brani su piccoli, reiterati, elementari fraseggi.

I suoi quindici minuti di palpeggiamenti erotici si risolvono in un interminabile preliminare sessuale senza tuttavia giungere mai all’orgasmo liberatorio.

Faranno molto meglio i Doors, l’anno successivo, con la loro apocalittica The End, dimostrando come i “semi” che erano stati piantati fossero in realtà quelli di una pianta carnivora.

 

Proprio mentre i Seeds seguono il missaggio del loro disco blues negli studi della Gold Star, Sky Saxon e compari cominciano le sedute di registrazione del loro terzo album (la pubblicazione di A Full Spoon of Seedy Blues sarà infatti posticipata per dare adeguato spazio promozionale al disco “flower power” della band, NdLYS).

Dal Novembre del 1966 al Maggio dell’anno successivo i Seeds sono dunque impegnati a scrivere quello che nei progetti è il loro disco più paranoico ed elaborato e che, a conti fatti, risulta il più irrisolto e trascurabile del lotto.

Il contratto che li lega al nuovo impresario Tim Hudson ha imposto un drastico ridimensionamento dell’immagine. Sartorie costose, boutique prestigiose, parrucchieri, truccatori, escort.

I Seeds diventano una macchina per attirare soldi e sgualdrine.

Cavalcare il fenomeno del flower-power e del rock acido è necessario per dare nuova credibilità a questi quattro punk che sanno scrivere un’unica canzone (e solo a quella in realtà credono, motivo per cui Sky si impunterà per pubblicare come estratto l’ ennesima rivisitazione di Pushin’ Too Hard stavolta intitolata A Thousand Shadows, NdLYS) e Hudson lavora alacremente per propagandare i suoi pupilli come profeti della generazione dei fiori. In realtà di avveniristico, profetico o di semplicemente innovativo per indole e creatività Future non ha quasi nulla fatta eccezione per qualche elaborazione in studio che lo rende dinamicamente più efficace. Non basta tuttavia a scongiurare l’attacco narcolettico quando sfilano canzoni come Painted DollSix Dream, la straziante Fallin’ e l’interminabile parata di ninnoli indiani che piove come una sciagura su Travel With Your MindFuture si impantana in una psichedelia davvero poco credibile sul piano artistico e per nulla attraente su quello commerciale causando il tracollo del titolo Seeds e l’allontanamento del vecchio nocciolo dei fan, confuso e disorientato dalle mutazioni dei loro idoli (l’album blues uscirà appena un mese dopo, fomentando altra confusione). Quando l’anno successivo i Seeds pubblicheranno il bellissimo singolo Satisfy You/900 Million People Daily All Making Love le classifiche saranno orfane del loro nome.

Se i semi erano buoni, forse erano stati piantati nel terreno sbagliato.

Dopo il bagno dentro i pollini di Future, vede finalmente la luce A Full Spoon of Seedy Blues, il debole disco blues inciso dai Seeds assieme alla backing-band di Muddy Waters (che firma le originali note di copertina) ed accreditato, per non sconcertare i fans, alla Sky Saxon Blues Band. Un tuffo nel delta del Mississippi. O un salto nel buio. Dipende tutto da come ci si approccia ad un album che mostra un’anima completamente diversa da quella anticonformista dei Seeds. Nove pezzi blues, sei dei quali scritti da Saxon, il resto da Muddy e dai suoi uomini. Nove pezzi che scavalcano all’indietro il concetto moderno alla base della musica dei Seeds e tornano alle radici di tutto. Della musica, di Saxon, dei Seeds, di Dio, del Sabba.

 

 

Il disc jockey Humble Harve Miller, nascosto dietro i soliti occhiali neri, introduce la band a una folla oceanica accorsa al Merlin‘s Music Box di Orange County, quindi i Seeds prendono il loro posto sul palco e attaccano il loro set.

Le urla del pubblico arrivano a folate, travolgendo tutto e tutti.

Così si apre Raw & Alive, il documento “live” che ha il compito di riportare i Seeds da dove erano arrivati due anni prima.

Un entusiasmo che si riversa inarrestabile anche quando i Seeds decidono di mettere accanto ai grandi classici del repertorio qualche nuova canzone come la lunga e bellissima 900 Million People Daily All Making Love o la sperimentale Night Time Girl costruita attorno al suono dell’ultrararo Vox V251, una chitarra/organo costruita in poche decine di esemplari.

Sky grugnisce mentre la band incalza tornando dopo le sfortunate spedizioni nel flower-power e nel blues al belligerante beat psicotico degli esordi, davanti al pubblico in delirio che improvvisa un’orgia dionisiaca in onore dei loro idoli.

Peccato che sia tutto finto.

In realtà i Seeds sono chiusi agli United-Western Studios di Los Angeles e il pubblico, quello che rasenta l’isteria durante lo spettacolo, in realtà si sta strappando i capelli per i Beach Boys, a Santa Barbara.

Anche le foto che corredano il disco, su cui campeggia uno Sky Saxon vestito come Lawrence D’Arabia, risalgono a molto prima. A quando la Seedsmania folleggiava per i club della California. In realtà, dopo Future e A Spoon Full of Seedy Blues, i Seeds non se li fila più quasi nessuno. Quella del disco dal vivo è l’ultima carta che resta da giocare a Gene Norman per salvare i Seeds dall’ oblio.

Li porta in studio nel Febbraio del ’68 dapprima con una audience scelta tra gli estimatori di lunga data poi, scontenti del risultato finale, da soli, nell’Aprile dello stesso anno. Una volta “truccato”, il risultato viene messo in commercio il mese successivo, infilato in una bellissima copertina che promette nuovamente dei Seeds selvaggi e vivi.

E in realtà, cosi è. Il suono dei Seeds di Raw & Alive, registrato in presa diretta con la band che suona in studio guardandosi in faccia, è quello dei Seeds migliori, ancora capaci di tirare fuori un singolo strepitoso come Satisfy You/900 Million People Daily ma incapaci di gestire l’egemonia di Saxon che ne causerà il collasso da lì a breve.   

Tra il Gennaio del 1969 e il Dicembre dell’anno successivo, tutto ciò che i Seeds regalano al loro pubblico, tra un cambio di line-up e un altro, sono tre singoli. Tutti bellissimi.

Poi i semi si tacciono. Non definitivamente, che Saxon proverà di tanto in tanto a rimettere assieme sementi e canzoni rispolverando la vecchia sigla con risultati talvolta eccellenti (Red Planet del 2004), talvolta molto meno (Back to the Garden del 2008).

Quindi, nel 2009, anche Saxon tace.

Stavolta per sempre.

E sale al cielo, rendendo onore al suo nome.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SWERVEDRIVER – Raise / Mezcal Head (Second Motion)

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La Creation fu l’etichetta-chiave del noise pop inglese, questo dovreste saperlo come la tabellina del due. Quelle furono le officine dove la musica inglese forgiò la sua estetica post-post-punk adattando le ombre lunghe della sbornia dark-wave allo scintillio delle chitarre, cercando di nascondere il nero con un sudario di rumore bianco. La Creation fu il primo approdo degli Swervedriver, venuti fuori da Oxford un secondo dopo i Ride e un attimo prima dei Radiohead. Il punto di partenza erano stati gli Stooges, visti attraverso i finestrini appannati dei vans di Dinosaur Jr., Hüsker Dü e Buffalo Tom. Il recinto shoegazing dove li costrinsero a rimanere mansueti in attesa di farli esibire in qualche rodeo era in realtà sono la vetrina più comoda per vendere un suono che si allattava ai capezzoli del rock sfregiato dall’elettricità e dalla distorsione, soprattutto in un periodo (il triennio 91/93) in cui i Nirvana erano i signori assoluti della scena mondiale e il rock inglese avrebbe dovuto aspettare gli Oasis per riaccendere su di sé i riflettori.

Resta l’amaro in bocca per quello che agli Swerves fu negato di diventare e il piacere di riscoprire il sapore di una band che sognava di infilare le My Bloody Valentine nel letto di Iggy Pop.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro


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THE CYNICS – Rock ‘n’ Roll (Get Hip)    

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Era da tempo fuori stampa il terzo disco dei Cynics, veterani garage- punkers da Pittsburgh, Pennsylvania: quello che centrò la meta della perfezione estetica e sonora della band di Gregg Kostelich, dopo il debole debutto e il quasi-perfetto Twelve Flights Üp. Rock ‘n’ Roll dosava alla perfezione il classico folked-punk del gruppo, con questo strumming impetuoso e tormentato dal fuzz che pure sembrava sgranarsi e respirare tra le sferzate di Farfisa e cimbali che gli straziavano la pelle. Bella e come sempre raffinata la scelta delle covers (Last Time Around dei Del-Vetts e Cry Cry Cry degli Unrelated Segments cui viene ora aggiunta ora Shot Down dei Sonics) e incredibile la sequenza degli originali, tra cui svettava la scattante Girl You‘re On My Mind scritta da Bernie Kugel dei Mystic Eyes. In attesa dell’incombente nuovo album, non perdetevi questa perla per nulla al mondo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SINGING DOGS – Deja-Voodoo Blues (Primitive)

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La formula è quella del duo chitarra/batteria.

Una intenta a mettere in sequenza i soliti accordi garage/blues imparati sui dischi di Oblivians, Gories, Demolition Doll Rods e, ora che proprio loro mi ci fanno pensare, dei canadesi Deja-Voodoo, l’altra occupata a picchiare come un apprendista carpentiere dentro un cantiere in costruzione.

Un suono ridotto proprio all’osso che snocciola riff elementari su un beat preistorico accelerando ai limiti del punk ‘n roll degli Intellectuals come su Infected o della bella SS80 Blues, simulando il volo della mosca umana dei Cramps come nella title-track o il cupo tribalismo aborigeno degli Scientists (Swamp of Love).

Una formula che, chiaramente, nella sua scelta espressiva così essenziale e rudimentale ha la sua peculiarità ma anche i suoi sin troppo ovvi limiti.  

Una donna in perizoma.                        

O un uomo con la clava.

Scegliete voi l’immagine che più vi aggrada.

Ma sappiate che non si va oltre.

 

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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ALEX CHILTON – Like Flies on Sherbert/Feudalist Tarts (Last Call)

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Appassionato del suono americano radicale, che questo significhi r ‘n r, bluegrass, cajun, soul, jazz o blues, Chilton è un personaggio che ha attraversato interi decenni di musica. Dai Box Tops ai Big Star alle collaborazioni prevedibili (Cramps, Replacements, Tav Falco, Scott Adams) o improbabili (addirittura Ricky Gianco!). Uno capace di cimentarsi davvero con tutto, da Celentano a KC & The Sunshine Band. La Last Call ha deciso di riportare alla luce i suoi classici solisti e ora è il turno di Like Flies del 1980 e Feudalist Tarts dell’85 con l’aggiunta del doppio 7” No Sex, considerato tra i suoi capolavori. Il suo approccio burlone alla materia roots potrà anche disturbare ma piccoli classici come Hey! Little ChildRock Hard o Lost My Job vi sveleranno perchè gente come Lux Interior o Paul Westerberg lo venerassero come una musa.

 

                    Franco “Lys” Dimauro

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GRUPPO OPERAIO ‘E ZEZI DI POMIGLIANO D’ARCO – Tammurriata dell’Alfasud (I Dischi del Sole)    

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Tanti li avrebbero scoperti molto, molto tempo dopo.

Nell’1.9.9.5.: l’anno di Sanacore, il disco che fondeva le istanze etno-dub della On-U Sound con la musica popolare partenopea. Fronne che rimbalzavano dentro il flipper del reggae giamaicano e i vuoti d’aria del dub.

Un disco che sanciva l’unione tra la vecchia musica napoletana e quella moderna, di cui gli Almamegretta, a quei tempi, rappresentano la massima espressione.

Una continuità convalidata dalla presenza di icone come Giulietta Sacco e Marcello Colasurdo. Operaio all’Alenia di Pomigliano d’Arco e pelle di cuoio negli ‘e Zezi.

Che sono all’incirca la stessa cosa. ‘e Zezi nascono infatti nel 1975 all’interno della comunità operaia degli stabilimenti Alfa Romeo stanziati nelle pianure di Pomigliano, assieme ad altri collettivi spontanei come quello delle Nacchere Rosse di Salvatore “Sciuscià” Anfuso.

Autentica voce proletaria e di eversione operaia, ‘e Zezi sono un bollettino di rivendicazione sindacale e di denuncia sociale che avanza a ritmo di tammuriata.

Rappresentano l’opposizione reale, il malcontento che gonfia dal basso, ‘u pazzariello che annuncia che il padrone non solo è “asciuto pazzo” ma è diventato un criminale che sfrutta il sangue operaio.

Tammurriata dell’Alfasud è un disco di denuncia vera, fuori da ogni metafora poetica. Un bollettino di guerra come quello che apre ‘A Flobertè Venerdì 11 Aprile 1975. Alle 13.25 una violenta esplosione distrugge la Flobert, una polveriera di Sant’Anastasia, sotto le pendici del Vesuvio. Dodici operai muoiono dilaniati dall’esplosione. 

I parenti verranno chiamati a riconoscere una testa, una mano, un brandello di faccia, un braccio. Il Presidente Leone manderà lettere di cordoglio e dodici bandiere tricolore, per dar loro la stessa divisa dei morti del Vajont. Gli stessi cui aveva promesso giustizia prima di mettersi a capo del collegio di avvocati che difesero l’Enel nella causa intentata dai superstiti di quella tragedia.

Dentro la fabbrica si lavora senza autorizzazione a micidiali polveri da sparo per armi giocattolo. Ci lavorano uomini e donne venuti a patto con la morte pur di evitare la disoccupazione.

Sono le morti bianche, quelle che facevano notizia un paio di anni fa e ora nuovamente taciute, sorpassate dalle nuove emergenze scelta dai mass-media a seconda del prodotto da vendere: il vaccino anti-influenzale, la carne di pollo, le uova di coccodrillo, il sapone per lavare i cessi.  

‘e Zezi sono una cerniera tra l’arte popolare del canto di lavoro e il riscatto morale della lotta di classe. Fatica e salario, tradizione e potere alla parola.

E Tammurriata dell’Alfasud è un disco fatto di parole. Tante.

Dirette più allo stomaco che alle orecchie.

         

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE ATTENTION! – The Attention! (Screaming Apple)

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Grandi vibrazioni dall’Austria!!! Li aspettavamo al varco, dopo le ottime impressioni al concerto di inizio anno allo Shindy di Bassano ed ora eccoli qui col loro primo full-length.

Il nome è già un avviso da non prendere sotto gamba.

Beppe Badino, che è un artista della parola, vi parlerebbe di iridescenze freak e argentee vibrazioni soul dentro un sommergibile giallo che naviga nel mare psichedelico. Io che non ho questa abilità vi dico che il disco di esordio degli Attention! è una delle migliori raccolte di beat moderno ascoltate quest’anno.

Un disco superlativo, con le radici ficcate nelle zolle di Animals, Los Salvajes, Eyes e Primitives e i rami che sfiorano le fronde sempreverdi dei primi Creeps e dei primi Mainliners, tanto per restare col culo in Europa.

Un sound ispido e capellone.

Una di quelle robe che, se hai un cuore, se lo compra.

Con un suono fitto fitto di handclapping, armoniche blues e cembali che scorrazzano su questi rigogliosi cespugli di beat con un piede nel blues, uno nello yè-yè e uno nel soul. Cosa dite? Ho sbagliato a contare i piedi?

Non direi. Voi provate a mettere su il disco, vedrete che una terza gamba spunta pure a voi.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Flipper Psychout (Vampisoul)

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La Flipper Music è una Music Bank italiana.

Del tipo, voi ci mettete il film, e loro vi ci mettono la musica giusta.

Presa dal suo sterminato catalogo o creata apposta per l’occasione.

La Vampisoul è invece un’etichetta madrilena che da otto anni è alla ricerca delle musiche più esotiche del mondo. Da tutto il mondo, dalla Nigeria al Perù.

Autentici scrigni magici dove, una volta infilate le mani, stai sicuro che tiri su qualche pietra preziosa.

Questo volume ad esempio, messo su scavando negli archivi della Flipper, ne è pieno. Tutta roba che va dal 1969 al 1975. Tutta la tecnologia della musica elettrica di quegli anni messa al servizio delle musiche per film.

Distorsioni, wah wah, fuzz, moog, leslies, nastri e amplificazioni valvolari per ventisei vignette tra cui la migliore è quella di (ci credereste? NdLYS) Amedeo Minghi: quella Lustful che i più fortunati hanno già assaporato sulla raccolta della Primrose Music dello scorso anno e che è un nodo scorsoio di chitarra fuzz e flauto di pan e che qui fa benissimo il paio con la Omifarius di Roberto Conrado, altro pezzone da novanta. Non nel senso dei gradi ma del petardo. Anche se, usato durante un amplesso doggy style devo dire che funziona eccome, come tutto il resto del disco. Certo, dipende da quanto durate.

Io non vado oltre la prima facciata.

Anche perché poi mi alzo e vado a girare il disco.

Una figata pazzesca, altro che Arcade Fire.

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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