HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

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Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

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MOTORPSYCHO – Heavy Metal Fruit (Rune Grammofon)  

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Ambizioso. Presuntuoso, pure.

E rumoroso, tanto.

E anche ironico, visto che i primi a rimanere delusi saranno probabilmente i metallari che davvero allungheranno le mani a prendere un frutto pronto a scendere indigesto. Anche se non è detto che sia così.

Heavy Metal Fruit è il “frutto” complesso di una band onnivora capace di approcciarsi al corpo del metal con lo spirito del free-jazz, prediligendo canzoni sconfinate come i territori che intendono esplorare e dove può capitare di imbattersi in ogni scoria musicale possibile, da Frank Zappa agli Yes, da Sly Stone ai Sonic Youth, da Sun Ra ai Grateful Dead.

Cavalcando, nuotando, volando, immergendosi, scavando.

Sopra, sotto, dentro e fuori dalla Terra.

Dalle viscere ai confini del mondo, come degli psiconauti impazziti alla ricerca dell’ultimo Elohim.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Maximum Prog (Past & Present)

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Un tuffo alle origini del progressive Inglese. Con qualche nome conosciuto anche a chi come me viene a passeggiare in queste selve solo di rado e quasi sempre grazie al lavoro di recupero delle tante etichette votate al martirio seventies oppure perché sono stati i grembi dove sono stati accolti gli embrioni di musicisti che avrebbero scorrazzato in lungo e in largo negli anni a venire (Czar, Quicksand, Titus Groan, Second Hand), altri a me completamente sconosciuti.

Manca la coesione dell’insieme, come era logico che sia. L’assortimento è pregiato ma variegato. Troppe erano le influenze che le band dell’epoca cercavano di assorbire nel loro linguaggio. Folk (9:30), hard rock (Aardwark), jazz elettrico (Brainchild), classica (Heaven), sinfonica (Don Shinn) e qualche orrore assortito. Quello che è condiviso è invece una sorta di “visione comune”, di approccio libero alla contaminazione, alla sovrapposizione, al meticciato. Però resto dell’idea che i fanatici continueranno ad andare a caccia dei vinili d’epoca e i neofiti non andranno oltre alle copie in offerta dei dischi di Jethro Tull e Traffic.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MEN – Four Good Men and True (Heptown)

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The Men sono la Svezia che suona come la Swingin’ London.

Sono gli Small Faces che portano a spasso i loro cuccioli di coccodrillo per le strade ghiacciate di Stoccolma. Anzi, di Lund.

Che sta alla Svezia come la mia città all’Italia.

Estremo Sud e provincialismo diffuso.

Avevano già fatto un bel disco quattro anni fa che qui cagammo in pochi.

Ma pure uno ancora prima che non ho mai sentito.

Adesso tornano con la stessa formazione e stesso produttore di Return e una scorta di dodici pezzi nuovi di zecca. Che sono un amore di dolcezza retrò. Campanelline, chitarre misurate, hand-clapping, vocalizzi figli degli Hollies, carica Northern-Soul, organi Hammond, cembali e vibrafoni.

Magari la leziosità di Reflections potevano evitarcela, che avere classe non vuol dire frequentare quelle dell’accademia. Ma il resto ha ragion d’essere. E noi motivo di divertirci.

 

                                                           Franco “Lys” Dimauro

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ULLI LOMMEL – Blank Generation (MVD Visual)

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Non è il film di Ivan Kral sulla scena punk di NY ma l’omonima pellicola di quattro anni più giovane consegnata agli annali più per le performance dei Voidoids che per la partecipazione di Richard Hell in qualità di modesto attore.

Hell fu molto critico sul film allora e lo è ancora oggi ma, ora che in qualche modo ha deciso di rimettere ordine nella cantina di casa, assiste a questa riedizione in DVD seguendo il processo di digitalizzazione e lasciandosi intervistare da Luc Sante nel making of stipato in fondo al dischetto. E il fatto di aver acquistato un DVD di cui parlano male gli stessi protagonisti subito dopo essertelo sucato per 80 minuti, ti fa sentire un idiota. Blank, appunto.

Che dire? Il film è osceno. Non nel senso che si tratta di un pornazzo ma in quanto manca del minimo richiesto ad un film: una sceneggiatura passabile e una recitazione che vada oltre l’approssimazione da dilettante. Blank Generation non ha ne’ l’una ne’ l’altra cosa e soffre, anche dopo il restauro, di una vivacità di colori e di audio praticamente vicina a quella del viso di Nosferatu.

 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’ album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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JOE SACCO – Io e il rock (Comma 22)

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Prima, molto prima che Joe Sacco diventasse un reporter da barricata raccontandoci le guerre della Bosnia e della Palestina e molto prima che Yahoo diventasse lo Yahoo che conosciamo, Joe è un vignettista che lavora nel mondo del rock e dei fumetti e che pubblica, tra l’altro, sei volumi di vignette chiamati proprio così: Yahoo.

È su quelle strisce che, per la prima volta, Joe svuota il “Sacco” sulla sua tourneè europea a fianco dei Miracle Workers, eroi locali della Portland che lo ha accolto dalla natìa isola di Malta. È il 1988 e i Workers sono la band più capellona del mondo. Difatti la sua storia a fumetti si intitola “In the Company of Long Hair” (Nella cricca dei capelloni).  

Joe segue la band nelle date europee scarabocchiando sul suo taccuino e vendendo le magliette del gruppo. Disegna i Miracle Workers come dei centauri ed infatti uno dei suoi schizzi più celebri (e a mio parere, orribili) ce li mostra così: quattro centauri lungocriniti incalzati da una schiera di fan che li rincorre per tutta l’Europa. E’ il disegno di copertina di Live at The Forum registrato proprio ad Enger in Germania durante quel tour. Io e il rock racconta, per disegni, tutta l’intera vicenda.

Che, detto tra noi, non interessa a nessuno perché non ha tanto da raccontare.

Più interessante il corredo alla storia principale ovvero Gli anni della Svizzera raccontati come Lato B dell’avventura on tour, le pagine dedicate ai manifesti e alle copertine d’ epoca che Joe realizzava per band come Yo La Tengo, Mudhoney, Thin White Rope, Hugo Largo, Lemonheads, Soundgarden, Flaming Lips e le strisce ispirate al blues e ai Rolling Stones. Per chi pratica il culto del rock a stelle ma soprattutto “a strisce”, un piccolo oggetto di culto, nonostante la versione italiana sia orfana del cd allegato all’edizione originale, dimostrando ancora una volta come dei Miracle Workers, qui da noi, non freghi assolutamente a nessuno. Editori compresi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE VEGABONDS – Dear Revolution (autoproduzione)

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Non ne aveste ancora abbastanza dei corvi, eccovi i Vegabonds, che pescano un po’ da quelli neri di Atlanta e un po’ dai sette che Adam Duritz sogna di contare in California nei primi anni Novanta.

I Vegabonds provengono però da Auburn.

Esiste un Auburn in ogni stato del Nord America, o quasi. Ma i Vegabonds si sono scelti quella dell’Alabama, uno degli stati più conservatori e tradizionalisti della confederazione: il posto perfetto per la loro musica.

Southern rock da statale americana, spesso al limite del plagio. Brandee e Dorothy Gayle ad esempio svolazzano dalle parti di Soul Singing e Remedy così come We‘d Escape sembra una outtake da Recovering the Satellites ma sono tra i tentativi di volo meglio riusciti.

Del resto anche i corvi imparano a volare guardando mamma è papà.

Però, nonostante le buone intenzioni, si arriva alla fine del viaggio stanchi.

Manco questa cazzo di statale ce la fossimo fatta a piedi.

E quando alla fine appaiono tra la polvere i cartelli delle ultime città (The Wanderer, The Preacher, Dear Devolution) o la linea della frontiera (The Border), gli occhi si sono già concessi altre più piacevoli distrazioni. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE UNIVERSAL – The Universal (Diffusion Music)

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Può darsi che io non sappia ascoltare.

Non ci sarebbe niente di male, tutti possono sbagliare.

La questione stavolta riguarda questo quartetto di Liverpool chiamato Universal e da più parti salutato come erede di quella gloriosa tradizione mod che parte da Kinks, Action, Who e Small Faces, lambisce la restaurazione dei tardi Settanta di bands come Chords, Secret Affair, Purple Hearts o Jam e torna a vibrare con i dischi solisti di Paul Weller e quelli collettivi degli Ocean Colour Scene. 

Orbene, gli Universal sulla foto di copertina di questo loro debutto ostentano il loro look di ordinanza con tanto di logo Fred Perry ben in vista senza spiegarci come faccia Piet Koehorst ad indossare un parka imbottito di fianco a un Gary Chambers in maniche corte e visibilmente sudaticcio.

Tuttavia, delle influenze che molti sembrano trovare con naturalezza, io non ne trovo traccia, se non nella scontata ribattitura del riff di The Seeker sfruttata per tirare su Stand Up.

Il disco si apre piuttosto come Give Out But Don‘t Give Up dei Primal Scream: grossi riffoni rock, cori soul e ritornelli banali ma “incisivi”.

Poi l’album si appiattisce in un rockettino innocuo e radio-friendly con canzoni come Get Yourself Together o I Believe che potrebbero tranquillamente gareggiare coi Keane o i Kings of Leon nel tentare l’arrembaggio alle charts di Billboard.

Che non è di per sé un male ma il risultato mi pare molto ma molto distante da quello di un Face to Face o di un Magic Bus.

I fan dei Kinks e degli Small Faces rimangano con le mani “parkeggiate” in tasca, a questo giro possono risparmiarsi i quattrini.

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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DOM MARIANI – Rewind and Play (Liberation)

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Il repertorio di Dom Mariani è stato raccolto più e più volte.

Urne, cofanetti e pacchi speciali che hanno documentato le varie fasi della carriera del songwriter australiano. Adesso tocca a lui medesimo premere il tasto del rewind scegliendo tredici delle sue canzoni per ripresentarle al suo pubblico risuonandole in veste acustica, con l’ aiuto di qualche amico fidato.

Dom è un intoccabile così mi giocherò le ultime simpatie residue dicendo che, senza nulla togliere alla classe dell’ artista di Perth, Rewind and Play mi ha cominciato ad annoiare già dal quarto brano con queste versioni fin troppo ammaestrate di vecchie belve power pop come At First Sight, Sunshines Glove o del classico morrisoniano Here Comes the Night.

Le canzoni di Dom sono sempre splendenti ma R&P è come un abat-jour accesa mentre noi ci facciamo un sonnellino primaverile.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro 

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