MOTORPSYCHO – Heavy Metal Fruit (Rune Grammofon)  

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Ambizioso. Presuntuoso, pure.

E rumoroso, tanto.

E anche ironico, visto che i primi a rimanere delusi saranno probabilmente i metallari che davvero allungheranno le mani a prendere un frutto pronto a scendere indigesto. Anche se non è detto che sia così.

Heavy Metal Fruit è il “frutto” complesso di una band onnivora capace di approcciarsi al corpo del metal con lo spirito del free-jazz, prediligendo canzoni sconfinate come i territori che intendono esplorare e dove può capitare di imbattersi in ogni scoria musicale possibile, da Frank Zappa agli Yes, da Sly Stone ai Sonic Youth, da Sun Ra ai Grateful Dead.

Cavalcando, nuotando, volando, immergendosi, scavando.

Sopra, sotto, dentro e fuori dalla Terra.

Dalle viscere ai confini del mondo, come degli psiconauti impazziti alla ricerca dell’ultimo Elohim.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Maximum Prog (Past & Present)

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Un tuffo alle origini del progressive Inglese. Con qualche nome conosciuto anche a chi come me viene a passeggiare in queste selve solo di rado e quasi sempre grazie al lavoro di recupero delle tante etichette votate al martirio seventies oppure perché sono stati i grembi dove sono stati accolti gli embrioni di musicisti che avrebbero scorrazzato in lungo e in largo negli anni a venire (Czar, Quicksand, Titus Groan, Second Hand), altri a me completamente sconosciuti.

Manca la coesione dell’insieme, come era logico che sia. L’assortimento è pregiato ma variegato. Troppe erano le influenze che le band dell’epoca cercavano di assorbire nel loro linguaggio. Folk (9:30), hard rock (Aardwark), jazz elettrico (Brainchild), classica (Heaven), sinfonica (Don Shinn) e qualche orrore assortito. Quello che è condiviso è invece una sorta di “visione comune”, di approccio libero alla contaminazione, alla sovrapposizione, al meticciato. Però resto dell’idea che i fanatici continueranno ad andare a caccia dei vinili d’epoca e i neofiti non andranno oltre alle copie in offerta dei dischi di Jethro Tull e Traffic.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MEN – Four Good Men and True (Heptown)

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The Men sono la Svezia che suona come la Swingin’ London.

Sono gli Small Faces che portano a spasso i loro cuccioli di coccodrillo per le strade ghiacciate di Stoccolma. Anzi, di Lund.

Che sta alla Svezia come la mia città all’Italia.

Estremo Sud e provincialismo diffuso.

Avevano già fatto un bel disco quattro anni fa che qui cagammo in pochi.

Ma pure uno ancora prima che non ho mai sentito.

Adesso tornano con la stessa formazione e stesso produttore di Return e una scorta di dodici pezzi nuovi di zecca. Che sono un amore di dolcezza retrò. Campanelline, chitarre misurate, hand-clapping, vocalizzi figli degli Hollies, carica Northern-Soul, organi Hammond, cembali e vibrafoni.

Magari la leziosità di Reflections potevano evitarcela, che avere classe non vuol dire frequentare quelle dell’accademia. Ma il resto ha ragion d’essere. E noi motivo di divertirci.

 

                                                           Franco “Lys” Dimauro

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ULLI LOMMEL – Blank Generation (MVD Visual)

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Non è il film di Ivan Kral sulla scena punk di NY ma l’omonima pellicola di quattro anni più giovane consegnata agli annali più per le performance dei Voidoids che per la partecipazione di Richard Hell in qualità di modesto attore.

Hell fu molto critico sul film allora e lo è ancora oggi ma, ora che in qualche modo ha deciso di rimettere ordine nella cantina di casa, assiste a questa riedizione in DVD seguendo il processo di digitalizzazione e lasciandosi intervistare da Luc Sante nel making of stipato in fondo al dischetto. E il fatto di aver acquistato un DVD di cui parlano male gli stessi protagonisti subito dopo essertelo sucato per 80 minuti, ti fa sentire un idiota. Blank, appunto.

Che dire? Il film è osceno. Non nel senso che si tratta di un pornazzo ma in quanto manca del minimo richiesto ad un film: una sceneggiatura passabile e una recitazione che vada oltre l’approssimazione da dilettante. Blank Generation non ha ne’ l’una ne’ l’altra cosa e soffre, anche dopo il restauro, di una vivacità di colori e di audio praticamente vicina a quella del viso di Nosferatu.

 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’ album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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JOE SACCO – Io e il rock (Comma 22)

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Prima, molto prima che Joe Sacco diventasse un reporter da barricata raccontandoci le guerre della Bosnia e della Palestina e molto prima che Yahoo diventasse lo Yahoo che conosciamo, Joe è un vignettista che lavora nel mondo del rock e dei fumetti e che pubblica, tra l’altro, sei volumi di vignette chiamati proprio così: Yahoo.

È su quelle strisce che, per la prima volta, Joe svuota il “Sacco” sulla sua tourneè europea a fianco dei Miracle Workers, eroi locali della Portland che lo ha accolto dalla natìa isola di Malta. E’ il 1988 e i Workers sono la band più capellona del mondo. Difatti la sua storia a fumetti si intitola “In the Company of Long Hair” (Nella cricca dei capelloni).  

Joe segue la band nelle date europee scarabocchiando sul suo taccuino e vendendo le magliette del gruppo. Disegna i Miracle Workers come dei centauri ed infatti uno dei suoi schizzi più celebri (e a mio parere, orribili) ce li mostra così: quattro centauri lungocriniti incalzati da una schiera di fan che li rincorre per tutta l’Europa. E’ il disegno di copertina di Live at The Forum registrato proprio ad Enger in Germania durante quel tour. Io e il rock racconta, per disegni, tutta l’intera vicenda.

Che, detto tra noi, non interessa a nessuno perché non ha tanto da raccontare.

Più interessante il corredo alla storia principale ovvero Gli anni della Svizzera raccontati come Lato B dell’avventura on tour, le pagine dedicate ai manifesti e alle copertine d’ epoca che Joe realizzava per band come Yo La Tengo, Mudhoney, Thin White Rope, Hugo Largo, Lemonheads, Soundgarden, Flaming Lips e le strisce ispirate al blues e ai Rolling Stones. Per chi pratica il culto del rock a stelle ma soprattutto “a strisce”, un piccolo oggetto di culto, nonostante la versione italiana sia orfana del cd allegato all’edizione originale, dimostrando ancora una volta come dei Miracle Workers, qui da noi, non freghi assolutamente a nessuno. Editori compresi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE VEGABONDS – Dear Revolution (autoproduzione)

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Non ne aveste ancora abbastanza dei corvi, eccovi i Vegabonds, che pescano un po’ da quelli neri di Atlanta e un po’ dai sette che Adam Duritz sogna di contare in California nei primi anni Novanta.

I Vegabonds provengono però da Auburn.

Esiste un Auburn in ogni stato del Nord America, o quasi. Ma i Vegabonds si sono scelti quella dell’Alabama, uno degli stati più conservatori e tradizionalisti della confederazione: il posto perfetto per la loro musica.

Southern rock da statale americana, spesso al limite del plagio. Brandee e Dorothy Gayle ad esempio svolazzano dalle parti di Soul Singing e Remedy così come We‘d Escape sembra una outtake da Recovering the Satellites ma sono tra i tentativi di volo meglio riusciti.

Del resto anche i corvi imparano a volare guardando mamma è papà.

Però, nonostante le buone intenzioni, si arriva alla fine del viaggio stanchi.

Manco questa cazzo di statale ce la fossimo fatta a piedi.

E quando alla fine appaiono tra la polvere i cartelli delle ultime città (The Wanderer, The Preacher, Dear Devolution) o la linea della frontiera (The Border), gli occhi si sono già concessi altre più piacevoli distrazioni. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE UNIVERSAL – The Universal (Diffusion Music)

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Può darsi che io non sappia ascoltare.

Non ci sarebbe niente di male, tutti possono sbagliare.

La questione stavolta riguarda questo quartetto di Liverpool chiamato Universal e da più parti salutato come erede di quella gloriosa tradizione mod che parte da Kinks, Action, Who e Small Faces, lambisce la restaurazione dei tardi Settanta di bands come Chords, Secret Affair, Purple Hearts o Jam e torna a vibrare con i dischi solisti di Paul Weller e quelli collettivi degli Ocean Colour Scene. 

Orbene, gli Universal sulla foto di copertina di questo loro debutto ostentano il loro look di ordinanza con tanto di logo Fred Perry ben in vista senza spiegarci come faccia Piet Koehorst ad indossare un parka imbottito di fianco a un Gary Chambers in maniche corte e visibilmente sudaticcio.

Tuttavia, delle influenze che molti sembrano trovare con naturalezza, io non ne trovo traccia, se non nella scontata ribattitura del riff di The Seeker sfruttata per tirare su Stand Up.

Il disco si apre piuttosto come Give Out But Don‘t Give Up dei Primal Scream: grossi riffoni rock, cori soul e ritornelli banali ma “incisivi”.

Poi l’album si appiattisce in un rockettino innocuo e radio-friendly con canzoni come Get Yourself Togheter o I Believe che potrebbero tranquillamente gareggiare coi Keane o i Kings of Leon nel tentare l’arrembaggio alle charts di Billboard.

Che non è di per sé un male ma il risultato mi pare molto ma molto distante da quello di un Face to Face o di un Magic Bus.

I fan dei Kinks e degli Small Faces rimangano con le mani “parkeggiate” in tasca, a questo giro possono risparmiarsi i quattrini.

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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DOM MARIANI – Rewind and Play (Liberation)

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Il repertorio di Dom Mariani è stato raccolto più e più volte.

Urne, cofanetti e pacchi speciali che hanno documentato le varie fasi della carriera del songwriter australiano. Adesso tocca a lui medesimo premere il tasto del rewind scegliendo tredici delle sue canzoni per ripresentarle al suo pubblico risuonandole in veste acustica, con l’ aiuto di qualche amico fidato.

Dom è un intoccabile così mi giocherò le ultime simpatie residue dicendo che, senza nulla togliere alla classe dell’ artista di Perth, Rewind and Play mi ha cominciato ad annoiare già dal quarto brano con queste versioni fin troppo ammaestrate di vecchie belve power pop come At First Sight, Sunshines Glove o del classico morrisoniano Here Comes the Night.

Le canzoni di Dom sono sempre splendenti ma R&P è come un abat-jour accesa mentre noi ci facciamo un sonnellino primaverile.

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro 

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CHEAP TIME – Fantastic Explanations (and Similar Situations) (In the Red)

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Qualcuno li ha notati di striscio, leggendone nella biografia di Jemina Pearl dei Be Your Own Pet. Altri non sanno manco di che stiamo parlando.

Ai primi consiglio l’uscita di 2 and ½ Times Around con dei demo che documentano proprio quel periodo. Agli altri, il secondo album di inediti in studio, ancora per la In the Red, peno di pura merda punk e di sbracatissimo fracasso garage, come nei dischi degli Action Swingers.

Le canzoni dei Cheap Time sono una sequenza di randellate di pochi secondi.

Come il rumore di mestoli e coperchi di latta che vengono giù dal vostro scolapiatti. 

Se vi siete imborghesiti ascoltando il rock per culatoni dei Drums lasciate perdere, che è partita persa in partenza. Qui è come affogare nel fango. Qui è come suonare in una festa per collage, ma dentro i gabinetti. Qui è come prestare i dischi dei Cheap Trick alla vostra ragazza dei sogni, solo per portarvela a letto. Chi crede di avere ancora il coraggio di spendere dei soldi per una band totalmente out, si faccia avanti. E avrà quel che si merita.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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