THE ROUTES – Dirty Needles and Pins (Greenway)  

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Due posti sullo scaffale per i Routes quest’anno.

Dirty Needles and Pins esce infatti a soli sette mesi dal precedente, ottimo In This Perfect Hell. E ne rincara la dose. Spalmate su quindici minuti per facciata, le otto tracce del sesto album di Chris Jack mostrano due angolature diverse per avvicinarsi alla sua musica.  

Chi volesse sturarsi le orecchie col classico beat-punk può tranquillamente usare le punte per trapano di You’ll See, Ego a Go-Go, I Ain’t Convinced, Somebody’s Child e Dysphoria, classico viaggio a ritroso nel tempo fra i solchi ormai piallati dei vecchi 45 giri di classico pre-punk degli anni Sessanta e delle band che, armate di fuzz e chincaglieria vintage, ne replicarono le gesta un ventennio dopo.

Ad occupare invece la seconda facciata i tre pezzi più lunghi mai incisi dai Routes, il che vi lascia già intuire che ci troviamo su un universo parallelo dove il suono si sgrana e gli “aghi” si polarizzano su traiettorie psichedeliche di chiara ascendenza texana, pur rimanendo ancora in uno stato embrionale e trasmettendo un vago senso di incompiutezza che non ce le fa preferire alle asciutte garage-songs da tre minuti di cui i Routes sono ormai da un decennio tondo tondo maestri assoluti.

Probabile presagio di nuovi approdi in altre terre finora solo lambite, il sesto disco della band anglo/nipponica ci crogiola ancora a fiamma viva, disperdendo le nostre ceneri tra le polveri sottili del cielo giapponese.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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THE STOMACHMOUTHS – In Orbit (Got to Hurry)  

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Agli inizi del 1987 l’epidemia europea per la febbre garage-punk raggiunge il suo culmine. Ogni piccolo club del Vecchio Continente ha il suo calendario di eventi dentro i quali, inevitabilmente, far esibire le stelle del movimento, che si tratti di scalcinate band locali o dei grossi nomi d’oltreoceano divenuti già leggenda.

Apice di questa pandemia è lo Psychorama, un tour itinerante che porta in giro per tutta l’Europa nomi come Creeps, Sick Rose, Fuzztones, Sting-Rays, Vietnam Veterans, Last Drive, What…For! e, ovviamente, gli Stomachmouths. Agghindata come Freddy and The Dreamers, la band svedese conquista tutto quel che c’è da conquistare, come fosse una flotta di panzer del Risiko!. Chi avesse frequentato lo Slego di Rimini in quegli anni potrà farvene testimonianza. Greg Shaw, fiutando la nuova gallina dalle uova d’oro, pubblica la solita vagonata di demo e discutibili tracce dal vivo vecchie di due anni per una pubblicazione che, grazie al marchio Voxx impresso in copertina, diventerà il disco più venduto della band, senza che questa ne avesse neppure autorizzato la pubblicazione. In tutta risposta però Stefan Kéry serra le fila e impone alla band, a primavera inoltrata, qualche seduta di registrazione per un nuovo prodotto ufficiale. Il disco, pubblicato ancora una volta dalla Got to Hurry, presenta una scaletta ridotta a sei pezzi ma è di una bellezza spietata. I cinque brani firmati dalla band mettono in mostra un suono e un taglio vocale che sta leggermente degradando verso lidi più “europei”, con un occhio ai Pretty Things e l’altro alle vecchie band nord-europee. Rimanendo gracchiante e solcato come i mari del Nord dalle baleniere vichinghe, da un organo implacabile. In chiusura, una cover madornale di Hold Me Now dei Rumors strappata al primo volume di Highs in the Mid-Sixties e tirata per i capelli, lacera la pelle come diossina.

In Orbit conferma la caratura degli Stomachmouths che vengono contattati da un produttore televisivo per essere i protagonisti di una serie tv ispirata ai B-movies degli anni Sessanta ma non se ne farà nulla. In un ultimo show ad Amburgo gli Stomachmouths salgono sul palco per l’ultima volta, nell’autunno di quell’anno.

Un ultimo rigurgito gastrico e tutta la scena garage-punk svedese viene trascinata via da una colata di vomito verde.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

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Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

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Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE ROUTES – In This Perfect Hell (Groovie)  

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Che i Routes fossero diventati negli anni poco più che una “estensione” corporea del loro fondatore Christopher Jack era cosa facilmente intuibile seguendo i mutamenti di line-up di ogni loro disco, non stupisce più di tanto dunque trovare Chris completamente da solo non soltanto sulla (bellissima) copertina, ma pure tra i solchi di questo loro (suo?) quinto album, lasciando all’amico Jonathan Hillhouse il compito di sedersi alla batteria.

In This Perfect Hell esce a pochi mesi dalla ristampa del loro fenomenale debutto di dieci anni fa (Left My Mind, ristampato con l’aggiunta di un inedito per la Dead Beat di Cleveland), disco per cui spesi parole “incendiarie” che riconfermo per questo nuovo lavoro che dimostra forse un’urgenza più contenuta ma non per questo meno esplosiva. La press-sheet che tira fuori nomi come Spacemen 3, Guided by Voices, Fall o addirittura i Can per tratteggiare i perimetri dentro cui ruzzolano queste nuove dieci canzoni in realtà non trova vero riscontro fra i solchi che invece continuano a bruciare ottani di merda garage punk più “bastarda” che “imbastardita” se capite cosa intendo. Nessun astruso intellettualismo da semantica indie-rock appanna In This Perfect Hell anche se un brano come In Years Gone by Master potrebbe infiltrarsi agilmente nella playlist random di quanti nel loro Ipod nano tengono le canzoni di band “trasversali” come Allah-Las o Mystic Braves e non destare nessun sospetto. Salvo poi ritrovarsi dentro la schiuma di acetone di Peeling Face o il raglio di Worry, vicino alle demenze di inni teen-punk come Cry dei Malibus o Searchin’ degli Omens. E se è vero che qui come altrove è già stato detto tutto, un agile tuffo tra i riverberi non può che ritemprarci dal tedio di setacciare l’orizzonte aspettando che questo nuovo secolo ci porti una rivoluzione musicale da ricordare, e che non arriverà se non quando saremo troppo vecchi per poterne godere.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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