LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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THE STOMACHMOUTHS – In Orbit (Got to Hurry)  

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Agli inizi del 1987 l’epidemia europea per la febbre garage-punk raggiunge il suo culmine. Ogni piccolo club del Vecchio Continente ha il suo calendario di eventi dentro i quali, inevitabilmente, far esibire le stelle del movimento, che si tratti di scalcinate band locali o dei grossi nomi d’oltreoceano divenuti già leggenda.

Apice di questa pandemia è lo Psychorama, un tour itinerante che porta in giro per tutta l’Europa nomi come Creeps, Sick Rose, Fuzztones, Sting-Rays, Vietnam Veterans, Last Drive, What…For! e, ovviamente, gli Stomachmouths. Agghindata come Freddy and The Dreamers, la band svedese conquista tutto quel che c’è da conquistare, come fosse una flotta di panzer del Risiko!. Chi avesse frequentato lo Slego di Rimini in quegli anni potrà farvene testimonianza. Greg Shaw, fiutando la nuova gallina dalle uova d’oro, pubblica la solita vagonata di demo e discutibili tracce dal vivo vecchie di due anni per una pubblicazione che, grazie al marchio Voxx impresso in copertina, diventerà il disco più venduto della band, senza che questa ne avesse neppure autorizzato la pubblicazione. In tutta risposta però Stefan Kéry serra le fila e impone alla band, a primavera inoltrata, qualche seduta di registrazione per un nuovo prodotto ufficiale. Il disco, pubblicato ancora una volta dalla Got to Hurry, presenta una scaletta ridotta a sei pezzi ma è di una bellezza spietata. I cinque brani firmati dalla band mettono in mostra un suono e un taglio vocale che sta leggermente degradando verso lidi più “europei”, con un occhio ai Pretty Things e l’altro alle vecchie band nord-europee. Rimanendo gracchiante e solcato come i mari del Nord dalle baleniere vichinghe, da un organo implacabile. In chiusura, una cover madornale di Hold Me Now dei Rumors strappata al primo volume di High in the Mid-Sixties e tirata per i capelli, lacera la pelle come diossina.

In Orbit conferma la caratura degli Stomachmouths che vengono contattati da un produttore televisivo per essere i protagonisti di una serie tv ispirata ai B-movies degli anni Sessanta ma non se ne farà nulla. In un ultimo show ad Amburgo gli Stomachmouths salgono sul palco per l’ultima volta, nell’autunno di quell’anno.

Un ultimo rigurgito gastrico e tutta la scena garage-punk svedese viene trascinata via da una colata di vomito verde.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

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Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

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Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE ROUTES – In This Perfect Hell (Groovie)  

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Che i Routes fossero diventati negli anni poco più che una “estensione” corporea del loro fondatore Christopher Jack era cosa facilmente intuibile seguendo i mutamenti di line-up di ogni loro disco, non stupisce più di tanto dunque trovare Chris completamente da solo non soltanto sulla (bellissima) copertina, ma pure tra i solchi di questo loro (suo?) quinto album, lasciando all’amico Jonathan Hillhouse il compito di sedersi alla batteria.

In This Perfect Hell esce a pochi mesi dalla ristampa del loro fenomenale debutto di dieci anni fa (Left My Mind, ristampato con l’aggiunta di un inedito per la Dead Beat di Cleveland), disco per cui spesi parole “incendiarie” che riconfermo per questo nuovo lavoro che dimostra forse un’urgenza più contenuta ma non per questo meno esplosiva. La press-sheet che tira fuori nomi come Spacemen 3, Guided by Voices, Fall o addirittura i Can per tratteggiare i perimetri dentro cui ruzzolano queste nuove dieci canzoni in realtà non trova vero riscontro fra i solchi che invece continuano a bruciare ottani di merda garage punk più “bastarda” che “imbastardita” se capite cosa intendo. Nessun astruso intellettualismo da semantica indie-rock appanna In This Perfect Hell anche se un brano come In Years Gone by Master potrebbe infiltrarsi agilmente nella playlist random di quanti nel loro Ipod nano tengono le canzoni di band “trasversali” come Allah-Las o Mystic Braves e non destare nessun sospetto. Salvo poi ritrovarsi dentro la schiuma di acetone di Peeling Face o il raglio di Worry, vicino alle demenze di inni teen-punk come Cry dei Malibus o Searchin’ degli Omens. E se è vero che qui come altrove è già stato detto tutto, un agile tuffo tra i riverberi non può che ritemprarci dal tedio di setacciare l’orizzonte aspettando che questo nuovo secolo ci porti una rivoluzione musicale da ricordare, e che non arriverà se non quando saremo troppo vecchi per poterne godere.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BACKDOOR MEN – Södra Esplanaden #4 (Dolores Recordings)

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Diciamo che se siete tutto quello che paventate di essere (scavafosse, sixties-maniaci e quant’altro) la sezione storicamente più interessante di questa raccolta è quella immediatamente successiva alla stringata scaletta dei due singoli e mezzo pubblicati dai Backdoor Men durante la loro attività e che, sempre se siete ciò che dichiarate e io non ho alcun motivo per dubitarne, dovreste conoscere come l’ABC.

Si tratta infatti delle prime registrazioni della band svedese, ovvero quelle risalenti al periodo “mod” antecedente alla svolta folk/punk e garage che li avrebbe portati a incidere gemme come Magic Girl e, sul versante più selvaggio, l’insuperata bellezza di Out of My Mind, quando i Backdoor Men si chiamavano ancora Pow e giravano i locali della città muovendosi sulle Vespe portando in dono l’oro dei Jam, l’incenso dei Lambrettas e la mirra dei Merton Parkas.

Erano i primissimi anni Ottanta e i Pow erano l’unica mod-band della Svezia. Pionieri di un’estetica ricca di fascino. Come sarebbe stato pochi anni dopo per i Backdoor Men. Pionieri anch’essi, ancora una volta. 

Södra Esplanaden racconta, in musica e nel bel libretto a corredo, la trasformazione dei Pow in Backdoor Men e da questi nei più fortunati (molto più fortunati) Creeps. Non c’è invece alcuna traccia dei brani che il quartetto pare stesse elaborando per l’album d’esordio che doveva essere partorito nel reparto neonatologia dell’Electric Eye di Pavia.

Ed è un vero peccato.

Che saremmo stati felici e onorati di conoscere quello di cui la storia ci ha privati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Back from the Grave #1 (Crypt)  

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Quando Back from the Grave arriva nei negozi, Greg Shaw ha già pubblicato una decina delle sue Pebbles, le Mindrocker, Glimpses e Boulders hanno già iniziato a spargere i loro semi e le storiche Nuggets di Lenny Kaye, al decimo anniversario, si apprestano a diventare nelle officine della Rhino Records una collezione praticamente infinita. Eppure, quando Tim Warren dà il via alla sua “saga” mettendo in fila in maniera del tutto arbitraria una dozzina dei singoli che ha iniziato a collezionare dopo essersi stufato del punk e che si limita a “masterizzare” direttamente dal suo piatto, non sa ancora che sta per inaugurare non una semplice, ennesima collana di vecchia roba andata a male ma diffondendo una vera e propria filosofia di vita: riportare alla luce i cocci della rock ‘n roll culture pre-Sgt. Pepper’s e sotterrare tutto (o gran parte di) quel che è venuto dopo. Nessuno spazio per melense canzoncine d’amore ne’ discutibili e spesso noiosissime parate psichedeliche per ottoni, tablas e nastri rovesciati.

Nessun tappeto volante si alza da queste gracchianti e sgraziate canzoni pescate alla rinfusa dalle casse della sua “cripta” di Brooklyn dove vive senza cucina e senza doccia ma sommerso dai vinili. Solo canzoni senza futuro o, quando le abilità sono ancora al di sotto dello zero approssimato per eccesso in cui le band eccellono, un “taglio” da pusher senza scrupoli su robaccia altrui (da Jack the Ripper a Psycho, da The Bag I’m In alla The Witch dei Sonics suonata in incognito dai Lyres nei primi 500 esemplari e poi scomparsa dalla faccia della terra come una vera strega). Fuori dalla cantina malmessa di Mr. Warren il mondo si sega e si accarezza il clitoride con i poster di Duran Duran e Bananarama. Ma il vero odore di sesso resta intrappolato dentro le sue quattro mura e dentro queste due facciate.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE UNCLAIMED – (I Wish It Could Be) 1966 Again

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California, 1980: un sette pollici accreditato ad una nuova band di Los Angeles segna ufficialmente l’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta.

Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watch Band, Syndicate of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. omonimo degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train for Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians, NdLYS), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi.

Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne.

                                                                                 

Sheldon “Shelley” Ganz è il teoreta della scena neo-garage dei primi anni Ottanta.

Un monaco buddista che si chiude in casa a guardare vecchie pellicole, ascoltare i dischi dei Music Machine, rimettere a posto la sua collezione di vecchi ampli Vox e scrivere lettere datate 1966.

Ganz non è uno che gioca con gli anni Sessanta. Ganz è uno che vive dentro una macchina del tempo che però diventerà presto la sua gabbia.

Non ha motivo di credere in un ritorno della musica garage e beat, perché lui non ha mai messo fuori il naso dai dischi degli Standells o dei Count Five.

Per lui non esistono altre musiche possibili.

Perché dovrebbero tornare, se in realtà non sono mai andate via?

Gli Unclaimed, l’unica concessione che si regala quando esce fuori da quella cella arredata come il Cavern, non hanno vita facile.

Strana storia quella degli Unclaimed, sempre al posto giusto ma nel momento sbagliato. Sempre in anticipo o in ritardo sui tempi.

Quando esce il loro primo mini album si sono già sciolti e riformati con una line-up totalmente rinnovata tranne che per Shelley e il batterista Matthew Roberts che lo segue ancora per un po’. Ma non per molto.

Per l’album vero e proprio occorrerà attendere altri dieci anni. E a quel punto gli Unclaimed non saranno più gli Unclaimed ma Attila and The Huns.

E, a voler essere pignoli, quando esce Under the Bodhi Tree anch’essi si sono sciolti da cinque anni.

Shelley Ganz è, ovviamente, Attila.

Gli unni sono Lee Joseph, Dan Valente, Sylvia Juncosa e Scott Forer.

L’esplosione neo-garage li toccherà solo di striscio. Perché quando escono fuori la scena non esiste ancora. E quando tornano a pubblicare l’esplosione è già bella che evaporata. E loro pure.

Ma nonostante tutto, gli Unclaimed rappresentano l’incarnazione stessa di un’etica, di una filosofia, di una concezione della musica.

Le sei tracce di Primordial OOZE Flavored sono caramelle imbevute negli zuccheri dell’era Nuggets, orgogliose di cedersi alle lusinghe del nostro palato tra un tartufo nero dei Music Machine e una delizia alla fragola degli Standells, piccole arnie dove vanno a riposarsi le api orerose del beat perduto degli anni Sessanta, lasciando colare il loro miele dopo aver succhiato il nettare dai fiori della Sunset Strip e del Silver Strand di San Diego. Sei canzoni figlie della demenza dei Monks, del folk gotico di Sean Bonniwell e delle goffe canzoncine da film degli anni Sessanta (in questo caso a essere razziata è la Baby Elephant Walk scritta da Mancini per Hatari!, NdLYS). Roba che allora da molti fu diagnosticata come un’anomalia cromosomica da trisomia 21 e che invece avrebbe dato il via alla più grande guerra di restaurazione del dopo-punk.  Fate voi.

 

 

Nel 1987, nel bel mezzo del tour che dovrebbe permettere ai fan europei di toccare con mano il mito Unclaimed, Shelly Ganz gira i tacchi e se ne torna a Los Angeles, lasciando a Lee Joseph l’onere di giustificare la cosa ai promoter di mezza Europa e, laddove le date vengano confermate nonostante la pesante defezione, di tenere in piedi lo spettacolo della band. Il buon Joseph ci rimetterà un sacco di quattrini, ovviamente.

Oltre che la faccia.

Per cercare di salvare almeno i primi, l’anno successivo pubblica sulla sua etichetta un disco dal vivo che documenta sommariamente quello che in ogni caso è destinato a diventare un tour storico, essendo l’ultimo degli Unclaimed che, orfani di Ganz (finito a suonare estemporaneamente, assieme a tanti reduci ormai quasi fuori mercato della scena Paisley, alla corte del faraone Sky Saxon, NdLYS).

Assieme agli Unclaimed, in quel tour, ci sono i Fourgiven con i quali Shelly Ganz tornerà a far combutta quando, quasi trent’anni dopo, deciderà di rimettere in piedi la sigla Unclaimed per “vedere l’effetto che fa”. Su disco presentano cinque pezzi ognuno (che diventano sei nell’edizione limitata con 7” allegato). A scaldare il pubblico, come durante la tournèe, un Lee Joseph in solitario a cantare in acustico qualche pezzo degli Stooges, degli Elevators o di qualche pupillo della sua etichetta, che continuerà a vendere il disco negli anni a prezzi onestissimi.

Quei dieci dollari Rock and Hard Rolls li vale tutti.

Magari non molti di più, per quel sapore di occasione mancata che si porta dietro e per non lasciarci annusare nulla di quello che gli Unclaimed hanno in cantiere pescando giocoforza nel grosso cilindro di cover che la band tiene invece giù in cantina.

Però è qui, in questo Ottobre del 1987 in cui muoiono gli Unclaimed, mentre là fuori band come Chesterfield Kings, Miracle Workers, Fuzztones, Morlocks, Creeps, Sick Rose cambiano pelle, che il neogarage degli anni Ottanta affigge ai muri il manifesto  di avvenuto decesso.  

Dopo più di quattro anni da quel triste epilogo viene annunciata l’uscita del tanto sospirato secondo album degli Unclaimed, presentato a pubblico e stampa con documenti falsi. Un disco che, prima che venga messo a girare sul piatto, accende piccoli lampi di scetticismo da parte dei fans che lo stesso Ganz ha educato al purismo più severo.       

                                                                          

La prima cosa che puzzava di marcio era che avessero cambiato nome: gli Unclaimed diventavano gli Unni e Attila il loro tiranno.

La seconda era che il loro disco usciva con quindici pezzi su CD e tredici soltanto su vinile. Orfano quindi, e non di due pezzi minori ma di una cosa assolutamente pregevole come It‘s Raining Now e lo stravagante surf di The Gull. Del resto niente è prescindibile degli Unclaimed, è quindi è un doppio sfregio.

Ma come, caro Shelly (Ganz, Kidd o come diavolo vuoi farti chiamare), vivi chiuso nella tua gabbia dorata rinnovando il culto perpetuo degli anni Sessanta, aborrisci la tecnologia e decidi di delegittimare il vinile?

La terza cosa era la copertina decisamente orribile.

La quarta, il nome di Lee Joseph scritto a rovescio.

Niente di satanico ma comunque un presagio di sventura.

Però chi se ne frega. Quando esce Under the Bodhi Tree, dopo cinque lunghi anni di attesa, gli Unni sono già polverizzati, come i loro antenati nei pressi del fiume Nedao più di un secolo e mezzo prima.

Uccisi da loro stessi, stavolta.

Divorati dal loro stesso capitano.

Il Capitano Shelley e il suo vice Joseph torneranno, nuovamente sotto la vecchia bandiera, a calcare il palcoscenico venti anni più tardi, assieme ai nuovi ingaggi di Dave Drewry e Dave Provost (degli altrettanto leggendari e misconosciuti Droogs), rubati momentaneamente alla band di Russ Tolman.

Questo album resta quindi a testamento discografico della più enigmatica garage band degli anni Ottanta, in grado di mettere su un circo dove uno psicotico beat come Hard to Find riesce a convivere fianco a fianco con gli arabeschi sognanti di Well It‘s True, i serpenti a sonagli di The Creep con l’eccezionale cavalcata country di Bodhi Tree, il gentile scampanellio di Betty Crooper con il passo ciclopico di Valley of the Giants, la copia carbone di Teeny Bopper, Teeny Bopper  con la mortifera Haunted. Un disco totalmente avvolto nelle maglie degli anni Sessanta (il dark-folk dei Music Machine, la musica strumentale e cinematografica, la cruda energia dei Count Five, il suono ribelle degli Standells, il jangle-beat dei Syndicate of Sound, il punk psichedelico della Chocolate Watch Band) ma capace di sprigionare un aroma tutto suo, l’aroma della più stilosa retro-band di tutto l’underground garage.

 

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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