THE CREATION FACTORY! – The Creation Factory! (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory!. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory! da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE THINGLERS – The Thinglers (Area Pirata) / BARMUDAS – Rock the Barmudas (Area Pirata) / BRIAN JAMES – Too Hot to Pop (Easy Action) / LOVELAND – Strange Charms/Web of Sound (Hound Gawd!)

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Basterebbero i nomi di Ugly e Vetriolo per far rizzare i capelli, sempre che siano rimasti, ai cultori del neo-garage italiano. Rispettivamente organista e vocalist dei Woody Peakers di Pordenone, sono i due veterani reclutati tra le fila di questa nuova meraviglia chiamata The Thinglers, al debutto assoluto sotto l’egida dell’Area Pirata. Il loro EP d’esordio è urticante come una lastra di ghisa esposta alla fiamma viva. Favolose le cover di Hangin’ Out dei texani Blox e di Come On degli australiani Atlantics che aprono le due facciate come tesissimi fil di ferro che ci riportano al cuore delle teen-bands degli anni Sessanta. Dei due pezzi originali a spiccare è la breve, spasmodica Without You che dice in soli due minuti tutto quello che tante band provano a dire parlandosi addosso per tre quarti d’ora.    

Altro debutto assoluto è quello dei Barmudas, naturalizzati toscani che viaggiano dentro un turpe suono da glam-rock proletario. Immaginate il rock ‘n’ roll delle New York Dolls privato di ogni piuma e ripulito da ogni lustrino e suonato per camionisti e bikers invece che per i vip dei locali underground. Il suono è asciutto e povero: una chitarra, un basso, una batteria e una voce. Non ci sono seconde chitarre o tastierine a sistemare il make-up. Perché qui, come dicevo, di trucchi non ce ne sono e non ce ne servono.

Colpito dalla morte di Chuck Berry, Brian James ha pensato che fosse il caso di pagare omaggio al Maestro incidendo una sua canzone. Il pezzo scelto è Around & Around, la prima delle quattro canzoni di quello che, una volta in studio, è diventato un tributo non solo a Berry ma ad alcuni dei suoi “vizi” preferiti dall’ex-Damned negli anni in cui decide che imparare a suonare la chitarra avrebbe in qualche modo potuto salvargli la vita. Ecco così arrivare Long Tall Shorty, Route 66 e Livin’ Doll a tenere compagnia ad Around & Around che, alla fine dei giochi, si rivela la cover più debole del lotto. Se la conclusiva versione di Livin’ Doll di Cliff Richard è risolta come una sorta di ballata da dublinesi ubriachi, i restanti tre brani suonano piuttosto come un omaggio ai Dr. Feelgood: un tronco d’albero su cui sono incisi con un temperino i nomi sacri del rock ‘n’ roll.

Tornata tra i ranghi dei Fuzztones dopo l’impegnativo ruolo di mamma seguito alla nascita di Twila May Protrudi, Lana Loveland trova il tempo per registrare anche un paio di canzoni (preludio, pare, ad un nuovo album) con la band di cui è titolare e che vede il marito Rudi impegnato nel ruolo di bassista e il fido Lenny Slivar in quello di chitarrista. Strange Charms e Web of Sound giocano sugli assi fuzztonesiani della psichedelia un po’ macabra che è tanto cara alle due band con spruzzate di organo Farfisa e di fuzz-guitars ad imbrattare tutto, ben sapendo che è là dentro che voi andrete a frugare, non potendo frugare tra le mutandine della Sig.ra Protrudi.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TH’ LOSIN STREAKS – This Band Will Self-Destruct in T-Minus (Slovenly)  

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E chi ci sperava più in un nuovo disco dei Losin Streaks? Sono passati quasi quindici anni da quella che sembrava l’unica eiaculazione della band di Sacramento. Un tempo infinito.

Eppure, a sorpresa, ecco qui il seguito a quel debutto che a quello non ha nulla da invidiare.

Pezzi come Genevieve, My Disease, Too Late, (This Man Will Self-Destruct in) T-Minus, Order of the Day, You Can’t Keep a Good Man Down dei Jagged Edge, Trouble You Find con le loro spavalde pennate alla Pete Townshend sotto anfetamina ci scuotono dal torpore autunnale come sferze di legno sui rami.

Garage-sound tossico e arrogante.

Progenie malata del teen-punk più veemente e debosciato, i Losin Streaks sono tornati per farvi tremare le pareti di casa e far stramazzare al suolo la vostra collezione di dischi post-rock che attecchiscono come funghi sui vostri scaffali.

È meglio vi mettiate col culo addossato al muro, nel tentativo di salvare loro e voi medesimi.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE FREAKS OF NATURE – 17 Way-Out Punkers for the Lost Generation! (Related)

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Se i post su Facebook sono il termometro, i Freaks of Nature godono ancora oggi dello status di cult-band anche fra i cultori del garage-sound più sfegatati, perlomeno qui in Italia. Del resto, vista l’assenza di riviste di settore ed essendo assenti su Youtube e su Spotify, la cosa non mi stupisce. Stessa sorte toccò anni fa agli Oh No’s, del cui disco credo si trovi in rete e su carta solo la mia recensione, peraltro breve come volle all’epoca il direttore di una rivista che paventava amore incondizionato per il garage-punk e che invece subiva le angherie di chi voleva l’indie rock al potere.    

Venuti fuori da Phoenix ormai cinque anni fa e con un album all’attivo (qui incluso per intero assieme a tutti i brani dei due singoli eccetto uno), i Freaks of Nature sono fedeli alla linea del più selvaggio garage-punk marchiato Back from the Grave. Roba che anche sul supporto digitale, suona come una merda troglodita registrata ai Sound Ideas o ai Pharaoh Records Studio da band come Alarm Clocks e Zakary Thaks mentre i genitori erano in vacanza.

Dalle cover di It’s a Cryin’ Shame, Now You Say We’re Through, Don’t Blow Your Mind e Can’t Tame Me giù fino a Paula (dedicata ovviamente alla Pierce delle Pandoras), Make Me Cry, gli effluvi Diddleyani di What’s the Use?, la demenza gruesomesiana di Hurtin’, gli Yardbirds spennati e chioccianti di Wonder Why, i Freaks of Nature riportano il garage-punk nella fossa.

Armatevi di pala.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

WILD EVEL AND THE TRASHBONES – Tales from the Cave (Wohnzimmer)  

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Dietro l’etichetta di Neanderthal Punk che campeggia sul loro album di debutto si nasconde la migliore garage band austriaca dei nostri giorni, erede naturale di quegli Staggers da cui proviene Wild Evel, adesso attorniato da una band di giovanissimi degenerati che si fanno chiamare Trashbones.

Tales from the Cave è garage-punk sfrontato, come lo immaginereste suonato da un gruppo prossimo alla seminfermità mentale. Urla primordiali, armonica che sfrega come la testa di un cerino su una striscia di carta vetrata, basilari accordi di organo e chitarre sbrindellate. Un autentico campo di mine antiuomo dentro il quale non è possibile camminare senza saltare in aria.

Wild Evel and The Trashbones sono qui per rinnovare la tradizione perversa di band come Stomachmouths, Primates, Gruesomes, Mighty Caesars, Cannibals. Quella delle clave e delle pellicce cucite con gli aghi di silicio. Niente alta sartoria qui dentro, per quella rivolgetevi ai franchising delle multinazionali.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE 16 EYES – Look (Area Pirata)  

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Se non sapete chi sia Orin Portnoy avete sbagliato tutto: disco, recensione e anche vita.

In ogni caso non sarò io a spiegarvelo.

Oggi, Orin è il basso che sentire venir giù come da un disco dei Q65 dentro questo album qui. Che è il mio disco dell’Estate e con molta probabilità anche uno di quelli delle prossime stagioni. Loro sono in quattro e hanno 16 occhi. E manco ci interessa sapere perché. Quello che ci interessa è che abbiano messo su un lavoro come Look, un lungo budello di bisonte dentro cui vengono pressati garage-punk ed esplosivo beat alla Who/Birds. Ricordano vagamente gli Event, meteora mod della San Diego degli anni Ottanta, ma il loro suono è più forsennato e sciolto, meno composto. Definitivamente più spietato.

L’album nel suo insieme è uno scrigno di piccole meraviglie. Stupid Little Girl, Don’t You Know, Leavin’ Here, Know Know, Gotta Go-Go, Dead Blow Hammer, Bad Old Days, Anyway, Your Advice. A voi scegliere quale indossare per prima.

Tanto, se masticate di questa roba, vi staranno bene tutte. Davvero.

Non necessita neppure abbiate uno specchio.

Fidatevi del mio istinto e del vostro impeto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DMZ – DMZ (Sire)

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Un gruppo punk con un organo Vox.

Un gruppo punk che suona i Sonics, i Wailers, i 13th Floor Elevators e i Troggs, pure.

Se c’è insomma una band che più di tutte può assurgere a snodo fra il punk del ’77 e l’inaspettata esplosione neo-garage dei primi anni Ottanta, questa band sono i DMZ. L’uomo dentro l’una e l’altra cosa si chiama Jeff Conolly, un appassionato collezionista di vecchi sette pollici garage/beat preferibilmente incisi in mono (da cui mutuerà il nick con cui passerà alla storia), preferibilmente incisi male, preferibilmente incisi e mai comprati da nessuno se non da qualche fanatico. Quando Jeff si unisce agli altri, nella band ci sono ancora David Robinson in transito dai Modern Lovers ai Cars e Mike Lewis. Ma è quando i loro posti vengono rilevati da Paul Murphy e Rick Coraccio della Children R&R Band che l’avventura dei DMZ ha veramente inizio. Allestito un repertorio da brivido, la band tira su i pezzi per un EP (ricordate la famosissima foto di Greg Shaw con in mano un 45giri targato Bomp!?, ecco…è quello lì, NdLYS) e per un album la cui produzione viene affidata a Flo&Eddie, gli ex-Turtles diventati coristi di lusso per T. Rex, Steely Dan ed Alice Cooper che, chissà perché, in quel periodo vogliono sporcarsi le mani col punk.

E si sporcano. Ma non quanto dovrebbero.

Perché DMZ, che resta un album di quelli che se li tiri su per l’ano il culetto possono spaccartelo per davvero, e il suo tripudio di chitarre e riff stoogesiani (chiedete ai Monster Magnet a proposito di Busy Man e Don’t Jump Me Mother) punte dal fischio dell’organo di Conolly viene in parte “soffocato” da una produzione che invece tende a posizionare basso e batteria un passo davanti al ferroso delirio rock ‘n roll che ricorda invece una versione esacerbata e marcia dell’”american-beat” dei Fleshtones. Ma nonostante questo e malgrado Greg Shaw avrebbe puntato più di una volta il dito sul lavoro di produzione, l’album dei DMZ resta un disco incredibile, una delle pietre fondanti di tutto il recupero neo-sixties che dilagherà a breve e di cui essi stessi, sotto il nuovo moniker Lyres, saranno fra i protagonisti più sinceri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BASEMENTS – I’m Dead (Lost in Tyme)  

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A dispetto alla facilità di linguaggio non sono poi tantissime le garage band di ultima generazione che ti fulminano al primo ascolto, soprattutto se sei cresciuto ascoltando autentici animali paleolitici come Gruesomes, Tell-Tale Hearts, Wylde Mammoths, Gravedigger V o Untold Fables. I giovanissimi Basements, da Salonicco, possono a tutti gli effetti appartenere a questa striminzita categoria. I’m Dead è un esordio davvero strepitoso, una tanica del miglior carburante sixties-punk che va ad alimentare un motore a cinque tempi d’assalto.

Un pezzo come l’iniziale Wrong, strapazzata dall’armonica e dai singhiozzi di una chitarra in pieno spasmo yardbirdsiano, obbliga già ad una resa immediata e assoluta. La zoppicante Wiseman che segue a ruota sposta e modera i toni ma già la successiva What’s Going On torna a quel suono pieno di riverberi cavernosi che fu tipico dei Wylde Mammoths.

Al più classico neogarage si rifanno pezzi come She Put Me Down, la criptica I Wanna Come Back e il giro optical di I Don’t Want You No More mentre Go Away chiude il tutto con un assatanato jungle-beat alla Bo Diddley da antologia.     

I’m Dead candida i Basements tra le migliori garage-band del nuovo decennio e voi al podio dei fessi, se ve lo fate scappare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ROUTES – Dirty Needles and Pins (Greenway)  

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Due posti sullo scaffale per i Routes quest’anno.

Dirty Needles and Pins esce infatti a soli sette mesi dal precedente, ottimo In This Perfect Hell. E ne rincara la dose. Spalmate su quindici minuti per facciata, le otto tracce del sesto album di Chris Jack mostrano due angolature diverse per avvicinarsi alla sua musica.  

Chi volesse sturarsi le orecchie col classico beat-punk può tranquillamente usare le punte per trapano di You’ll See, Ego a Go-Go, I Ain’t Convinced, Somebody’s Child e Dysphoria, classico viaggio a ritroso nel tempo fra i solchi ormai piallati dei vecchi 45 giri di classico pre-punk degli anni Sessanta e delle band che, armate di fuzz e chincaglieria vintage, ne replicarono le gesta un ventennio dopo.

Ad occupare invece la seconda facciata i tre pezzi più lunghi mai incisi dai Routes, il che vi lascia già intuire che ci troviamo su un universo parallelo dove il suono si sgrana e gli “aghi” si polarizzano su traiettorie psichedeliche di chiara ascendenza texana, pur rimanendo ancora in uno stato embrionale e trasmettendo un vago senso di incompiutezza che non ce le fa preferire alle asciutte garage-songs da tre minuti di cui i Routes sono ormai da un decennio tondo tondo maestri assoluti.

Probabile presagio di nuovi approdi in altre terre finora solo lambite, il sesto disco della band anglo/nipponica ci crogiola ancora a fiamma viva, disperdendo le nostre ceneri tra le polveri sottili del cielo giapponese.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro