RAINY DAY – Rainy Day (Llama)  

0

Ralph Burns Kellog, l’ex-tastierista dei Blue Cheer che aveva lavorato sul disco di debutto dei Rain Parade, viene coinvolto anche come musicista in quello che il nuovo estemporaneo progetto di David Roback: un collettivo aperto che su disco viene cristallizzato con la presenza di Susanna Hoffs e Vicki Peterson delle Bangles, Michael Quercio dei Three O’Clock, Kendra Smith, Karl Precoda e Dennis Duck dei Dream Syndicate e naturalmente i Rain Parade al completo.

Un disco dove alcune star della scena Paisley sono protagoniste di un disco che con la psichedelia acida ha nulla a che fare: Rainy Day è difatti un album folk quasi pastorale, percorso da una mestizia che raggiunge l’apice in una Holocaust in cui soffia tutto il vento gelido che il titolo dei Big Star lasciava intendere.  

Sono cover fragilissime che attraversano la carne come piccole schegge di vetro, quelle dei Rainy Day. Schegge di vetro che sono frammenti di sogni infranti.  

Canzoni che ti fanno sentire nudo ed esposto alle intemperie, anche e soprattutto quelle dell’anima. Fino a che non sei pronto a lasciarti bagnare dalla tiepida pioggia acida di Rainy Day, Dream Away che inzuppò di lacrime psichedeliche le venti donne nude di Hendrix.

E che adesso bagna noi.   

                                       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

Annunci

JAMIROQUAI – Travelling Without Moving (Columbia)  

0

Sono uno che i tormentoni se li sceglie da sé. E appena comincia la bella stagione, per evitare che me la imbruttiscano con gli equivalenti musicali dei cinepanettoni, mi carico il lettore cd dell’auto (che non é neppure lontanamente paragonabile alle vetture di lusso collezionate da Jay Kay, NdLYS) coi dischi dei Jamiroquai. Che sono uno di quei gruppi con l’estate dentro, come i pomodori pachino.

Una schiuma lattiginosa di funk, acid-jazz, R&B, disco.

Una vacanza metà aborigena, metà stellare.

Travelling Without Moving è il disco che traghetta il gruppo verso i dancefloor mondiali, in virtù di pezzi pulsanti e goderecci come High Times, Alright, Virtual Insanity, Cosmic Girl, You Are My Love dove le dita di Toby Smith sul piano Rhodes e sul Moog saltano come la rana dell’omonimo videogioco, attraversando le strade ingombre del basso sublime di Stuart Zender e saltando sui tronchi galleggianti di fiati e percussioni sui quali il folletto Jay Kay si muove indossando un cappello rubato ad Afrika Bambaataa.

Se venite dalle finezze loro primi album vi sembrerà tutto un po’ volgare.

Se invece venite da quei tormentoni che sanno di buffet Valtur andato a male cui alludevo in apertura, vi sembrerà di avere davanti un’autentica orchestra-spettacolo come quelle dei Tower of Power, dei Parliament, della Sunshine Band o dei Fania All Stars oppure con un po’ di immaginazione sci-fi potreste immaginare di sfilare i caschi ai Daft Punk e, con vostra gran sorpresa, di trovarci sotto Curtis Mayfield e Wayne Casey.

Ma se non venite da nessuna parte perché non vi piace muovervi potreste viaggiare lo stesso, come suggerisce il titolo.

E magari non corro il rischio di incontrarvi agli incroci.

Franco “Lys” Dimauro

IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

2

Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbling Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK MOUNTAIN – Destroyer (Jagjaguwar)  

0

Va be’, l’amplificatore gigante lo avevamo già visto. Lo accendi, le valvole riscaldano e al primo accordo vieni investito da uno tsunami di watt. Insomma, si prevedono grandi volumi. E fin qui niente di nuovo.

Ma io che sono ormai lupo di vecchio pelo so anche che spesso le cose grandi, oltre a dare piacere (ci siamo capiti), sono utili altrettanto spesso per nascondere qualcosa. In genere qualche magagna.

Dunque non è che mi basta vedere un amplificatore gigante sugli scogli per essere ben disposto. Ma neppure per avere pregiudizi negativi, è giusto dirlo.

Destroyer tiene fede a quell’immagine. Nel senso che i volumi altissimi ci sono, eccome se ci sono. Talmente forti da spezzare quasi in due Horns Arising ad esempio, in cui il contrasto tra distorsioni assordanti e spazio acustico crea una depressione quasi geologica. La sorpresa è che il vento più forte è tuttavia quello soffiato delle tastiere in odore di space-rock e prog, rivelandoci che “nascosti” dietro l’amplificatore ci sono gli Yes e i Tangerine Dream.  

Idee vetuste come quelle di cui sono saturi pezzi come FD’72, Pretty Little Lazies, High Rise, spesso protratte anche oltre il limite che le bombole di ossigeno (nostre e loro) consentono, non giocano a loro favore e infine Destroyer si spegne generando più sbadigli che urla.

Spostate quell’amplificatore da lì, che si bagna.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE WARLOCKS – Mean Machine Music (Cleopatra)  

0

Continuano un po’ a guardare le loro scarpe e un po’ il cielo i Warlocks, in questo loro ennesimo ciclone shoegaze che dalla California si abbatte sul nostro continente. Rappresentato graficamente dall’italiana Laura Gamba della Lagoonar, Mean Machine Music è il disco dove le influenze “nascoste” e di cui mi pregio ancora oggi di essere stato il primo ad individuare dieci anni fa, quando scrivevo per una rivista che da lì a poco sarebbe passata dalle mani di Rockerduck a quelle di Paperon de’ Paperoni e che comunque potete recuperare sul mio blog (https://reverendolys.wordpress.com/2014/04/23/the-warlocks-heavy-deavy-skull-lover-tee-pee/), emergono con nitidezza lampante e dichiarata: Mogwai, My Bloody Valentine, Oneida, Velvet Underground, il Cope psichedelico, i Radiohead sperimentali, space-rock, shoegaze e musica krauta, permettendosi di dare una doppia lettura (una dominata dalle chitarre, un’altra dalle macchine) delle quattro canzoni che lo compongono (una quinta è un omaggio strumentale agli Hawkwind senza infamia e senza lode).

Nel complesso meno asfittico rispetto ai primi dischi, il suono dei Warlocks continua ad essere un’esperienza “ad immersione” dentro una colata cementizia di effluvi psichedelici assordanti e stranianti che certo oggi fanno meno paura ma non meno male.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ACHILLE LAURO – 1969 (Sony Music)  

0

Achille Lauro è in fuga dalla trap.

E mentre Sferaebbasta si proclama rockstar senza spostarsi dall’asse che passa esattamente per il centro del suo egocentrismo, Achille Lauro gioca a fare la rockstar per davvero, andando a scomodare un anno-chiave come il 1969 e infilando in copertina alcune icone di cui la metà in realtà al 1969 non ci arrivò neppure. Gente morta alla cui porta Achille Lauro può bussare tranquillamente senza temere che la stessa gli venga sbattuta sul muso, come si fa con gli ospiti indesiderati.

In realtà Achille Lauro non rivendica nessuna appartenenza ad un mondo di cui conosce veramente poco e che non gli interessa esplorare e comprendere fino in fondo, limitandosi a sfruttarne i cliché e finendo per suonare, su Rolls Royce, Cadillac, 1969 e Delinquente (ovvero le tracce assimilabili all’apparato rock) come una sorta di innesto tra il Vasco Rossi dei primi anni Ottanta (quello celebrato, prima di scoprire Gandhi e Siddharta, anche da Jovanotti) e i Prozac+. Chitarre che tornano a colpire solo perché colgono di sorpresa una generazione che le disconosce, cresciuta a bip elettronici e suoni digitali, rivoluzionarie solo nella misura in cui si riappropriano di un codice musicale che per i giovani è quasi del tutto sconosciuto, sposandolo a dei testi che invece risulteranno scandalosi a chi le chitarre le conosce ma prova fastidio quando si parla in maniera sfacciata di droga, sesso e soldi. Puntando lo stesso dito che i loro genitori usarono per additare Vasco Rossi.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso ne’ tantomeno di rivoluzionario. Ma trovo Achille un personaggio da cabaret, divertente, colorato, sopra le righe, quasi un Alighiero Noschese del rock ‘n’ roll, con delle idee che non sono originali ne’ grandiose, ma che però funzionano soprattutto nella breve distanza. E lui, essendone cosciente, non va oltre la mezz’ora di durata (molti suoi detrattori che lo accusano di essere un impasticcato, a letto non potrebbero reggere quei tempi se non usando analogamente qualche pasticchetta, NdLYS). Che è un po’ come mezz’ora in un privé: attracchi qualcuno da cui non sai cosa aspettarti, gustandoti l’effimero piacere dell’ignoto e dopo ti rendi conto che il meglio lo hai lasciato a casa. A letto o sullo stereo. Ma comunque a casa.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MAD SEASON – Above (Columbia)  

0

Lei si chiama Demri Lara Parrott. Ha il cognome di un pappagallo ma quando si poggia sulla spalla di Layne Staley si trasforma in una scimmia.

Lui, il ragazzo con la scimmia sulla spalla, è il cantante di una delle formazioni di punta della scena grunge.

Sono ritratti uno accanto all’altro, in questo disegno che di Staley porta la firma e in cui l’amore assume i contorni di un presagio diabolico che condurrà i due protagonisti sull’orlo di un baratro da cui nessuno dei due uscirà con i propri piedi.

Il disegno viene scelto come copertina di Above, l’unico album di quello che sembra l’ennesimo supergruppo grunge e che invece (e la copertina è lì a dimostrarlo) è il disco in cui Staley indossa il costume di Batman e vola sullo Space Needle di Seattle, a governare la sua città come fosse Gotham.

Dall’alto.

Above, appunto.

Qualche mese dopo, quando si presenterà negli studi di MTV per registrare il set unplugged dei suoi Alice in Chains, sarà vestito proprio così: completamente in nero, occhiali e guanti compresi. C’è pure il mantello. Che è il solito mantello da scimmia che sul disco che ne verrà pubblicato non si nota, ma sul video si vede eccome.

Con lui nei Mad Season ci sono Mike McCready dei Pearl Jam, John Saunders dei Walkabouts, Mark Lanegan e Barrett Martin degli Screaming Trees. Tutta gente che le scimmie le chiama per nome. Insieme, fanno un disco in cui il grunge lo trovate solo se volete trovarlo ad ogni costo.

E non è detto che lo troviate facilmente.

Basta calare la puntina per vedere che in realtà quello che Above vuole dimostrare è che il grunge è uno spettacolo di lacrime e droga. Che le chitarre e le urla sono, erano, necessarie solo per coprire quel rumore di liquidi sottopelle e che ora tornano in superficie, galleggiando su un blues metafisico.  

Above è un disco dove il nero trionfa su tutto.

Nero come Layne Staley.

Nero come il blues.

Nero come i Black Sabbath.

Nero come Batman.

Nero come l’uomo nero che muove il dito sul libro abominevole.

Nero come la scimmia.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE MERCY SEAT – The Mercy Seat (Slash)  

0

Dopo tre dischi fenomenali le Violent Femmes si prendono una pausa.

Brian Ritchie tasta il terreno per vedere se da solista può ricevere le stesse attenzioni che il pubblico ha riservato ai dischi della sua band, Victor DeLorenzo affina le sue doti di attore presso il locale Theatre X mentre Gordon Gano pensa che dopo essersi lordato le mani con la musica country può adesso lavarsele dentro un’acquasantiera, approfondendo l’incontro con la musica gospel che aveva approcciato su Hallowed Ground un paio di anni prima. E così ingaggia una panterona newyorkese di nome Zena Von Heppinstall e una sezione ritmica e mette su una band chiamata Mercy Seat con la quale contratta con la Slash la pubblicazione di un album in cui ci si bagna le dita nell’acqua santa e si pisciano diavoli.

Un disco che profana la musica sacra con la fisicità prorompente di Zena e la inquina con il piglio un po’ punk di un musicista che viene dalla strada e che la strada non l’ha ancora dimenticata.

Ma The Mercy Seat, nonostante la sfrontatezza saltellante che lo anima, è innanzitutto un omaggio sincero alla musica gospel (almeno tanto quanto è sincera la dedica ad Elsie Von Heppinstal, la mamma di Zena che l’ha iniziata alla musica da chiesa avventista), pur sfruttando una dialettica musicale e un istinto naturale che è vicino a quello di un gruppo busker, non c’è alcun desiderio di provocare nel progetto di Gano, nonostante certe imbastiture sbilenche e qualche chitarra scordata (Soul on Right, He Said, I Am a Pilgrim, Get Up) facciano volentieri capolino ricordandoci che i Mercy Seat vogliono salire in cielo salendo attraverso un percorso sconnesso ma anche marciando lungo un paesaggio che possa risultare familiare a quanti hanno frequentato i dischi delle Violent Femmes.

Non venderà molto, The Mercy Seat, finendo nel giro di pochissimi anni tra i “forati” e i resi da negozio.

Peccato.

Proprio ora che il peccato sembrava essere stato estirpato.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

UZEDA – Quocumque jeceris stabit (Temporary Residence Ltd.)  

2

Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il nuovo disco degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto.

È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MADNESS – Mad Not Mad (ZarJazz)  

0

Le vetrine dei Madness, anche se sempre più piene di caramelle mou che sai già che ti si appiccicheranno al palato e di confetti colorati che sai bene ti porteranno ad una lenta discesa verso la diarrea, sono sempre irresistibili. Lo è anche quella allestita in tutta fretta prima di chiudere per un po’ l’attività. Lo è, forse, più di tutte le altre. In copertina stavolta c’è un Madness in meno. E anche su disco, di Mike Barson non c’è più traccia. Si respira un’aria nostalgica, un’euforia smorzata fra i solchi di Mad Not Mad. Un’allegria amara e “Tatcheriana” ma, ancora una volta, contagiosa. Anche un po’ impacciata, come di chi entrando ad una festa vuole fare il fenomeno per mascherare la sua timidezza, il suo voler essere altrove. Esattamente come succede qui nella caciara iniziale di I’ll Complete.

Sopra le righe, come i coloratissimi anni richiedono.

Caraibica ma di plastica, come i villaggi Valtur che stanno dilagando in tutte le coste del mondo. Come quella di Mad Not Mad o Uncle Sam.   

Carica di una dolcezza saggia e rugosa come quella delle tartarughe.

Come quella di Yesterday’s Men o della cover di Sweetest Girl strappata a forza dalle mani degli Scritti Politti. Con tutti quei cori che sono un doo-wop di malinconia tutta pomeridiana, tutta londinese, tutta da clochard, tutta bagnata e appiccicosa di nebbia e fumo che invece di salire, entra fin dentro i pertugi del cuore, ingrigendolo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

R-5752272-1517343303-5151.jpeg.jpg