THE ROUTES – Tune Out, Swich Off, Drop In (Groovie)  

0

Sturatevi le orecchie per accogliere il disco che mette il sigillo sul garage-punk degli anni dieci. Il settimo album dei Routes vede la formazione ridotta clamorosamente ad un duo composto oltre che dal solito Chris Jack (uno dei polistrumentisti più dotati che la musica garage ci abbia mai regalato), dal batterista Bryan Styles.

In due, i Routes continuano a tenere viva la fiamma dell’Ade. Alimentandola con la solita catasta di legna sixties-punk ma gettando in pasto alle fiamme anche ciocchi di rumore shoegaze e qualche ceppo di legno che arriva dai boschi crauti. Con moderazione, è il caso di precisare, ché la natura della band non viene stravolta ma solo contaminata.

Ad esempio il ritmo motorik che apre il disco e che sembrerebbe voler dirottare il treno dei Routes verso binari sconosciuti, alla fine conduce lentamente i vagoni dentro i capannoni della classica officina dove le mole lavorano h24 per smerigliare i taglienti accordi rock ‘n’ roll basici che emergono con prepotenza già a partire da The King of Loose Ends per esplodere poi nella virulenta You Cried Wolf, con le chitarre sovrapposte di Chris a turbinare nell’aria come una coppia di nunchaku manovrata da un maestro di Kobudo.     

La voglia di sperimentare tuttavia è un tratto distintivo di questo nuovo album del gruppo anglo-nipponico ed emerge da pezzi come Thinner Everyday o When You Come Down, tappeti onirici intarsiati di effettistica vintage rubata a casa di Electric Prunes, Third Bardo e We the People.

Verde, rosso e blu fluorescente che sgorga dalle pietre.

Come toccate dalle dita magiche di un alchimista.

Buon Natale a voi e famiglia, se non ci vediamo prima e se per quella data avrete ancora una famiglia.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Jon Savage’s 1969-1971 (Ace)  

0

Potrebbe essere l’ultimo capitolo della “saga” di Jon Savage pubblicata sulla Ace, ma non ci giurerei. Il sospetto deriva esclusivamente dal fatto che la disamina del critico inglese tratta stavolta un triennio anziché un solo anno di produzioni discografiche e mutazioni sociali. Un triennio che ci sta un po’ strettino dentro un doppio cd perché come dice lo stesso autore sulle note di copertina tante cose si muovono in quegli anni frammentando ulteriormente le scene musicali e le tribù ad esse collegate.

Dovendo operare una scelta, Savage decide di focalizzarsi sul 45giri. Scelta neppure troppo scontata perché proprio in quel triennio il piccolo formato finisce di essere il centro focale della produzione discografica, lasciando il trono agli album, più consono alle libertà espressive che un disco come Sgt. Pepper’s ha tracciato.

Però anche nei ristretti limiti del sette pollici la musica di quegli anni non cessa di stupire. Basti ascoltare qui i pezzi di Kaleidoscope, Brute Force, Amon Düül, Jack Nitzche, Marsha Hunt, Blossom Toes, Open Mind o, tanto per fermarci tra i classici, i Velvet di Sweet Jane, gli Stooges di 1969, i Kinks di King Kong, i Flamin’ Groovies di Yesterday’s Numbers, la James Gang di Funk #48.

C’è il furore dell’hard-rock, la rabbia delle lotte civili, il soul e la psichedelia che trasfigurano in musica di protesta, la grande rivincita della musica country o il gospel violentato dalle chitarre glam di Spirit in the Sky.

Un guardaroba assortito e coloratissimo per attraversare la palude dei primi anni Settanta, con Savage a fare da maschera e a condurci tra i corridoi del Teatro dell’Opera del rock dopo aver fatto la fila al botteghino.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

COLORED BALLS – Heavy Metal Kid (EMI)  

0

Chi se ne è sempre tenuto alla larga pensandolo un disco metal, faccia ammenda: Heavy Metal Kid è, come il primo album dei Colored Balls (adesso tronchi di una “u” per un semplice “orrore” di stampa, NdLYS) un disco di rock and roll accostabile a quelli di Dr. Feelgood e Flamin’ Groovies con un’appena più pronunciata tendenza per l’”escursione in solitario” soprattutto per quanto concerne la chitarra solista e ad una certa propensione alla spettacolarizzazione glam dell’antica arte del gorgheggio doo-wop.

Qualche mese prima c’è stato il tentativo della EMI di fare esplodere la band, costringendoli ad incidere un singolo radiofonico intitolato Love You Babe di cui la band si vendica contestualmente, infilando sul retro la sua “versione cattiva” Shake Me Babe. Una sorta di amnistia tradita sul momento, prima di tornare a trafficare sull’album con il materiale a loro congeniale.

Nulla di terrificante, val la pena dirlo. Non quanto la cattiva fama che la band si trascina appresso e che li vuole etichettati come una congrega di fascisti che radunano nei loro spettacoli tutto il peggio della sottocultura di destra che sia possibile raccogliere. Il “cartellone” del secondo album della band di Lobby Loyde e Ian Millar è invece per nulla eversivo o fanatico quanto piuttosto un rock ‘n’ roll vivace e a tratti quasi parodistico. Niente di cui avere paura insomma, anche se proprio in apertura del disco i Coloured Balls piazzano un sasso enorme come il pezzo che dà il titolo all’album, costruito su due riff rocciosi che si alternano ora crescendo ora decrescendo fino a cozzare uno sull’altro.

Un ostacolo che bisogna scavalcare per rifugiarsi poi nel r ‘n’ r accogliente di pezzi come Do It, Just Because, Private Eye, Back to You e nei boogie rozzi di Tin Tango o Custer’s Last Stand.  Roba tirata via dai fornelli quando è ancora mezza cruda.

Come la pasta al dente.

Come la bistecca al sangue.                  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DEMOLITION DOLL RODS – Tasty (In the Red)  

0

Nel 1997 Jon Spencer e Mick Collins, i due teoreti del garage/blues anni Novanta, si mettono al servizio dei Demolition Doll Rods, addentando metà per uno l’hot-dog preparato da Dan Kroha, che vuole offrire al mondo il suo spettacolo di pelle nuda e rock ‘n’ roll cercando di coniugare il mondo delle drag-queen e delle pin-up con quelli dei Cramps e dei Gories, la band condivisa con Collins fino a pochi anni prima.

Il suono del suo nuovo gruppo è ossuto quanto lui. Nudo più di lui.

Quelle di Tasty sono canzoni pochissimo vestite.

Dodici canzoni che deragliano lungo la linea ferrata che dal blues porta al garage-rock e poi di nuovo da quello a ritroso verso il blues. Dan Kroha, Margaret Doll Rod e Christine scendono dai vagoni coi loro fisici da deportati, e mostrano i loro tagli da ferri arrugginiti, i lividi sulle loro ossa di filigrana e il loro trucco da prostitute, come se fossero stati portati lì per il diletto perverso degli obergruppenführer.

E invece fanno divertire anche noi.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

DENIZ TEK AND THE GODOYS – Fast Freight (Career)  

0

Non è la prima volta che i fratelli Godoy affiancano Deniz Tek nelle sue imprese: una quindicina di anni fa, nascosti dalla maschera dei Golden Breed, avevano realizzato con lui Glass Eye World per la medesima etichetta. Come quello questo nuovo Fast Freight è un disco senza fronzoli. Spartano ed essenziale. Straight-in-the-face, dicono gli americani. I riff asciutti della sua chitarra fanno piazza pulita delle ingombranti presenze di fiati e tastiere dei suoi ultimi lavori. Le sessions di registrazione, limitate ad un paio di giorni per le strutture e un altro paio di sedute per l’aggiunta della voce e dei piccoli, ficcanti interventi solistici, rivelano tutta l’urgenza espressiva che sta alla base di un lavoro che dopo l’ultima sortita solista del disco strumentale che lo ha preceduto è tornata prepotentemente a bussare al vecchio cuore rock ‘n’ roll di Deniz. E lui ha aperto.

When the Trouble Comes, Death Note, Out of the Mood, John Henry’s Hammer, Bo Diddley Is a Surfer, la cover di Alone in the Endzone sono una risposta a quell’appello.  

Ora sta a voi aprire la vostra, di porta.

E rispondere a questo appello.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ROSE TATTOO – Assault & Battery (Albert Productions)  

0

Ok ok, gli ACϟDC erano i primi della classe.

I Rose Tattoo invece erano i ripetenti.

Niente divisa da scolaretto per Peter Wells. Per lui solo un bottleneck di metallo da calzare perennemente sul dito medio, come un profilattico d’acciaio.

Per Angry Anderson invece solo abiti proletari. Salopette jeansate, bretelle, magliette unte, canottiere, tatuaggi, jeans coi risvolti, scarponcini da lavoro. Un apprendista da officina in libera uscita. Del resto, come canta su Assault & Battery  “I’m just a workin’ man, I’m just a workin’ man”, no?

O molto più verosimilmente uno skin che passeggia inquieto nel cortile di un qualche riformatorio, accompagnandosi con altri poco di buono. Del resto, come canta sempre lì dove ho detto: “The charge was assault & battery ad they dragged me off to jail”, no? Tutto vero, dunque.

Con gli ACϟDC condividono però molte cose: la città di provenienza, l’etichetta discografica, il team di produttori e non ultimo un amore viscerale per i riff rock ‘n’ roll ad altissimo volume. Quelli dei Rose Tattoo sembrano però pattinare sul ghiaccio. Merito della chitarra slide di Wells che li trascina sulla pista fino allo sfinimento, che in questo secondo album è rappresentato da Suicide City.  

C’è però questa condizione “da fuorilegge” che li avvicina nelle intenzioni ma non nei risultati, ai Motörhead. Hard-rockers che piacciono più ai punk che ai metallari, tanto che anni dopo i loro dischi verranno ristampati da un’etichetta come la Captain Oi!. Ma che in realtà non piacciono mai davvero ne’ agli uni ne’ agli altri.

Assault & Battery fallisce infatti il secondo tentativo di imporre i Rose Tattoo, lasciando la band di Sydney per sempre ai margini della storia, in barba a tutte quelle concilianti cose che ho scritto prima.

Come i Dictators, come i Flamin’ Groovies cacciati dall’aula con l’accusa infamante di aver copiato durante il compito in classe e di aver sputato per terra all’ennesima nota sul registro. Rimasti nei corridoi a far festa coi bidelli e mai più rientrati.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

IGGY AND THE STOOGES – Metallic KO (Jungle) / IGGY POP – Acoustics KO (Skydog)  

0

È fatto ormai noto, ma vale la pena ripeterlo: se c’è un album che può documentare gli eccessi tossici del rock’ n’ roll senza sprofondare nel travestitismo splatter del rev. Manson o nel gossip mediatico di un Pete Doherty qualunque ma mostrando invece con crudo raccapriccio il ciglio del baratro eroinomane, beh, signori miei, questo album è Metallic KO. Un disco che scardina ogni classico e vetusto criterio di perizia critica e si impone per ciò che è: un abbacinante documento di una delle più furiose e vere discese agli inferi da parte di una rock ‘n roll band. Un disco dove la morte, quella stessa morte irragionevole e mutilante passata cinque anni prima per Altamont, incombe come un avvoltoio. Tutto il resto, scaletta e qualità di registrazione comprese, non conta. Questo per dire che il suono di questa ennesima ristampa, pur se rimasterizzato e “accelerato” (correggendo il master originale inquinato da un vizio di forma dovuto al registratore usato per catturare il gig, NdLYS), resta quella merda che era. Sono certo che anche tra i più sciatti indie-nerd ne circola qualche copia magari scaricata dalla rete solo per puro “completismo” e non è comunque a loro che mi rivolgo: Metallic KO resta la diapositiva più estrema della più grande r ‘n’ r band che sia mai passata sulla terra.

Acoustics KO è invece, una sorta di speculazione sul “fenomeno”. Vero è che la prima parte del titolo è chiara ma la seconda, così come la grafica di copertina, potrebbero fomentare attese che invece il disco (DVD+CD) rischia di deludere. Si tratta di austere esibizioni del Pop solista (e solitario) alle prese col suo repertorio (si va da Nightclubbin’ a Miss Argentina) e quello altrui (bella la versione di Pablo Picasso, ad esempio), Stooges compresi (I Wanna Be Your Dog unplugged non perde un grammo del suo potere dissociativo mentre L.A. Blues sembra, ovvio, tutta un’altra cosa, NdLYS). Bello pur nella sua compostezza lo show allo Sputnik di Barcellona, un po’ meno quello che mostra il Pop elettrico (e poco lucido) a Parigi se proprio vogliamo essere scrupolosi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download

metallic_hi

KRYPTONICS – Rejectionville (Memorandum)  

0

Dave Faulkner, James Baker, Kim Salmon e Dom Mariani a metà degli anni Ottanta sono degli eroi per tanti, in quel di Perth. Sicuramente sono degli eroi per Ian Underwood, un ragazzone che negli ultimi anni di scuola ha messo su un paio di band dal presente incerto, figurarsi il futuro. Ma nell’Agosto del 1985 quel presente ha un nome: Kryptonics. Di futuro neppure a parlarne, ma all’improvviso un loro pezzo comincia a circolare per le radio della città, consegnato a mano proprio da Ian. Quel pezzo si intitola Oedipus Complex, una cavalcata elettrica martellante che ha la stessa luminosità abbagliante degli Hoodoo Gurus. Solo che i suoi raggi sembrano illuminare il mare in tempesta dei New Christs. Fantastico.

Sulla scia di quel successo locale una piccola etichetta locale offre loro la possibilità di registrare in uno studio professionale quello e altri brani, lasciando al gruppo la scelta di pubblicarne un paio su singolo. Stranamente, Oedipus Complex verrà esclusa dal loro primo 7”, quello che ringrazia quei Dave, James, Kim e Dom in copertina e che nei solchi nasconde altri tre pezzoni come Baby, As Long As You’re Mine e Plastic Imitation che però soffrono della scelta infelice di registrare la traccia vocale separatamente dalla base strumentale, con un effetto di scollamento che ne fa un’occasione mancata. Anzi, tre.

Il singolo perfetto esce invece due anni dopo, con una tigre volante pronta al decollo o appena planata in copertina e dentro due canzoni come Land That Time Forgot scritta da Underwood pensando a Leilani dei Gurus e She’s Got Germs che il nuovo arrivato Peter Hartley porta dal repertorio della sua vecchia band. In aggiunta, uno strumentale intitolato Love Story, tanto per non spegnere subito gli amplificatori scaldati a dovere da due pezzi tra i più belli del rock australiano degli anni Ottanta.

Quando arriva il momento di tirar su un vinile più grande, anche quella seconda line-up si è disintegrata. Nonostante questo, 69, il mini-LP che Ian e i nuovi Kryptonics stampano su Waterfront, è un disco convincente, il definitivo approdo nella terra dei guru hoodoo con anthem come Telephone Line, Everything’s Lonely e Don’t Trash Me perfettamente riconducibili ai Gurus di Magnum Cum Louder.

Probabilmente castigati dalla scelta, infelice all’epoca, di continuare a stampare rigorosamente in vinile anche quando quasi tutte le radio hanno già installato i lettori per compact disc, gli ultimi due dischi dei Kryptonics, un curioso sette pollici che gira, per chi sa manovrarlo, a 33 giri e un altro mini pubblicato stavolta dalla Zero Hour passano quasi inosservati. Ed è un peccato clamoroso, perché nonostante la band sia arrivata ormai alla sua ottava incarnazione la scrittura di Ian resta ad altissimi livelli, con Faulkner e Peter Perrett come numi tutelari ma anche Paul Westerberg e Evan Dando a far capolino da pezzi come Melancholy Valentine, Ashes, Astrid e Rejectionville che è il pezzo che intitola questa raccolta onnicomprensiva pubblicata dalla Memorandum. Due pietre tombali dentro cui viene seppellita tutta la storia di una delle più belle e sfortunate band australiane di sempre.

Se passate da qua, non dimenticate di dire una preghiera.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – Please Do Not Feed The Cannibals (Hit)  

0

L’ennesimo cambio di line-up dei Cannibals porta dietro le pelli il senese Marco Pallassini, ex-drummer di quei Rumble Fish dalle cui ceneri nasceranno i grandi Pikes in Panic. Assieme a Mike e Marco ci sono il bassista Martin Bayliss, i chitarristi Dave Rothon e Jeff Mead e l’organista Steve Atkinson.

I Cannibals sono nell’assetto giusto per fare grandi cose.

E le fanno, anche se non su questo disco.

Se gli esordi avevano issato una ferrea barriera ad ogni tentazione psichedelica, il tuffo nelle Pebbles e l’arrivo di strumentisti più visionari e capaci porta Mike Spenser a sperimentare soluzioni impensabili fino a due anni prima anche se pezzi come I Trip for Your Love, Try Me On For Size, A Speedy Exit e Too Much to Dream non sono tra le cose più convincenti del nuovo lotto di canzoni e finiscono per spegnere il cerino acceso da cover come I Can’t Get Away From You, Barracuda e soprattutto Good Times, l’oscura gemma pre-punk dei Nobody’s Children che sembra perfetta per le corde dei Cannibals. L’occasione di cavalcare l’onda dello tsunami garage-punk, nonostante il crescente numero di pubblicazioni (una pure a nome di Five Young Cannibals, come atto derisorio dell’allora popolarissima band inglese nata dalle ceneri dei Beat, NdLYS) è in gran parte sciupata nonostante le potenzialità del nuovo assetto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CRIME & THE CITY SOLUTION – American Twilight (Mute)  

0

Rimettersi in strada 23 anni dopo aver smarrito la patente e dimostrare al mondo di saper ancora guidare benissimo.

Non a tutti riesce. Ma ai City Solution riesce benissimo.

E così mentre Nick Cave sembra mostrare un po’ la corda, i vecchi amici/nemici realizzano un discone torvo e cattivo come American Twilight, perfetta colonna sonora per una qualche serie crime girata in qualche periferia americana dove la messa domenicale raduna la peggior specie di criminali avvolti dietro un’aria di apparente vita timorata da Dio. Con mogli e figli al seguito e uno stuolo di mani da stringere all’atto previsto dal cerimoniale.

Pace a te fratello.

Ma pace non c’è, dentro la musica di Crime and The City Solution.

American Twilight è una mantella di pelliccia su cui le tracce del peccato si possono contare una ad una, ad occhio nudo. Un tormento analogo a quello di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua cupa drammaticità in un capolavoro come The Colonel, austero e gotico racconto noir che si eleva a capolavoro del disco. Che è uno di quei dischi da avere a tutti i costi. Che c’è pure una madonnina da mostrare ai più cattolici dei vostri amici. Quelli che, dicevo, stringono la mano al momento convenuto. E poi con la medesima si puliscono il culo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro