FU MANCHU – In Search of… (Mammoth)  

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Il blu dei Blue Cheer e il nero dei Black Sabbath. Dentro il rosso fuoco della polvere del deserto californiano. I Fu Manchu realizzano con In Search of… forse il loro capolavoro assoluto. Le chitarre di Scott Hill ed Eddie Glass si affiancano e si fronteggiano, per l’ultima volta. E davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo di riff Kyussiani che hanno la forza di un caterpillar. Fuzz e wah wah lavorano a ritmo incessante spingendo i sassi del Mojave come scarabei con enormi palle di sterco.

Dodici brani in apnea da ossigeno, immersi in un unico, stordente aroma di benzina bruciata e di esalazioni hendrixiane da capogiro.

Come una gara di hot-rod sulle piste sabbiose di Marte.

Dimenticando la strada per casa.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE WOGGLES – Tally Ho! (Wicked Cool)  

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Magari la collega e amica Meredith Ochs di NPR Music si è sbilanciata troppo a dichiarare che i georgiani Woggles sono la band destinata a cambiarci la vita. In quello sono stati più bravi Romano Prodi e i guerriglieri del “sedicente stato islamico”. Io ad esempio li ascolto, pur avendone persi di vista un paio di volte, da quasi un quarto di secolo e, si, la mia vita è cambiata ma non per merito loro. Questo non toglie nulla al valore dei loro dischi, divertentissimo e vasto campionario di musiche vintage eseguite con perizia e un innato sense of humour assimilabile a quello di band come Fleshtones, Raunch Hands o Staggers. Strateghi del deja-vu, i Woggles non fanno nulla di sorprendente se non riesumare vecchi stili (Merseybeat, surf, garage, exotica, rock ‘n roll, novelty, Northwest-punk) divertendosi come pipistrelli a lambire le teste di Johnny Kidd, di Bobby Hebb, di Lord Sutch, degli Spiders, dei Monkees o dei Peacemakers e costruirci sopra un repertorio magari disomogeneo ma forse proprio per questo ancora più avvincente. Proprio per questo Tally Ho! si candida ancora una volta come uno dei dischi destinati a renderci le giornate un po’ più spensierate.

Cambiarci la vita no, ma cambiarci l’umore per un’ora questo assolutamente si.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

fIREHOSE – “if’n” (SST)  

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Conclusa l’avventura degli Hüsker Dü e sigillata dentro il disco-capolavoro dell’alternative rock degli anni Ottanta, c’è ancora una foto del trio di Minneapolis a far capolino tra le novità dei negozi di dischi. Il 1987 inaugurato da Warehouse: Songs and Stories non si è ancora spento quando arriva nelle vetrine “if’n”, il disco dove in qualche modo tutto un certo modo di intendere la musica trova la sua dimora finale e allestisce forse il suo ultimo capolavoro prima di cedere il passo ai giovani eroi del grunge che decreteranno la precipitosa eclissi della SST.

Le esasperazioni funk-core dei Minutemen sono definitivamente placate, anche se le sincopi nere del basso di Mike Watt e le rullate fuori schema di George Hurley permangono in buona parte del repertorio (Backroads, From One Cums One). Ma a compiere il miracolo e ad emancipare i fIREHOSE dalla pesante eredità della band di D. Boon sono le canzoni dal taglio più diretto e orecchiabile, come Honey, Please, Making the Freeway, Anger, Operations Solitare, In Memory of Elisabeth Cotton, Soon. Piccoli capolavori messi lì a ricordarci che siamo stati adolescenti quando sulle college radio passavano Meat Puppets, Replacements, Thin White Rope, X. E che dunque la nostra era stata un’adolescenza che ci avrebbe regalato il dono del rimpianto.

Proprio come quella dei nostri padri che invece l’avevano trascorsa cantando le canzoni dei Creedence.  

E che dunque potevamo, noi e loro, andare insieme a consumare un frullato di banane dentro un qualche bar della città.

Un qualsiasi frullato.

In un qualsiasi bar.

In una città qualsiasi.    

Perché noi e loro, eravamo appartenuti a qualcosa di bellissimo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FUNKADELIC – Reworked by Detroiters (Westbound)  

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C’è un disco molto bello in giro. Un disco che potrebbe finalmente sdoganare i Funkadelic alle nuove generazioni, quelle che affollano i club mentre noi stiamo seduti a casa davanti a televisori sempre più grandi e divani sempre più comodi.

Dentro ci sono le canzoni dei Funkadelic. Ma non come ce le ricordiamo noi (noi quelli seduti davanti ai televisori su divani sempre più comodi). Sono le canzoni dei Funkadelic come le hanno ridisegnate i musicisti di Detroit, proprio quelli che nei club ci vanno come i nostri figli, ma guardano la pista dall’alto.

Ridisegnate, ecco. Come ci aiuta a comprendere il titolo.

Ridisegnate ma senza annientare lo spirito dei Funkadelic.

Anche dentro i giochi tridimensionali di Claude Young Jr, tra le maglie dub galattiche di Brendan M Gillen, sommerso dalle onde reggae degli Ectomorph o sotto i colpi d’ascia dei Dirtbombs lo spiritello di George Clinton rimane protagonista assoluto e ultimo re vivente del funky.

E Jamiroquai zitto.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE WAR ON DRUGS – A Deeper Understanding (Atlantic)

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Del rock, come del maiale, non si butta via nulla.

Tutto può essere riciclato e anche quello che un tempo ci sembrava indigeribile alla fine, servito con qualche spezia diversa, diventa un pasto se non gradito, gradevole.

Magari lo vedi nei piatti degli amici che ti invitano a provarlo e dai oggi e dai domani, alla fine lo ordini anche tu.

È come cedere all’invito ad aggregarti al branco per andare all’All You Can Eat. Anche le palline di riso al vapore che una volta rifiutavamo quando andavamo a pranzo dalla nonna ridiventano tendenza.

I War on Drugs nelle cene sociali cui ho partecipato mio malgrado sono ad esempio passati, pur senza cambiare di molto gli ingredienti (appena un po’ di autoindulgenza in più sulle chitarre), da un piatto di seconda scelta ad un piatto gourmet. Assieme a tutte le cose che si trascinano dietro: i Dire Straits, Chris Rea, i Waterboys, Tom Petty, Elliott Murphy, lo Springsteen che ai tempi di Born in the U.S.A. giudicammo osceno e che ora ci sentiamo di beatificare nemmeno fossimo il concilio vaticano.

Come i prelati dispensiamo indulti e come i giudei carichiamo merda sui nostri carri per spargerla come concime sui nostri campi da arare.

Domani mangeremo uno sformato di miglio.

E qualcuno intingerà dal nostro piatto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

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Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LCD SOUNDSYSTEM – American Dream (DFA)

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A molti ricorda i Talking Heads. A me, la Grace Jones di Nightclubbing e i King Crimson di Red.  

A molti altri ricorda i Suicide. A me, i Soft Cell.

Ad altri ricorda Bowie. Quello di “Heroes”. A me ricorda più Moby che tenta di fare Bowie. Quello di 18, per intenderci. 

Alcuni ancora ci hanno sentito i Joy Division e i Depeche Mode. Io i Simple Minds di Sister Feelings Call e Real to Real Cacophony.

Se pensate stia denigrando, il problema è vostro, non mio.

Piuttosto che stare a disquisire su quanto sia bello un disco come quello della Jones o su quanto erano bravi i Simple Minds preferisco dedicarmi all’ascolto del nuovo, quarto album dei LCD Soundsystem. Che, al di là della soggettiva dell’ascolto e dei deja-vu, è un disco deliberatamente carico di impressionismo citazionista. Come tante “opere” rock contemporanee.

In questa fame di colossi (che nessuno, a parte i Motorpsycho, ne fa più), ci era venuta fame pure degli LCD Soundsystem, anche loro sciolti e riformati, come le vere rockstar. Ci è venuto appetito e James Murphy ci ha saziato. Con un disco dove puoi sentirci un sacco di cose di quelle che ti piacciono per davvero. Da Brian Eno ai Cure, da tant(issim)a new wave di quella sintetica dei primi anni Ottanta (Orchestral Manouevres in the Dark, Modern English) a tutta quella roba che ho citato prima o che altri ci hanno sentito dentro, mentre sulla pista passava il corpo degli LCD Soundsystem e nessuno specchio della sala riusciva a replicarne l’immagine.

Tirati in barca i remi dell’innovazione che qualcuno gli volle mettere in mano frustandolo affinchè ci trascinasse via dalla melma degli anni Zero, Murphy ci regala il disco che tutti volevamo sentire, capace di cortocircuitare la mia generazione con gli amanti dei dischi di tendenza che affollano le praterie del mercato discografico. Tutti, in un modo o nell’altro, schiavi dell’irresistibile legge di Murphy.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro