DROPKICK MURPHYS – 11 Short Stories of Pain & Glory (Born & Bred)  

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La coerenza non difetta di certo ai Dropkick Murphys, band del Massachusetts che continua da venti anni, come i vecchi maestri birrai, a registrare dischi con la stessa identica ricetta. Cori da stadio o da birreria, cornamuse, chitarroni. Senza mai tradire la sua fede ne’ tantomeno il suo pubblico.

Ad un margine di rinnovamento pari allo zero e ad un immaginario col quale risulta difficile identificarsi (marinai, emarginati sociali, emigranti) corrisponde un’adesione totale ad un modello, quello dello street-punk in salsa celtica, inoppugnabile.

Dunque ancora una volta, se avete comprato un disco dei Dropkick Murphys tornerete a casa con un bel lotto di canzoni da cantare a squarciagola (Blood, I Had a Hat, First Class Loser, Kicked to the Curb ma anche l’inaspettato finale di Until the Next Time che sposta l’ago verso il british-pop dei Madness quelle più adatte all’uopo). Perché era l’unica cosa di cui avevate bisogno, dopo una giornata di lavoro e una serata con amici che non hanno più nulla da raccontarvi.   

Siatene fieri.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Greatest Hits 1982-1985 (BigK)  

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Confezione e reperibilità sono abbastanza approssimative per considerarla un’uscita ufficiale ma questa raccolta assemblata personalmente da Brian Kild che degli Electric Peace fu fondatore e unico membro stabile (seppure “stabile” sia uno degli aggettivi più inappropriati quando si parla della leggendaria formazione californiana) è la prima e unica testimonianza del suo gruppo fruibile su supporto digitale e viene pubblicata a quasi trent’anni dalla fine di quell’avventura. Il che mi fa riflettere sul fatto che molto verosimilmente un’intera generazione è cresciuta senza conoscere gli Electric Peace, nonostante lo scenario di brutalità e decadenza metropolitana raccontato da Kild non sia mutato di un solo fotogramma.

Ma anche con i ventenni di allora non correva buon sangue. Le cronache parlano di concerti semideserti che erano più raduni per biker che eventi per le orde di “alternative kids” della zona e di dischi che giravano in poche centinaia di esemplari fra i “carbonari” dell’epoca. Perché su una cosa gli Electric Peace primeggiavano su tutti: essere orgogliosamente fuori da ogni clichè e da ogni stile preconfezionato, riuscendo a tirare fuori un suono imbevuto di acid rock, di swamp-blues, di hard-rock, di rock gotico uguale a nient’altro se non a se stesso.

Un suono che scivolava sopra ogni cosa, come bitume.  

Ogni singolo brano degli Electric Peace era dominato da un perenne, consapevole senso di sfida, di minaccia e di tragedia imminente. Una tragedia che si sarebbe poi consumata, in circostanze e momenti diversi, negli ultimi anni di vita del gruppo. Ma ne parleremo al momento opportuno, ovvero quando a questo primo Greatest Hits verrà affiancato un secondo volume dedicato alle incisioni del secondo quadriennio.

Più che quella della soleggiata e ridente costa ovest americana la musica degli Electric Peace sembrava proiettare l’immagine di una Gotham City dove Batman si faceva largo fra stridori di gomme e sirene di polizia (Sniper on a Rooftop).

Dinamite, bombe, fucili e coltelli (come quello brandito da Tom Dooley nell’omonima murder ballad che chiude la breve scaletta) sono i protagonisti assoluti di Rest in Peace, l’album d’esordio del 1985 qui riproposto per intero assieme a due estratti dall’EP omonimo di due anni più vecchio, alla storica I Think I’ll Die inserita da Greg Shaw sul terzo volume delle sue Battle of the Garages e a sei pezzi da Road to Peace, il formidabile album rifiutato dalla Enigma e che avrebbe dovuto invece segnare il debutto della formazione formata all’epoca da Brian Kild, Greg Welsch e Rick Winward.

Armi, motori, sesso.

Questo era il mondo di Brian Kild e della sua gang. Pure a costo di rimetterci la pelle o di arrivarci vicino.

Puro noir metropolitano.

Pura, delirante vertigine americana.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FELT – The Splendour of Fear (Cherry Red)  

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I Felt furono una di quelle piccole meraviglie inglesi circoscritte nell’arco di un decennio e di cui pochi serbano memoria. Una di quelle che hanno trovato sepoltura sotto la statua del Milite Ignoto anziché in una di quei bei tabernacoli tutti pieni di marmo, foto ed edere rampicanti. Nati a Birmingham dalla comune passione di Maurice Deebank e Lawrence Hayward per le vertigini psichedeliche dei Television e le lampade di Wood dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol pubblicarono una lunga sequenza di gymnopedie per chitarra di cui The Splendour of Fear rappresenta, nella sua concisa bellezza, l’apice artistico. E dentro quell’apice la chitarra di cristallo di Deebank incarna il sovrano assoluto. Sono sei canzoni in cui, a dispetto di una base ritmica incalzante nel più classico stile involuto del dopo-punk, le tessiture di Maurice Deebank esplodono di una dolcezza soave, di un tintinnio celestiale, epicureo, voluttuoso.

Come se il Paradiso avesse scelto di aprire una filiale nelle Midlands.

Per farsi annerire dalle ciminiere.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MARGIN OF SANITY – The Margin of Sanity (Chainsaw)  

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Nel bel pieno degli anni Ottanta Andy Smith e il cugino Adam sono due teenagers invasati per la musica degli anni Sessanta. Sono presenti ad ogni concerto dei Cannibals e dei Mighty Caesars, vestono in perfetto stile mod e armeggiano con chitarra e basso cercando di ricreare il mood di band come Pretty Things, Missing Links e Them. Sull’onda di quell’entusiasmo mettono su una band e sempre sull’onda di quell’entusiasmo riescono pure a stampare un disco in edizione limitata.

Poi, l’entusiasmo non muta ma mutano le condizioni e i due daranno vita ai Mistreaters, un altro fuoco di paglia durato l’arco di una stagione e documentato da un solo, formidabile singolo. Poi, trascinati via dalla corrente baggy si lanceranno nell’avventura disastrosa dei Sidewinders.

Ma quello che raccontiamo qui è quella magnifica polaroid pubblicata nel 1987 che resta come unica testimonianza di quella stagione, quelle uniche sei canzoni che costituiscono il dossier del passaggio dei Margin of Sanity sulla meridiana di Greenwich. Il disco è una delle migliori produzioni garage inglesi del periodo, strabordante di un’attitudine senza compromessi con la modernità, ostinata e caparbia nel ricreare quell’esasperante, brutale amalgama fra melodia triviale e ritmica forsennata che fu dei grandi pionieri del punk degli anni Sessanta.

I capolavori si intitolano Narrowminded People e Get Yourself ‘Round Here, messe a chiusure di facciate. Un vorticoso garage con una batteria esplosiva e un’interminabile sequenza di lick chitarristici a far da tappeto ad una voce che ricorda quella del giovane Luca Re il primo, un classico numero di R ‘n B bianco sullo stile dei primi Rolling Stones che non tradisce i venti anni che li separano dai padri la seconda. Ma straordinarie sono pure il turbine elettrico di Get What I Can che sembra frullare tutto il suono texano dei Sixties dentro un unico vortice di riverberi e effetti tremolanti e What’s the Use of Trying?, uno scalmanato numero alla Remains dalle chitarre, viceversa, limpide e scintillanti.

Un unico disco per testimoniare la propria fede nel sixties-sound senza compromessi. Senza scalciare per avere un posto nella storia, accontentandosi di averne uno nel cuore e nella memoria degli appassionati.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE DUKES OF HAMBURG – Germany’s Newest Hit Makers (Time for Action)  

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Poco importa che nel titolo del disco non ci sia una sola parola vera (Germania? Solo di adozione, visto che la band affonda le radici nella scena californiana dei vari Mummies, Flakes, Phantom Surfers. Recentissima? Neppure tanto, visto che il nuovo album arriva a coronamento di venti anni di carriera. Successi? Neppure l’ombra, almeno per i canoni attuali).

Quello che conta è che, in termini di adesione ai modelli musicali della prima metà degli anni Sessanta, i Dukes of Hamburg non temono rivali. Equipaggiamento rigorosamente vintage (Vox, Hofner, Amati, Klemt, Sennheiser) e un repertorio fedelissimo alle linee tracciate dalle formazioni capellone della stagione beat europea. Questo loro nuovo album non si sposta di una sola virgola dalla loro cifra stilistica, con quattordici perle di rock ‘n roll salvifico trafugate dai dischi dei primi Rolling Stones (il titolo, la grafica e lo scatto di copertina sono un’ovvia parodia della versione americana del loro album di debutto), Pretty Things, Herman’s Hermits, Sorrows, Cuby + The Blizzards, Shakers, Zodiacs e riproposte con stile impeccabile.

Facendo proprio il concetto di “limite” creativo teorizzato da gente come Billy Childish o Liam Watson (sintetizzando: se voglio riprodurre il mood degli anni cinquanta non posso affidarmi ad attrezzatura che sia tecnicamente all’avanguardia rispetto a quella di quegli anni, anche se fosse un amplificatore Davoli del ’62, e così via per ogni “fotografia” di qualsiasi epoca storico/musicale) i Dukes of Hamburg riescono a ricreare un’ambientazione del tutto verosimile a quella dei loro riferimenti culturali. Che in molti casi sono sovrapponibili ai miei. Come in un infinito, appassionante gioco di specchi. Intrappolata in una bolla temporale perfetta la musica dei Dukes of Hamburg ci porta in dono il sempiterno spirito del rock ‘n roll prima del golpe del Sergente Pepe.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GREEN CIRCLES – Brass Knobs, Bevelled Edges (and in 23 different positions) (Off the Hip)

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Tra gli attori protagonisti degli Antipodean Screams lanciati dalla Off the Hip giusto qualche mese fa c’erano anche loro: i Green Circles da Adelaide, un’ottima band con diversi punti di sutura con la tradizione sixties che è riuscita a farsi sovvenzionare dai contributi statali ben due dischi. Sti’ cazzi! Ad entrambi, ovvio, massimo rispetto. Dicevamo che i punti di contatto dei Green Circles con la musica sixties sono tanti, e differenti: Brass Knobs, più del precedente Get on the Outside of This è infatti un disco discontinuo non per qualità ma per panoramica. Quello che infatti potremmo per comodità d’uso e di “gancio” mnemonico chiamare beat viene di volta in volta deformato in molte varianti. Dal garage punk al folk rock, dalla psichedelia al power pop. Tutto fatto con passione e classe, non con mestiere (ciò che uccide, ad esempio, i dischi dei Rubinoos, tanto per restare nel campo di chi ama essere il jukebox perpetuo del sixties sound, NdLYS). Le sagome di Ray Davies, Pete Townshend (ascoltate come viene impostato il riff portante della bella Black Vinyl Heart), Dom Mariani, Phil May che passano sullo schermo. La sensazione è quella di ascoltare un volume inedito delle Battle of the Garages quando ti poteva capitare di ascoltare in sequenza Vipers, Plasticland, Yard Trauma e Fuzztones e di percepirne, passando oltre alle divergenze stilistiche, le incredibili affinità estetiche e culturali.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STROKES – First Impressions of Earth (RCA)  

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Gli Strokes non hanno mai ascoltato Ivan Graziani, ne sono certo. Dunque è solo un caso anzi un’”impressione”, la prima, che il loro terzo album si apra ESATTAMENTE come si apriva Pigro del musicista abruzzese, ovvero col passo disco-rock che fu di Monna Lisa e che qui viene ribattezzata You Only Live Once, aggiustando subito il tiro in un classico Stroke-style, con la voce scapestrata di Julian Casablancas e le chitarre riconoscibilissime di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi. La seconda impressione è dunque che ci si trova ancora una volta, l’ennesima, davanti a This Is It. L’unica vera novità è una presenza più massiccia del basso, una baldanza che Nikolai Fraiture non aveva dimostrato prima e che “arrotonda” gli spigoli di canzoni come Juicebox, Heart in a Cage, On the Other Side e sembra trattenere a fatica l’ambizione di spostare il tiro su ritmi più disco.

Se però il tentativo di replica è riuscito per intero su Room of Fire, stavolta non si va oltre la prima facciata dell’album (chiusa peraltro da un improbabile pastiche per archi e voce che fa rimpiangere i Muse). Per il restante minutaggio gli Strokes si trascinano in ballate come Killing Lies o 15 Minutes che, complice il titolo, dà davvero la sensazione di durare cinque volte più di quanto meriterebbe, e in robaccia che sembra essere caduta dai guardaroba degli U2 mentre progettavano Zooropa.  

È l’ultima impressione: abitare sullo stesso pianeta degli Strokes comincia a diventare noioso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRIAN ENO – Music for Films (EG)

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Brian Eno, Fred Frith, Phil Collins, Robert Fripp, John Cale, Percy Jones, Rhett Davies, Bill MacCormick, Dave Mattacks, Paul Rudolph, Rod Melvin sono chiusi in sala. Muti davanti a un film muto. La scommessa, vincente, di Eno è quella di avere un cast di musicisti stellari e di costringerli a domare il proprio virtuosismo negando loro la tentazione di primeggiare, obbligandoli a lavorare per sottrazione e non per accumulo. Come degli scultori.

Lo schermo bianco evocato dalla copertina è il solo protagonista. I musicisti fanno spazio al nulla e ne catturano l’eco, scalfiscono quell’enormità di bianco che rappresenta la totalità dei colori e ne lasciano affiorare solo i timbri che necessitano per una rappresentazione filmica paesaggistica, scenografica, totalmente sgombra di attori. È musica che si sovrappone allo schermo mentale senza penetrarne la superficie, permettendo di liberare gli sciami di pensiero che invece potrebbero restare intrappolati dentro o nascondersi come fuorilegge tallonati da una giustizia perentoria e intollerante all’individualità non omologata.  

C’è una fortissima dose di disciplina Zen nell’approccio di Eno alla musica. Ed è un approccio che emerge in tutta la sua austerità proprio nei dischi legati al concetto di “ambientazione”. Ripudiando le piume di struzzo della stagione Roxy Music Brian Eno abbandona pure il concetto di musicista/rockstar per abbracciare quello di musicista-terapeuta o di musicista-sciamano in grado di captare i segnali del mondo parallelo della pseudoscienza. Brian Eno non “abita” dentro lo spartito ne’ si professa portatore di alcun messaggio. Si limita ad aprire mondi nuovi. E di accompagnare lo schiudersi di questi mondi molteplici e soggettivi con abbozzi musicali che esaltano il concetto di “infinitamente piccolo”, rispettose della quiete e dello stupore dell’atto fecondo, del divino reincarnato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIARDINI DI MIRÒ – Rise and Fall of Academic Drifting (Homesleep)  

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È quasi un paradosso vedere i Giardini di Mirò ascritti alla nutrita, ingombrante e qualunquista lista delle formazioni post rock. Quello che viene “superato”, qui, è lo striminzito vocabolario della critica musicale italiana. Una superficialità che potrebbe costare cara al gruppo emiliano o perlomeno limitare le potenzialità che la loro musica apre.

Apre.

Ecco un bel vocabolo: apre. La musica dei Mirò si apre, letteralmente, si schiude.

Post un cazzo.

Post rock erano i Butthole Surfers che rantolavano sul cadavere dei Guess Who, era James Chance che sputava dentro il sassofono, era Robert Wyatt che si lanciava senza paracadute, nel bel mezzo di una festa. Rise and Fall viaggia su altre linee, ed è musica senza tempo, che non ha urgenza di superare niente e nessuno, la lasci girare nell’aria finché non la vedi diradarsi, dissolvere e poi….blop!….evaporata!!! E dietro si porta tutto il tuo mondo di immagini e ricordi e schifezze e nicotine e baci mai dati e come eravamo romantici prima di diventare quei balordi, pedofili, piromani, matricidi, zoccole, impiegati che la vita ci ha obbligato ad essere. È un disco che mi ha commosso, sul serio. E non mi vergogno a dirlo, nonostante tenga ancora i Dead Kennedys e i Pussy Galore uncinati al cuore e allo stomaco. E succederà anche a voi di perdere il cuore in questi crescendo di trombe e violini, di chitarre e tastiere, in queste ascese e cadute, in queste voragini che si aprono tra un battito cardiaco e quello successivo. Alta, la musica dei Giardini di Mirò, sempre più alta, fino a toccare l’ultima molecola di ozono.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE VERVE – Urban Hymns (Hut)  

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Nonostante dei blockbuster come Ok Computer, Be Here Now e Blur, il vero colossal del brit-pop del 1997 si intitola Urban Hymns ed è opera (la terza) dei Verve, appena riabbracciatisi dopo la scissione temporanea a valle di A Northern Soul.

I Verve riaffiorano dunque dai vortici psichedelici dentro cui erano naufragati e riemergono statuari come dei Bronzi di Riace, al cui cospetto il mondo si genuflette incantato tendendo le mani per lucidargli i genitali.

Il punto di svolta, quello attorno cui ruota Urban Hymns e il singolo che lo annunciava al mondo, era stata History, la ballata di fragole e miele pubblicata come ultimo estratto dall’album precedente e sulla quale, in un’accidentale caparra sulla storia, Liam Gallagher batteva le mani.

È quel tipo di orchestrazione Liberty che Youth e Chris Potter, chiamati a produrre il nuovo album, vogliono usare come punto di partenza per la svolta pop della band, come pista magnetica sulla quale attaccare la voce calamitata di Richard Ashcroft, tirandola fuori dai gorgoglii psichedelici dentro cui era stata immersa troppo a lungo. Quello diventerà lo standard per tutte le produzioni dei Verve e per i dischi solisti del loro vocalist da lì in avanti, il “suono dei Verve”. Con buona pace dei lampi hendrixiani e zeppelliniani che gli si riversano sopra rifiutando di essere oscurati dai violini, come succede anche qui su The Rolling People o Come On.

L’effetto è quello di un incendio domato. Del rassicurante, avvolgente, consolatorio abbraccio salvifico del pericolo appena scampato.

Lenitivo come l’unguento iperico dopo una ferita, Urban Hymns è la leccornia pop britannica che tutti si aspettavano, dopo il crescendo dello scontro fra Oasis e Blur e prima che la stella cometa si spostasse a Devon, sulla casa natale di Chris Martin per annunciare la nascita del nuovo Profeta.

Il brit-pop poggia le caviglie sui reggicosce del lettino dell’ostetrico e si lascia scrutare dentro.   

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro