THE ZARKONS – Riders in the Long Black Parade (Enigma/Time Coast)

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L’album arriva nei negozi con in copertina uno sticker che obbliga gli Zarkons a “svelare” la loro vera identità: Riders in the Long Black Parade è in effetti il terzo album degli Alley Cats. Identica la formazione triangolare Dianne Chai/Randy Stodola/John McCarthy e analogo il suono, una versione leggermente più scura (ancora di più su questo nuovo disco, NdLYS) ma ugualmente epica e decadente degli X, paragone che peserà per tutta la carriera del gruppo di Los Angeles ma che non servirà a mutare la cattiva sorte cui è destinato e cui la band pare rassegnata, scegliendo consciamente di rifugiarsi, con la scelta del nuovo nome, nell’ultima pagina delle enciclopedie del rock.

Dalla A alla Z in pochi anni e senza più ritorno.

Sarà pure per questo che Riders in the Long Black Parade sembra più ripiegato su se stesso rispetto ai due dischi degli Alley Cats, come se una oppressiva coltre di nebbie Bansheesiane fossero calate sul punk-rock dei primi anni Ottanta, avvicinando il sound del gruppo a quello necrofilo dei Flesh Eaters. Succede anche quando ci imbattiamo nella versione di White Rabbit dei Jefferson Airplane o nei ritmi in levare della bruttissima Darkness Synkopation che del reggae prende appunto le sincopi ma non il calore caraibico.

Non sono ancora delle carcasse, gli Alley Cats. Si sente in un paio di episodi.

Eppure qualcosa non funziona come dovrebbe, dentro Riders in the Long Black Parade. Qualcosa di stiracchiato, che fatica a diventare tonico, che rifiuta la prestanza, schiacciato dal suo peso o da quello della scimmia che sembra definitivamente aver preso residenza sulla sua spalla.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ACTION SWINGERS – Decimation Blvd. (Caroline)  

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Il suono è proprio da figli di puttana. Randellate di punk-rock senza fronzoli che invece di strizzare l’occhio alla classifica e al buon gusto mira a strizzare le palle.

Decimation Blvd. è uno sferragliante treno della metropolitana newyorkese ostaggio di una banda di teppisti fatti di speed e dirottato a rotta di collo verso qualche luogo malfamato. Un treno senza fermate.

Lasciati alla stazione di partenza Bob Bert, Peter Shore, Julia Crafritz e Bruce Bennett Ned Hayden ha ingaggiato dei nuovi mercenari che rispondono al nome di Chris Crush, Ned Brewsten e Dave Lindsay per mettere in atto il suo disegno criminale. Gli Action Swingers ne escono rinnovati nell’equipaggio ma non nell’equipaggiamento ne’ tantomeno nei propositi, che sono sempre quelli di falcidiare le gambe ad ogni passante.

Quattordici badilate in faccia nel giro di ventuno minuti.

Ad ogni badilata di rialzi e te ne arriva una più forte e precisa di quella precedente.

Finché non muori.

E anche allora, nessuno verrà a prestarti soccorso.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

PIXIES – Beneath the Eyrie (Infectious)  

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Ormai appurato un po’ da tutti i vecchi leoni della scena alternative-rock (Dream Syndicate, Violent Femmes, Dinosaur Jr., Long Ryders e chi più ne ha più ne metta) che una volta sciolto il branco il loro ruggito non ha messo paura quasi a nessuno, ecco che dopo qualche lustro vissuto in solitaria quei leoni in parte sdentati hanno sentito l’esigenza di serrare i ranghi e rimettersi in cammino per la savana discografica (giungla, l’avremmo chiamata una volta, ma di foreste oramai ne sono rimaste ben poche, NdLYS).

I Pixies hanno tentato (con successo, come tutti gli altri, che la nostalgia è malattia dalla quale quasi mai si guarisce) questa operazione ormai sei anni fa e sono giunti ora al terzo capitolo della loro seconda vita, che provano a reinventare simile alla prima: On Graveyard Hill, Los Surfer Muertos, Long Rider, Catfish Kate o St. Nazaire ad esempio abbondano della chincaglieria che arredava dischi come Surfer Rosa o Trompe le Monde. Melodia, rumore, qualche schitarrata surf e western.

Belle, ma il rock ‘n’ roll è un po’ come il porno. E se attori e attrici hanno trent’anni di meno è meglio.

Meglio a questo punto quando i Pixies scelgono di non fare i Pixies e suonano un po’ ambigui, quasi come dei Monty Python che si divertano a prendere in giro i Blonde Redhead: This Is My Fate, Bird of Prey, In the Arms of Mrs. Mark of Cain sono insolite bizzarrie, non del tutto riuscite ma perlomeno coraggiose nel tentare il salto dal recinto.

Ma Beneath the Eyrie è anche pieno di canzoni di un pallore artistico assoluto: Silver Bullet, Daniel Boone, Ready for Love, Death Horizon torna all’idea della savana iniziale: un semideserto dove, sotto l’ombra di qualche baobab, ogni tanto il branco si ferma stremato e invece che riposare pensa sia una buona idea strimpellare una canzone. Una canzone qualsiasi. Non necessariamente una dei Pixies. Non necessariamente una che possa essere ricordata. Non necessariamente una che valesse un pubblico, per quanto nostalgico sia.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

AVENGERS – Avengers (CD Presents)  

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Quanto cazzo poteva interessare agli Avengers di fare un album?

Nulla.

E infatti non lo fecero.

Quello che interessava a questi quattro disadattati di San Francisco era lasciare la loro firma nella storia del punk. E per lasciare una firma, un tag nella storia del punk bastava fare un 45giri, un singolo che chi assisteva ai concerti poteva portarsi a casa e con cui un giorno avrebbe potuto ricordarsi di essere stato giovane e schifato di tutto, prima di essere inghiottito da un lavoro 9-to-5. Quel dischetto, diventato presto un anthem per tutta la scena punk californiana e in futuro uno degli inni sacri contenuti nel libro liturgico del genere, era uscito per la Dangerhouse Records nel 1977. Poi c’erano stati altri due anni scarsi di concerti furiosi, scazzottate, un secondo disco in formato 12” prodotto da Steve dei Sex Pistols e, prima che il decennio terminasse, gli Avengers erano già polvere. Una storia neppure troppo breve, se confrontata con quella di altre meteore del punk. Ma nonostante questo la volontà di realizzare un intero album era sempre mancata.

Avengers, il disco senza titolo approntato dalla CD Presents nel 1983 cerca di colmare la lacuna mettendo insieme tutto quanto si potesse racimolare del gruppo, realizzando uno dei più bei dischi postumi di quella stagione: We Are the One, No Martyr, Thin White Line, The American in Me, Car Crash, I Believe in Me, Desperation sono tutte diapositive di una stagione dove l’io disilluso diventa io politico e religioso immaginando di bastare a sé stesso, almeno per quella porzione di storia in cui il punk diventa atto costitutivo di una generazione che non si riconosce più in nessun’altra comunità che non sia la sua.      

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE CUTTHROAT BROTHERS – Taste for Evil (Hound Gawd!)  

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Potrebbe essere che ci sentiate qualcosa del primo grunge. C’è infatti il tocco di Jack Endino su questa nuova sortita dei Cutthroat Brothers, anche se il merito non è sua esclusiva. In effetti il richiamo a certi Nirvana è palese, anche se l’effetto più immediato che Taste the Evil produce in me è quello di sentire una versione meglio definita in senso punk-rock dei Dirtbombs, che nel mio bilancino personale pesano più dei Nirvana e che quindi è una suggestione che va tutta a loro vantaggio.

Le dieci canzoni del secondo album della band dei tagliagole di Seattle hanno una pastosità e una sorta di furia tribale che, nonostante l’elementare gioco su cui si poggiano e le strutture semplicissime che le caratterizzano (nei due minuti scelti come media su cui “elaborare” i vari pezzi non c’è spazio per assoli e masturbazioni varie quanto piuttosto a sequenze serrate ma non esasperate di pressing ritmico e sequenze solidissime di riff chitarristici), danno loro spesso le fattezze di un arrembante voodoo elettrico e gli conferiscono a tratti un vago odore di carburanti bruciati non molto lontano da quello sprigionato dalle autocisterne degli Electric Peace (e del resto della passione per mezzi su due o quattro ruote gli Zeke, da cui questa band per metà proviene, non ha mai fatto mistero, NdLYS).

Questa non è l’estate dell’amore.

Neppure l’autunno lo sarà.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro  

GIRLS AGAINST BOYS – Cruise Yourself (Touch and Go)  

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Nel 1994, all’epoca di Cruise Yourself, i Girls Against Boys sono la piccola compagnia di ventura destinata a conquistare parecchie, parecchie terre sul tavolo del Risiko della musica alternativa.

All’epoca sono in giro già da un po’. Hanno fatto la cosiddetta gavetta. E non sono più delle reclute. Hanno appreso come usare le armi anche per offendere, non solo per pararsi il culo dagli attacchi nemici mentre sono nel buio fumoso del loro fortino.

Potevi trovarteli schierati davanti in formazione doppio basso/chitarra/batteria.

Oppure disposti secondo lo schema tastiera/basso/chitarra/batteria.

Ed in entrambi i casi non potevi trattenere un sussulto che si sarebbe presto trasformato in una sequenza di scatti epilettici capaci di spettinarti. A meno che non usavi il loro stesso trucco e ti impomatavi i capelli.   

Loro erano i ragazzi in perenne lotta con le donne.

Bellocci e carichi di un erotismo sensuale e virile. Tonici come la loro musica. Ma mai volgare. Mai ostentata. Sibillina, piuttosto. E anche un po’ perversa, ammiccante, audace.

Che stavolta siano arrivati per conquistare lo si capisce già dal passo risoluto di Tucked-in, con le voci dei due sergenti che si sovrappongono, impartiscono ordini, imprecano, aggrediscono. La truppa percorre uno stretto cunicolo, finché il tunnel non si apre su una palude che fuma ancora di bivacchi sonicyouthiani. È l’inizio dell’offensiva.

Cruise Your New Baby Fly Self e Kill the Sexplayer, con le loro doppie linee di basso, sono le teste di ariete usate per sfondare le mura.

Poi è un susseguirsi di attacchi psicologici, strategie d’azione e rese simulate che si chiamano [I] Don’t Got a Place, The Royal Lowdown, My Martini, Psychic Know-How, From Now On con cui i Girls Vs. Boys fanno centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di prigionieri.

Me e voi compresi.       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

RAIN TREE CROW – Rain Tree Crow (Virgin)  

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Se le ultime tracce di vita dei Japan documentate sullo splendido live Oil on Canvas erano poco più che installazioni di musica ambient e le sortite soliste dei loro protagonisti avevano spesso assecondato quel gusto, non stupisce più di tanto che il ritorno collettivo in scena seppure sotto mentite spoglie faccia tesoro di quelle ricerche. Rain Tree Crow si muove sotto quelle fronde, mutando però direzione rispetto all’ago della bussola. Non più l’oriente che avevamo conosciuto grazie alle esplorazioni dei Japan ma piuttosto una placida immersione in un ḥammām spirituale che ha pochissimi punti di contatto con l’esperienza del gruppo precedente, sconfinando piuttosto nella new-age tanto in voga in quel periodo e a cui David Sylvian ha già educato i suoi ascoltatori su dischi come Alchemy, Plight and Premonition, Gone to Earth, lavori la cui sensibilità si accosta con maggior armonia a questo Rain Tree Crow che non l’intera discografia del gruppo-madre. Un disco che non tradisce quanto promesso semplicemente per il fatto di essere arrivato senza alcuna promessa: si tratta semplicemente di una delle tante collaborazioni che gli ex-Japan non si sono risparmiati dopo la separazione. Menti e mani creative che però non riescono più in quei giochi di negromanzia alchemica con cui erano riusciti ad incantarci una volta messe vicine, limitandosi ad offrirci un analgesico.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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IGGY POP – Free (Caroline/Loma Vista)  

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Il mare è quello degli ultimi giorni d’estate. E infatti è quasi al limitare dell’autunno che Zio Iggy, ultimo sopravvissuto alla falce che si è portata via i fratelli Asheton, Steve MacKay, David Bowie, Lou Reed torna a farci visita. Ecco perché quel mare cui Iggy va incontro sembra più grande e deserto di quanto dovrebbe.  

Un saluto veloce ma intenso: Free sfora di poco la mezz’ora.

Una carezza torbida come quella di The Idiot, ma fatta da un uomo di settant’anni che ha azzannato la vita e sfidato la morte e ora si gode il riverbero quieto di quel mare agitato e tossico che generò, appunto, quel capolavoro. Su un divano, sorseggiando brandy, alzandosi di tanto in tanto per mimare un balletto solitario sul tappeto persiano, ormai ripulito dal vomito stoogesiano. Scalzo.  

Free è un lavoro più sofisticato che urgente, appoggiato languidamente su tentacoli di sax e placidi landscapes sonori. Raccontato, più che cantato in senso stretto (tutta la parte finale del disco è un reading notturno illuminato da piccole luci da night club in disarmo). Senza buttarti giù la porta per farsi ascoltare, aspettando sia tu a sentire il bisogno di andarlo a trovare, come si fa con i nonni.

Ed è una visita che val la pena fare.  

Loves Missing e Dirty Sanchez basterebbero da sole a compensare la spesa per il biglietto di andata.

La luna in tuxedo che splende su Glow in the Dark, gli abissi marini di Page quello di ritorno.

Oppure restate dove siete. Ma in silenzio, per non disturbare il meritato riposo dei giganti.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MR. DEADLY ONE BAD MAN – Breakdown (Skronk/Dead Music)  

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Il posto della copertina sembra la location perfetta per una delle tante apparizioni del Samara Challenge. Magari la cosplay della signorina Morgan sfonda il parabrezza della Volvo e allunga le braccia. O magari passa ciondolante da un bordo all’altro. Oppure stai a vedere che si alza la saracinesca e….tac….eccola lì, in camicia da notte, fradicia di pioggia.

E invece no. Invece quella è la dimora (temporanea, immagino) di un “gentiluomo” che con la morte scherza pure lui.

Un one-bad-man in una one-man-band.

Uno che gli piace fare le cose in gruppo ma anche farsele da sé. Un po’ come me.

In Breakdown ad esempio, fa tutto da solo: parcheggia la macchina, scende in fretta strumenti e amplificatori, monta la batteria, si sistema il reggi-armonica, collega il microfono, inforca gli occhiali da sole sul naso, si infila un collo di bottiglia sul dito mignolo, uan-ciù-uan-ciù-check e si comincia.

Otto pezzi registrati in due session diverse che svelano un’anima punk racchiusa in una crosta blues, accostabile per attitudine a quella di gente come Jeffrey Evans, Greg Cartwright, Don Howland, John Schooley.

Come loro Mr. Deadly Man spoglia le sue vittime e poi ne gode in solitudine.

Not Good Mate, Three Teeth, Our Night o ancora Go Away eYour Breakfast passano leccandosi le labbra, in attesa di salire sulla sua Volvo, in qualunque direzione essa vada. Ancora meglio se decide di restare ferma dove si trova, reclinando solo leggermente il sedile.

Mister Deadly Man aspetta la sua occasione.

Voi, non mancate l’appuntamento con la vostra.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro