DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelly Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GLI ULTIMI – Tre volte dieci (Hellnation)  

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Da buon feticista il pacco, con data di spedizione 19/12/2017, l’ho conservato.

Perché ho scoperto proprio il giorno in cui mi è stato consegnato che Hellnation, ultimo baluardo della musica punk della capitale, ha chiuso la sua saracinesca pochissimi giorni dopo, a venti anni dalla sua apertura in Via Nomentana 113, negli stessi locali che furono quartier generale della Banda Bonnot.

Conoscendo Roberto da almeno metà dei miei anni so che non starà con le mani in mano ma è un conforto che non placa la malinconia per un’altra fetta di orgoglio DIY che va via, assieme a una bella fetta della nostra vita. L’ultimo pacco di promo inviatomi da Roberto ha dunque un che di commovente. Un pacco inviato senza chiedere nulla in cambio. Un pacco che è più un attestato di stima. Un pacco che è musica per la musica, nulla di più. Inviato da uno che mi stimava quando non ero nessuno e che mi stima ancora adesso che continuo ad essere nessuno. Esattamente così.

Senza chiedere “ma per dove lo recenzisci?” (con la zeta, come fa qualcuno). Senza chiedere “ma per cosa ti serve?” ed evitando così la mia risposta più comune a questa domanda: “per pulirmici il culo”. Salvando lui e me dall’infamia del “voto di scambio”.  

Lì dentro, tra gli ultimi, ci sono proprio Gli Ultimi. Con il loro disco uscito a Maggio. Un altro disco di real-punk. Ovvero il lato disordinato delle vite che invece siamo obbligati ad ordinare in qualche modo per sopravvivere alle tagliole della vita quotidiana. Il punk vissuto fra stadio, precariato, centri storici trasformati nelle nuove periferie, famiglie che cercano di resistere allo schifo che le circonda alzando un piccolo fortino di resistenza affettiva, bar dove scolarsi una birra alzando il boccale a qualsiasi cosa, purché sia vera, purché sanguini davvero.

Tre volte dieci celebra la vita, commemora le speranze cadute e brinda a quelle nuove. Lo fa con un disco che è punk nell’anima ma che lavora di fino per rendere quelle canzoni più belle, aggiungendo buon gusto alla credibilità. Cercando di afferrare qualche nuovo desiderio finché il tempo ci concede la forza di correre e di provare ad afferrarlo, prima che l’orologio della vita non ci imponga di dovercene privare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IVANO FOSSATI – La pianta del tè (CBS)  

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Il disco alchemico di Ivano Fossati per eccellenza esce nel 1988.

È intitolato alla pianta del tè e di quella pianta porta l’aroma.

E del viaggio ancora una volta disegna la rotta metafisica più che quella turistica, anche se è il Sudamerica stavolta la terra più esplorata, tra flauti andini e passi di rumba, spruzzi d’acqua gelata e belle signore che si riparano dal maestrale durante le traversate transoceaniche, marinai che nascondono le cartoline di Genova sotto le bussole, fanciulle che diventano donne spinte dal vento d’estate e gente di riviera inadeguata alla futilità che la spiaggia richiede come pegno ma orgogliosa di vivere in una città che “si vede solo dal mare”. Gente abituata all’attesa, senza sapere esattamente di cosa o di chi.

Che qualcosa o qualcuno arriverà.

Forse proprio per l’ora del tè.

Che il caffè è troppo lontano.

E c’è sempre qualcuno pronto a leggerne il fondo.

E a dirci qualcosa che non vogliamo sentire.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ST. PHILLIP‘S ESCALATOR – The Derelict Sound (autoproduzione)     

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Mi sono spesso chiesto, nell’ultimo decennio, perché i St. Phillip’s Escalator non siano mai esplosi come fenomeno di massa, alludendo naturalmente a quel “popolo di eletti” che si nutre in maniera abituale di rock ‘n roll, lo stesso insomma che ha fatto di nomi come Chesterfield Kings, Hellacopters o Black Lips degli intoccabili della storia del rock e che, presa a campione, spesso non conosce della band di Rochester neppure il nome.

L’ascolto del loro ultimo disco ribadisce questo mio interrogativo aggiungendo l’assoluta certezza che non troverò il loro nome nelle banali classifiche di fine anno che tutti si affretteranno a stilare senza neppure aspettare che passi Santo Stefano. Peccato. Perché ancora una volta i St. Phillip’s Escalator hanno lavorato ad un disco senza rinnegare le loro ispirazioni ma esaltandole e riproiettandole nel nuovo secolo. Con una genuinità palpabile e un’energia coinvolgente.

Il loro “suono derelitto” pasciuto nei pascoli del miglior rock ‘n roll degli anni ’60 e ’70 si allarganda in una visione “classica” e globale del rock stradaiolo e suburbano passando per la California, per Detroit, per New York, per il Texas e per il Northwest e trascinando con se tutto il meglio raccolto per quelle strade, da Alice Cooper ai 13th Floor Elevators, dalle New York Dolls ai Sonics, dagli Hoods ai Mudhoney, dagli Amboy Dukes ai Chesterfield Kings, il cui suono non ha mai smesso di riverberarsi dentro le loro canzoni. Che stavolta, a differenza dell’avaro disco precedente, sono ben dieci.

E non se ne butta via una.

Anche se alle vostre orecchie ammaestrate dalle riviste di tendenza forse non ne arriverà mai manco mezza.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RINO GAETANO – Mio fratello è figlio unico (It)  

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Qual’era la dote più grande di Rino Gaetano? Quella di raccontare cose serissime nascondendole dietro un apparente, svagato e dissacratorio non-sense.

Raccontare la vita pubblica e privata degli italiani farcendola con una glassa di ironia pungente: questa era l’arte di Rino Gaetano. Descrivere l’amarezza delle vite comuni fotografando la loro ovvietà dentro una cornice di accadimenti storici che le sfiorano o a volte le trascinano con se, travolgendole. La normalità che diventa eroica senza compiere nessun atto eroico, proprio per la consuetudine e la piccolezza che usano come esile scudo. Vite fatte di poco, amori “fatti di niente”, feste di paese, lavori salariati. Cantati con la facilità che piace alla gente normale. Evitando come la peste la retorica militante, i suoni e il linguaggio ricercato, le ambasciate dalle segreterie del partito. Riadattando se stesso al livello dei protagonisti delle sue canzoni e mettendo queste allo stesso livello del suo pubblico, Rino Gaetano compie la sua piccola grande rivoluzione. Scende dal piedistallo cantautorale degli anni Settanta e si dona alla pari.   

Canta l’emarginazione dell’amore e del lavoro e la solitudine che ne deriva, la delusione per le promesse non mantenute, per i sogni mai raggiunti, per i pensieri non pensati che poi ti vengono a cercare in sogno e si sfaldano con la luce del giorno o diventano spettri alla luce itterica di qualche pensilina della stazione, mentre aspettiamo il solito treno su cui ancora una volta non saliremo.

I protagonisti del suo secondo album sono emarginati per vocazione o per destino. Eroici sfollati senza avere bisogno dello sfollagente. Gente del Sud spaesata dall’emigrazione imposta tacitamente come unica alternativa a un futuro color marrone. Costretti a lasciare le case popolari della Calabria per abitare le cooperative grigie degli appaltatori del Nord.

Costretti a vedersi derubati del sole ma ancora capaci di farsi abbagliare da una contadina bianco vestita. Ancora custodi di una purezza difficile da raschiare via.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JASON & THE SCORCHERS – Lost & Found (EMI)  

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Erano impetuosi, i primi Scorchers. Lo erano più dei Blasters, dei Del Fuegos e dei Long Ryders, altri restauratori che come loro cercavano di portare avanti la grande tradizione della musica americana, quella del rock ‘n roll, del country & western, dell’honky tonk.

Lo erano forse in maniera esagerata, tanto che poi avrebbero finito per pisciare fuori dal vasino. Però, fin che il vasino venne centrato, ci portarono in dono della bella musica. Fragorosa e ardita. E molto americana. Di quell’America che da ragazzini avevamo imparato ad amare sui film western e che ora tornava a trovarci vestita con gli stessi cappelli a falde e le stesse giacche sfrangiate ma armata con l’arsenale delle New York Dolls. All’epoca suonavano ancora con una stella da sceriffo gigante dietro le spalle e una bandiera confederata piantata fra le aste della batteria e saltavano sul palco come sopra dei tori meccanici invisibili. Il cavo del microfono che si muove vorticoso attorno al corpo allampanato di Jason Ringenberg come il laccio da bestiame attorno a quello del suo cowboy.

Sembravano una di quelle band che stavano facendo tremare Minneapolis, un po’ più a Nord. Che so, i Soul Asylum o i Replacements. Invece loro venivano da Nashville. Terra di campi di pannocchie e di pascoli a perdita d’occhio. Jason c’era arrivato dall’Illinois, campi di pannocchie e pascoli a perdita d’occhio anche lì. E opportunità zero. I due extended play su Praxis avevano suscitato l’interesse della EMI che aveva pensato che quell’infetta miscela tra musica roots ed energia punk scomoda sia per le radio country che per quelle rock potesse, aggiustata a dovere, trovare una sua dimora. Si trattava di mantenere intatta l’energia ma di affidarsi ad una produzione che mettesse le chitarre e la batteria in primo piano rispetto a tutto l’ambaradan.

E così fu.

I Really Don’t Want to Know, White Lies, Blanket of Sorrow, Lost Highway, Change the Tune, If Money Talks, Last Time Around sembravano una versione a stelle e strisce del rock muscoloso dei gallesi Alarm per poi stendersi, dopo una giornata di polvere alzata dagli zoccoli dei cavalli, a riposare occhi e deretani al calore di un falò e ad intonare qualche canzone carica di nostalgia come Far Behind o Broken Whiskey Glass.

Sembravano sinceri. Forse lo erano.    

Comunque sia, a noi allora bastavano.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SHA NA NA – The Golden Age of Rock ‘n’ Roll (Kama Sutra)  

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Una di quelle band inoffensive che piacevano, e piacciono ancora, solo agli americani.

Anche quelli insospettabili. Tipo Jimi Hendrix che li volle sul palco di Woodstock prima della sua esibizione. E così, la terza alba del festival venne investita da una discutibile febbricciola revival e da un’ancora più discutibile e fuori contesto coreografia di balletti old-fashion, pomate per capelli, pailettes.

Una merda assoluta in fatto di stile, diciamolo pure. Ma il pubblico del festival, rintontito da due giorni di musica, sesso e droghe, non se ne rese conto nemmeno (tanto che dell’esibizione del gruppo venne ripresa solo una piccolissima porzione, NdLYS). Lo scialbo fifties-rock degli Sha Na Na che aveva infiammato i cuori del campus universitario servì giusto come colonna sonora per accompagnare lo sciame di hippies che andava a svuotare vesciche ed intestini ai bordi del campo, in attesa che salisse sul palco il mancino di Seattle. Il loro show era più roba da avanspettacolo che un concerto rock, la loro visione del rock ‘n roll una roba che sapeva di lacca, gli intrecci vocali delle loro voci roba buona per le feste di fine anno accademico del campus universitario. Insomma, roba da musical. E infatti qualche anno dopo sarebbero finiti dentro Grease, il musical che celebrava l’America dei teenagers degli anni Cinquanta e che stavano a quelli della generazione hippie come Gianni Morandi con gli anni di piombo.

In realtà dietro il progetto effimero e frivolo degli Sha Na Na si nascondeva l’intenzione del loro creatore di sanare la spaccatura tra le frange pacifiste più intransigenti e i fanatici interventisti che di fatto scindevano in due il movimento studentesco della Columbia University, unendo di fatto le due fazioni sotto un’unica bandiera: quella del rock ‘n roll più spensierato. L’obiettivo era distrarre i ragazzi da ogni velleità o schieramento politico per invitarli a riassaporare il piacere degli impulsi primordiali. Tornare al pre-politico simulando una nostalgia che in realtà era studiata a tavolino e del tutto fasulla.  

Gli eccessi che covavano sotto quel mondo di cristallo sarebbero emersi nel 1974, quando dopo un concerto nella locale università di Charlottesville Vinnie Taylor, il venticinquenne chitarrista entrato nel gruppo tre anni prima, era stato trovato nella sua suite all’Holiday Inn con le vene così piene di eroina che le si erano irrigidite come le corde della sua chitarra.   

La sua chitarra è quella che si può ascoltare sul doppio live The Golden Age of Rock ‘n’ Roll, ennesima ripetitiva pantomima di figuranti di Elvis e di Bill Haley pubblicata dalla Kama Sutra nel 1973 e che avrebbe di fatto dato il via a tutto il fifties-revival degli anni Settanta, imperversato su piccoli e grandi schermi a suon di American Graffiti, Happy Days, Grease e lo show televisivo degli stessi Sha Na Na.

A quel punto Vincent Taylor scompare dalla faccia della terra ma continua a vivere in quell’universo parallelo che è il pianeta del rock ‘n roll. Perché nel Giugno del ’74, durante una visita alla sorella morente, il killer Elmer Edward Solly decide di mandare affanculo la custodia cautelare e l’accompagnatore affidatogli dal penitenziario e di darsi alla macchia. Ha bisogno di una nuova identità e quella notizia che aveva letto sul New York Times durante la detenzione un paio di mesi prima gli torna prepotentemente alla memoria. Così Mr. Solly decide di diventare Vincent Taylor. Non un Vincent Taylor qualunque, ma “quel” Vincent Taylor. Si reinventa una vita da rockstar e si presenta agli agenti di spettacolo come l’ex Sha Na Na, dichiara che tutto quello che era accaduto quel 17 Aprile era solo una messinscena per uscire fuori dalla band e si presenta al pubblico con il nuovo nome di battaglia: Danny C. “The Bad Boy”. Lo avrebbe tenuto per ben venticinque anni, facendo serate con tanto di scritta Sha Na Na cucita sulla giacca, firmando autografi e rispondendo alle email dei suoi fan dal suo sito web ufficiale, mostrando un’innata capacità di entertainer, a suo completo agio nei panni di un Frank Sinatra del doo-wop.

Una mandrakata mandata a monte da una telefonata fra professionisti dello spettacolo. Non dall’FBI, non dalla CIA, non dalla Polizia della Florida o della Virginia o dello stato di New York. Semplicemente, una telefonata fra Tommy Mara e Peter Endleson dell’entourage degli Sha Na Na. Come se Raul Casadei chiamasse Guido Elmi per ringraziarlo per avergli mandato Massimo Riva e scoprisse invece di avere nei camerini Renato Vallanzasca. Uguale.

Una storia inverosimile, un’”americanata” nell’”americanata” che tuttavia regge, alla faccia degli identikit, per un quarto di secolo e che è stata raccontata su Who The (Bleep) qualche anno fa (visibile in lingua originale a questo link: http://www.dailymotion.com/video/x19lakc). Una storia che da sola vale forse più di tutta quella degli Sha Na Na. Che artisticamente erano il vuoto assoluto e che tuttavia sarebbero durati più di ogni altro gruppo presente sul prestigioso palco di Woodstock.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro