OPAL – Happy Nightmare Baby (SST)  

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Gli Opal. Ovvero quando David Roback si ridesta dal sogno colorato dei Rain Parade e sprofonda in un incubo Escheriano.

Sul letto, accanto a lui, c’è distesa Kendra Smith, musa e madonna del movimento Paisley. È un incubo, ma è un incubo niente male.

Happy Nightmare Baby rende tributo all’acid rock californiano di due decenni precedenti e lo avvelena ulteriormente con le ossessioni inglesi di Roback (Pink Floyd in primis e non esclusivamente quelli di Barrett, ma anche i Tyrannosaurus Rex e i Soft Machine) e alcune scorie tossiche che sembrano state trasportate da qualche falda petrolifera sotterranea proveniente dall’oriente.

Ne viene fuori un disco bellissimo e trasversale di grande fascino che disseminerà il suo polline ben oltre il recinto ormai divelto del Paisley Underground. Ne ritroveremo tracce nei dischi di esordio di Uzeda e PJ Harvey ad esempio e, tumulato sotto tonnellate di rumore, in molti dischi shoegaze e anche in quelli di band come Smashing Pumpkins e Tool. Ma mai in questa forma, che suona come una visione dilatata, alterata, deforme, fluttuante del blues primigenio, così come lo sognarono i Doors e i Grateful Dead.

Il Paisley Underground muore agitando i tentacoli, in preda ad un ultimo spasmo, vittima di un ultimo, definitivo fiotto di veleno lisergico e letargico.     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

BLACK SNAKE MOAN – Phantasmagoria (La Tempesta/Teen Sound)  

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Il nome è rubato a un vecchissimo blues, ma chi dentro la musica di Black Snake Moan cercasse del blues l’archetipo o la carcassa, non ne troverà.

E pure dei Doors accostati più volte alla musica del musicista di Tarquinia in realtà se ne scorgono appena gli stipiti.

Phantasmagoria, che è un disco bellissimo, è invece un album di musica trascendentale, permeato di suoni orientali e radiali vicini alla sensibilità chiaroscurale di un artista come Brendan Perry. C’è, in tutte le tracce, quello stesso ipnotico spleen che riempiva un capolavoro come Eye of the Hunter.

Le impronte etniche, nonostante lascino solchi profondi, non conducono mai alle porte di una volgare Bollywood costruita per accogliere stuoli di turisti affascinati da un’India posticcia ma serve a pervadere l’ambiente sonoro di fumigazioni simili a quelle di un incenso votivo in un rituale spirituale, sacrale, esoterico, tenebroso e mistico insieme. La musica di Black Snake Moan di questo profuma, preparandoci alla grande notte di Shiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DUM DUM GIRLS – Only in Dreams (Sub Pop)  

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A livello volumetrico, hanno la stessa quantità di fica delle Bangles. E pure in capacità melodica le Dum Dum Girls se la giocano alla pari con le vecchie leonesse californiane.

Non mi stupirebbe dunque che questo secondo disco della band di Dee Dee fosse un grandissimo successo, che a sedercisi sopra mentre gira è un po’ come stare sopra un’enorme, festosa giostra spectoriana.

Ma c’è pure, nella musica delle Dum Dum Girls, un bel tiro “ferroviario” che non dispiacerebbe a Johnny Marr. Cosicchè quando scorrono In My Head, Wasted Away, Always Looking o Heartbeat sembra di vedere passare dei vagoni affollati di tutti i protagonisti delle copertine degli Smiths che ci guardano sorridenti dai finestrini. Qualcuno alza un braccio in segno di saluto. Qualcuna agita la mano.

Noi ricambiamo, che sembra il giorno perfetto per essere felici.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DURUTTI COLUMN – Circuses and Bread (Factory)  

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Prima di salutare Vini Reilly per diventare il trombettista dei Simply Red (la band di blue-eyed soul formata dagli altri ex-Durutti Tony Bowers e Chris Joyce), Tim Kellett lascia dentro Circuses and Bread il suo testamento artistico, in una lunghissima improvvisazione intitolata Blind Elevator Girl (Osaka). È il sesto album in studio per la band che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente era stata l’orgoglio della Factory e di tutta Manchester assieme ai Joy Division ed è ancora una volta un disco bellissimo, crepuscolare e romantico. È il suono di una piccola orchestra che continua a dilettare il suo pubblico mentre fuori la guerra non le concede il rispettoso silenzio che meriterebbe (Street Fight). I Durutti Column regalano al mondo, ancora una volta, il dono della gentilezza. All’arte, la grazia cromatica del colore sfumato, del mezzo tono, delle tinte pastello. Anche quando azzardano qualche passo di danza (i due movimenti di Dance) lo fanno con un garbo aggraziato ed aristocratico lontano anni luce dalla prepotenza ritmica dei “vicini” New Order. È un mondo solcato dalla stessa decadente raffinatezza dei Tuxedomoon, quello dei Durutti Column. Rigato dalla malinconia e dalla mutevolezza d’umore che ne sgorga. Un piccolo rivolo di mascara che traccia una riga imperfetta ai bordi degli occhi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BLONDE REDHEAD – 3 O’Clock (Wa Kuru/Ponderosa Music & Art)  

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Le ore Tre giapponesi sono l’equivalente delle ore Cinque per l’Inghilterra e per quanti  hanno adottato il medesimo angolo di 150° per sorseggiare pigramente il loro tè.

È la stessa indolente pigrizia pomeridiana e post-prandiale che avvolge le quattro canzoni di questo extended play dei Blonde Redhead, tutte mollemente accucciate dentro un morbido utero di ovatta. Piccole intermittenze elettroniche, nuvole placide di archi (quelli dell’American Contemporary Music Ensemble, NdLYS) sospinte da discreti soffi di ottoni, squarci bucolici di una natura che asseconda servizievole il sonno del Dio Pan riverberando l’eco del suo stesso flauto.    

3 O’Clock indugia fattivamente in quella ricerca della soave bellezza che è diventata una prerogativa del terzetto italo-giapponese e che è riuscita a coniugare con destrezza il dream-pop occidentale, la library music di cui l’Italia dei fratelli Pace fu maestra negli anni Settanta e lo Shibuya-kei che fu invece dominio del Giappone di Kazu Makino.

Musica per sonorizzare i rifugi antiaerei.

Per proteggere occhi ed orecchie dalla devastante miseria del mondo che passa là fuori.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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M83 – Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Gooom)  

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Prima di autoproclamarsi, consapevolmente, il cassonetto di tutta la spazzatura retro-futurista che aveva loro fatto muovere i primi passi, gli M83 erano diventati quasi senza volerlo tra i protagonisti d’eccellenza del ritorno degli sconfinati arcobaleni shoegaze dei primi anni del nuovo secolo. Di quell’effimero revival portato avanti da compagini come Flying Saucer Attack, Sigur Rós, Lali Puna, Broadcast erano divenuti addirittura l’avamposto francese, trovandosi di colpo al centro di un palco su cui non si erano ancora spenti i riflettori che avevano accolto l’ingresso nel circo del pop di band come Air, Phoenix, Daft Punk.

Quella che all’epoca era ancora, convenzionalmente, una “band” sarebbe diventata poco più che un egocentrico luogo di produzione individuale per il solo Anthony Gonzales proprio all’indomani del loro capolavoro Dead Cities, il disco dove le montagne russe della space age bachelor pad music dei maestri (anche loro per metà francesi) Stereolab (0078h la pista più erta e rapida, con giro della morte, avvitamento a cavatappi e tutto il resto che vi piace trovare su una roller coaster) si catapultavano a capofitto dentro la raggelante “morgue” dei Cure più cerei creando asfittici abissi di staticità sintetica come Gone o entrando in collisione con l’asteroide 4422, da anni rinominato dall’astronomo Gareth V. Williams al vero maestro della space-music francese Jean Michel Jarre (Unrecorded, il maestoso iceberg che si staglia su On a White Lake Near a Green Mountain, le algide distese di Be Wild), prima di spegnersi nei quattordici minuti della loro A Day in the Life e intitolata Beauties Can Die: quattordici minuti di lievitante bellezza che avvizzisce fino al suo plateale soffocamento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Still in a Dream (Cherry Red)

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A pochi mesi dal box Artifact, Still in a Dream arriva a focalizzare la visione d’insieme su ciò che fra le canzoni di quei primi cinque dischi sarebbe stata la scintilla che avrebbe in qualche modo acceso un’intera scena anche al di fuori dalle culline termiche della Creation Records e anche fuori dalla Gran Bretagna.  

Un cofanetto di altri cinque cd per illuminare di lampi shoegaze i nostri ricordi. Per accendere di colori fluorescenti chi in quella trappola di luci e rumore finì per metterci il piede e forse l’intera gamba stordito dalle rifrazioni di band contemporanee come Black Angels, Warlocks o Black Rebel Motorcycle Club (per tacere delle derive estreme del blackgaze, NdLYS) che a quelle intuizioni devono ancora tutto oppure guardando un documentario come Beautiful Noise alla cui coda stellare sono associati sia Artifact che questo nuovo box della Cherry Red. 

Still in a Dream si muove come una sonda endoscopica nell’intestino di quel movimento, esaminando gli otto anni in cui la musica inglese (ma non solo, vedi qui alle voci Flaming Lips, Luna o Bardo Pond ad esempio) provò a cercare le stelle guardandosi le scarpe. Trovandole.

Siamo negli anni che precedono la solidità e la concretezza del Brit-pop, dentro i confini, seppur labili, di quella che può ancora essere definita come musica “indie”. I contorni sono volutamente poco definiti, estatici, sfumati, nebulosi, sognanti. Sono vapori di rumore che si disperdono nell’aria, drogandone ogni atomo.

Un autentico generatore di melodia e di rumore che amplifica quanto immaginato dai Velvet Underground due decenni prima e lo rende un sentiero praticabile e gremito.       

Ottantasette brani necessari (ma non sufficienti) per setacciare a dovere il fenomeno shoegaze, con almeno due assenze eccellenti poco perdonabili come Breathless e My Bloody Valentine. Per il resto, all’appello non manca nessuno: Swervedriver, Spacemen 3, Jesus & Mary Chain, Ride, Spiritualized, Chapterhouse, Bark Psychosis, Sun Dial, Mercury Rev, A.R. Kane, Cocteau Twins, Cranes, House of Love, Pale Saints, Flying Saucer Attack, Loop, Telescopes e tutto il mondo sommerso che detonava sotto di loro. 

 

                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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LEANAN SIDHE – Blue and Gold (and Magic Yellow) (Spittle)

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La politica promozionale di Good Fellas da qualche anno non è delle migliori, scegliendo la complicità di firme “amiche” piuttosto che il rischio della recensione mancina, ma l’idea di togliere polvere dal catalogo Spittle tornando sullo storico passato del “rock italiano” non è davvero da buttare. È così con somma gioia che mi ritrovo ad ascoltare 20 anni dopo (!!!) i Leanan Sidhe. Cazzo, mi dico, allora non è vero che tutti se ne sono scordati, nonostante il libro Anni di Musica dedicato alla scena toscana non li abbia sfiorati nemmeno di striscio!
Io i Leanan Sidhe li conobbi per caso, grazie a Giulio Tedeschi e ai suoi “pacchi regalo” firmati Toast. Ash Grove Primroses, questo il titolo di quel mini qui infilato assieme al secondo e ad un paio di inediti, non poteva non rapirmi, visto che proprio due settimane prima ero rimasto incantato dalla psichedelia increspata e liquida dei Breathless. Qualcosa di sciamanico aleggiava in quello sgranarsi di arpeggi folk intinti nel delay, in quel torbido bucolismo post-punk che lasciava riposare la testa di Ian Curtis sul guanciale morbido e deforme di Syd Barrett. I Leanan Sidhe toglievano l’àncora dalla carcassa della new-wave e facevano andare in alto quel vascello carico di muffe dark. Onore al loro tragitto verticale.

Franco “Lys” Dimauro

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COCTEAU TWINS – Treasure (4AD)

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Chi mise la mano dentro la scena post-punk inglese degli anni Ottanta rimase ustionato dal fuoco freddo dei Cocteau Twins. Io me le bruciai entrambe.

Elisabeth Fraser e Robin Guthrie riescono a trasformare in un sogno estatico le visioni gotiche della new wave britannica. Una larva che diventa una splendida farfalla e prende il volo sbattendo le sue ali variopinte, allontanandosi anche dal proprio bozzolo che era quello opaco di Garlands. Treasure è la metamorfosi compiuta, il disco con cui i Twins salutano il mondo dall’alto planando in un paese delle meraviglie dove i ghiacciai tintinnano come campanelline e le caverne sono spelonche piene di monete d’oro.

Con Treasure i Cocteau Twins realizzano il disco con cui sostituiscono i Banshees nel cuore degli amanti della musica tardo-romantica. Raccolgono la magia oscura di certe evocazioni gotiche care alla Siouxsie Sioux ma ne intrecciano le radici attorno a un suono che ha il gusto un po’ magico di un mondo incantevole e fatato.

Liz costruisce questo mondo di parole incantate, questa formula magica di sillabe e vocali mutevoli, estese e filiformi, questi singhiozzi angelici, questa esperanto stregata per cappellai matti e bianchi conigli bipedi. Sotto di lei risuonano i rintocchi delle campane di Lorelei, il jingle-jangle scintillante di Aloysius, i clavicembali di Beatrix, la marcia ossianica di Persephone, gli abissi acquatici di Otterley.

Treasure è il suono delle meraviglia, dell’incanto che ci coglie davanti all’estasi della bellezza, alla contemplazione dell’infinito, allo schiudersi leggero della grazia della natura, è un nido di ovatta dentro cui covare il proprio animo.

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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BREATHLESS – Green to Blue (Tenor Vossa)

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Sprofondare nell’autunno.

Due volte.

I Breathless tornano a soffiarci addosso con un doppio album, fino a ficcarci il freddo dentro le ossa.

Ci sono due modi per ascoltare la musica dei Breathless.

Uno è a basso volume, abbandonandosi all’accidia di una musica che sembra l’imperturbabile silenzio urlante di una morte nel sonno.

L’altro è quello che io chiamo “ad immersione”. A volume altissimo.

Lasciandosi colare addosso questo blob di psichedelia vestita di viola.

Facendosi tramortire da un muro di suono che stordisce i sensi dopo averli sedati e resi docili ed arrendevoli. Una parete di vasellina che ci sommerge, inarrestabile nella sua corsa a passo di lumaca.   

Chi potrebbe essere così dissennato e cinico da permettersi la leggerezza di cantare sotto questi immobili vapori purpurei se non Dominic Appleton con quel suo unico, interminabile guaito di un cane lasciato dietro la porta di casa.

Accanto a lui, come ai tempi delle biglie di vetro, Gary Mundy alla chitarra, la bella principessina dark Ari Neufeld al basso e Tristam Latimer Sayer alla batteria.

E, come a quei tempi, i Breathless riescono a dipingere piccoli capolavori di mestizia post-punk. Come Rain Down Low che indossa il suo spolverino migliore per prendere il posto della April Skies dei Jesus and Mary Chain nel guardaroba degli orfani dei Joy Division, la fantastica coda di pavone che si apre sul finale di Fade Away, i flutti molto Cure di Please Be Happy, la moviola intorpidita di Everything Is Us, le grinzosa lenzuola di J Mascis usate per coprire il letto disfatto di Walk Away.

Qualcosa di magico si muove dentro la musica dei Breathless. Qualcosa che si fa beffe del tempo, quello destinato ad allungare le rughe del nostro viso e ad accorciare l’ossigeno ai nostri polmoni.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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