3RA1N1AC – H1551ng Pri95 1n 5tati1c Coutur3 (Touch and Go)  

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L’ultimo disco dei 3ra1n1ac con le chitarre.

L’ultimo disco dei 3ra1n1ac con T1mmy Taylor che suona le chitarre.

(Quasi) l’ultimo disco dei 3ra1n1ac con T1mmy Taylor.

(Quasi) l’ultimo disco di T1mmy Taylor.

Poi, dopo aver compiuto l’ultima bravata coi compagni tirando sassi di kryptonite all’indirizzo dei nuovi compagni di etichetta Man or Astro-Man per un quarto d’ora di fila, T1m avrebbe lasciato per sempre il pianeta terra.

I 3ra1n1ac sono eredi di quella follia strisciante che ha sempre caratterizzato l’Ohio, prima ancora che lo stato del Midwest diventasse in qualche modo il vessillo della tradizione storica nazionale con le sue Hall of Fame consacrate ai nomi che hanno fatto la storia della musica americana. La loro musica è una gigantesca ruota panoramica che da Cleveland guarda a mezza America e allunga lo sguardo al di là dell’Oceano.

H1551ng Pri95 1n 5tati1c Coutur3 suona come dei Wire sotto elettro-shock. Costretti ad ammettere che il punk era tutta una grossa minchiata, con gli elettrodi infilati sotto la pelle fino a che non saltano sui rami del platano più vicino come bertucce vivisezionate.

Pu55yfoot1n’, 1 Am a Crack3d Machin3, Ki55 M3, U Jack3d Up J3rk e V1nc3nt Com3 on Down suonano come dei Girls Vs Boys obbligati ad essere stuprati da queste scimmie mentre Ian Svenonius celebra la sua messa punk facendo le linguacce come Jagger.

Leccando i piedi a Dio. Finche T1m non decide di salire su per asciugarglieli.  Lasciandoci qui un po’ più soli.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MARLENE KUNTZ – Il vile (Consorzio Produttori Indipendenti)  

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In fondo la canzone-capolavoro della loro carriera i Marlene Kuntz l’avevano scritta già all’avvio della loro avventura. E anche se all’inizio era un già di per se bellissimo brano che durava appena tre minuti e mezzo e pagava pegno più a quanto fatto dai CCCP Fedeli alla Linea e dai Disciplinatha qui in Italia che ai Sonic Youth nel resto del mondo, Ape regina si ergerà nella sua monumentale e trionfale statura nel bel mezzo del secondo album della band cuneese, contribuendo a farne l’opera migliore della sua discografia. Nel frattempo, nei cinque lunghi anni che lo separano dalla sua nascita, quell’imenottero si è allungato di quasi il doppio.

Il suo volo si è fatto più pesante, il suo zampettare più inquieto.      

Ape regina è un brano dal climax drammatico e intenso, una folgore dalla scintilla infinita che una volta scoccata lascia bruciare con strazio sadico le ferite aperte causate dagli abbandoni definitivi.

A farle da cornice ci sono altre dieci canzoni meritevoli di quel ruolo. Uragani di rabbia come Retrattile, E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, Cenere,  piccole tormente d’amore come Ti giro intorno e Come stavamo ieri e psicodrammi come Il vile e L’agguato.

Un tappeto di velluto e setole di maiale a raschiare le piante dei piedi, chitarre nude, storpie e sexy come nei dischi di Sonic Youth e Girls Against Boys.  

Ora i Marlene Kuntz possono stare loro accanto.

Sedendo sul loro stesso divano.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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TUPELO – In the Fog (Vacation House)  

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La nebbia è quella padana. Ma potrebbe essere quella che infesta le sponde del Mississippi. Nel fitto della nebbia si muove la forma di un lupo. Un lupo lodigiano di nome Stiv Livraghi. L’atteso album di debutto dei suoi Tupelo, a pochi mesi dall’extended play che ha inaugurato il contratto con Vacation House è disco dal fortissimo odore blues. Tra slide guitars, armoniche e voci strascicate se ne respira il fetore della sua carcassa malandata. La mente vola, per questioni di limitrofa attiguità, ai prodigi dei Carnival of Fools ma sarebbe facile celebrare fra questi solchi lo stesso rito voodoo officiato altrove da band come Chrome Cranks, Beasts of Bourbon o Birthday Party.

La sporcizia è analoga.

La sgraziata voluttà che trasuda da pezzi come Self Combustion, Hoodoo Voodoo, Holy Drinker o Eveline, pure. Ma i richiami al blues penetrano qui ancora più in profondità, su pezzi come la bellissima Incestuose Amphetamine o nelle brevi Red e Speedway Blues eseguite in tutta solitudine da Stiv.

Il blues come espiazione dei propri peccati. La confessione di ogni pena e di ogni perversione. O forse solo l’avvertimento necessario per dimostrare che il proprio desiderio non si è affatto placato. E che non c’è pentimento, ma solo voglia di lasciar decantare il male e poi tracannare la propria anima partendo proprio dal fondo, dove tutto è più scuro, più denso e cremoso di peccato, più difficile eppure più mielato e intenso da deglutire.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BLITZ – The Complete Blitz Singles Collection (Cherry Red) / THE VIBRATORS – The Indipendent Singles Collection (Get Back)

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Gruppo di punta della storica No Future Records (furono proprio loro ad inaugurarne il catalogo, NdLYS), i Blitz furono una delle formazioni cardine della terza generazione punk britannica, quella che mutuò dalla strada codici, stili di vita, comportamenti.

Questa raccolta mette in fila tutti i singoli della band di Manchester ad eccezione del 7″ EP pubblicato dalla Warning Records ed è quindi documento storico dalla forte valenza cronologica ma sicuramente disomogeneo articolando il suo percorso dallo street punk di pezzi frontali e diretti come Attack o Someone’s Gonna Die fino alle ultime discutibili virate protoelettroniche di pezzi come Bleed Sonar.

Molto più longevi furono i Vibrators, noti soprattutto per essere stati l’oratorio formativo di John Ellis, futuro Stranglers e Purple Helmets ma in realtà autori di una buona manciata di albums e qualche singolo più o meno noto a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, parte dei quali trova posto in questa doppia raccolta. Il titolo in questo caso potrebbe trarre in inganno: sappiate dunque che se cercate pepite come We Vibrate o London Girls oppure piccoli successi indie come Judy Says Automatic Lover dovrete glissare e rifugiarvi altrove (ad esempio tra i solchi della sempreverde raccolta The Power of Money su etichetta Anagram, NdLYS). Qui si parte infatti dal 1980 giù per dieci anni di singoletti indipendenti ma ahimè non tutti all’altezza del mito. Certo, Baby Baby rimane pur sempre un classicissimo ma di pezzi come Everyday I Die a Little o Halfway to Paradise francamente non è che se ne sentisse proprio la mancanza….

                                         Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Down (Touch and Go)  

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La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (Horse, Elegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (Mistletoe, Din, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FABRIZIO DE ANDRÉ – Anime salve (Legacy Edition) (Sony Music)    

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Non temo smentita nel dichiarare che Anime salve è il miglior disco di musica d’autore mai realizzato in Italia. Non la temo non perché non ce ne saranno, di smentite, ma perché davvero me ne importa poco: Anime salve è il miglior disco disco italiano di musica d’autore per me. E tanto mi basta.

Meritava dunque il trattamento “di riguardo” che questa Legacy Edition gli riserva. E non mi stupirebbe che ne ricevesse di altri, anche quando molte altre anime salve avranno raggiunto quella volata troppo in alto e troppo presto di Faber per poterle ascoltare. E tuttavia aver goduto di un capolavoro simile per venti anni è già un privilegio affatto di poco conto. La Sony ce lo regala adesso in una elegante confezione col suo gemello partorito dal vivo l’anno successivo, sul palco del palasport di Montichiari (per capirci, l’esibizione pubblicata per intero su Il Concerto 1997 quattro anni fa, NdLYS), vestito con abiti ancora più belli, morbidi e sontuosi di quelli già elaborati del suo fratello maggiore con cui tuttavia abbiamo ormai da tempo conosciuto ogni piega, per asciugare su quei lembi di stoffa le lacrime per una dipartita troppo precoce, troppo inattesa, troppo “se mi vuoi bene piangi” per raccontarla col giusto distacco quando, ancora oggi, ci vengono a “chiedere del nostro amore”.   

Più mi lasciano sola, più splendo.

Così scriveva Alda Merini, anima salva tra le anime salve, in un elogio vibrante alla forza terapeutica della solitudine.

A questo senso etico e filosofico della solitudine come guarigione dello spirito (come sosteneva Seneca, paragonandola al cibo per il corpo) è dedicato l’ultimo disco di Fabrizio De André.

Un album che chiama a concilio tutte le anime salve del mondo esortandole con un abbraccio umano e corale a ritrovare il senso di appartenenza a quella dolcissima schiera di eletti che sanno trovare nella solitudine il mistero del proprio passaggio umano su questa terra.

Anime mai paghe che nella fredda coperta di canoni e precetti che regolano la vita del branco non trovano nessuna sazietà.

Anime salve che si riconoscono tra loro da uno scambio di sguardi inquieti.

Un’inquietudine che Faber conosce fin dentro le viscere e di cui ha a lungo cantato  lungo la sua carriera e che qui culmina con una rassegna di solitudini tutte disuguali e tutte similmente cariche di struggente malegria, appesantite ma fiere di quell’ineffabile senso di inadeguatezza che ti lascia mille miglia distante dagli altri, in un eremitaggio che se non può essere fisico, sarà sicuramente spirituale.

La solitudine come condizione attiva o passiva di distacco da un mondo falsamente perbenista, come tetto per trovare riparo dalle lordure del mondo e che qui si snoda attraverso nove brani di una bellezza tormentosa, spesso lusingata dai suoni sudamericani che hanno sempre affascinato Ivano Fossati, l’altra anima salva che lavora con De André per dare al disco il giusto colore. Che dunque non è solo il seppiato di quella che è in assoluto la più bella copertina della discografia del cantautore genovese ma che è, appunto, quello caldo e avvolgente dei tropici sudamericani, quello gitano e carnascialesco delle terre montenegrine e quello mediterraneo “imposto” da Mauro Pagani ai tempi di Creuza de mä” e che ha lasciato un importante solco nel metodo di approccio di Fabrizio al suo materiale più recente.

Sarà proprio questo “scollamento” tra la sensibilità tropicalista rincorsa da Fossati e l’anima mediterranea di De André a far ripiegare quest’ultimo su Piero Milesi (in origine chiamato solo alla direzione degli archi) per la scelta del produttore artistico di Anime salve. Uno scollamento che tuttavia Milesi non riuscirà a saldare completamente lasciando evaporare il disco in scelte di arrangiamento disomogenee che tuttavia non ne alterano o forse ne innalzano ulteriormente il valore assoluto. Ciò che Milesi porta come novità assolute sono invece innanzitutto la scelta di usare in pre-produzione esclusivamente suoni campionati ribaltando la prassi comune a tanti, De André compreso, di lavorare con musicisti in carne ed ossa sin dal momento del concepimento del suo lavoro e in secondo luogo un’attenzione quasi maniacale per la ricerca dei timbri giusti, compreso quello vocale (la voce di De André su Anime salve viene fuori come in nessun altro suo disco proprio grazie a Milesi e alla felice intuizione di usare il microfono destinato a catturare il pesante battito della cassa della batteria come microfono vocale, NdLYS).

La compiutezza di Anime salve si risolve invece dal punto di vista lirico, con una ricercatissima capacità di descrivere situazioni più o meno ordinarie con grandissima abilità poetica. Raccontando la cronaca (come la faida narrata sulla bellissima Disamistade) o l’amore (quello taciuto e infantile di Ho visto Nina volare, per esempio) attraverso un’analisi trasversale del dramma interiore che tormenta gli animi dei protagonisti.

De Andrè conduce trans, pescatori, rom, innamorati disillusi e spose infelici davanti a un gioco di specchi che ne mostra la bellezza infinita e deturpata, fino a consegnare le anime di ognuno di questi figli disobbedienti tra le mani di chi dovrà accoglierle al termine del loro passaggio terreno. Una preghiera accorata che è molto probabile, secondo lo scetticismo agnostico di chi l’ha invocata, rimarrà inascoltata.

Una chiusura solenne, quella di Smisurata preghiera, che ha tutto il sapore di un testamento emotivo ed artistico destinato più che all’ombra greve e partigiana di mille papaveri, al saluto imperituro delle corolle di mille girasoli.

Mille anni al mondo.

Mille ancora.

Che bell’inganno sei, anima mia.

E che grande questo tempo.

Che solitudine.

Che bella compagnia… 

                          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HOLY BARBARIANS – Cream (Beggars Banquet)  

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Il primo tentativo di Ian Atsbury di sopravvivere alla morte apparente dei Cult si chiama Holy Barbarians. Con lui c’è Scott Garrett che ha suonato sull’ultimo disco della sua vecchia band e nei Neverland, una delle tante hard-rock band californiane senza successo da cui proviene pure il chitarrista Patrick Sugg. Il progetto si rivela in realtà più provvisorio di quanto il disco che ne viene fuori sembra promettere, concludendo il suo ciclo vitale nell’arco di un unico anno. Eppure Cream non è un disco peggiore di quello rilasciato dai Cult due anni prima.

Scrollandosi di dosso la sindone grunge che appesantiva l’omonimo album dei Cult, Ian Atsbury sembra ritrovare la vivacità appassita prendendo in prestito i riffoni glam gentilmente offerti da Scott (Bodhisattva, Blind, Brother Fights, il singolone radiofonico Space Junkie) e adagiandosi su qualche ballata ruffiana (You Are There, la bella Dolly Bird ridondante di strass, la noiosissima Cream) che annacqua le medesime acque di colonia delle ballate dei Cult post-Electric e che alza le quotazioni commerciali del progetto, senza tuttavia raccogliere in sterline quanto profuso in energia e buone intenzioni.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

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È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomachmouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. È qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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KINA – Troppo lontano e…altre storie (Blu Bus)  

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L’”autobus blu” era in realtà un Ford Transit.

Blu.

Lo stesso con cui i Kina attraversano le Alpi per lo storico tour europeo di tre mesi che chiuderà il quarto anno di attività della formazione di Aosta e al rientro del quale registrano e poi pubblicano, sempre sull’etichetta gestita da loro e dagli amici Franti, quello che è il più bel singolo di tutto l’hardcore italiano. Si intitola Troppo lontano ed è una canzone di una bellezza inarrivabile, il canale di gronda dentro cui defluisce tutto il sogno hardcore che aveva infiammato i cuori e che eravamo riusciti ad esportare pur senza avere nessun supporto “logistico” e contando solo su un’audace e non scritta regola di autogestione collettiva. Una di quelle canzoni in cui puoi sentire l’eco dei tuoi sogni di ribellione e, allo stesso tempo, il rumore delle sue schegge una volta infranti. Una di quelle che puoi cantare a squarciagola quando attraversi la tua città, carica di quel “rumore muto” descritto così efficacemente nelle poche righe del suo testo. O che la puoi suonare con gli amici, se credi ancora nei raduni fra amici. Se hai ancora amici che cantano con te e che con te condividono un ideale o ne coccolano la memoria.

Troppo lontano è il pezzo che dà il titolo e l’avvio a questa raccolta di “storie” dei Kina . Quelle che iniziano da lì e vanno avanti per altri dieci anni. Gli ultimi. Scelte nelle loro versioni più nude, che sembra più una raccolta del Guccini dell’epoca Folk Beat che un album di ricordi di una delle più longeve e migliori hardcore band italiane. Che alla fatta dei conti il Guccini deve averlo ascoltato per davvero. E anche altra roba “contestataria” del periodo, pure. E che però aveva trovato nel punk e negli ideali libertari quello che la generazione dei loro papà avevano trovato nel beat e nel comunismo da osteria.

Voi dove avete trovato i vostri ideali? Dove il vostro linguaggio?

O, come scriveva Giampiero sulle note di Se ho vinto se ho perso, siete finiti anche voi a timbrare il vostro cartellino trasformandovi in ciò che contestavate con forza, aspettando solo di prenderne il posto?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

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Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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