PLAYMATES – Long Sweet Dreams (What Goes On)  

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Un piccolo gioiellino di power-pop realizzato in Australia a metà esatta degli anni Ottanta, Long Sweet Dreams degli svedesi Playmates è uno di quei dischetti esplosivi fatti di chitarre cristalline e armonie vocali curatissime zeppe di cori e call-and-response tra i migliori in cui possiate imbattervi.

Rob Younger li produce con ancora in testa le canzoni degli Stems che ha prodotto pochi mesi prima, probabilmente. Ma le otto canzoni dei Playmates brillano indubbiamente, nonostante i rimandi a tutti i gruppi “di serie B” (B-yrds, B-eatles, B-arracudas, B-ig Star) e di “serie C” (i C-hills, i C-ommotions di Lloyd C-ole) che possiate immaginare, di luce propria.

Wasted Years, Someone to Save, Shall We Face the Light e Remember più di tutte le altre.

Nessuno in Svezia riuscirà a far meglio in questo campo.

Neppure loro. Che, resisi conto della cosa, si scioglieranno come un piccolo ghiacciaio del Mar Baltico sorpreso da un raggio di sole.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE CREEPS – ORGANIsmi mutanti

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Enjoy The Creeps fu il disco che tolse agli Stati Uniti la coppa del mondo del garage revival. Lo fece nel 1986 e nei due tempi standard, senza bisogno di tempi supplementari e calci di rigore.

Uno dei testi sacri del Nuovo Testamento del garage rock fu elaborato in Svezia, terra di grandi profeti e di innumerevoli seguaci del Nuggets-sound per tutti gli anni Ottanta. I Backdoor Men erano nati nel 1984 dalla naturale evoluzione dei Pow, una mod-band che allietava i locali di Stoccolma con la loro lista di covers di Small Faces e Spencer Davis Group. Fu in uno di questi club che il biondissimo Hans Ingemansson, mente dei Pow, conosce Robert Jelinek, un immigrato cecoslovacco con la passione per le crude garage bands degli anni Sessanta come Music Machine, Sonics, Count Five e Standells. La band muta pelle, nome e suono. Ribattezzatasi Backdoor Men in onore dello storico e lascivo blues rivisitato dagli Shadows of Knight, si avvicina a un suono più squisitamente sixties-punk, strizzando l’occhio al grungey-folk degli anni Sessanta.

A spingere dal basso è però l’amore per il blues virato punk di bands come Animals e Them, per l’hi-speed soul da go-go party, per il jazz-rock di Brian Auger e dei suoi Trinity. I Backdoor Men si trasformano in breve nei Creeps e nel giro di pochi mesi mettono mano a questo esordio folgorante dominato dalla tastiera Farfisa, dall’incredibile voce black di Robert e dagli inserti di armonica blues (da pelle d’oca l’intro di The Creep, NdLYS) e maracas (che in Rattlesnake Shake si trasformano in un raggelante serpente a sonagli).

Down at the Night Club, in apertura, chiarisce subito il concetto: è un beat energico dominato da un giro d’organo circolare, groovy, dinamico. La voce di Robert nera e piena raccoglie in toto l’eredità di Van Morrison così come quella di Greg Prevost aveva fatto con Jagger, poco tempo prima. In chiusura, dopo due minuti di furia soul-punk, il pezzo si dilata con una sincopata coda strumentale per piano jazz di gran classe. Forse la cosa più chic che una garage band abbia mai osato fare.

Ma chi porta il disco nei salotti buoni dell’Alta Classe è un fesso.

Enjoy riaccende subito i motori con Ain’t No Square ed il suo elementare assolo intinto nel fuzz, fino al rutilante finale. Come Back Baby smorza nuovamente i toni con una ballata dove è ancora una volta l’eco dei Them di pezzi come How Long Baby o Here Comes the Night a risuonare nei riverberi vintage delle chitarre e nel canto implorante di Robert.

Gli fa da gemella, sul lato B, Darling. Uno struggente ricamo folk-blues con le corde vocali di Jelinek tese fino allo spasimo.

Le cavalcate più intense si intitolano Just What I Need, Hi Hi Pretty Girl e She’s Gone, tre violente e implacabili marce beat che spaccano le casse. Resteranno tra le pepite più preziose delle miniere neogarage dell’intero decennio.

Ineccepibili, per gusto ed esecuzione, le covers: una City of People rubata agli Illusions e un medley tra due Sonics “minori” resi con ferocia e competenza filologica.

Now Dig This! di due anni dopo ce li restituirà completamente soggiogati dalla febbre Hammond del post-James Taylor con un album ancora dignitoso ma distante dalle furiose scorribande sixties punk del debutto.

La rovina sarà dietro l’angolo, con una serie di album brutti quanto il gobbo di Notre-Dame e un’immagine da tamarrissimi figli dell’acid-house.

Ma queste sono storie buone per gli agiografi e i minchioni di wikipedia.

Per tutti gli altri rimangono le dodici perle di questo disco, una delle migliori cose rotonde con un buco al centro che non sia da poggiare sul vostro letto ma su un piatto hi-fi.

 

Hans Ingemansson is a great organist… …und ibt gern speghettis.

La definizione non è mia e non so se Hans abbia mai mangiato volentieri gli spaghetti.

Ma so per certo che è stato davvero un grande organista e che fu lui, con questo disco, a farmi innamorare del suono Hammond, così come due anni prima aveva fatto col suono del Farfisa.

Due anni.

Anche se, messi a confronto Enjoy The Creeps e Now Dig This!, sembra sia successo chissà cosa.

Sono anni in cui tutte le band garage cambiano pelle spostandosi più o meno consapevolmente verso un inspessimento dei suoni che porterà alle deflagrazioni grunge di fine decennio (nessuno lo ammetterà mai ma i Miracle Workers potrebbero essere accreditati a pieno titolo come precursori del genere, NdLYS).

I caschetti lasciano il posto a capelli incolti.

Anche i Creeps cambiano registro, allontanandosi dal grintoso R&B di matrice Animals e dal furioso garage degli inizi verso un suono diverso, dinamico, hi-energy. Diversamente da tutti gli altri però.

Sono gli unici, nel giro, ad aver ancora buoni rapporti col barbiere.

Proveranno acconciature improbabili, qualche anno dopo.

Col risultato di diventare calvi come culi di bertucce.

Ma all’epoca, siamo nel 1988, decidono per un taglio da uomini dei servizi segreti.

E sulla copertina del loro secondo disco stanno, pistole in pugno, tutti attorno al trono del Re dai denti d’avorio.

I Creeps hanno cambiato del tutto il loro stile ma rimangono ancora una granata ad impatto. Hans, lo spaghettaro di cui divevo, ha preso il predominio su tutto il resto così che Now Dig This! suona in tutto e per tutto come uno strepitante, glorioso omaggio al suono Hammond, come quello che James Taylor sta celebrando in contemporanea in Inghilterra, solo che qui c’è la voce pazzesca di Robert Jelinek a leccarci l’addome e non c’è un pezzo, dico un SOLO pezzo, sbagliato. Se non avete mai organizzato una festa solo per il piacere di sparare a mille questo disco, avete vissuto invano.

Gli svedesi Creeps sono, storicamente, l’unica band nata in piena rivoluzione neo-sixties ad aver raggiunto un successo clamoroso. Breve, effimero ed evanescente ma clamoroso. Lo fanno all’alba degli anni Novanta, con un disco che lascerà interdetti anche i fans che avevano accettato quella metamorfosi che da Enjoy The Creeps li aveva portati al soul-punk farcito di Hammond di Now Dig This! di cui Blue Tomato rappresenta la degenerazione e lo scadimento in ottica commerciale.

Siamo nel 1990 e la piccola ma agguerrita Acid Jazz di Londra sta creando dal nulla un nuovo fenomeno musicale che cerca di coniugare il jazz elettrico degli anni Sessanta con l’R&B più raffinato e un tiro funky morbido che riesce a fare breccia nel mercato con band come Galliano, Brand New Heavies, Mother Earth, Corduroy mentre vecchie glorie come Style Council, James Taylor Quartet ed Everything But the Girl trovano una seconda giovinezza proprio riadattando il loro stile alle moine delle piste da ballo più sofisticate.

La WEA, che si trova in mano un prototipo che con qualche ritocco all’immagine e una spinta sul groove può tranquillamente rivendicare un ruolo in quello che è diventato il suono più “in” della stagione, mette il gruppo alle strette.

Il risultato è Blue Tomato.

Copertina disarmante, con la band obbligata a vestire come una terribile boy band dei paesi baltici. Come la band, anche il suono di Now Dig This! viene costretto sin dall’introduzione a subire parecchie umiliazioni (Ohh-I Like It! – il megasuccessone di cui parlavo in apertura – She’s My Girl, I’m Gone, Up the Top, I’d Better Start Running, Get a Little Lovin’) con assoli di chitarra, piccoli orgasmi fiatistici, cori da Sister Act e una batteria che, pur poco dinamica, viene incaricata di tenere sveglio il groove, come fosse una pasticca di amfetamina.

C’è tutta un’aria di allegria posticcia che inquina Blue Tomato, anche quel poco, pochissimo di buono che noi dal cuore tenero vorremmo salvare dal macero, un’aria da programmi televisivi del venerdì pomeriggio.

I Creeps affogano in una insalata di pomodoro.

Blu, peraltro.

Il secondo album dei Creeps per la WEA prosegue sul solco tracciato dal vendutissimo Blue Tomato: un funky/soul scattante e dominato dall’organo Hammond che in quel periodo viene smerciato come acid-jazz. La sovvenzione della major permette loro pure di poter ottenere i servigi dei Kick Horns, terzetto inglese che ha lavorato su dischi sovrabbondanti come Sophisticated Boom Boom dei Dead or Alive, About Face di David Gilmour, Flaunt the Imperfection dei China Crisis, Red dei Communards, Wait a Minute del James Taylor Quartet, Steel Wheels degli Stones, Connected degli Stereo MC’s e svariate produzioni di Camel, Pete Townshend, Paul Young e addirittura della nostra Marcella Bella.

Quello di Seriouslessness è un suono tutto sommato esplosivo, seppur piegato alle logiche dell’ascolto disimpegnato. Accoglie qualche riff in odore di Kravitz come quelli di Unhippify Yoselph e Dingaling, un paio di ballate sornione, un groove funky memore della lezione di James Taylor e soprattutto la voce di Robert Jelinek che resta una preziosissima ostrica slava con dentro una perla nera. Tutto declinato in funzione di un appeal accattivante e senza sbavature, fino a farlo sembrare di plastica. Un po’ come certe panterone degli spot tv che sembrano pronte a sfoderare gli artigli ma poi alla fine mostrano solo il perizoma e le due natiche che lo contengono.

Però un occhio glielo si butta sempre, no?

 

Mr. Freedom NOW! esce solo su compact disc, come esige il mercato dell’epoca.

Poco male: ha un suono di plastica, e val bene una plastica.

Qualcuno se lo scambia su Napster, altra obbrobriosa moda del periodo.

Comunque sia, l’ultimo album dei Creeps concepito come tale porta ad un’ulteriore placcatura del soul ballabile del quartetto svedese.

Volendo interpretare con un pizzico di cattiveria la copertina e sovvertendo il naturale processo evolutivo di ogni favola che si rispetti, diremmo facilmente che i principi si sono trasformati in ranocchi. Mr. Freedom NOW! è infatti l’ennesimo disco destinato a deludere quanti si aspettavano un ritorno nella tana del sixties-punk da cui, a ben vedere, i Creeps sono scappati ormai da dieci anni e dentro cui non faranno più ritorno. E perché dovrebbero, del resto?

Sgombrando il campo dalle aspettative deluse, si tratta di un chiassoso lavoro acid-jazz (le chitarre pressanti di Number 3 e No Go, il funky volgare di Old Folks, ‘Bit Younger Folks & New Folks e Grossmotherfucker che sembrano voler incrociare RHCP e Andre Williams, i ritmi svagatamente caraibici che fanno capolino spesso, i rumorismi vari che schizzano il pentagramma) più del solito, con l’organo di Hans Ingemansson come sempre protagonista assoluto e valore aggiunto di questo nuovo pugno di canzoni dall’anima nera che, a differenza dei loro detrattori, non hanno voglia di prendersi troppo sul serio.

 

La passione per il cinema che avrebbe fatto di Hans Ingemansson, fino alla sua prematura scomparsa a soli 54 anni un ricercato autore, sceneggiatore e attore per diversi film e serie tv svedesi ha un anello di congiunzione con la sua “prima vita” da musicista nella realizzazione delle musiche per la serie Mysteriet På Greveholm, atto conclusivo della vicenda discografica dei Creeps. Composte in parte con il produttore Dan Zaethreus, le musiche del disco pubblicato come colonna sonora del telefilm hanno pochissimo a che spartire col repertorio classico dei Creeps, pur essendo riconoscibilissimo l’organo di Hans. Il resto della band, Robert compreso, ha un ruolo marginale nella creazione di questi “sketch sonori” aperti da un improbabile minuetto annunciato da una improbabile foto che ritrae i Creeps con tanto di parrucche settecentesche e costumi da concertisti di corte.

Si passa dal trascurabile al trascurabilissimo.

Lasciando dei Creeps un flebile ricordo destinato a sfiorire nei cuori di quanti li avevano conosciuti solo per l’effimero successo dei primi anni Novanta e una grande amarezza per chi ne aveva testimoniato il deflagrante avvio di carriera ormai dieci anni prima.

Ciao Creeps. ciao Hans.

Vostro per sempre, malgrado voi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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RICOCHETS – Slo-Mo Suicide (Progress)  

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Un gigantesco kroken abita i mari della Norvegia. Un qualche mostro cresciuto pascendo tra i rifiuti riversati in quelle acque del Nord e che adesso simula una morte al rallenti cagando tonnellate di schiumosa merda garage, soul, rockabilly.

Slo-Mo Suicide dei Ricochets è disco prodigioso, al pari e forse più di tanti altri con cui la scena scandinava sta conquistando la tavola mondiale del Risiko marciando al suono di un rawk ‘n roll sboccato e sazio di lussuria. Un suono che spesso sembra sconfinare in quelle terre di sgomento abitate dai Gallon Drunk dove il rock ‘n’ roll si tinge di gotico e che all’improvviso si illumina però di mille luci che sembrano dover illuminare l’entrata in scena di una star del soul o della folle crew dei Motor City Five. Canzoni greve che all’improvviso diventano leggeri gabbiani beat pronti a svolazzare sulle acque così che ci pare difficile immaginare che la band che suona Our Love Goodbye sia la stessa che suoni Rebel Woman, o che quella di Slo-Mo Suicide o di So Far From Home sia la medesima di Fall Down Dead o quella capace di evocare lo spettro Third Bardo su Devil Inside, anche se a cavallo della carcassa di un cavallo imputridito. Se questa sia una loro forza o una loro debolezza o se sarà necessario ricucire quest’apparente schizofrenia sarà il tempo a rivelarlo. Per ora godiamoci questa tanica di liquame rock ‘n’ roll senza dover per forza fare ne’ i filosofi ne’ tantomeno i cartomanti.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE NOMADS – Temptation Pays Double (Amigo)

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Garage-punk spurio, quello dei Nomads. Roba buona più che per i puristi del genere, per i bikers. Temptation Pays Double, titolo “rubato” al tappeto verde del retro copertina di The Las Vegas Story dei Gun Club, lo conferma a pochi mesi dal mini-album di debutto con altre sette canzoni infette dove il suono punk dei Sixties si muove scansando ciottoli di surf music, rockabilly e punk del ’77, fermandosi di tanto in tanto sul ciglio della strada, mostrando l’uccello in tiro per poi ripartire sgommando.

Il garage-punk dei Nomads è poligamico, va a letto con chi capita e se ne porta addosso gli umori. Canzoni come Where the Wolf Bane Blooms (la title-track del precedente lavoro che slitterà nella scaletta di questo così come la title-track di questo finirà sul successivo Hardware, NdLYS), Bangkok, Stranger Blues, Don’t Tread on Me, I’m Not Like Everybody Else, Real Gone Lover e Rat Fink a Boo-Boo sono punti di sutura che cercano di ricucire un corpo rock ‘n’ roll vecchio di trenta e passa anni, regalandoci un disco che se in pieno revival pecca di integrità sarà uno dei punti focali cui la generazione successiva guarderà quando si tratterà di ritoccare la musica garage con riacceso vigore, lasciando i puristi dal naso fine con il naso storto.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOTORPSYCHO – The Crucible (Stickman)  

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La tentazione di strafare per i Motorpsycho è sempre dietro l’angolo. E The Crucible cede ampiamente a questa tentazione. Tre movimenti lunghi nove, undici e ventuno minuti in cui i tre ragazzoni norvegesi sembrano annusarsi il culo l’un l’altro con gran giubilo per loro e molto meno per gli ascoltatori. Gli artifici sono quelli soliti: intricate maglie prog che avremmo perdonato a pochi altri mammiferi bipedi e che invece cerchiamo di perdonar loro anche a costo di venirne travolti o calpestati.

La forma-canzone che pure sul disco precedente trovava qualche cunicolo in cui rifugiarsi per sopravvivere allo tsunami viene, se non stravolta, sottoposta ad una torsione, una deformazione ed una tensione elastica che nemmeno le tute de Gli Incredibili. Però, nonostante la statura enorme, manca la trovata geniale, il colpo di scena che può liberare il climax sonoro, la soluzione capace di sorprendere e di coinvolgere il pubblico ben oltre la semplice parata di maestria. La fiamma è povera di vere vampate e tutto brilla di una luce flebile e anche un po’ mesta.

Se The Crucible voleva essere un viaggio, lo è nella misura in cui lo è una colonscopia. Anestesia compresa.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SPIDERGAWD – V (Crispin Glover)  

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Ho orecchie, cuore e muscoli pelvici allenati.

E già al primo ascolto questo mi permette di intuire cosa riuscirà a conquistarmi e cosa no.

E in genere non mi sbaglio.

Per quanto mi riguarda V, cui peraltro ho già concesso ben più di un primo ascolto, andrà dunque con molta probabilità ad ingrossare le fila già straboccanti di dischi che mi imporrò periodicamente di farmi piacere. So già che proverò, cercando un po’ colpevolmente di adeguarmi a lui in momenti e/o situazioni diverse consapevole del fatto che sarà molto più difficile possa verificarsi che sia lui ad adattarsi a me, di tentare una tardiva riconciliazione affettiva che pur tuttavia quasi certamente non ci sarà.

Magari allora schioccherà di nuovo la fiamma che la band norvegese aveva acceso in me un paio di anni fa e vi saprò raccontare di un amore tornato lucido come una boccia da bowling. Ma adesso no, adesso questo quinto album degli Spidergawd lascia inappagato il mio bisogno affettivo quanto quello sessuale.

È un disco che suona molto vicino a certe pacchianate anni Ottanta. Non completamente da buttare sia chiaro, che soprattutto sulle tracce finali riesce a diventare davvero trascinante, eppure non riesce a convincermi. Mi trasmette l’idea che gli Spidergawd non vogliano osare, che preferiscano giocare sul sicuro. E non c’è nulla che possa disarcionare i miei ormoni più di questa prevedibilità.

E quando alla fine lo stereo torna a zittirsi, ecco montare la sgradevole sensazione di aver ceduto alle lusinghe sessuali di qualcuno che della mia concessione ha abusato e farsi avanti la consapevole rabbia che il mio piacere era secondario e marginale a quello altrui.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE NOMADS – Where the Wolf Bane Blooms (Amigo)  

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, nella busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’Ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

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Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Scott a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEAD VIBRATIONS – Dead Vibrations (Fuzz Club)  

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Il nome, con appena due singoli in formato 7 e 12 pollici, è abbastanza nuovo. E del resto i Dead Vibrations di Stoccolma suonano da tre anni scarsi, anche se la loro musica sembra piovere da quello stesso cielo elettrico da cui tuonò tempesta negli anni Ottanta e poi, ciclicamente, per tutti i decenni a seguire.  

Fuzzy-shoegaze impattante, con le chitarre che soffiano con accanimento sui mulini a vento della distorsione più satura, spinti da una sezione ritmica aitante. Al suono oppressivo della chitarra “madre” fa da contrasto una seconda chitarra che si apre a piccole progressioni armoniche che si alternano alla voce guida, sgravandola dell’onere dell’inciso oppure, come nella bella Void, gemellandosi al cantato e trovando sempre un’abile via di fuga melodica tumida e vaginale.

Le sette tracce di Dead Vibrations lavorano tutte in maniera simile, con una tecnica “a calco”. Una colata caldissima e densa di bave fuzz che faranno la gioia di quanti ai Velvet Underground non hanno mai perdonato la scelta di aver spento gli amplificatori.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro