MADRUGADA – Industrial Silence (Virgin)  

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Il cielo d’improvvisto si fece gonfio di nuvole fino ad esplodere in una pioggia incessante chiamata Madrugada.

Era la fine degli anni Novanta. Si era quasi consumato un decennio che ci aveva regalato i dischi di Grant Lee Buffalo, Tindersticks, Jeff Buckley, Mark Lanegan. Dischi da cui analogamente pioveva. Eccome se pioveva.

E adesso, proprio poco prima di spegnarsi, Industrial Silence ci riappendeva sui fili del bucato e ci lasciava inzuppare di nuovo in quel distillato di vapore.

Che disco bellissimo avevano fatto questi norvegesi dal nome astruso. Così pregno di malinconia e di inchiostro blu da restare incantati.

Proprio come certe nuvole che sembrano arrivare dal nulla per ingombrare il cielo in un preludio di pianto, i Madrugada erano arrivati e avevano srotolato il loro metro. Ce lo avevano consegnato tra le mani per immergerlo nel serbatoio delle nostre angosce e misurarne la morchia che ne rivestiva il fondo. Avevano portato canzoni che potevano riempire lo spazio libero che ne restava, senza obbligarci a forzare un sorriso, a vestire in maniera inadeguata agli stracci che portavamo dentro.

Si erano adunati nella nostra stanza e avevano intonato quello di cui avevamo bisogno, come una catasta di ceppi che se non ci avrebbero scaldati, ci avrebbero comunque concesso lo spettacolo giallo del fuoco e quello grigio del fumo che ne viene.

Come adusi alchimisti, avevano trasformato la pioggia in zaffiri.  

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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UFFE LORENZEN – Galmandsværk (Bad Afro)  

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La progressiva metamorfosi di Uffe Lorenzen in Roky Erickson ha del prodigioso e del trascendente. Non mi riferisco ovviamente solo al lato squisitamente musicale dell’artista danese ma ad una trasformazione fisica che lo ha portato, a 46 anni, a dimostrarne venti di più. Il suo volto barbuto come quello di un Santa Claus, tenuto celato sulle copertine dei suoi Baby Woodrose e degli Spids Nøgenhat, fa ora bella mostra di sé su questo suo debutto solista che Uffe ha riempito di canzoni che , a parte un paio di eccezioni, potranno cantare solo in Danimarca siccome è il danese la lingua prescelta per presentarle. Galmandsværk ha dentro tutto quel respiro che forse faticava a venire fuori dai dischi incisi con le sue band anche se il marchio di fabbrica della “penna” di Lorenzen rimane indelebile, così come la sua scrittura resta permeata dagli elementi dei suoi eroi di sempre, Erickson, Fred Cole, Arthur Lee in primis ma anche l’India galvanizzata dai suonatori di sitar e tablas. Tutto il mondo allucinato del musicista danese (sviscerato e documentato un paio di anni fa dal regista Palle Demant sul suo lungometraggio Born to Lose, NdLYS) si riverbera mesmerico dentro queste dieci tracce che inseguono il suo personale concetto di trance e di meditazione estatica ed alterata. Questo senso di spiritualità è trasposto musicalmente in composizioni mantriche avvolte da tenere e dilatate tessiture di chitarra acustica, flauto, sitar, vibrafoni, sintetizzatori e altre diavolerie esotiche che ne liberano gli aromi panteisti e la forza quasi liturgica.

Musica per spazi, mentali e geografici, vasti come le terre che l’hanno ispirata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MOTORPSYCHO – The Tower (Stickman)  

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La prima bella copertina dai tempi di Lobotomizer arriva quando la discografia del gruppo norvegese supera ormai il conto delle trenta uscite ufficiali. È un’opera di Håkon Gullvåg, altro gigante norvegese di Trondheim. Un dipinto del 2005 di quasi due metri quadrati che rappresenta la Torre di Babele. Il disco anzi, i dischi che ci stanno dentro sono invece il “solito” capolavoro dei tre norvegesi (Bent e Hans più il giovane Tomas Järmyr degli Zu chiamato a sostituire Kenneth Kapstad, ormai risucchiato dal vortice degli Spidergawd). Un lavoro articolato e sorprendente sia quando scaccia i soliti demoni hard rock (e sabbathiani, visto il richiamo neppure troppo velato al riff di Paranoid che ogni tanto affiora lungo l’avanzata) con un calcio di classe come A.S.F.E., sia quando si apre nei dolcissimi moti ascensionali degli impasti westcoastiani della lunghissima A Pacific Sonata, una Fata Morgana davanti al cui incanto riesci a sollevarti duemila miglia dal suolo, una cometa con una scintillante coda jazz portata in omaggio dal nuovo batterista.

The Tower, come e forse più che ogni altro disco dei Motorpsycho, riesce ad ergere una robustissima diga con i detriti portati giù da cinquant’anni di esondazioni rock: molto prog, hard-rock, folk psichedelico, fusion, grunge, stoner, acid-rock, echi di Canterbury e dell’Estate dell’Amore.

Assemblati in blocchi enormi come dei moai, questi frammenti di storia assumono proporzioni immani sotto il cui eventuale crollo sarebbe impossibile uscirne vivi, così come si rischia di uscire stanchi e malconci tentando l’arrampicata dai suoi pendii più impervi (The Tower o Intrepid Explorer, ad esempio, guarda caso quelle che nel titolo esortano proprio alla scalata cognitiva).

E magari sono proprio i Motorpsycho le prime vittime di loro stessi, chi può dirlo.

Oppure chi ancora si ostina a seguire il sentiero seguendo le briciole lasciate dai compagni di viaggio che ci hanno preceduto, cercando di evitare il pericolo e le sorprese belle e brutte che l’ignoto può riservarci.

The Tower potrebbe rivelarsi per voi la tredicesima fatica di Ercole. Meglio per tutti vi fermiate alla quinta e che continuate a vangare merda per un tempo infinito.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MAHARAJAS – You Can’t Beat Youth (Low Impact)

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I Maharajas, per chi non lo sapesse, sono gli ultimi reduci della gloriosa tradizione neo-sixties svedese che infiammò l’Europa negli anni Ottanta. La militanza di due di loro tra le fila di band come Crimson Shadows, Stomachmouths, Maggots e Strollers ne certifica la caratura e il pedigree. Nonostante questo la storia dei Maharajas, che si protrae fra alti e bassi ormai da quindici anni, non ha però mai riscosso grosse attenzioni anche se un nocciolo duro d’affezionati ha sempre drizzato le orecchie a ogni loro nuova uscita.

Questo You Can’t Beat Youth è il sesto album della serie ed è un gradito ritorno al garage screziato di folk-punk delle prime uscite, “tradite” qualche anno fa per un leggero cambio di traiettoria in direzione power-pop. Episodi come Don’t Do It Again, Walk With Me, Everything O’Clock, Action Denied e la cover di How Many Times (non quella dei Rovin’ Flames ma bensì quella degli svedesi e contemporanei Satans), abilmente disseminati dentro i consueti territori malinconici della band svedese (Hurt Me Please, Dark Places, Too Late to Repent) sconfinano addirittura nei rovinosi giorni del garage-punk dei Crimson Shadows e sono tra le cose migliori del solito disco che ascolteremo in venti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

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Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

THE STOMACHMOUTHS – In Orbit (Got to Hurry)  

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Agli inizi del 1987 l’epidemia europea per la febbre garage-punk raggiunge il suo culmine. Ogni piccolo club del Vecchio Continente ha il suo calendario di eventi dentro i quali, inevitabilmente, far esibire le stelle del movimento, che si tratti di scalcinate band locali o dei grossi nomi d’oltreoceano divenuti già leggenda.

Apice di questa pandemia è lo Psychorama, un tour itinerante che porta in giro per tutta l’Europa nomi come Creeps, Sick Rose, Fuzztones, Sting-Rays, Vietnam Veterans, Last Drive, What…For! e, ovviamente, gli Stomachmouths. Agghindata come Freddy and The Dreamers, la band svedese conquista tutto quel che c’è da conquistare, come fosse una flotta di panzer del Risiko!. Chi avesse frequentato lo Slego di Rimini in quegli anni potrà farvene testimonianza. Greg Shaw, fiutando la nuova gallina dalle uova d’oro, pubblica la solita vagonata di demo e discutibili tracce dal vivo vecchie di due anni per una pubblicazione che, grazie al marchio Voxx impresso in copertina, diventerà il disco più venduto della band, senza che questa ne avesse neppure autorizzato la pubblicazione. In tutta risposta però Stefan Kéry serra le fila e impone alla band, a primavera inoltrata, qualche seduta di registrazione per un nuovo prodotto ufficiale. Il disco, pubblicato ancora una volta dalla Got to Hurry, presenta una scaletta ridotta a sei pezzi ma è di una bellezza spietata. I cinque brani firmati dalla band mettono in mostra un suono e un taglio vocale che sta leggermente degradando verso lidi più “europei”, con un occhio ai Pretty Things e l’altro alle vecchie band nord-europee. Rimanendo gracchiante e solcato come i mari del Nord dalle baleniere vichinghe, da un organo implacabile. In chiusura, una cover madornale di Hold Me Now dei Rumors strappata al primo volume di Highs in the Mid-Sixties e tirata per i capelli, lacera la pelle come diossina.

In Orbit conferma la caratura degli Stomachmouths che vengono contattati da un produttore televisivo per essere i protagonisti di una serie tv ispirata ai B-movies degli anni Sessanta ma non se ne farà nulla. In un ultimo show ad Amburgo gli Stomachmouths salgono sul palco per l’ultima volta, nell’autunno di quell’anno.

Un ultimo rigurgito gastrico e tutta la scena garage-punk svedese viene trascinata via da una colata di vomito verde.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

HANGEE V – Minus One/Old Shadow (Groovie) / THE LIARS – Salvation/Can’t Stay Away From You (Area Pirata) / THE ROUTES – Do What‘s Right by You/Love Like Glue (Dirty Water) / THE DUSTAPHONICS – Burlesque Queen/Tornado (Dirty Water) / AA. VV. – The Wildest Things in the World (Boss Hoss) / THEE PIATCIONS – Time/Singapore Mon Amour (A Giant Leap) / ROLLERCOASTER – Unfinished Business E.P. (A Giant Leap) / THE MAHARAJAS – Sucked into the 70‘s (Crusher) / THE FLIGHT REACTION – Flying Colours/A Broken Heart – Won’t Give In/I Lost You (CopaseDisques)

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Mi piacciono i singoli. Dentro c’è spesso quella miccia che, allungata e stiracchiata per i “metraggi” degli album, perde spesso tutto il suo livore. 

E poi, ti obbliga a frequentare il tuo stereo. Un singolo non lo metti lì “a ruota” mentre fai le faccende di casa o cerchi di aggiustare la tua casa che va a pezzi come la tua vita. Non ti permette di andare a grattarti le palle. Devi stare lì, nei pressi.

Perché dopo due o tre minuti dovrai essere pronto a rigirare il tuo bel dischetto e rimettere a posto la puntina. Ai tanti che vogliono evitarsi questa fatica, cerchiamo di dare qualche motivo in più per tirare su le panze dalle scrivanie e dalle poltrone andando a spulciare tra le ultime uscite europee in formato ridotto.

È la spagnola Groovie Records di Lisbona a mettere il timbro sul nuovo 7” degli italiani Hangee Five, ormai da anni una garanzia per la custodia dei suoni sixties più criptici e riverberati.

Minus One è uno strumentale dalla classica progressione surf sullo stile degli Chantays con un tocco spiritato sullo stile dei Roemans o degli Enchanters 4.

Sul lato B Old Shadow si muove tra frustate di fuzz, urla isteriche e mazzate di batteria mostrando l’altra faccia del gruppo sardo, quella più legata al sixties punk maledetto e demente. Le analogie con la Judgement Day degli Esquires sono evidenti e non taciute.

Dalla sponda opposta del Tirreno, esattamente da Pisa, provengono i Liars.

Alessandro Ansani e Pierpaolo Morini fanno musica, questa musica, da quando molti di voi si ciucciavano il dito. Andrea Salani, il “nuovo” batterista, da quando vostra madre ciucciava altro, prima di addomesticarsi alla vita coniugale.

Se i nomi di Putrid Fever e CCM vi dicono qualcosa, dovreste aver capito.

Ora che tornano tutti ma proprio tutti, tornano anche loro e onestamente mi sembrano molto più motivati di tanti altri. Salvation e Can‘t Stay Away From You (Area Pirata) sono due belle canzoni (eccezionale la prima, semplicemente bellissima la seconda) che mostrano come si possa suonare del rock moderno senza abusare dei luoghi comuni che i nostri ascolti spesso ci impongono.

Negli anni Ottanta lo facevano i Plan 9, gli Hidden Peace, i Things, gli Electric Peace.

E lo facevano i Liars. Grazie a Dio sono tornati a farlo.

Merdosissimo garage punk per il nuovo 45rpm dei giapponesi Routes, il primo ad essere pubblicato per una label del Vecchio Continente, la meravigliosa Dirty Water.

Non un singolo qualsiasi ma il migliore di questo 2010 che molti ricorderanno per i dischi di xx, Vampire Weekend, Crystal Castles o Wavves.

A nessuno di loro consiglio l’ascolto di una cosa infima come Do What‘s Right by You, elementare e volgarissimo beat punk che pare suonato da allucinati figli di capelloni come Missing Links o Outsiders.

Love Like Glue fa anche peggio: sembra una copia graffiata del primo album degli Shadows of Knight. Roba che non comprereste mai nel negozietto di dischi usati, figurarsi se lo comprerete al prezzo di uno nuovo.

E fate bene.

Ne abbiamo fin sopra i coglioni dei vostri dischi pieni di elettronica come un disco degli A-ha che volete per forza spacciarci come nuova e alternativa.

Ognuno stia nel proprio recinto, che la promiscuità ha fatto più danni che altro.

Sempre da casa Dirty Water arriva un’ altra cosa lurida come il 7” dei Dustaphonics.

Hanno questa cantante, Aina Westlye, che canta come se le stessero praticando un fisting rettale e un chitarrista che ha memorizzato ogni cosa di quelle che da anni si diverte a passare nei club dove lavora come DJ: blues, funky, surf, rockabilly.

Il risultato è Burlesque Queen, un delirio tarantiniano con tanto di sassofono bavoso e cori da privè su un testo scritto nientemeno che da Miss Tura Satana.

Roba da eiaculazione precoce, manco a dirlo.

Sul lato B c’è Tornado, un classico di Dale Hawkins.

Diddley sound martoriato dalle maracas e dal tremolo e canto da pantera soul.

Sono invece quattro le band a spartirsi i pollici dell’ultima uscita Boss Hoss: viene un pollice e 75 a testa, ma ne valeva la pena. Anche perché il mio idraulico per montare un tubo da mezzo pollice chiede molto ma molto di più.

I Barbacans sono italiani e con Cut Your Head G.S. (Giancarlo Susanna?, Gwen Stefani? Non ci è dato sapere…NdLYS) confermano quanto di buono fatto col disco di esordio: un suono sporchissimo e denso di catrame fuzz e scorie di organo Vox.

I Vicars fanno altrettanto con una Can‘t See Me scopiazzata sulla imbastitura di He‘s Waitin’ dei Sonics. Sull’altro lato due band dal Sudamerica: Los Peyotes con Pintalo De Maron con un organo demente e chitarre che fanno l’acqua-planning sull’ Oceano Atlantico. Triviale e squilibrato. Los Explosivos invece ci accomiatano con l’ennesima cover di I Can Only Give You Everything che certo non ci fa più l’effetto che ci fece quando la sentimmo la prima volta ma è sempre un bel sentire.

Del resto la prima pompa è indimenticabile, ma non è che quelle successive siano da buttare.

Chi invece sacrifica i beatle-boots per un paio qualsiasi di scarpe purchè siano belle da guardare sono i Piatcions. Non credo che imparerò a scrivere il loro nome correttamente senza guardarlo sulla copertina prima di essere pronto per il boia ma questo non vi riguarda. Il ridicolo giro di parole serviva solo per dire che dopo il singolo capellone dello scorso anno il quartetto di Domodossola si mette al lavoro per educare il proprio suono a quello della generazione shoegaze.

Chitarre stratificate e voci fluttuanti come nei dischi dei Darkside o degli Spiritualized sulla Time che occupa prima facciata di questo nuovo singolo che esce per la A Giant Leap mentre Singapore Mon Amour è un trip di cinque minuti su una linea di basso martellante e curve algide di sintetizzatori, sferzati da folate di vento cosmico.

Come prendere un trip mentre stai atterrando sulla luna assieme ai Krisma.

È sempre la A Giant Leap che si fa peso di portare in Italia quanto hanno registrato i Rollercoaster (italiani ormai naturalizzati americani, NdLYS) in California.

Ne viene fuori un bellissimo EP di quattro pezzi fulminanti. Dall’iniziale Change Is Due che pare una cover di Dead Souls dei Joy Division suonata da Jesus and Mary Chain fino alla bellissima trama di chitarre paisley e piano elettrico di Unfinished Business passando per il nodoso rock detroitiano di Between Seeing and Not Seeing e quello fangoso di Soul on Fire figlio degli Hypnotics è tutto, davvero, un bel sentire. Magari ce ne fossero di band così.

Smettetela di comprare i dischi de Le Vibrazioni e andate a cercare questa roba.

Tornano un po’ a sorpresa anche i Maharajas. Lo avevo già detto qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=77561044279 un po’ di anni fa che il gruppo svedese mi sembrava voler sempre più prendere le distanze dal suono garage degli esordi per lanciarsi nel recupero di certo power-pop di scuola Flamin’ Groovies e questo Sucked in the 70’s conferma i miei sospetti: Down at the Pub richiama subito alla memoria la Down at the Night Club di altri svedesi ma solo dal titolo: ci troviamo infatti davanti ad un pub-rock scattante e pieno di belle melodie alla Plimsouls. Una nuova direzione confermata anche dagli altri tre pezzi, tra i quali mi pare distinguersi la Stickers and Pins posta in chiusura, tutta carica di vecchi ricordi epoca Shake Some Action (Flamin’ Groovies) e Triangle (Beau Brummels) e delle cartoline estive di Stems, Hoodoo Gurus e ultimi Sick Rose.

I vecchi estimatori del suono in H-Minor rimarranno delusi, gli altri prendino la sdraio e si mettano al sole, prego.

E a proposito di Maharajas. Forse non tutti sanni che Jens Lindberg, il leader della band svedese, era negli anni Ottanta dentro quella cricca di perdigiorno dei Crimson Shadows. Jens era quello con il medaglione al collo e la faccia da schiaffi. Accanto a lui, oltre ai fratelli Maniette e a Henrik Orrje c’era pure Måns Månsson, più avanti alla guida dei grandi Maggots, ufficialmente sciolti il 13 Aprile del 2010 ma in realtà già sfatti da un po’. Sentendo odore di bruciato il buon Måns ha tirato su una band assieme a Mats Brigell e Sebastian Braun dei Giljoteens e al chitarrista degli Artyfacts, qui relegato al basso. La band si battezza The Mystic Ways con l’intento “religioso” di tornare a suonare vecchie cose dal cuore sixties. Tradita la visione mistica ma non la missione, i quattro si ribattezzano Flight Reaction come un vecchio pezzo dei Calico Wall e debuttano ora con un doppio 7″ per la CopaseDisques: Flying Colours/A Broken Heart e Won’t Give In/I Lost You risuonano di vecchie spezie anni sessanta in classico stile Crude Pa. o New England Teen Scene: suono abrasivo ma anche pieno di ricami folk malinconici e delicati. Un sound che dietro la sua apparente semplicità nasconde un groviglio di suoni ricercati e caleidoscopici colori retroattivi (ascoltate come suona il solo di I Lost You, NdLYS).

La Svezia, si sa, è sempre una spanna sugli altri.

E non credo sia soltanto una questione di paralleli.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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The Flight Reaction - Won't Give In 7'' [CopaseDisques 2010]

DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomachmouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

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È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomachmouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. E’ qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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