SPIDERGAWD – V (Crispin Glover)  

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Ho orecchie, cuore e muscoli pelvici allenati.

E già al primo ascolto questo mi permette di intuire cosa riuscirà a conquistarmi e cosa no.

E in genere non mi sbaglio.

Per quanto mi riguarda V, cui peraltro ho già concesso ben più di un primo ascolto, andrà dunque con molta probabilità ad ingrossare le fila già straboccanti di dischi che mi imporrò periodicamente di farmi piacere. So già che proverò, cercando un po’ colpevolmente di adeguarmi a lui in momenti e/o situazioni diverse consapevole del fatto che sarà molto più difficile possa verificarsi che sia lui ad adattarsi a me, di tentare una tardiva riconciliazione affettiva che pur tuttavia quasi certamente non ci sarà.

Magari allora schioccherà di nuovo la fiamma che la band norvegese aveva acceso in me un paio di anni fa e vi saprò raccontare di un amore tornato lucido come una boccia da bowling. Ma adesso no, adesso questo quinto album degli Spidergawd lascia inappagato il mio bisogno affettivo quanto quello sessuale.

È un disco che suona molto vicino a certe pacchianate anni Ottanta. Non completamente da buttare sia chiaro, che soprattutto sulle tracce finali riesce a diventare davvero trascinante, eppure non riesce a convincermi. Mi trasmette l’idea che gli Spidergawd non vogliano osare, che preferiscano giocare sul sicuro. E non c’è nulla che possa disarcionare i miei ormoni più di questa prevedibilità.

E quando alla fine lo stereo torna a zittirsi, ecco montare la sgradevole sensazione di aver ceduto alle lusinghe sessuali di qualcuno che della mia concessione ha abusato e farsi avanti la consapevole rabbia che il mio piacere era secondario e marginale a quello altrui.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE NOMADS – Where the Wolf Bane Blooms (Amigo)  

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, nella busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’Ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

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Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Morgan a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEAD VIBRATIONS – Dead Vibrations (Fuzz Club)  

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Il nome, con appena due singoli in formato 7 e 12 pollici, è abbastanza nuovo. E del resto i Dead Vibrations di Stoccolma suonano da tre anni scarsi, anche se la loro musica sembra piovere da quello stesso cielo elettrico da cui tuonò tempesta negli anni Ottanta e poi, ciclicamente, per tutti i decenni a seguire.  

Fuzzy-shoegaze impattante, con le chitarre che soffiano con accanimento sui mulini a vento della distorsione più satura, spinti da una sezione ritmica aitante. Al suono oppressivo della chitarra “madre” fa da contrasto una seconda chitarra che si apre a piccole progressioni armoniche che si alternano alla voce guida, sgravandola dell’onere dell’inciso oppure, come nella bella Void, gemellandosi al cantato e trovando sempre un’abile via di fuga melodica tumida e vaginale.

Le sette tracce di Dead Vibrations lavorano tutte in maniera simile, con una tecnica “a calco”. Una colata caldissima e densa di bave fuzz che faranno la gioia di quanti ai Velvet Underground non hanno mai perdonato la scelta di aver spento gli amplificatori.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

REFUSED – The Shape of Punk to Come: A Chimerical Bombination in 12 Bursts (Burning Heart)  

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La Svezia non vanta una tradizione punk eccellente e, nel genere, nessun disco imprescindibile eccetto uno: si intitola The Shape of Punk to Come, esce nel 1998 e lo realizzano i Refused, consegnandosi alla storia (non ho comprato nessuno dei libri sul punk di cui sono infestate le librerie e che sono stati osannati dai colleghi compiacenti ma sono certo che il loro nome, se quei libri valgono almeno la metà del prezzo che chiedono, sarà lì dentro, NdLYS).

Non so quanti di voi lo abbiano ascoltato, quel disco lì. Ma se avete amato alla follia Relationship of Command degli At the Drive-In che gli è successivo di un paio d’anni o se avete in casa l’intera discografia dei Fugazi, dovreste dargli un ascolto. Quelli successivi verranno da sé. Se invece per voi il punk degli anni Novanta erano i dischi di Green Day e Blink-182 beh, tenetevi quelli.

The Shape of Punk to Come riesce a contaminare l’hardcore più “canonico” dei primi due dischi dei Refused generando un grande capolavoro di punk progressivo. Che è un ossimoro messo lì proprio volutamente, non come le minchiate scritte senza cognizione di causa su Rockol. Senza rinnegare la vocazione al massacro, i Refused si rimettono in discussione, interrogandosi sul futuro allargano gli orizzonti del punk tutto con una risposta netta e decisa. Passano correndo su quel campo pieno di mine anti-uomo e si fanno saltare in aria.

Fregandosene dei cartelli di divieto imposti dalle comunità punk e hardcore, spesso più intransigenti ed inflessibili del bigottismo che vorrebbero combattere, i Refused fanno quel che vogliono e come vogliono. Prendono la parte viva del corpo punk e  gli innestano dentro filamenti elettronici, falangi jazz, placche di metallo e protesi rumoriste per creare un nuovo ominide capace di reggere adeguatamente il fardello del loro dissenso e del loro messaggio anticapitalista che poi verrà sviluppato in altre forme non meno appariscenti dagli (International) Noise Conspiracy, creando tra “le forme del punk a venire” una delle più credibili e sicuramente una delle più debordanti.

Sarà il sabotaggio a renderci liberi. Gettate un masso tra gli ingranaggi.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

TURBONEGRO – RockNRoll Machine (Burger)  

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I Turbonegro sono morti una prima volta nel 1998. Per tutti.

Una seconda volta, stavolta definitivamente, nel 2010. Questo per me.

Sono morti con l’addio di Hank von Helvete, il pittoresco drugo adesso diventato Doctor James. Da allora hanno realizzato altri due dischi. Due dischi che portano il marchio dei Turbonegro ma che sono privi del loro sogno rock ‘n roll, l’ultimo brandello dei quali è stato portato via da Pål Pot Pamparius.

Detto questo, possono realizzare tutti i dischi che vogliono, meccanicamente, come una lubrificata e operosa catena di montaggio che sa come assemblare ogni pezzo che passa sul loro nastro trasportatore. Potranno farli e io li ascolterò, ma con in bocca il gusto amaro di un sogno sciupato.

Poi verranno i soliti impegni promozionali dove la band dichiarerà puntualmente di aver realizzato l’album più bello “dai tempi di”, il più vero, il più rappresentativo. Funziona così per tutti, perché dovrebbe essere diverso per loro?

Ma RockNRoll Machine non è niente di tutto ciò. È uno di quei dischi che io definisco “fatti col ricettario”. No, non si sono dati alla disco-music ne’ al pop da Eurofestival e continuano a suonare quello che hanno sempre suonato (anche se Skinhead Rock & Roll e John Carpenter Powder Ballad, tanto per nominarne un paio, sono di una bruttezza così pacchiana che se ne vergognerebbe pure David Lee Roth, NdLYS).

Sembrano gli allievi di Dawey Finn, istruiti con quattro ore di lezione sulla storia del rock al giorno, più un’ora di applicazione pratica e un’ora abbondante per le pose e il trucco e infine armati per la battaglia delle band. Sembrano loro ma molto, molto più vecchi. E senza la simpatia di Jack Black, uno capace di inginocchiarsi davanti ai Led Zeppelin pur di avere una loro canzone in un suo film. E uno dei pochi capaci di ottenerla.    

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

MADRUGADA – Industrial Silence (Virgin)  

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Il cielo d’improvvisto si fece gonfio di nuvole fino ad esplodere in una pioggia incessante chiamata Madrugada.

Era la fine degli anni Novanta. Si era quasi consumato un decennio che ci aveva regalato i dischi di Grant Lee Buffalo, Tindersticks, Jeff Buckley, Mark Lanegan. Dischi da cui analogamente pioveva. Eccome se pioveva.

E adesso, proprio poco prima di spegnarsi, Industrial Silence ci riappendeva sui fili del bucato e ci lasciava inzuppare di nuovo in quel distillato di vapore.

Che disco bellissimo avevano fatto questi norvegesi dal nome astruso. Così pregno di malinconia e di inchiostro blu da restare incantati.

Proprio come certe nuvole che sembrano arrivare dal nulla per ingombrare il cielo in un preludio di pianto, i Madrugada erano arrivati e avevano srotolato il loro metro. Ce lo avevano consegnato tra le mani per immergerlo nel serbatoio delle nostre angosce e misurarne la morchia che ne rivestiva il fondo. Avevano portato canzoni che potevano riempire lo spazio libero che ne restava, senza obbligarci a forzare un sorriso, a vestire in maniera inadeguata agli stracci che portavamo dentro.

Si erano adunati nella nostra stanza e avevano intonato quello di cui avevamo bisogno, come una catasta di ceppi che se non ci avrebbero scaldati, ci avrebbero comunque concesso lo spettacolo giallo del fuoco e quello grigio del fumo che ne viene.

Come adusi alchimisti, avevano trasformato la pioggia in zaffiri.  

                                                                                 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

UFFE LORENZEN – Galmandsværk (Bad Afro)  

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La progressiva metamorfosi di Uffe Lorenzen in Roky Erickson ha del prodigioso e del trascendente. Non mi riferisco ovviamente solo al lato squisitamente musicale dell’artista danese ma ad una trasformazione fisica che lo ha portato, a 46 anni, a dimostrarne venti di più. Il suo volto barbuto come quello di un Santa Claus, tenuto celato sulle copertine dei suoi Baby Woodrose e degli Spids Nøgenhat, fa ora bella mostra di sé su questo suo debutto solista che Uffe ha riempito di canzoni che, a parte un paio di eccezioni, potranno cantare solo in Danimarca siccome è il danese la lingua prescelta per presentarle. Galmandsværk ha dentro tutto quel respiro che forse faticava a venire fuori dai dischi incisi con le sue band anche se il marchio di fabbrica della “penna” di Lorenzen rimane indelebile, così come la sua scrittura resta permeata dagli elementi dei suoi eroi di sempre, Erickson, Fred Cole, Arthur Lee in primis ma anche l’India galvanizzata dai suonatori di sitar e tablas. Tutto il mondo allucinato del musicista danese (sviscerato e documentato un paio di anni fa dal regista Palle Demant sul suo lungometraggio Born to Lose, NdLYS) si riverbera mesmerico dentro queste dieci tracce che inseguono il suo personale concetto di trance e di meditazione estatica ed alterata. Questo senso di spiritualità è trasposto musicalmente in composizioni mantriche avvolte da tenere e dilatate tessiture di chitarra acustica, flauto, sitar, vibrafoni, sintetizzatori e altre diavolerie esotiche che ne liberano gli aromi panteisti e la forza quasi liturgica.

Musica per spazi, mentali e geografici, vasti come le terre che l’hanno ispirata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MOTORPSYCHO – The Tower (Stickman)  

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La prima bella copertina dai tempi di Lobotomizer arriva quando la discografia del gruppo norvegese supera ormai il conto delle trenta uscite ufficiali. È un’opera di Håkon Gullvåg, altro gigante norvegese di Trondheim. Un dipinto del 2005 di quasi due metri quadrati che rappresenta la Torre di Babele. Il disco anzi, i dischi che ci stanno dentro sono invece il “solito” capolavoro dei tre norvegesi (Bent e Hans più il giovane Tomas Järmyr degli Zu chiamato a sostituire Kenneth Kapstad, ormai risucchiato dal vortice degli Spidergawd). Un lavoro articolato e sorprendente sia quando scaccia i soliti demoni hard rock (e sabbathiani, visto il richiamo neppure troppo velato al riff di Paranoid che ogni tanto affiora lungo l’avanzata) con un calcio di classe come A.S.F.E., sia quando si apre nei dolcissimi moti ascensionali degli impasti westcoastiani della lunghissima A Pacific Sonata, una Fata Morgana davanti al cui incanto riesci a sollevarti duemila miglia dal suolo, una cometa con una scintillante coda jazz portata in omaggio dal nuovo batterista.

The Tower, come e forse più che ogni altro disco dei Motorpsycho, riesce ad ergere una robustissima diga con i detriti portati giù da cinquant’anni di esondazioni rock: molto prog, hard-rock, folk psichedelico, fusion, grunge, stoner, acid-rock, echi di Canterbury e dell’Estate dell’Amore.

Assemblati in blocchi enormi come dei moai, questi frammenti di storia assumono proporzioni immani sotto il cui eventuale crollo sarebbe impossibile uscirne vivi, così come si rischia di uscire stanchi e malconci tentando l’arrampicata dai suoi pendii più impervi (The Tower o Intrepid Explorer, ad esempio, guarda caso quelle che nel titolo esortano proprio alla scalata cognitiva).

E magari sono proprio i Motorpsycho le prime vittime di loro stessi, chi può dirlo.

Oppure chi ancora si ostina a seguire il sentiero seguendo le briciole lasciate dai compagni di viaggio che ci hanno preceduto, cercando di evitare il pericolo e le sorprese belle e brutte che l’ignoto può riservarci.

The Tower potrebbe rivelarsi per voi la tredicesima fatica di Ercole. Meglio per tutti vi fermiate alla quinta e che continuate a vangare merda per un tempo infinito.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MAHARAJAS – You Can’t Beat Youth (Low Impact)

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I Maharajas, per chi non lo sapesse, sono gli ultimi reduci della gloriosa tradizione neo-sixties svedese che infiammò l’Europa negli anni Ottanta. La militanza di due di loro tra le fila di band come Crimson Shadows, Stomachmouths, Maggots e Strollers ne certifica la caratura e il pedigree. Nonostante questo la storia dei Maharajas, che si protrae fra alti e bassi ormai da quindici anni, non ha però mai riscosso grosse attenzioni anche se un nocciolo duro d’affezionati ha sempre drizzato le orecchie a ogni loro nuova uscita.

Questo You Can’t Beat Youth è il sesto album della serie ed è un gradito ritorno al garage screziato di folk-punk delle prime uscite, “tradite” qualche anno fa per un leggero cambio di traiettoria in direzione power-pop. Episodi come Don’t Do It Again, Walk With Me, Everything O’Clock, Action Denied e la cover di How Many Times (non quella dei Rovin’ Flames ma bensì quella degli svedesi e contemporanei Satans), abilmente disseminati dentro i consueti territori malinconici della band svedese (Hurt Me Please, Dark Places, Too Late to Repent) sconfinano addirittura nei rovinosi giorni del garage-punk dei Crimson Shadows e sono tra le cose migliori del solito disco che ascolteremo in venti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro