RICOCHETS – Slo-Mo Suicide (Progress)  

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Un gigantesco kroken abita i mari della Norvegia. Un qualche mostro cresciuto pascendo tra i rifiuti riversati in quelle acque del Nord e che adesso simula una morte al rallenti cagando tonnellate di schiumosa merda garage, soul, rockabilly.

Slo-Mo Suicide dei Ricochets è disco prodigioso, al pari e forse più di tanti altri con cui la scena scandinava sta conquistando la tavola mondiale del Risiko marciando al suono di un rawk ‘n roll sboccato e sazio di lussuria. Un suono che spesso sembra sconfinare in quelle terre di sgomento abitate dai Gallon Drunk dove il rock ‘n’ roll si tinge di gotico e che all’improvviso si illumina però di mille luci che sembrano dover illuminare l’entrata in scena di una star del soul o della folle crew dei Motor City Five. Canzoni greve che all’improvviso diventano leggeri gabbiani beat pronti a svolazzare sulle acque così che ci pare difficile immaginare che la band che suona Our Love Goodbye sia la stessa che suoni Rebel Woman, o che quella di Slo-Mo Suicide o di So Far From Home sia la medesima di Fall Down Dead o quella capace di evocare lo spettro Third Bardo su Devil Inside, anche se a cavallo della carcassa di un cavallo imputridito. Se questa sia una loro forza o una loro debolezza o se sarà necessario ricucire quest’apparente schizofrenia sarà il tempo a rivelarlo. Per ora godiamoci questa tanica di liquame rock ‘n’ roll senza dover per forza fare ne’ i filosofi ne’ tantomeno i cartomanti.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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THE NOMADS – Temptation Pays Double (Amigo)

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Garage-punk spurio, quello dei Nomads. Roba buona più che per i puristi del genere, per i bikers. Temptation Pays Double, titolo “rubato” al tappeto verde del retro copertina di The Las Vegas Story dei Gun Club, lo conferma a pochi mesi dal mini-album di debutto con altre sette canzoni infette dove il suono punk dei Sixties si muove scansando ciottoli di surf music, rockabilly e punk del ’77, fermandosi di tanto in tanto sul ciglio della strada, mostrando l’uccello in tiro per poi ripartire sgommando.

Il garage-punk dei Nomads è poligamico, va a letto con chi capita e se ne porta addosso gli umori. Canzoni come Where the Wolf Bane Blooms (la title-track del precedente lavoro che slitterà nella scaletta di questo così come la title-track di questo finirà sul successivo Hardware, NdLYS), Bangkok, Stranger Blues, Don’t Tread on Me, I’m Not Like Everybody Else, Real Gone Lover e Rat Fink a Boo-Boo sono punti di sutura che cercano di ricucire un corpo rock ‘n’ roll vecchio di trenta e passa anni, regalandoci un disco che se in pieno revival pecca di integrità sarà uno dei punti focali cui la generazione successiva guarderà quando si tratterà di ritoccare la musica garage con riacceso vigore, lasciando i puristi dal naso fine con il naso storto.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOTORPSYCHO – The Crucible (Stickman)  

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La tentazione di strafare per i Motorpsycho è sempre dietro l’angolo. E The Crucible cede ampiamente a questa tentazione. Tre movimenti lunghi nove, undici e ventuno minuti in cui i tre ragazzoni norvegesi sembrano annusarsi il culo l’un l’altro con gran giubilo per loro e molto meno per gli ascoltatori. Gli artifici sono quelli soliti: intricate maglie prog che avremmo perdonato a pochi altri mammiferi bipedi e che invece cerchiamo di perdonar loro anche a costo di venirne travolti o calpestati.

La forma-canzone che pure sul disco precedente trovava qualche cunicolo in cui rifugiarsi per sopravvivere allo tsunami viene, se non stravolta, sottoposta ad una torsione, una deformazione ed una tensione elastica che nemmeno le tute de Gli Incredibili. Però, nonostante la statura enorme, manca la trovata geniale, il colpo di scena che può liberare il climax sonoro, la soluzione capace di sorprendere e di coinvolgere il pubblico ben oltre la semplice parata di maestria. La fiamma è povera di vere vampate e tutto brilla di una luce flebile e anche un po’ mesta.

Se The Crucible voleva essere un viaggio, lo è nella misura in cui lo è una colonscopia. Anestesia compresa.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SPIDERGAWD – V (Crispin Glover)  

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Ho orecchie, cuore e muscoli pelvici allenati.

E già al primo ascolto questo mi permette di intuire cosa riuscirà a conquistarmi e cosa no.

E in genere non mi sbaglio.

Per quanto mi riguarda V, cui peraltro ho già concesso ben più di un primo ascolto, andrà dunque con molta probabilità ad ingrossare le fila già straboccanti di dischi che mi imporrò periodicamente di farmi piacere. So già che proverò, cercando un po’ colpevolmente di adeguarmi a lui in momenti e/o situazioni diverse consapevole del fatto che sarà molto più difficile possa verificarsi che sia lui ad adattarsi a me, di tentare una tardiva riconciliazione affettiva che pur tuttavia quasi certamente non ci sarà.

Magari allora schioccherà di nuovo la fiamma che la band norvegese aveva acceso in me un paio di anni fa e vi saprò raccontare di un amore tornato lucido come una boccia da bowling. Ma adesso no, adesso questo quinto album degli Spidergawd lascia inappagato il mio bisogno affettivo quanto quello sessuale.

È un disco che suona molto vicino a certe pacchianate anni Ottanta. Non completamente da buttare sia chiaro, che soprattutto sulle tracce finali riesce a diventare davvero trascinante, eppure non riesce a convincermi. Mi trasmette l’idea che gli Spidergawd non vogliano osare, che preferiscano giocare sul sicuro. E non c’è nulla che possa disarcionare i miei ormoni più di questa prevedibilità.

E quando alla fine lo stereo torna a zittirsi, ecco montare la sgradevole sensazione di aver ceduto alle lusinghe sessuali di qualcuno che della mia concessione ha abusato e farsi avanti la consapevole rabbia che il mio piacere era secondario e marginale a quello altrui.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE NOMADS – Where the Wolf Bane Blooms (Amigo)  

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, nella busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’Ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

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Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Scott a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEAD VIBRATIONS – Dead Vibrations (Fuzz Club)  

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Il nome, con appena due singoli in formato 7 e 12 pollici, è abbastanza nuovo. E del resto i Dead Vibrations di Stoccolma suonano da tre anni scarsi, anche se la loro musica sembra piovere da quello stesso cielo elettrico da cui tuonò tempesta negli anni Ottanta e poi, ciclicamente, per tutti i decenni a seguire.  

Fuzzy-shoegaze impattante, con le chitarre che soffiano con accanimento sui mulini a vento della distorsione più satura, spinti da una sezione ritmica aitante. Al suono oppressivo della chitarra “madre” fa da contrasto una seconda chitarra che si apre a piccole progressioni armoniche che si alternano alla voce guida, sgravandola dell’onere dell’inciso oppure, come nella bella Void, gemellandosi al cantato e trovando sempre un’abile via di fuga melodica tumida e vaginale.

Le sette tracce di Dead Vibrations lavorano tutte in maniera simile, con una tecnica “a calco”. Una colata caldissima e densa di bave fuzz che faranno la gioia di quanti ai Velvet Underground non hanno mai perdonato la scelta di aver spento gli amplificatori.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

REFUSED – The Shape of Punk to Come: A Chimerical Bombination in 12 Bursts (Burning Heart)  

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La Svezia non vanta una tradizione punk eccellente e, nel genere, nessun disco imprescindibile eccetto uno: si intitola The Shape of Punk to Come, esce nel 1998 e lo realizzano i Refused, consegnandosi alla storia (non ho comprato nessuno dei libri sul punk di cui sono infestate le librerie e che sono stati osannati dai colleghi compiacenti ma sono certo che il loro nome, se quei libri valgono almeno la metà del prezzo che chiedono, sarà lì dentro, NdLYS).

Non so quanti di voi lo abbiano ascoltato, quel disco lì. Ma se avete amato alla follia Relationship of Command degli At the Drive-In che gli è successivo di un paio d’anni o se avete in casa l’intera discografia dei Fugazi, dovreste dargli un ascolto. Quelli successivi verranno da sé. Se invece per voi il punk degli anni Novanta erano i dischi di Green Day e Blink-182 beh, tenetevi quelli.

The Shape of Punk to Come riesce a contaminare l’hardcore più “canonico” dei primi due dischi dei Refused generando un grande capolavoro di punk progressivo. Che è un ossimoro messo lì proprio volutamente, non come le minchiate scritte senza cognizione di causa su Rockol. Senza rinnegare la vocazione al massacro, i Refused si rimettono in discussione, interrogandosi sul futuro allargano gli orizzonti del punk tutto con una risposta netta e decisa. Passano correndo su quel campo pieno di mine anti-uomo e si fanno saltare in aria.

Fregandosene dei cartelli di divieto imposti dalle comunità punk e hardcore, spesso più intransigenti ed inflessibili del bigottismo che vorrebbero combattere, i Refused fanno quel che vogliono e come vogliono. Prendono la parte viva del corpo punk e  gli innestano dentro filamenti elettronici, falangi jazz, placche di metallo e protesi rumoriste per creare un nuovo ominide capace di reggere adeguatamente il fardello del loro dissenso e del loro messaggio anticapitalista che poi verrà sviluppato in altre forme non meno appariscenti dagli (International) Noise Conspiracy, creando tra “le forme del punk a venire” una delle più credibili e sicuramente una delle più debordanti.

Sarà il sabotaggio a renderci liberi. Gettate un masso tra gli ingranaggi.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

TURBONEGRO – RockNRoll Machine (Burger)  

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I Turbonegro sono morti una prima volta nel 1998. Per tutti.

Una seconda volta, stavolta definitivamente, nel 2010. Questo per me.

Sono morti con l’addio di Hank von Helvete, il pittoresco drugo adesso diventato Doctor James. Da allora hanno realizzato altri due dischi. Due dischi che portano il marchio dei Turbonegro ma che sono privi del loro sogno rock ‘n roll, l’ultimo brandello dei quali è stato portato via da Pål Pot Pamparius.

Detto questo, possono realizzare tutti i dischi che vogliono, meccanicamente, come una lubrificata e operosa catena di montaggio che sa come assemblare ogni pezzo che passa sul loro nastro trasportatore. Potranno farli e io li ascolterò, ma con in bocca il gusto amaro di un sogno sciupato.

Poi verranno i soliti impegni promozionali dove la band dichiarerà puntualmente di aver realizzato l’album più bello “dai tempi di”, il più vero, il più rappresentativo. Funziona così per tutti, perché dovrebbe essere diverso per loro?

Ma RockNRoll Machine non è niente di tutto ciò. È uno di quei dischi che io definisco “fatti col ricettario”. No, non si sono dati alla disco-music ne’ al pop da Eurofestival e continuano a suonare quello che hanno sempre suonato (anche se Skinhead Rock & Roll e John Carpenter Powder Ballad, tanto per nominarne un paio, sono di una bruttezza così pacchiana che se ne vergognerebbe pure David Lee Roth, NdLYS).

Sembrano gli allievi di Dawey Finn, istruiti con quattro ore di lezione sulla storia del rock al giorno, più un’ora di applicazione pratica e un’ora abbondante per le pose e il trucco e infine armati per la battaglia delle band. Sembrano loro ma molto, molto più vecchi. E senza la simpatia di Jack Black, uno capace di inginocchiarsi davanti ai Led Zeppelin pur di avere una loro canzone in un suo film. E uno dei pochi capaci di ottenerla.    

                                                                       Franco “Lys” Dimauro