SAVAGES – Silence Yourself (Matador)  

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Il post-punk, nelle sue forme tipiche del “dopo-punk” propriamente detto, è morto da prima che ognuna di queste quattro ragazze inglesi emettesse il primo vagito. Eppure l’influenza esercitata da band come Banshees, Gang of Four, Bauhaus, Public Image, Joy Division sulla musica delle Savages è vivida ed immensa e Silence Yourself un disco che avrebbe potuto affrontare le serate del Batcave senza temere l’agguerrita rivalità con le band del giro dark/new-wave.

Il ferale rantolio ferroso e il sepolcrale scrosciare di catene che percorre tutte le tracce di questo debutto sono assimilabili se non concettualmente, perlomeno a livello emotivo con capolavori gotici come Atrocities, Dreamtime, Join Hands, In the Flat Field. Un suono che è nervoso e spettrale allo stesso tempo, come di rabbia corrosa dalla ruggine.

C’è molta Siouxsie, dentro le canzoni di questo disco. E al primo impatto l’effetto è del tutto simile a quello del debutto dei Black Rebel Motorcycle Club, quando ci parve di rivedere in deja-vu le sagome torve di Jesus and Mary Chain. 

Ma c’è anche molta P.J. Harvey, Lydia Lunch e Karen O e, quando le maglie si allargano, la catastrofe di pezzi come No Face, Hit Me o Husbands si placa e le luci si spengono un altro po’, molta Gitane DeMone. Fantasmi onnipresenti nella nostra memoria che la tavola Ouija delle Savages torna a far battere al nostro uscio, caviglie esili che trascinano catene cigolanti con cui annodarci al legno di Silence Yourself.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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CHRISTIAN DEATH – Atrocities (Normal)  

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Dato il definitivo colpo di spalla a Rozz Williams, Valor si accaparra al costo di 3500 dollari il nome dei Christian Death e dirotta definitivamente la band nei gironi del goth-rock, fino a farli diventare, negli anni, una volgarissima band che sguazza fino ad annegare in un mondo di blasfemia e di pornografia di pessimo gusto. Sotto la dittatura di Valor i Christian Death perdono, ironico dirlo, il loro “valore”. L’unico disco che riesce a mantenere, grazie all’apporto di quelli che a breve diventeranno i Mephisto Waltz, un equilibrio tra la prima e la seconda reincarnazione della band è Atrocities, disco ispirato quasi interamente all’Olocausto ma che ci risparmia le pose paramilitari e filonaziste che abbonderanno negli anni successivi e ci regala una visione decadente e ancora blandamente mistificatoria di quel macabro e raccapricciante capitolo della storia.

Rispetto a quello dei primi dischi è già, musicalmente, un gotico sovrappeso, esagerato ma di sicuro effetto scenografico. Il Capriccio di Paganini che sovrasta le guglie aguzze di Will-O-the-Wisp, i desolanti paesaggi di Tales of Innocence, The Danzig Waltz e Strange Fortune, i sabba valpurgici di Chimere De Si De La e Strapping Me Down e la mortifera versione di Gloomy Sunday si impongono tra i classici del genere, al fianco delle tenebrose ombre di Sisters of Mercy, Virgin Prunes e Dead Can Dance.

Valor affonda i suoi canini nel collo dei Christian Death e aspetta che si dissanguino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BELFEGORE – Belfegore (Elektra) 

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Qualcosa al diavolo lo devi pur sacrificare. Soprattutto se la tua band si chiama Belfegore. Questo devono aver pensato gli A&R della WEA quando chiamano Meikel Clauss nei loro uffici di Berlino per offrirgli su un piatto d’argento il nuovo contratto con la Elektra. Nella nuova onda di gruppi gotici c’è un posto per i suoi Belfegore. A patto che rinuncino a quell’idioma teutonico che è sicuramente affascinante ma che è invendibile.

E così Meikel accetta e firma.

Il nuovo album dei suoi Belfegore è un nuovo inizio. Anche la band è in parte cambiata. E l’anticipo della WEA gli permette di assicurarsi i servigi di Conny Plank, l’uomo che ha prodotto i Neu!, i Cluster e i Kraftwerk e i soldi necessari per un video, perché negli anni Ottanta se non riesci a recitare in un video è meglio che tu ti dia al giardinaggio. Quel video è All That I Wanted, che passa “correndo” su MTV forse più di quanto lo stesso Meikel possa immaginare. Ed ecco che, come gli avevano promesso, i Belfegore hanno i loro quattro minuti e quattordici secondi di notorietà. Merito di quel video e di quel riff di chitarra che ruba la scena al grumoso suono di sintetizzatore e che insieme al suono implacabile della batteria sono il perfetto nodo scorsoio per impiccare i Killing Joke e lasciar ciondolare i loro cadaveri facendoli sembrare le salme dei Sisters of Mercy, prima ancora che qualcuno sappia della loro esistenza. Uno scherzo necrofilo che si ripete altrove su questo disco, anche se con minor impatto. Fino a trasformarsi in un autentico urlo di agonia e terrore nella traccia che porta lo stesso nome del gruppo, dell’album e del diavolo. Quello che a lavoro terminato viene a portarsi via i Belfegore e il loro effimero sogno di successo. Come in ogni storia gotica che si rispetti.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

E.T. EXPLORE ME – Shine (Voodoo Rhythm) 

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Succede che due dozzine di anni e anche oltre gli olandesi E.T. Explore Me hanno inciso qualcosa solo quando ne avevano voglia, ossia quasi mai. Diciamo mediamente un singoletto ogni due anni e mezzo o giù di lì.

E invece adesso accade che nel giro di undici mesi il loro album di debutto arrivi nei negozi ben due volte: una prima lo scorso Aprile, senza titolo e marchiato Suburban Records e una seconda nel Marzo del 2019 sotto l’egida della svizzera Voodoo Rhythm e col titolo che vedete.

Un disco dominato dal suono di un classico organo compatto degli anni Sessanta anche se l’atmosfera di Shine è nei fatti parecchio ma parecchio lontana dal sound solare delle party-band dell’epoca e si intorbidi spesso e volentieri le mani con certo sudiciume gotico. Che non sono solo i Cramps e tutta le riverberanti scene surf e psychobilly cui piace abitare i cimiteri ma addirittura vere e proprie istituzioni del genere come Joy Division e Stranglers.

Strano? Può darsi. Non fosse che pezzi come Demons, Butcher o H.Z. Statue, ovvero quelli dove certi richiami si fanno più evidenti, siano quasi i migliori del lotto proprio per questa loro capacità di allontanarsi dai cliché più ovvi, anche questi tuttavia capaci di corroborarci con perversi e necrofili riverberi rock ‘n’ roll (Dig Me Baby, Ink, Fincheye e Soy un bruto su tutte), come avessimo tra le mani un vibratore ancora grondante, appena tirato fuori dalle carni rosee di Poison Ivy e Candy Del Mar.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BAUHAUS – The Bela Session (Leaving)  

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E così quest’anno io e i Bauhaus celebriamo a distanza di poche ore un anniversario impreciso per numero matematico ma analogo per puzzo di vecchiume. Per chi è appassionato di cabala, c’è ancora un’altra curiosità: appartiene a loro questa mia 3.800ma recensione. Che è un bell’anello di fidanzamento, dopo gli anni del corteggiamento inconsapevole dei quattro ragazzi londinesi e il mio innamoramento giovanile dei primissimi anni Ottanta.

Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico: una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga.

E infatti lì rimane, l’aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band.

Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk.

Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979.

È uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando.

Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new-wave meno compromessa con l’elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti.

Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’impassibile art-rock dei Joy Division.

Dunque quarant’anni dai Bauhaus, quest’anno. E il prossimo Agosto quaranta dal fruscio d’ali del vampiro che li avrebbe per sempre identificati come i pipistrelli della scena post-punk inglese. Con Bela Lugosi’s Dead non nascono solo i Bauhaus ma l’intero movimento gotico e dark londinese che al rumore sinistro di quelle ali nere si ispirerà quando si tratterà di aprire le porte del Batcave, tre anni dopo.

A differenza delle ristampe “ufficiali” del catalogo ad opera della Beggars Banquet e in concomitanza con l’uscita delle reissues di The Sky’s Gone Out e del celebre live Press the Eject and Give Me the Tape, l’edizione in vinile con le prime session di registrazione dei Bauhaus esce per un’etichetta con base a Los Angeles, gestita da un fan di vecchia data dei quattro vampiri inglesi e presenta un paio di chicche assolute come gli inediti Some Faces e Bite My Hip mai pubblicati prima d’ora anche se la seconda, con testo e musica parzialmente modificati, uscirà tempo dopo sotto il titolo di Lagartija Nick.

Il suono dei quattro pezzi che accompagnano il titolo madre è paradossalmente meno simile a quello acuminato del disco di debutto quanto più simile a quello fortemente ritmico di Mask. La chitarra di Daniel Ash non ha ancora acquisito carattere, limitandosi a un rifferama elementare tutto giocato sul palm mute ora in fase discendente, ora in quella ascendente (come nel reggae di Harry, già ascoltata come bonus track nelle varie ristampe del catalogo Bauhaus).

Nessuno dei quattro pezzi, giacché tutti preziosi per completare il puzzle dell’affascinante storia di una delle band fondamentali per l’evoluzione del post-punk, vale tuttavia un solo minuto di Bela Lugosi’s Dead.
Eppure ancora oggi quando i quattro di Northampton si alzano in volo un brivido corre lungo tutta la nostra schiena.

Undead, undead, undead.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TWIN GUNS – Imaginary World (Big Neck)  

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Garage sinistramente noir quello che sgorga come fiotti di sangue dal quarto album dei Twin Guns. Un suono gotico fino all’inverosimile, che riesce a saldare in maniera definitiva il rattrappito rock ‘n’ roll di Cramps e Beasts of Bourbon col cupo livore psicopatico di band come Crime + the City Solution o Scientists e la tradizione dark che dai Fields of the Nephilim arriva fino ai Black Rebel Motorcycle Club (basterebbe dare una scorsa ai titoli e ai testi, per capire quanto quell’immaginario si sia insinuato nel loro DNA).  

I suoni, riverberati al limite del parossismo, alternano accelerazioni psychobilly a ballate dal passo greve e macilento. Tutto dai toni molto, molto anni Ottanta, come dentro il tempio dei Lords of the New Church.

È quello il mondo che immaginano i Twin Guns. Truculento ed infetto, una spiaggia di sabbia vulcanica bagnata da onde che vengono ad uccidere, non a rinfrescare.

Se vi piacciono i tropici, non venite a fare il bagno qui.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WOVENHAND – Star Treatment (Glitterhouse)  

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Era da un sacco di tempo che non riascoltavo un disco di rock gotico. Intendo uno di quelli che stazionano da circa trent’anni sui miei scaffali: Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim, Killing Joke, The Mission. Insomma, avete capito quali. Oggi mi capita di ascoltarne uno senza averlo messo in conto. Di WovenHand avevo seguito i primi anni di carriera, quelli con cui David Eugene Edwards si era presentato come amanuense del folk col suo calamaio di inchiostro nero nero. Poi i suoi promozionali non erano più arrivati e io mi sono scordato di chiederli. E, si sa come vanno queste cose…tocca a te farti sentire/non sarò certo io a fare il primo passo/chi non sente nostalgia di te non ti merita e tutte quelle boiate che adesso trovate in formato blister di saggezza sui vari social…insomma, io e Dee ci siamo persi per qualche anno. Alla fine, sono andato io a cercarlo. È stato nel Dicembre del 2016. Ho scoperto che ha fatto un disco ogni due anni, l’uomo del Colorado più svizzero di ogni altro uomo del Colorado. Questo Star Treatment è l’ultimo della serie. Lo ritrovo con in mano lo stesso calamaio di inchiostro nero come il corvo di quindici anni fa. Eppure le impronte lasciate sui libri sono in qualche modo diverse, tanto che pare spesso (soprattutto nella prima metà del lavoro) di avere fra le mani proprio uno di quei tomi di cui vi accennavo in apertura.

Insomma, a volersene scampare dall’Apocalisse sembra non ci sia modo.

O voglia.

O bisogno.  

Che loro sono sui destrieri e viaggiano veloci.

E noi faremmo cosa saggia ad ambientarci in tempo, come in effetti stiamo già facendo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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