E.T. EXPLORE ME – Shine (Voodoo Rhythm) 

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Succede che due dozzine di anni e anche oltre gli olandesi E.T. Explore Me hanno inciso qualcosa solo quando ne avevano voglia, ossia quasi mai. Diciamo mediamente un singoletto ogni due anni e mezzo o giù di lì.

E invece adesso accade che nel giro di undici mesi il loro album di debutto arrivi nei negozi ben due volte: una prima lo scorso Aprile, senza titolo e marchiato Suburban Records e una seconda nel Marzo del 2019 sotto l’egida della svizzera Voodoo Rhythm e col titolo che vedete.

Un disco dominato dal suono di un classico organo compatto degli anni Sessanta anche se l’atmosfera di Shine è nei fatti parecchio ma parecchio lontana dal sound solare delle party-band dell’epoca e si intorbidi spesso e volentieri le mani con certo sudiciume gotico. Che non sono solo i Cramps e tutta le riverberanti scene surf e psychobilly cui piace abitare i cimiteri ma addirittura vere e proprie istituzioni del genere come Joy Division e Stranglers.

Strano? Può darsi. Non fosse che pezzi come Demons, Butcher o H.Z. Statue, ovvero quelli dove certi richiami si fanno più evidenti, siano quasi i migliori del lotto proprio per questa loro capacità di allontanarsi dai cliché più ovvi, anche questi tuttavia capaci di corroborarci con perversi e necrofili riverberi rock ‘n’ roll (Dig Me Baby, Ink, Fincheye e Soy un bruto su tutte), come avessimo tra le mani un vibratore ancora grondante, appena tirato fuori dalle carni rosee di Poison Ivy e Candy Del Mar.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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BAUHAUS – The Bela Session (Leaving)  

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E così quest’anno io e i Bauhaus celebriamo a distanza di poche ore un anniversario impreciso per numero matematico ma analogo per puzzo di vecchiume. Per chi è appassionato di cabala, c’è ancora un’altra curiosità: appartiene a loro questa mia 3.800ma recensione. Che è un bell’anello di fidanzamento, dopo gli anni del corteggiamento inconsapevole dei quattro ragazzi londinesi e il mio innamoramento giovanile dei primissimi anni Ottanta.

Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico: una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga.

E infatti lì rimane, l’aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band.

Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk.

Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979.

È uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando.

Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new-wave meno compromessa con l’elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti.

Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’impassibile art-rock dei Joy Division.

Dunque quarant’anni dai Bauhaus, quest’anno. E il prossimo Agosto quaranta dal fruscio d’ali del vampiro che li avrebbe per sempre identificati come i pipistrelli della scena post-punk inglese. Con Bela Lugosi’s Dead non nascono solo i Bauhaus ma l’intero movimento gotico e dark londinese che al rumore sinistro di quelle ali nere si ispirerà quando si tratterà di aprire le porte del Batcave, tre anni dopo.

A differenza delle ristampe “ufficiali” del catalogo ad opera della Beggars Banquet e in concomitanza con l’uscita delle reissues di The Sky’s Gone Out e del celebre live Press the Eject and Give Me the Tape, l’edizione in vinile con le prime session di registrazione dei Bauhaus esce per un’etichetta con base a Los Angeles, gestita da un fan di vecchia data dei quattro vampiri inglesi e presenta un paio di chicche assolute come gli inediti Some Faces e Bite My Hip mai pubblicati prima d’ora anche se la seconda, con testo e musica parzialmente modificati, uscirà tempo dopo sotto il titolo di Lagartija Nick.

Il suono dei quattro pezzi che accompagnano il titolo madre è paradossalmente meno simile a quello acuminato del disco di debutto quanto più simile a quello fortemente ritmico di Mask. La chitarra di Daniel Ash non ha ancora acquisito carattere, limitandosi a un rifferama elementare tutto giocato sul palm mute ora in fase discendente, ora in quella ascendente (come nel reggae di Harry, già ascoltata come bonus track nelle varie ristampe del catalogo Bauhaus).

Nessuno dei quattro pezzi, giacché tutti preziosi per completare il puzzle dell’affascinante storia di una delle band fondamentali per l’evoluzione del post-punk, vale tuttavia un solo minuto di Bela Lugosi’s Dead.
Eppure ancora oggi quando i quattro di Northampton si alzano in volo un brivido corre lungo tutta la nostra schiena.

Undead, undead, undead.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

TWIN GUNS – Imaginary World (Big Neck)  

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Garage sinistramente noir quello che sgorga come fiotti di sangue dal quarto album dei Twin Guns. Un suono gotico fino all’inverosimile, che riesce a saldare in maniera definitiva il rattrappito rock ‘n’ roll di Cramps e Beasts of Bourbon col cupo livore psicopatico di band come Crime + the City Solution o Scientists e la tradizione dark che dai Fields of the Nephilim arriva fino ai Black Rebel Motorcycle Club (basterebbe dare una scorsa ai titoli e ai testi, per capire quanto quell’immaginario si sia insinuato nel loro DNA).  

I suoni, riverberati al limite del parossismo, alternano accelerazioni psychobilly a ballate dal passo greve e macilento. Tutto dai toni molto, molto anni Ottanta, come dentro il tempio dei Lords of the New Church.

È quello il mondo che immaginano i Twin Guns. Truculento ed infetto, una spiaggia di sabbia vulcanica bagnata da onde che vengono ad uccidere, non a rinfrescare.

Se vi piacciono i tropici, non venite a fare il bagno qui.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WOVENHAND – Star Treatment (Glitterhouse)  

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Era da un sacco di tempo che non riascoltavo un disco di rock gotico. Intendo uno di quelli che stazionano da circa trent’anni sui miei scaffali: Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim, Killing Joke, The Mission. Insomma, avete capito quali. Oggi mi capita di ascoltarne uno senza averlo messo in conto. Di WovenHand avevo seguito i primi anni di carriera, quelli con cui David Eugene Edwards si era presentato come amanuense del folk col suo calamaio di inchiostro nero nero. Poi i suoi promozionali non erano più arrivati e io mi sono scordato di chiederli. E, si sa come vanno queste cose…tocca a te farti sentire/non sarò certo io a fare il primo passo/chi non sente nostalgia di te non ti merita e tutte quelle boiate che adesso trovate in formato blister di saggezza sui vari social…insomma, io e Dee ci siamo persi per qualche anno. Alla fine, sono andato io a cercarlo. È stato nel Dicembre del 2016. Ho scoperto che ha fatto un disco ogni due anni, l’uomo del Colorado più svizzero di ogni altro uomo del Colorado. Questo Star Treatment è l’ultimo della serie. Lo ritrovo con in mano lo stesso calamaio di inchiostro nero come il corvo di quindici anni fa. Eppure le impronte lasciate sui libri sono in qualche modo diverse, tanto che pare spesso (soprattutto nella prima metà del lavoro) di avere fra le mani proprio uno di quei tomi di cui vi accennavo in apertura.

Insomma, a volersene scampare dall’Apocalisse sembra non ci sia modo.

O voglia.

O bisogno.  

Che loro sono sui destrieri e viaggiano veloci.

E noi faremmo cosa saggia ad ambientarci in tempo, come in effetti stiamo già facendo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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WEIMAR GESANG – No Given Path (Supporti Fonografici)  

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Negli anni Ottanta i copriabiti più venduti sono i piumini Moncler arancio e gli spolverini privi di qualsiasi colore. Sapete di certo chi comprava i primi. Ora sono qui a dirvi che fra chi comprava i secondi c’erano sicuramente i Weimar Gesang, trio meneghino che rappresentava l’orgoglio lombardo della new-wave italiana e che incideva per l’etichetta simbolo di quell’orgoglio. Anzi, erano stati lì lì per inaugurarne il catalogo. Sorpassati per un soffio dai Faded Image.

No Given Path, nel 1986, arrivava a dare carne sui corpi scheletrici che abitavano i primi due E.P. e, anche, a seppellire quei corpi destinandoli per sempre all’oblio, almeno in quella forma.

Nonostante pubblico e critica abbiano sempre, allora come oggi, designati a caposaldo del post-punk di area dark i fiorentini Neon, io mi sono sempre schierato dalla parte dei Weimar Gesang. Dalla parte di un disco come No Given Path, del romanticismo un po’ teatrale che lo pervade che il passare del tempo e il mutare dei gusti ha forse reso obsolescente per tutti, forse anche per loro stessi. Ma un po’ meno per me. Permeabile a quel disagio che si chiama nostalgia, torno ancora a guardare dentro le sue finestre senza infissi per sentire ancora quei versi di Rückert sovrapporre tutte le lingue d’Occidente, come una torre di Babele innalzata per toccare le caviglie del cielo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Carnevale Gotico

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Il primo gemito dei Banshees non è un vagito ma un urlo.

Del resto, in mezzo al frastuono del punk per farsi sentire lo si deve fare ad altissima voce.

Ma l’esordio dei Banshees riesce ugualmente a farsi sentire.

Un caos nel caos.

Un rogo medievale allestito nella Babilonia punk.

Chitarre sbrindellate e metalliche che accompagnano la strega Siouxsie verso il patibolo mentre dalla fortezza risuona un’intera marcia trionfale (Overground). The Scream suona sinistro e sanguinario, ispirato alla violenza atroce più che al macabro, dalla rivisitazione dell’Helter Skelter beatlesiano che ispirò la furia assassina di Charles Manson alla Suburban Relapse che rielabora lo stridore dei violini durante la scena della doccia di Psycho, dalla Mittageisen ispirata al criminale nazista Hermann Göring fino al testo nauseabondo di Carcass, è un avvicendarsi di immagini destabilizzanti di un mondo destinato al tormento, all’autoflagellazione, alla mutilazione. La chitarra di McKay squarcia il buio come fossero le unghie di Freddy Krueger mentre Siouxsie geme ed implora come un suino scotennato vivo. Dai torrioni del castello le streghe lanciano bestemmie e roventi sfere d’acciaio per cacciare via gli empi che hanno sottratto la loro regina nera.

 

Delle campane a morto, poi una lenta, greve agonia di chitarre.

Quindi, si schiude l’ossario.

Join Hands, secondo album dei Banshees, ha la bellezza marmorea e impassibile di un monumento ai caduti.

Sono le colonne del Vittoriano, è la lapide sotto l’Arco di Trionfo parigino,

è il Mausoleo Sovietico di Tiergarten.

Join Hands è un disco appassito come certe ghirlande macilente che adornano i sepolcri dei defunti dimenticati.

È un Re Magio che ti porta in offerta il dono dell’oblio, severo ed implacabile.

Join Hands è un rituale di sepoltura, ma visto dall’interno del feretro.

Non è una celebrazione dell’orrore, non esibisce e ostenta spettacoli di viscere e carni maciullate.

I Banshees lavorano con impassibile, freddo cinismo.

Senza ossequio e senza dolore tangibile, inchiodando alla croce i sentimenti umani della sofferenza con chiodi piene di metastasi di ruggine.

Fermi in un’istantanea di morte come scalpellini davanti ad un masso di marmo.

Placebo EffectIcon e Premature Burial sono la sacra Trimurti del rock ossianico.

Autentiche marce funebri scolpite nel granito e sillabate da una Morgana in delirio da trance medianica anche se è negli ultimi minuti di Premature Burial, quando la voce di Siouxsie viene doppiata da quella maschile che ti accorgi che ti resta poco ossigeno, e che la festa che stanno preparando è riservata a te.

Quindi è Playground Twist a condurti nella discesa nelle catacombe della musica gotica. Suona come un Bowie davanti ad un plotone di esecuzione yugoslavo.

In fondo c’è una bimba con un carillon in mano ad aspettarti.

Canta una straziante canzone d’amore per la sua mamma e non sarà felice di vederti. E neppure tu lo sarai.

L’ultimo atto è l’infinita preghiera maledetta di The Lords Prayer che i fan dei Banshees già conoscono. Una messa nera improvvisata per mezz’ora alla fine dei concerti biascicando testi sacri e versi di canzoni altrui e ora ridotta ai 14’07” conclusivi del disco.

Poi l’orizzonte sparisce.

Le narici si ingolfano di odore di erba, di carne secca e di sangue rappreso.

Gli occhi restano sbarrati, sporgenti sul buio.

I muscoli si fermano, tutto ammutolisce mentre il silenzio si deforma in un rantolo di dolore.

Asfissia, paura, morte.

Mani Congiunte.

Dopo essersi chiusi addosso la pietra tombale di Join Hands, quel che resta dei Banshees mette fuori un disco come Kaleidoscope, album che sin dal titolo rende manifesta l’idea di sbarazzarsi dalla grevità plumbea del disco precedente e di cedere alla lusinga dei colori e della policromia stilistica. Una scelta parzialmente voluta ma in larga parte vincolata all’esigenza di dover supplire all’abbandono di Kenny Morris e di John McKay. Non avendo nessuna panchina degna di tale nome, il tour di supporto a Join Hands viene chiuso con l’aiuto zoppo di una drum-machine e della chitarra di Robert Smith dei Cure. Per il terzo album la formazione trova invece un nuovo assetto con l’ingresso di Budgie delle Slits e John McGeogh dei Magazine: poker!

Kaleidoscope è disco di rodaggio per la nuova formazione, e si sente. È un album frammentario, dove accanto a pezzi dalla fisionomia pop-dark definita (Happy HouseChristine, Paradise Place) pare di incontrare degli abbozzi di canzoni non ancora sviluppati (Tenant, la lunga e piagnucolosa Hybrid, la gelida Lunar Camel dove pare di sentire i Banshees rifare i Nouvelle Vogue e non viceversa, l’inconcludente Clockface su cui si sente pesante la mano di Nigel Gray, produttore dei primi tre album dei Police, la languida Desert Kisses).

Kaleidoscope è un disco sfiatato, un caleidoscopio di colori stinti.

Il tetro castello di Siouxsie non ispira più orrore e sgomento ma la compassione dolorosa di chi si trova davanti a una bellezza fatiscente e grottescamente restaurata per sobillare gli idioti.


Dalle barre della culla arriva una voce che chiama, ti fa ruotare, non hai scelta” quindi il tetro arpeggio di John McGeogh si spezza e si trasforma in una marziale cavalcata delle valchirie da vigilia di Ognissanti: la discesa negli inferi è cominciata e Siouxsie è la nostra Beatrice, stavolta destinata a cambiare verso più infelice rotta e accompagnarci attraverso uno dei più maestosi capolavori di musica gotica mai realizzati in epoca moderna. JuJu è un autentico vero disco da casa infestata.

È il 1981 e i Banshees sono in stato di grazia, dopo un disco di assestamento qual era stato Kaleidoscope.

John McGeogh conferisce ai toni del disco una drammaticità mai più eguagliata.

Perfetta la calibratura estetica da metallo liquido ottenuta impastando una leggera dose di distorsione con l’amato pedale flanger e micidiale l’alternanza di arpeggi, accordi pieni e di glissati discendenti ed ascendenti che lo renderanno il pioniere della chitarra goth e il più influente chitarrista del movimento post-punk.

Tutti, da Johnny Marr a Jonny Greenwood dei Radiohead passando per The Edge cercheranno di emularne lo stile. Artisticamente, è un ritorno alla musica asciutta ed ossianica di Join Hands, incentrata oltre che sulla creatività di McGeogh e le ormai indomabili doti vocali della Sioux adesso capace di vocalizzi di ogni tipo e fattura, anche sulle intricate abilità percussive di Budgie, l’ex-Slits che li aveva raggiunti sul precedente disco: un alchimia capace di generare vertici di visionarietà come l’incredibile danza delle streghe di Voodoo Dolly o l’andamento spiroidale di Into the Light, l’agghiacciante sinfonia di Halloween o le implosioni dei neon che si fulminano in sequenza su Head Cut. Un intero, abominevole Inferno spalancato per la vostra curiosità. Non me ne vogliano Marilyn Manson e le puttanelle di Gothic Girls ma è qui che si fa la storia.

Nel 1982 la casa dei Banshees non è più quella “felice” di un paio di anni prima.

Alcol e droghe la stanno radendo al suolo, divorandola un po’ alla volta.

In cerca di un rifugio, i Banshees ristrutturano la Happy House trasformandola nella casa dei sogni, come il nome di un vecchio bordello .

La direzione è quella indicata da Fireworks, il singolo che nel Maggio di quell’anno sfiora la top twenty britannica cavalcando l’onda di un mozartiano quartetto d’archi (un’idea recuperata prestissimo dai Bunnymen per l’apertura del loro Porcupine, NdLYS). È l’inizio della breve ma bruciante ossessione per il doppio bianco dei Beatles che verrà esorcizzata con la cover di Dear Prudence sull’album successivo.

Il disco è il più elaborato e superprodotto che i Banshess hanno realizzato fino a quel momento, sovrabbondante di colori, ritmo, arrangiamenti, sperimentazioni (gli stessi archi di Fireworks che girano in loop per creare il vortice concentrico ed ossessivo di Circle), bizzarrie che rasentano il kitsch (She‘s a CarnivalSlowdive), offrono il fianco alla disco music e anticipano i New Order di un paio d’anni (Slowdive, non a caso ripresa dagli eroi della discomusic alternativa degli anni Zero come i LCD Soundsystem) e i Cure sornioni di Speak My Language e The Lovecats di uno (Cocoon). Chi vuole toccare ancora la mano fredda dei vecchi Banshees deve affidarsi ai sospiri di Obsession, alla pioggia di cristalli e melassa di Melt! e all’incalzante crescendo di Cascade, precursore del suono gagliardo di Tinderbox. Un disco dall’anima molteplice, A Kiss in the Dreamhouse.

Niente è uguale a quello che verrà dopo, dentro questo quinto disco dei Banshees.

Niente è uguale a quello che è venuto prima.

Ogni solco, un piccolo scherzo genetico.

Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar.

Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar.

Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s’infranse a mezzo, e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti salpan verso l’alto mar; uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l’orso ne abbrancò, e due soli ne restar.

I due poveri negretti stanno al sole per un pò: un si fuse come cera e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino s’impiccò e nessuno ne restò.

Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena. 

 

                                                                      

Tinderbox disegna l’ultimo picco creativo della band di Siouxsie, Severin e Budgie. E lo ritrae con le tinte fosche del tornado già immortalato anni prima sulla copertina di Stormbringer dei Deep Purple.

Dopo un disco appannato come Hyæna i Banshees passano il guado dell’aridità creativa con un album maestoso, percorso da una solennità elegante e raffinata eppure nuovamente minacciosa.

Come il passo di Jack Lo Squartatore nei vicoli gonfi di vapori di Whitechapel.

Tinderbox.

Siouxsie è strega e sirena, geisha e bambola voodoo mentre anche il suono dei Banshees si reinventa e si trasforma.

Dai toni epici di Candyman in cui si evocano le chitarre psichedeliche dei Cult di Love ai clangori metallici che illuminano la rievocazione vesuviana di Cities In Dust, dall’avanzare plumbeo di This Unrest al folk apocalittico e melodrammatico di Land’s EndTinderbox riporta la scrittura dei Banshees ai giorni gloriosi dei primi album sfumandone le vecchie strutture gotiche dentro linee pop multiformi, riplasmandole.

I fasci di luce che su A Kiss in the Dreamhouse e Hyæna avevano iniziato a penetrare illuminando le pareti sepolcrali dei primi dischi sottoforma di piccoli arabeschi psichedelici creano qui un affascinante gioco di alterazione delle scale cromatiche del grigio e del viola, ombreggiando un paesaggio romantico di sciagura imminente vicina alle intemperie estetiche dello Sturm and Drang tedesco e facendo brillare per l’ultima volta la musica dei Banshees.

A pochi mesi da “Kicking Against the Pricks” un altro album di cover d’autore arriva sul mercato. Privo della stessa intensità che emergeva dal disco di Cave, Through the Looking Glass segna però una nuova flessione ispirativa nella storia dei Banshees.

È l’abbattimento dell’araba fenice che si era librata in volo con l’elegante e suggestivo album dell’anno precedente. Un figlio nato morto, costretto alla nascita dagli ostetrici della Polydor in un momento in cui l’ispirazione creativa della band è a livelli bassissimi. La scelta controversa e in qualche modo indotta di realizzare un disco di pezzi altrui si rivela un escamotage commerciale ma anche un doppio fallimento dal punto di vista creativo.

Molti i pezzi scartati e una decina quelli che vengono scelti per allungare la scaletta. Ma non si salvano ne’ i primi ne’ gli altri.

La superficie di Through the Looking Glass non trasuda nessuna emozione e non riflette nessuna profondità. Quello che avrebbe potuto essere una simbolica via crucis del calvario musicale della band (Little Johnny Jewel dei Television era un classico dei loro sound-check, NdLYS) si risolve in un disco incolore che si ferma a un passo dal patetico e ad un centimetro dal grottesco quando ci si parano davanti le trombette trionfali di The Passenger in un fallimentare esercizio (in)degno di stare sui dischi dei Mighty Mighty Bosstones.

Mancano le ombre macabre dei loro dischi ossianici, manca la magniloquenza barocca delle loro prove più psichedeliche, manca l’abominio gotico dei primi capolavori e manca pure la coloritura pop che aveva aggraziato le forme dei loro dischi meno ostici.

Mancano Siouxsie and The Banshees.

Non serve a nulla tormentarsi sperando che davanti a quello specchio Siouxsie si tolga tutto il superfluo e ci mostri la sua foresta gotica o che si infilzi il cuore con uno stiletto strofinato nell’aglio ponendo fine alla sua agonia. Through the Looking Glass è solo la superficie dove va a depositarsi la condensa del suo alito. E anche quella dei nostri sbadigli.

                                                                                               

Chi infila l’occhio dentro il pertugio di Peepshow si trova davanti l’arredamento più sontuoso ed eccentrico del boudoir di Siouxsie. Cristalleria e tessuti macramè, in quello che, lontano dai toni gotici degli anni Settanta, è diventato un salotto di prestigiosissimo, soave pop, messo in scena con la sontuosa eleganza di un musical.

I Banshees sono nel frattempo diventati un quintetto, ma l’ingresso in formazione di uno dei veterani del Batcave non dà i risultati che i vecchi fan si aspetterebbero.

Nessun ritorno al gotico quanto piuttosto una sua versione romantica, ricercata e scenografica. Finanche godereccia e parodistica, se vogliamo.

Le statue di cera prendono vita e ballano il loro carosello.

Fuori, il mondo è colorato.

 

Il nuovo decennio porta in dono l’album sintetico dei Banshees. Dietro il vetro dove l’ex-regina del dark sbatte le sue ali c’è un summit di ingegneri. Stephen Hague (l’uomo dietro le macchine di Pet Shop Boys e New Order), Nigel Goldrich, Will O’Sullivan, Abdul Kroz-Dressah, Mike Drake. Sembra di stare in un ateneo. 

E invece siamo dentro Superstition, il decimo album di una della band più importanti della new-wave inglese, ormai quasi giunta al capolinea ispirativo e che adesso arranca a fatica dentro un labirinto di suoni elettronici e di chitarre heavy e vagamente glam, sorta di improbabile ponte di raccordo tra i Wall of Voodoo di Happy Planet e i Cult di The Witch oppure galleggia in infiniti vuoti d’aria che sembrano davvero l’anticamera d’attesa infinita del paradiso.

Siouxsie affonda le labbra in uno spumoso stecco di zucchero filato, in un atto estremo di fiduciosa superstizione.   

L’incapacità cronica di riuscire a rinnovare il proprio stile dall’interno costringe ancora una volta i Banshees ad affidarsi al tocco deciso di un produttore esterno per The Rapture, destinato ad essere il loro canto del cigno. Tocca stavolta all’amato John Cale prendere il posto in sala regia e cercare in qualche modo di dirottare su nuovi territori il sound del gruppo britannico evitando di farli affondare nel marasma delle produzioni dance cui si erano avvicinati pericolosamente con il precedente Superstition.

A questo punto però, siamo nel 1995, è evidente a tutti che chi si ostinasse a tuffarsi dentro i loro dischi per dare la caccia alla strega, ne uscirebbe senza bottino. Siouxsie è adesso una primadonna che ha sostituito l’esuberanza dei vent’anni con l’eleganza un po’ snob che spesso la mezz’età porta in dono.

Il letto di morte dei Banshees si affolla dunque di una lunga coda di vecchi amanti delusi e di Peter Pan dalla pelle color latte che si rifiutano di crescere.

Chi si avvicina per curiosare lancia una rosa nera, un biglietto unto col rossetto, una ciocca di capelli.

Siouxsie concede loro il suo sorriso più bello e la sua canzone più gioiosa. Ha un nome di bimba. E di bimba la forma. E i capricci. Dietro le barre della culla la Regina dorme, con in bocca il suo ultimo spicchio d’aglio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

Siouxsie-The-Banshees