HENRY MANCINI – The Music from Peter Gunn (complete edition) (American Jazz Classics)

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Gli emigranti italiani di prima generazione costruirono l’America.
I loro figli ne montarono l’immagine e ne crearono il suono, facendone la cartolina che di qua dall’Oceano tutti si aspettavano di ricevere.
Enrico Nicola Mancini non fu da meno. Senza di lui non potremmo fischiettare il tema della Pantera Rosa o simulare un’immersione nelle acque argentate del Moon River. E forse senza di lui il matrimonio tra jazz e cinema sarebbe rimasta una sghangherata storiella da due soldi. Chi lo sà.
Invece nel ’58 Blake Edwards gli affida le musiche per un suo nuovo personaggio su cui sta lavorando: si tratta di un investigatore privato di gran classe, che frequenta un club jazz chiamato Mother’s e che risponde al nome di Peter Gunn.
Gli serve un autore sofisticato, elegante e versatile, in grado di rendere in musica ciò che Edwards ha in mente di proiettare sullo schermo. Henry è perfetto: conosce Cole Porter come gli Ebrei la Bibbia ma ha suonato in centinaia di matrimoni per immigrati e fatto tesoro del loro repertorio: ha una musica pronta per ogni situazione. Mancini costruisce delle musiche “su misura”. Come un sarto. O un designer.
Peter Gunn diventa quello che lui suona e ascoltando di filato questo splendido doppio CD pare materializzarsi la sua ombra alle nostre spalle. È la magia di una musica che buca lo schermo prima in un senso, poi in quello opposto. La magia delle nostre memorie.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SERGE GAINSBOURG – Songs On Page One (Èl)

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Non fosse morto e sepolto da 18 anni sarebbe il personaggio perfetto per la società dei blog e del gossip online che nostro malgrado siamo costretti a subire. E di certo sarebbe molto più intrinsecamente morboso leggere qualche porcata sul Maestro piuttosto che leggere delle boiate sulle meritate botte prese da Rihanna o sugli slip indossati da Britney Spears in ogni cazzo di show dove consegnano alle popstars quei dildo a forma di grammofono.

Serge, perlomeno, era un immorale autentico. Uno che nello scandalo ci sguazzava come una scrofa nella fanghiglia. Scandaloso e perverso, incestuoso e trasgressivo, sfacciato e iconoclasta con una carriera che fonde a meraviglia vita privata e vita pubblica. Tutto condotto e recitato con la sua faccia da portiere da albergo a due stelle.

Un uomo da bordello.

Un intellettuale punk capace di far strabuzzare gli occhi di Whitney Houston in diretta TV e di mettersi sempre dalla parte del torto.

Il suo album di debutto uscito nel ’58 è pieno del suo amore per il jazz ammiccante e allusivo. Gli arrangiamenti sono ancora minimi, appena colorati da qualche effetto comico o da latinismi a buon mercato.

Un conformismo che gli servirà come pass-partout per entrare nei salotti buoni della Francia de la vie en rose.

Il genio sregolato è ancora nascosto, in agguato, rannicchiato tra Burt Bacharach e Charles Manson.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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LITTLE RICHARD – Here‘s Little Richard / Volume 2 (Ace)

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Il rock ‘n roll fu densamente suscettibile di redenzioni, riscatti spirituali, espiazioni. E crisi mistiche.

I piedi ficcati nello zolfo ma le mani che bussano alle porte del Paradiso, insomma. 

Quando uscirono questi due dischi, il “piccolo” Richard Penniman aveva già avuto la sua. Era successo su un volo aereo durante il suo tour australiano con Gene Vincent ed Eddie Cochran. Il velivolo sta perdendo quota e Little Richard ci mette un attimo ad abiurare la sua causa e promettere a Dio di dedicarsi alla musica del Cielo, anziché a quella del Diavolo. L’aereo riprende quota, atterra a Sydney, Little Richard scende e butta tutta la sua chincaglieria nell’acqua torbida del porto.

Lui racconta di aver visto degli angeli rimettere in piedi il suo aeroplano. I maligni vociferano fosse la maniera più furba di sfuggire al fisco e tenersi i proventi strabilianti delle vendite dei suoi primi 45rpm.

Tornò a casa in nave. Sopra di lui, l’aereo prenotato per riportarlo a casa, piroettava giù affondando nel Pacifico.
La Specialty intanto “sfruttava” il fenomeno con l’uscita di questi due LP.

Micidiali. Mentre le canzoni di rock ‘n roll abbondavano di doppi sensi, lui riempiva le sue di non-sense. Scioglilingua volgari e inopportuni. Come fare la conta in una stanza occupata da un’orgia.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BO DIDDLEY – Bo Diddley / Go Bo Diddley (Rattle & Roll/Disconforme)

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Il rock and roll fu l’estrema urbanizzazione del blues. Esportato dai campi di cotone verso le metropoli, come la manodopera nera delle periferie agricole.

Io lo chiamo la “rivoluzione industriale” del blues.

Venne fuori una ridda di impresari, dirigenti di azienda, operai, capireparto e onesta manovalanza.

Poi arrivò un tale con due occhiali improbabili e mise su un sindacato.

Senza iscritti.

Rivendicando la natura tribale, istintiva del blues.

Il suo obiettivo è riportare il r ‘n r in Africa. Si presenta al responsabile della Chess, accorda la chitarra come quel vecchio pezzo scritto in ricordo della Guerra di Sebastopoli (ora comunemente chiamato D Tuning, NdLYS), mette in mano a Jerome Green due maracas e attacca a suonare un pezzo che parla di se stesso.

In terza persona, come fosse un re, sopra un groove che è puro ritmo della giungla. La sua non è una rock ‘n roll band, è una tribù Masai che suona il blues.

Tutta la vicenda artistica di Diddley girerà attorno a questa idea di base. Scrivendo all’infinito la stessa canzone. Rivoluzionando le idee darwiniane di evoluzione, riportando l’uomo alla sua condizione di primate. Qui dentro ci sono le origini di quel concetto. Che vi piaccia o meno, una delle tre/quattro cose sulle quali si è costruito sessanta anni di musica rock.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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