THE WOGGLES – Tally Ho! (Wicked Cool)  

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Magari la collega e amica Meredith Ochs di NPR Music si è sbilanciata troppo a dichiarare che i georgiani Woggles sono la band destinata a cambiarci la vita. In quello sono stati più bravi Romano Prodi e i guerriglieri del “sedicente stato islamico”. Io ad esempio li ascolto, pur avendone persi di vista un paio di volte, da quasi un quarto di secolo e, si, la mia vita è cambiata ma non per merito loro. Questo non toglie nulla al valore dei loro dischi, divertentissimo e vasto campionario di musiche vintage eseguite con perizia e un innato sense of humour assimilabile a quello di band come Fleshtones, Raunch Hands o Staggers. Strateghi del deja-vu, i Woggles non fanno nulla di sorprendente se non riesumare vecchi stili (Merseybeat, surf, garage, exotica, rock ‘n roll, novelty, Northwest-punk) divertendosi come pipistrelli a lambire le teste di Johnny Kidd, di Bobby Hebb, di Lord Sutch, degli Spiders, dei Monkees o dei Peacemakers e costruirci sopra un repertorio magari disomogeneo ma forse proprio per questo ancora più avvincente. Proprio per questo Tally Ho! si candida ancora una volta come uno dei dischi destinati a renderci le giornate un po’ più spensierate.

Cambiarci la vita no, ma cambiarci l’umore per un’ora questo assolutamente si.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FUNKADELIC – Reworked by Detroiters (Westbound)  

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C’è un disco molto bello in giro. Un disco che potrebbe finalmente sdoganare i Funkadelic alle nuove generazioni, quelle che affollano i club mentre noi stiamo seduti a casa davanti a televisori sempre più grandi e divani sempre più comodi.

Dentro ci sono le canzoni dei Funkadelic. Ma non come ce le ricordiamo noi (noi quelli seduti davanti ai televisori su divani sempre più comodi). Sono le canzoni dei Funkadelic come le hanno ridisegnate i musicisti di Detroit, proprio quelli che nei club ci vanno come i nostri figli, ma guardano la pista dall’alto.

Ridisegnate, ecco. Come ci aiuta a comprendere il titolo.

Ridisegnate ma senza annientare lo spirito dei Funkadelic.

Anche dentro i giochi tridimensionali di Claude Young Jr, tra le maglie dub galattiche di Brendan M Gillen, sommerso dalle onde reggae degli Ectomorph o sotto i colpi d’ascia dei Dirtbombs lo spiritello di George Clinton rimane protagonista assoluto e ultimo re vivente del funky.

E Jamiroquai zitto.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE WAR ON DRUGS – A Deeper Understanding (Atlantic)

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Del rock, come del maiale, non si butta via nulla.

Tutto può essere riciclato e anche quello che un tempo ci sembrava indigeribile alla fine, servito con qualche spezia diversa, diventa un pasto se non gradito, gradevole.

Magari lo vedi nei piatti degli amici che ti invitano a provarlo e dai oggi e dai domani, alla fine lo ordini anche tu.

È come cedere all’invito ad aggregarti al branco per andare all’All You Can Eat. Anche le palline di riso al vapore che una volta rifiutavamo quando andavamo a pranzo dalla nonna ridiventano tendenza.

I War on Drugs nelle cene sociali cui ho partecipato mio malgrado sono ad esempio passati, pur senza cambiare di molto gli ingredienti (appena un po’ di autoindulgenza in più sulle chitarre), da un piatto di seconda scelta ad un piatto gourmet. Assieme a tutte le cose che si trascinano dietro: i Dire Straits, Chris Rea, i Waterboys, Tom Petty, Elliott Murphy, lo Springsteen che ai tempi di Born in the U.S.A. giudicammo osceno e che ora ci sentiamo di beatificare nemmeno fossimo il concilio vaticano.

Come i prelati dispensiamo indulti e come i giudei carichiamo merda sui nostri carri per spargerla come concime sui nostri campi da arare.

Domani mangeremo uno sformato di miglio.

E qualcuno intingerà dal nostro piatto.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LCD SOUNDSYSTEM – American Dream (DFA)

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A molti ricorda i Talking Heads. A me, la Grace Jones di Nightclubbing e i King Crimson di Red.  

A molti altri ricorda i Suicide. A me, i Soft Cell.

Ad altri ricorda Bowie. Quello di “Heroes”. A me ricorda più Moby che tenta di fare Bowie. Quello di 18, per intenderci. 

Alcuni ancora ci hanno sentito i Joy Division e i Depeche Mode. Io i Simple Minds di Sister Feelings Call e Real to Real Cacophony.

Se pensate stia denigrando, il problema è vostro, non mio.

Piuttosto che stare a disquisire su quanto sia bello un disco come quello della Jones o su quanto erano bravi i Simple Minds preferisco dedicarmi all’ascolto del nuovo, quarto album dei LCD Soundsystem. Che, al di là della soggettiva dell’ascolto e dei deja-vu, è un disco deliberatamente carico di impressionismo citazionista. Come tante “opere” rock contemporanee.

In questa fame di colossi (che nessuno, a parte i Motorpsycho, ne fa più), ci era venuta fame pure degli LCD Soundsystem, anche loro sciolti e riformati, come le vere rockstar. Ci è venuto appetito e James Murphy ci ha saziato. Con un disco dove puoi sentirci un sacco di cose di quelle che ti piacciono per davvero. Da Brian Eno ai Cure, da tant(issim)a new wave di quella sintetica dei primi anni Ottanta (Orchestral Manouevres in the Dark, Modern English) a tutta quella roba che ho citato prima o che altri ci hanno sentito dentro, mentre sulla pista passava il corpo degli LCD Soundsystem e nessuno specchio della sala riusciva a replicarne l’immagine.

Tirati in barca i remi dell’innovazione che qualcuno gli volle mettere in mano frustandolo affinchè ci trascinasse via dalla melma degli anni Zero, Murphy ci regala il disco che tutti volevamo sentire, capace di cortocircuitare la mia generazione con gli amanti dei dischi di tendenza che affollano le praterie del mercato discografico. Tutti, in un modo o nell’altro, schiavi dell’irresistibile legge di Murphy.

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

 

THE WILLOWZ – Fifth (Thrill Me)  

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I Willowz mancavano dal mercato discografico dal lontano 2009.

È probabile non siano più quegli spilungoni lungocriniti che attraversarono tutto quel decennio inseguendo a loro modo e con ottimi risultati i White Stripes e i Boss Hog e che quindi stenteremo a conoscerli ora che il loro quinto album arriva, un po’ a sorpresa, a far circolare nuovamente il loro nome. Nel frattempo la band ha lavorato su un concetto rock ‘n roll più definito, concentrandosi su riff basici (Now You Know il più endemico, ma anche All the Same, Ana Lee, See You Again non scherzano) che potrebbero far battere il piedino pure a chi stravede per Wolfmother, Redd Kross o Jet, facendo cortocircuito con il garage-punk di bands come Brood e Darts su episodi come Just Can’t Wait o Lily.

Il risultato è un disco di facile presa.

Forse troppa, gli verrà rimproverato.

Probabilmente dai sempliciotti che si sfregano ancora le mani quando in edicola spunta l’ennesimo speciale dei Led Zeppelin dove sono scritti i soliti cinquanta aneddoti letti migliaia di volte.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HÜSKER DÜ – Savage Young Dü (The Numero Group)

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Per tutti gli anni Ottanta e oltre, anche dopo che gli Hüskers abbandonarono la sua piccola etichetta per approdare alla SST, Terry Katzman rimase in ottimi rapporti con Mould, Norton e Hart e continuò a pubblicare su cassetta e col beneplacito della band le loro vecchie registrazioni da “garage” su un’etichetta battezzata, appunto, Garage d’Or. Non c’era ancora Paypal ma se a Terry inviavi una busta con dei soldi ficcati dentro, stai sicuro che in cambio avresti ricevuto una di queste disastrose cassette, con copertina fotocopiata e titoli battuti su macchina da scrivere.

Io ne ho una mezza dozzina.

Parte di questo prezioso patrimonio (una cinquantina di pezzi, cui vengono aggiunte le rimasterizzazioni del primissimo catalogo ufficiale) viene adesso ripulito e riordinato per la pubblicazione di Savage Young Dü, il box che a ridosso del primo grande lutto per il trio di Minneapolis rende finalmente tangibile l’aeriforme programma di restauro del catalogo degli Hüsker Dü, perlomeno quello relativo al primissimo periodo. Sono gli Hüskers che, tra una cover dei Ramones e una di Donovan, aprono un varco al proprio stile che non ricorda ne’ quello dei primi ne’ quello del secondo ma che, della metabolizzazione di quella scorta melodica farà tesoro per trovare una via di fuga dalla folle corsa dell’hardcore, quando i piedi sceglieranno di non pigiare più sull’acceleratore ma di assecondare, con un abilissimo lavoro di frizione, i cambi di marcia della leva del cambio, trascinando nel suo viaggio tutto l’alternative rock americano.     

Quegli “anni importanti” sono raccontati qui dentro, in 69 canzoni che spesso non toccano neppure il mezzo minuto e dentro la raccolta di foto e locandine commentata da Erin Osmon di Spin.

Io mi ricordo.

Voi?

 

Franco “Lys” Dimauro

EDDY CILÌA – James Brown: Nero e fiero! (Vololibero Edizioni)

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L’aneddoto più gustoso è quello raccontato da Graziano Uliani nel classico spazietto che si riserva alla fine di ogni “racconto” trattato sui Soul Books e vede protagonista uno straordinario Francesco Sanavio travestito da Papa pur di convincere James Brown a salire sul palco de La Bussola. Ma ogni singola riga delle restanti cento pagine, quelle firmate dall’autore Eddy Cilia, valgono ben un sorriso, una smorfia di stupore, una riflessione, una empatica partecipazione (come quando, nelle pagine iniziali, ci invita a riprodurre il nome del Padrino del Soul concentrandoci sull’effetto onomatopeico che potrebbe avere pensando, mentre lo pronunciamo, al suono di un piatto da batteria e a quello di un battito della grancassa: Gemsss…broun come prototipo rozzo e primitivo di quel beat campionato migliaia di volte) sulla vita leggendaria di Mr. James Brown.

Uno per cui gli appellativi si sono sprecati ma per il quale sono stati tutti strameritati, almeno per metà della sua carriera.

Un artista dalla vita piena di contraddizioni e il cui album perfetto non è mai stato registrato ma che ha regalato al mondo la più incendiaria, sexy, instancabile macchina ritmica di sempre. Della quale ha sempre preteso la paternità, anche quando la messa a punto non era esattamente opera sua (come nell’eclatante caso di Funky Drummer).

Uno che apriva per Muhammad Alì, mica per Barry White.     

Uno che quando passa in radio, ancora oggi, ne senti il puzzo di sudore. E sai che è il suo, se hai vissuto sullo stesso suo pianeta.

Eddy Cilìa ne ripercorre col suo consueto stile brillante l’intera vicenda. Ne sottolinea le idee geniali, le manie, i passi falsi, i capolavori e i flop, la lenta ma costante ascesa all’Olimpo (ce n’è uno per ogni colore della pelle? NdLYS) e l’inesorabile, rovinosa discesa, regalandoci un’altra storia avvincente dell’immenso patrimonio archiviabile sotto il nome di “Sogno Americano”.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

KING HOWL – Rougarou (Talk About/Electric Valley)  

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Non li conoscevo. Che, grazie a Dio, non si può conoscere tutto e tutti.

Non li conoscevo ma c’ho fraternizzato subito.

I King Howl vengono dalla splendida terra sarda e suonano blues, con la stessa grazia dei Monster Magnet che rifanno Evil di Willie Dixon, di Jack White che suona I’m Shakin’ di Rudy Toombs o dei Motörhead quando accendevano la locomotiva di The Train Kept A-Rollin’. Come se quel famoso “incrocio” dove ogni bluesman incontrava il suo diavolo si trovasse insomma dentro un dedalo metropolitano inconciliabile con i vecchi campi di cotone.  

L’accenno acustico alla Son House che introduce Gone è dunque subito tradito in favore di un suono da carro armato, limitrofo alle saturazioni stoner e memore della lezione di certe delizie rawk ‘n roll scandinave di due decenni fa (gli Sweatmaster ricordano qualcosa a qualcuno?).

In tutto questo bellissimo frastuono stupisce trovare un canto da griot come Alone I Go ma neppure più di tanto, perché il Re Lupo mostra le zanne ad un demone, quello del blues, cui mostra il rispetto di un avversario degno di tale nome. Nonostante la sua ferocia gli sia pari.

Attenti a stare lì in mezzo, voi piccoli uomini ammansiti dal cordiale banchetto di Bake Off.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here? (Anti-)  

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La reunion dei Dream Syndicate non è quel sogno che volevamo fosse.

In camera d’assemblea non vedrete Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni fa. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet With My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione asciutta di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Questi, sono i giorni di Wynn e delle rose.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – Under Cöver (Motörhead Music)  

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Tecnicamente una raccolta, Under Cöver riporta il nome dei Motörhead  agli onori delle cronache musicali dopo l’annus horribilis che ci portò via a distanza di un mese Phil Taylor e Lemmy, abbattendo per sempre uno degli alberi più maestosi del giardino incantato del rock ‘n roll.

Cosa ci sia dentro, è facile immaginarlo dal titolo e dal moniker del gruppo. Cover version registrate negli ultimi venticinque anni di attività dalla band più rumorosa del pianeta.

Roba che se la tocchi, muori. Che se ti aggredisce, e sai che lo farà, non ti basterà scorrere l’elenco telefonico di tutti i santi del Paradiso per farti salva la pelle.

Lemmy suona come se avesse alle spalle una mandria di bisonti. A testa alta, per l’ultima volta. Col solito grugnito dietro il quale non credi si potesse nascondere uno degli uomini più ironici del music-system. Uno pronto a ridere su tutto ma non sul rock ‘n roll, non sulla sua band.

Detto questo, va ribadito che i veri fan della band inglese hanno già tutto quello che è stato infilato qui dentro, dalle storiche God Save the Queen, Jumpin’ Jack Flash e Cat Scratch Fever fino alle più recenti Starstruck dei Rainbow e Sympathy for the Devil. Le uniche eccezioni sono rappresentate, a meno che la memoria non mi inganni (e potrebbe farlo, che spesso non ricordo neppure se ho indossato le mutande) da Rockaway Beach e da “Heroes”, trascinate da Lemmy con la mano ferma di un condottiero dentro le terre di polvere e metallo dei Motörhead.

Per l’ultima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro