pUTAN cLUB – Filles de mai (Toten Schwan)  

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Il pUTAN cLUB, ovvero l’indomabile François-Régis Cambuzat e la salentina Gianna Greco, si sgancia da Lydia Lunch e, venendo meno a quanto dichiarato con forza anni fa, decide (finalmente) di mettere su supporto fonografico la musica che porta in giro per l’Europa da ormai venti anni buoni. Quali che siano le ragioni che hanno portato i due artisti a “scendere a patti” col diavolo discografico non sono ancora chiare, ma personalmente non posso che rallegrarmene.

Immagino non sarà lo stesso per chi mi vive accanto, siccome la musica del pUTAN cLUB è quanto di meno commestibile possa oggi essere sistemato su un piatto a meno che non abbiate già dimestichezza con la selvaggina noise e le acciaierie industriali. Musica intransigente ed oltraggiosa, quella del pUTAN cLUB, crossover nel senso più puro del termine. Musica che stritola con la forza di una pressa d’acciaio decenni di rumorismo devastante, snidandolo dalle sue tane e costringendolo ad affrontare nemici dissimili per etnia ma vicini per impeto furioso.

Dentro le macchine del duo italo-francese convivono swamp-blues, noise, techno e musica industriale, rendendo possibile un riaggiornamento del tribalismo licantropo di band come Pussy Galore, Chrome Cranks e dei primi White Zombie ma anche le nenie valpurgiche dei Virgin Prunes e dei Birthday Party.

Il pUTAN cLUB spara ogni volta che passa un borghese. Spara ogni volta che passa un bigotto. Spara ogni volta che passa un politico. Spara ogni volta che passa un diplomatico. Spara ogni volta che passa un soldato. Spara ogni volta che passa un colletto bianco.

Attenti a scansarvi, se sopra le vostre teste avete una qualsiasi bandiera.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Songs of Experience (Interscope)  

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Gli ultimi dinosauri viventi.

Gli unici ad essere rimasti fedeli a quel branco messo insieme quaranta anni fa. Più fedeli di quanto lo siano stati molti dei loro ascoltatori storici, spesso disorientati da produzioni discontinue oppure infastiditi, addirittura offesi da repentine rivoluzioni stilistiche disattese e mal digerite. Più fortunati di tanti altri branchi decimati dal tempo, dagli eccessi, dalla malasorte.

Songs of Experience arriva dopo la dovuta genuflessione ai piedi dell’albero di Giosuè, ennesimo omaggio alla memoria. Lo supera e procede verso il futuro. Che non è più il “futuro futuribile” dei dischi degli anni Novanta. Ma è un futuro tormentato, un futuro che si porta addosso tutto il peso del passato che lo ha preceduto, proprio come nei canti di William Blake cui il nuovo album, come il precedente, si ispira. Un futuro poco ottimista. Un futuro avvelenato. Un futuro da cui non è lecito attendere nulla di buono. Un futuro che se ti ci vuoi tuffare dentro e non restare deluso, devi farlo spogliandoti da ogni aspettativa. Così come devi fare quando ti avvicini ad un disco degli U2 a meno che tu non appartenga alla categoria adesso più diffusa che è quella della grande truppa dei detrattori “per partito preso” (i giornalisti stellati a guidare l’armata e sotto di loro l’uomo comune, quello che ha già dei gusti terribili di suo, però trova un piacere al palato quando vomita parole di odio e disaffezione contro una star a caso, purché non sia sua mamma), quelli che sono scontenti sempre tranne quando fanno la coda al botteghino per sentire l’ennesima scaletta in fin di vita di qualche gruppo ormai morto.

E fin qui sembrerebbe che io abbia sguainato la spada per difendere i lord irlandesi, come se fossi il loro cavaliere. Ma non è così. Perché anche ad aspettative azzerate il contenuto del loro nuovo album scivola via senza lasciare solchi profondi sulla pelle nonostante il tentativo di rispolverare, riaggornandone l’aroma, i tanti cliché e trucchi già adoperati lungo la loro lunghissima storia (Red Flag Day, The Showman, The Little Things That Give You Away, Love Is All We Have Left, You’re the Best Thing About Me, Landlady) pur di far breccia in un muro che in realtà è già dilaniato da anni e che rischia pure di crollargli addosso. Si tratta insomma di un rock ammansito e non più in grado di rigenerarsi se non prendendo a morsi se stesso. Rimettere sul piatto un loro disco è un po’ come il rito dell’albero di Natale. Lo piazzi nel salone, lo addobbi, lo accendi. E poi lo sposti nell’angolo perché in fondo ti interessa di più guardare la tv a schermo intero.   

    

Franco “Lys” Dimauro

 

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

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Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MESSER CHUPS – Taste the Blood of Guitaracula (MuSick)  

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Fanno dischi, dischi belli, da venti anni. Vengono dalla Russia, ma è solo un dettaglio. Per quanto ne so potrebbero venire dalle Hawaii o da Marte. O, perché no, dall’Italia, che di band simili ne ha sfornate da anni a decine e di bravissime.  

Con un piede sulla tavola da surf e un altro sulla rampa di un missile spaziale, i Messer Chups ci deliziano ancora una volta con una serie di numeri in cui il riverbero e il tremolo della “guitaracula” la fa da padrona.

Mille i richiami a strumentali anni Cinquanta e Sessanta. Mille riflussi di una conoscenza ancestrale alimentata dai ricordi rimossi di qualche telefilm, qualche cartone, qualche musica da film, qualche disco di papà che ora risalgono la china della nostra memoria, stimolate da una melodia, da un riff, da un accordo twangy, da una intera sequenza anche se ben camuffata, come quella spettacolare della storica Popcorn degli Hot Butter.

La ricerca e la cura del dettaglio sono quasi maniacali, come è buona norma in dischi del genere. Mettetevi comodi, indossate i vostri occhiali 3D e le vostre cuffie stereoscopiche e preparatevi ad un viaggio fantastico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WIDE HIPS 69 – The Gang Bang Theory (Area Pirata)  

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Non so se Lorena, Cristina e Daniela sanno squirtare, ma a me piace immaginare di si. E lo so, lo so bene, che questa intro è immoralmente sessista. Ma davvero non riesco a immaginare il rock ‘n roll privo di allusioni sessuali, a pensarlo mondo come un culetto di bimbo. Poi, mentre passa un disco come quello dei Wide Hips 69, a cosa vorresti pensare? Al pio bove? A son tre giorni che non piove? Il loro rock ‘n roll è infarcito di perversioni sessuali quanto i camerini dove le star che poi vanno a sfilare sul red carpet si cimentano nell’arte del “fammi sanguinare. E non dal cuore”.

Le tre ragazze di Teramo, cui si è aggiunto adesso Gabriele (paradossalmente: il loro punto G), sanno far chiasso come pochi e lo dimostrano ancora una volta con questa loro nuova Teoria della Gang Bang, che da quella del Big Bang si discosta solo apparentemente, perché tanto entrambe finiscono per generare l’assioma dei buchi neri. Per giungere alle loro conclusioni, passano in rassegna quanto ne sanno, e ne sanno, sul rock ‘n roll più impudico e più impreciso che ci sia, con chiarissime ascendenze garage (deliziosa la citazione di Cry dei Malibus nascosta sotto You’re Not Mine) e devianze assortite, come il soul-punk alla Detroit Cobras di Want You, il Motor-City sound alla Destroy All Monster di Eat My Shit.

È una teoria che a me piace. E la sostengo, non potendo sostenere altro di chi l’ha teorizzata.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAN 9 – A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) (autoproduzione)

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Alla fine dei Plan 9 si sono dimenticati tutti. Wikipedia, Discogs, Allmusic, discografici, ascoltatori, critici, musicisti. Spotify non lo considero neppure. Insomma, proprio tutti.

Gli ultimi venti anni della storia del gruppo di Rhode Island sono anni vissuti ai margini, con una formazione che si è disgregata pezzo dopo pezzo, fino a ridursi ad un terzetto costituito dalla solita coppia Stumpo/DeMarco e dal bassista Albert Iannuccilli più qualche batterista occasionale.

A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) viene rilasciato pertanto esclusivamente in download con la speranza di racimolare qualche dollaro per permetterne una pubblicazione su supporto fisico. Dubito che ci riusciranno, anche se io ho fatto la mia parte. Così come non so come andrà la competizione lanciata dalla Run Out Groove per ristampare il loro classicissimo Keep Your Cool and Read the Rules, lanciata più o meno nello stesso periodo.

A Tonic of Puffer Fish raccoglie registrazioni risalenti al quinquennio 2003/2007, con line-up diverse così come altalenanti sono i risultati delle diciassette tracce, ovviamente non tutte all’altezza del mito.

E però.

E però ci sono dentro cose come Pentagon Chamagne Room, Nice Things for Colored, la All Weather Gear condotta dalla voce di Deb, Axe the Navigator, Missile, Another Wizard che valgono ancora più di un ascolto. E complessivamente valgono molto di più dei cinque dollari che i Plan 9 vi chiedono per scaricarvele sul vostro bell’hard disk pieno di foto di compleanni e filmetti illegali.

Fateci un pensierino. E, se ne avete tempo e voglia, aggiornate le pagine di tutti quei siti senza i quali tre/quarti di recensori non saprebbero che cazzo scrivere.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelly Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GLI ULTIMI – Tre volte dieci (Hellnation)  

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Da buon feticista il pacco, con data di spedizione 19/12/2017, l’ho conservato.

Perché ho scoperto proprio il giorno in cui mi è stato consegnato che Hellnation, ultimo baluardo della musica punk della capitale, ha chiuso la sua saracinesca pochissimi giorni dopo, a venti anni dalla sua apertura in Via Nomentana 113, negli stessi locali che furono quartier generale della Banda Bonnot.

Conoscendo Roberto da almeno metà dei miei anni so che non starà con le mani in mano ma è un conforto che non placa la malinconia per un’altra fetta di orgoglio DIY che va via, assieme a una bella fetta della nostra vita. L’ultimo pacco di promo inviatomi da Roberto ha dunque un che di commovente. Un pacco inviato senza chiedere nulla in cambio. Un pacco che è più un attestato di stima. Un pacco che è musica per la musica, nulla di più. Inviato da uno che mi stimava quando non ero nessuno e che mi stima ancora adesso che continuo ad essere nessuno. Esattamente così.

Senza chiedere “ma per dove lo recenzisci?” (con la zeta, come fa qualcuno). Senza chiedere “ma per cosa ti serve?” ed evitando così la mia risposta più comune a questa domanda: “per pulirmici il culo”. Salvando lui e me dall’infamia del “voto di scambio”.  

Lì dentro, tra gli ultimi, ci sono proprio Gli Ultimi. Con il loro disco uscito a Maggio. Un altro disco di real-punk. Ovvero il lato disordinato delle vite che invece siamo obbligati ad ordinare in qualche modo per sopravvivere alle tagliole della vita quotidiana. Il punk vissuto fra stadio, precariato, centri storici trasformati nelle nuove periferie, famiglie che cercano di resistere allo schifo che le circonda alzando un piccolo fortino di resistenza affettiva, bar dove scolarsi una birra alzando il boccale a qualsiasi cosa, purché sia vera, purché sanguini davvero.

Tre volte dieci celebra la vita, commemora le speranze cadute e brinda a quelle nuove. Lo fa con un disco che è punk nell’anima ma che lavora di fino per rendere quelle canzoni più belle, aggiungendo buon gusto alla credibilità. Cercando di afferrare qualche nuovo desiderio finché il tempo ci concede la forza di correre e di provare ad afferrarlo, prima che l’orologio della vita non ci imponga di dovercene privare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SAINT PHILLIP‘S ESCALATOR – The Derelict Sound (autoproduzione)     

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Mi sono spesso chiesto, nell’ultimo decennio, perché i St. Phillip’s Escalator non siano mai esplosi come fenomeno di massa, alludendo naturalmente a quel “popolo di eletti” che si nutre in maniera abituale di rock ‘n roll, lo stesso insomma che ha fatto di nomi come Chesterfield Kings, Hellacopters o Black Lips degli intoccabili della storia del rock e che, presa a campione, spesso non conosce della band di Rochester neppure il nome.

L’ascolto del loro ultimo disco ribadisce questo mio interrogativo aggiungendo l’assoluta certezza che non troverò il loro nome nelle banali classifiche di fine anno che tutti si affretteranno a stilare senza neppure aspettare che passi Santo Stefano. Peccato. Perché ancora una volta i St. Phillip’s Escalator hanno lavorato ad un disco senza rinnegare le loro ispirazioni ma esaltandole e riproiettandole nel nuovo secolo. Con una genuinità palpabile e un’energia coinvolgente.

Il loro “suono derelitto” pasciuto nei pascoli del miglior rock ‘n roll degli anni ’60 e ’70 si allarganda in una visione “classica” e globale del rock stradaiolo e suburbano passando per la California, per Detroit, per New York, per il Texas e per il Northwest e trascinando con se tutto il meglio raccolto per quelle strade, da Alice Cooper ai 13th Floor Elevators, dalle New York Dolls ai Sonics, dagli Hoods ai Mudhoney, dagli Amboy Dukes ai Chesterfield Kings, il cui suono non ha mai smesso di riverberarsi dentro le loro canzoni. Che stavolta, a differenza dell’avaro disco precedente, sono ben dieci.

E non se ne butta via una.

Anche se alle vostre orecchie ammaestrate dalle riviste di tendenza forse non ne arriverà mai manco mezza.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro