THE ROUTES – Dirty Needles and Pins (Greenway)  

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Due posti sullo scaffale per i Routes quest’anno.

Dirty Needles and Pins esce infatti a soli sette mesi dal precedente, ottimo In This Perfect Hell. E ne rincara la dose. Spalmate su quindici minuti per facciata, le otto tracce del sesto album di Chris Jack mostrano due angolature diverse per avvicinarsi alla sua musica.  

Chi volesse sturarsi le orecchie col classico beat-punk può tranquillamente usare le punte per trapano di You’ll See, Ego a Go-Go, I Ain’t Convinced, Somebody’s Child e Dysphoria, classico viaggio a ritroso nel tempo fra i solchi ormai piallati dei vecchi 45 giri di classico pre-punk degli anni Sessanta e delle band che, armate di fuzz e chincaglieria vintage, ne replicarono le gesta un ventennio dopo.

Ad occupare invece la seconda facciata i tre pezzi più lunghi mai incisi dai Routes, il che vi lascia già intuire che ci troviamo su un universo parallelo dove il suono si sgrana e gli “aghi” si polarizzano su traiettorie psichedeliche di chiara ascendenza texana, pur rimanendo ancora in uno stato embrionale e trasmettendo un vago senso di incompiutezza che non ce le fa preferire alle asciutte garage-songs da tre minuti di cui i Routes sono ormai da un decennio tondo tondo maestri assoluti.

Probabile presagio di nuovi approdi in altre terre finora solo lambite, il sesto disco della band anglo/nipponica ci crogiola ancora a fiamma viva, disperdendo le nostre ceneri tra le polveri sottili del cielo giapponese.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MORRISSEY – Low in High School (Etienne)  

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Morrissey è uno cui spesso piace deludere le attese, sicuro che ogni sua malefatta verrà perdonata. Cosa che in effetti avviene puntualmente. Infatti anche chi si fosse trovato inutilmente in coda per assistere ad un suo concerto annullato a sorpresa per qualche vezzo da star si ritroverà comunque nuovamente e felicemente in fila per versare in largo anticipo quanto chiesto per assicurarsi in tempo una copia di Low in High School, suo undicesimo album solista, se ha ancora senso usare questo aggettivo quando si parla di Moz il burbero.

Lo comprerà e ci si tufferà dentro, con la consueta devozione che il personaggio richiede. Testi alla mano, volume e kit di sopravvivenza autunnale adatti allo scopo e un bella successione di pomeriggi di solitario abbandono, cercando di far vibrare la propria anima all’unisono con quella di Morrissey.

Cosa che a me succede ormai di rado, devo ammetterlo. Il riadeguamento di immagine di Morrissey seguito allo scioglimento degli Smiths ha avuto su me un impatto destabilizzante e ho trovato la sua produzione altalenante, passivamente costretta a riadeguarsi continuamente alla scrittura dei bracci destri trovati lungo il cammino, anche quando questi gli consegnavano pezzi scritti con l’altra mano.

Per uno che quando faceva coppia con Marr non sbagliava neppure una B-side a me è sempre parso un po’ pochino.

Se insomma potenzialmente ogni album degli Smiths era un disco da isola deserta, nessun album di Morrissey potrebbe essermi compagno in una nemmeno troppa improbabile scelta di eremitaggio estremo.
Neppure questo, che era stato anticipato da una delle canzoni più belle del suo repertorio, pregna di quell’esistenzialismo in bilico tra pigro sarcasmo e misantropia che è uno dei tratti salienti del Moz-pensiero e vestita di abiti leggeri ma ricercati. E con dentro un paio di quelle frasi che potremmo ancora scrivere sul taccuino, se ne avessimo ancora uno. Ecco, se fosse riuscito a perpetuare l’equilibrio magico di quella canzone, Low in High School avrebbe potuto davvero far vibrare la mia anima empaticamente con quella del suo autore, proprio come ai tempi del liceo. Invece quasi tutto il resto del disco si perde in una grandeur sprecata che gongola tra la morna di The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel ad una When You Open Your Legs arrangiata come il Big World di Joe Jackson, tra i bubboni di synth di Who Will Protect Us from the Police e I Wish You Lonely  e una mortifera Israel che si decide di far morire tra pianoforte e violoncello, come il cigno sul Carnevale di Saint-Saëns e la voce di Morrissey che ne replica il pianto. Restano, tra le cose che si manderanno a futura memoria, le risacche emotive di Home Is a Question Mark o My Love, I’d Do Anything, ricche degli aminoacidi Morrisseyani che ci piace ingerire per sentirci ebbri e sazi. In attesa che risuoni la campanella per tornare a scuola, nonostante i nostri voti annaspino nell’insufficienza. E non solo i nostri.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

WILD EVIL AND THE TRASHBONES – Digging My Grave (Dirty Water)  

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Wild Evil si firmava già così ai tempi degli Staggers, invasori austriaci dello scorso decennio. Ma adesso il suo nome campeggia in tutta la sua greve maestosità sui dischi dei Trashbones.

Il “passaggio di consegne” dall’uno all’altro gruppo avvenne una mezza dozzina d’anni fa su un 7” condiviso pubblicato dalla Screaming Apple. Da allora i Trashbones hanno girovagato per un bel po’ di labels fino ad arrivare per questo secondo album alla corte della Dirty Water Records. La lunga attesa per il nuovo disco è abbondantemente ripagata dal contenuto di Digging My Grave, fenomenale assortimento di volgarità garage in bilico tra l’horror-trash di John Zacherle e Screaming Lord Sutch, il beat dei Fleshtones e il sixties-punk più sguaiato. Campo in cui, val la pena dirlo, Wild Evil e la sua congrega di becchini riescono a rubare la corona a tante band ben più blasonate.

Pezzi come Telling Lies, Why Can’t We Be, Fried Chicken Legs, Bugs on My Back, I Lost My Mind faranno la felicità di tutti coloro ai quali, quando gli chiedono di nominare qualche garage band, saltano subito in mente i nomi di Gruesomes, Crimson Shadows e Ugly Things.  

Tutti gli altri, tutti quelli che hanno dimenticato, che hanno sostituito i nomi sacri con quelli di piccoli nerd che fanno chiasso in cameretta mentre la mamma gli prepara i pancake, che rompono le palle ai primi di Ottobre per abolire la festa di Halloween e di nuovo ai primi di Dicembre con gli auguri di Natale falsi come i loro abeti, stiano lontani da qui.

E da me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

UFFE LORENZEN – Galmandsværk (Bad Afro)  

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La progressiva metamorfosi di Uffe Lorenzen in Roky Erickson ha del prodigioso e del trascendente. Non mi riferisco ovviamente solo al lato squisitamente musicale dell’artista danese ma ad una trasformazione fisica che lo ha portato, a 46 anni, a dimostrarne venti di più. Il suo volto barbuto come quello di un Santa Claus, tenuto celato sulle copertine dei suoi Baby Woodrose e degli Spids Nøgenhat, fa ora bella mostra di sé su questo suo debutto solista che Uffe ha riempito di canzoni che , a parte un paio di eccezioni, potranno cantare solo in Danimarca siccome è il danese la lingua prescelta per presentarle. Galmandsværk ha dentro tutto quel respiro che forse faticava a venire fuori dai dischi incisi con le sue band anche se il marchio di fabbrica della “penna” di Lorenzen rimane indelebile, così come la sua scrittura resta permeata dagli elementi dei suoi eroi di sempre, Erickson, Fred Cole, Arthur Lee in primis ma anche l’India galvanizzata dai suonatori di sitar e tablas. Tutto il mondo allucinato del musicista danese (sviscerato e documentato un paio di anni fa dal regista Palle Demant sul suo lungometraggio Born to Lose, NdLYS) si riverbera mesmerico dentro queste dieci tracce che inseguono il suo personale concetto di trance e di meditazione estatica ed alterata. Questo senso di spiritualità è trasposto musicalmente in composizioni mantriche avvolte da tenere e dilatate tessiture di chitarra acustica, flauto, sitar, vibrafoni, sintetizzatori e altre diavolerie esotiche che ne liberano gli aromi panteisti e la forza quasi liturgica.

Musica per spazi, mentali e geografici, vasti come le terre che l’hanno ispirata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Sole) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DIRTY FENCES – “Goodbye Love” (Greenway)  

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Dirty Fences atto terzo.  

Prosegue il sogno power-pop del quartetto più fuori moda di New York. E prosegue con un disco che forse supera addirittura, per capacità invasiva, i due precedenti. Lontane da qualunque intellettualismo, le canzoni dei Dirty Fences si appiccicano sulla formula basica del rock ‘n roll più melodico e ludico degli anni Settanta, votate  al divertimento più sfrenato e devote all’incoscienza adolescenziale elevata a forma filosofica di vita e di rifiuto per disertare, sputandoci sopra, il grigio dell’età adulta. Sfrecciando tra le auto di Knack, Dictators, Raspberries, Redd Kross e Briefs la macchina dei Dirty Fences ci trascina in una corsa a finestrini abbassati lungo le strade di un rock ‘n roll che corre veloce verso il fine settimana. Senza fermarsi neppure per svuotare la vescica.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PROPHETS OF RAGE – Prophets of Rage (Fantasy)  

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I Rage Against the Machine furono inspiegabilmente i grandi assenti di Judgement Night, ovvero il disco che, a prescindere dalla pellicola di cui faceva da colonna sonora, sanciva le nozze definitive tra rock estremo (metal, noise, punk, hardcore) e hip-hop. Quell’assenza viene sanata quasi tre lustri dopo con l’album d’esordio dei Prophets of Rage, ovvero la band che vede i RATM sommare algebricamente il loro marchio stilistico a due voci iconiche dell’old school rap americana come Chuck D e B-Real. Manca, restando nella circonlocuzione matematica, l’elevazione a potenza ma questo, considerati gli anni che sono trascorsi dal loro arrivo sulle scene e quelli che il crossover funky-metal si porta addosso, possiamo forse perdonarglielo. Anche perché, tanto vale ammetterlo, quasi tutti hanno la pretesa che la chitarra di Tom Morello suoni come la chitarra di Tom Morello. Salvo poi accusarlo pubblicamente di suonare sempre uguale a se stesso, per fare tendenza sui social, sui blog, sulle riviste. E poi incontrarsi tutti sotto il palco di Marilyn Manson, perdendo in credibilità quello che si era guadagnato in una manifestazione di dissenso più inutile e scontata da quella che i Prophets of Rage sposano come causa prima del loro triumvirato e che cavalca l’onda emotiva dell’anti-Trumpismo rampante confutabile dal numero di consensi ricevuti dal riccone dall’acconciatura improbabile al momento della candidatura a Presidente degli Stati Uniti.

Dunque si, è vero, i Prophets of Rage suonano esattamente come una versione concettuale e stilistica neppure troppo aggiornata dei Rage Against the Machine.

Non hanno ceduto alle maglie digitali del trap.

E non hanno voluto imbracciare le chitarre acustiche come hanno fatto tanti artisti a loro coetanei.

Suonano datati. Anzi no, suonano proprio vecchi.

Con Chuck D che rima ancora Check-1-2 1-2 e Morello che su Strength in Nature torna in su la via per chiocciare  come il leopardiano pennuto.

Suonano come se la “battaglia di Los Angeles” fosse finita ieri o non fosse finita affatto, come se l’”Apocalisse del ‘91” stesse ancora sellando i suoi cavalli. Forse addirittura come se Tommie Smith e John Carlos non fossero mai scesi da quel podio, come se il mondo ricordasse ancora il sostegno discreto di Peter Norman alla loro causa, su un gradino che il gesto simbolico dei suoi rivali sportivi fece sembrare incredibilmente più basso.  

Leggermente “sporcata” dall’uso mai sovrabbondante di qualche scratch, la musica dei Prophets of Rage abbonda dunque di clichè. Il fatto che a riproporli siano le stesse mani che contribuirono a crearli non ce la rende meno abitabile se non nella misura in cui decidiamo di rifare due passi tra i muretti su cui appoggiavamo le chiappe venti anni fa e riprovare quel senso di appartenenza ad una professione di ribellione trasversale ma priva di alcun azzardo.

Forse i capelloni si sentivano così negli anni Ottanta, quando passavano sugli schermi i video dei Rokes. A noi, tocca oggi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

2HURT – Eat My Skin (Lostunes)

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Il deserto è molto più una condizione dell’anima che una coordinata geografica.

Un luogo liturgico infinitamente vasto e spopolato dove puoi sentire il riverbero del tuo spirito, modularlo come un bordone in sincrono con un silenzio che può divorarti se non adeguatamente riempito.     

Ce lo insegnò tanti anni fa Guy Kyser, l’uomo che con i suoi Thin White Rope diede un suono a quello che invece è uno dei posti più silenziosi del pianeta.

Alle medesime suggestioni desertiche si ispirano gli italiani 2Hurt che alle mie orecchie sono degli esordienti assoluti ma che invece suonano e fanno dischi già da un po’, dimenticando semplicemente di inviarmeli per ascoltarli. Perché i deserti non dialogano neppure tra loro.

La musica dei 2Hurt, giocata sugli intrecci evocativi di chitarre e violino, si dipana come un germoglio in una terra inospitale, lambendo territori umorali affini a quelli dei Dirty Three, altre anime scure su cui si posa spesso la sabbia rossa dell’Uluru e la scacciano via suonando. Un po’ come fanno, appunto, i 2Hurt nelle ballate torve che scorrono come un coagulo di sangue lungo quello che è uno dei migliori dischi fatti in Italia che io abbia ascoltato quest’anno.  

Passano Neil Young, Ry Cooder, Howe Gelb, Alejandro Escovedo, Johnny Cash, Tito Larriva, i Naked Prey, i Dream Syndicate. E si, passano pure quei Fasten Belt in cui Paolo Bertozzi e Marco Di Nicolantonio spesero i migliori anni della loro vita, aiutandoci a rendere un po’ migliori pure i nostri.

Passano. E mentre passano ci sembrano tutti eroi giovani e bellissimi.  

                                                                                             

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

FUZZY HASKINS – I Got My Thang Togheter (Westbound)  

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Membro attivo del Parlamento Clintoniano (so che capirete) per tutta la prima metà degli anni Settanta (fino al costosissimo delirio del P-Funk Live Earth Tour), Clarence Haskins inteso “Fuzzy” realizzò fra il ’76 e il ’78 un paio di piacevolissimi album a nome proprio per la Westbound portandosi dietro la crema del P-Funk così come l’aveva immaginato George Clinton. Musicisti come Bootsy Collins, Tiki Fulwood, Cordell Mosson, Donald Austin, Boogie Mosson, Bernie Worrell, Jerome Brailey resero A Whole Nother Thang e Radio Active due piccoli gioielli di black  music lieta di contaminarsi con la disco-music e di strizzare l’occhio al gusto pop più sdolcinato (I’ll Be Loving You avrebbe potuto funzionare benissimo anche nel repertorio di Lenny Kravitz o Temple of the Dog, tanto per dire, NdLYS). Sempre con grandissimo stile e un tiro grasso e funk, come dimostrano Cookie Jar, Thangs We Used to Do, The Fuz and Da Boog, Which Way Do I Disco, Not Yet, I Can See Myself in You dove riesce a togliersi anche qualche sassolino dalle scarpe sul trattamento riservatogli da Mr. Clinton (che ad un certo punto decise di tenere fuori dai suoi dischi le canzoni scritte da Haskins). Rinnegati in parte dallo stesso Fuzzy per via di certi contenuti non proprio “evangelici” dopo la sua conversione religiosa che lo portò a diventare predicatore battista, la Westbound li ripubblica adesso quasi per intero su questa bella raccolta di sedici brani che può farvi conoscere, se non ne avete mai letto il nome, uno dei migliori autori e musicisti neri degli anni Settanta.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CLASSMATES – Between the Lines (Area Pirata)  

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Il power pop ha un muro di recinzione così basso che chiunque può scavalcare.

Una volta dentro il recinto non è però detto che tutti sappiano come  lasciare il proprio segno su quei muri scrostati. Un segno che possa giustificare una seconda incursione. Ci riescono benissimo i bolognesi Classmates cui pecca soltanto la scelta di copertine più adeguate che possano permettere al negoziante un po’ rimbambito di sistemare i loro dischi nello scaffale giusto e al neofita di identificare subito quello che quei solchi contengono: punk e power-pop uniti o disgiunti, come se, dentro quel recinto, il terzetto italiano avesse scelto di piantare il proprio stendardo accanto alle bandiere degli Undertones e dei Vibrators.

Le loro nuove dieci canzoni hanno tutti gli ingredienti giusti per fare di Between the Lines una collezione power-pop esplosiva. Armonie collose come chewingum, chitarre che mediano tra aggressività e scioltezza melodica e un senso di eterna incoscienza e teppismo teenager, di quelle che ti permettono ancora di scavalcare e di pisciare su ogni muro. Insegnando agli adulti che i muri a quello servono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro