LIAM GALLAGHER – As You Were (Warner Bros.)  

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Che i fratelli Gallagher fossero uno la stampella dell’altro è fatto risaputo.

Tornando ai paragoni ereditari con gli Smiths, Noel è Marr e Liam Morrissey. Come l’ex cantante degli altri mancuniani ha sempre bisogno che per scrivere un pezzo gli venga in soccorso qualcuno. Lui si limita a metterci la sua faccia ingombrante e qualche vezzo da rockstar. E il nome, ingombrante anch’esso.   

As You Were lo vede riappropriarsi proprio di questa identità, dopo la veloce parabola Beady Eye. Lo fa prendendone i meriti ma anche i rischi, che è cosciente di non essere simpatico a tanti. E lo fa sapendo che ascoltatori e critica cercheranno, ascoltando il suo disco solista, di rispondere a una sola domanda: “quanto Oasis c’è nelle nuove canzoni?”.

E dunque non ve lo rivelerò, che non è il mio gioco.

Vi dirò in maniera altrettanto banale che As You Were è un disco che, pur nei suoi mille richiami (non necessariamente agli Oasis, ma a tutta un’attitudine british che parte da Ray Davies e attraversa gli anni grazie a nomi come Stone Roses, Stereophonics, Ocean Colour Scene, Verve, Charlatans, Suede e, anche se so che vi fa male sentirlo, Robbie Williams) funziona.

C’è un’aria vagamente glam che percorre i momenti migliori del disco (Greedy Soul, You Better Run, Doesn’t Have to Be That Way, I Get By) e che bilancia una lista di ballate che ne sarebbe bastata la metà. E ci sono anche delle paludi di stanca in cui si galleggia a fatica, facendo qualche bracciata che ci salvi dai mulinelli che rischiano di tirarci giù (Chinatown, I Never Wanna Be Like You, When I’m in Need sono prive di alcun guizzo creativo e girano attorno al bruco di un’idea che non è riuscita a diventare farfalla), mettendo a nudo la natura imperfetta ed incompleta del suo autore come io metto a nudo la mia.

Voi quando farete lo stesso con la vostra?  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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MOOON – Mooon’s Brew (Excelsior)  

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I giovanissimi Mooon dei fratellini Tom and Gijs de Jong suonano come dei Cuby + The Blizzards alla festa del liceo, miscelando beat e blues come quei signori provenienti dalla medesima zona.

Ma non solo, perché sulla seconda facciata di questo debutto fanno capolino anche delle deliziose influenze “esterne” che vanno dalla surf-music a certo space-rock espanso che copre di polvere di zolfo qualunque pianeta i Mooon stiano cercando di intercettare.

Ci sono fortissimi eco di Amboy Dukes, Savoy Brown, Gov’t Mule e Cream nella musica dei Mooon, oltre che dei Blizzards di cui ho detto. Batteri blues che però il terzetto cerca di tenere separati dai teneri fondali di garage immacolato di pezzi come Too Cool for Skool, Mary You Wanna, Where Money Goes, Surfin’ with You cosicchè gli uni non infettano mai gli altri. Forse la band, ancora implume, non se l’è sentita di esagerare con le miscele, limitandosi ad accostare le due “anime” senza compenetrarle una all’altra. Questo, sarà il tempo a dircelo. Se ne avremo.  

Ma, sembrerà paradossale, è proprio questa la carta vincente di Mooon’s Brew, questo accostamento di sapori che lo rende variegato, questa doppia faccia che garantisce al disco vitalità e allo stesso tempo ci evita improbabili intrugli che potrebbero risultare indigesti. Oppure offrirci la possibilità di scartare alcuni pezzi al posto di altri, scegliendo quelli che più sentiamo affini al nostro spirito o al nostro momento. Temo però che al prossimo passo i Mooons dovranno scegliere in qualche modo “da che parte stare” oppure tentare l’impresa di far convivere le due anime dentro un unico corpo. Prendendosene i rischi o sacrificando una fetta della loro freschezza.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

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Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

J.D. HANGOVER – J.D. Hangover (Hound Gawd!)  

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Dietro la sigla J.D. Hangover si nascondono gli italiani Stiv Cantarelli e Roberto Villa e questo loro disco, legalizzato all’anagrafe con data di nascita 11 Gennaio 2019, è in realtà la stampa ufficiale di quanto realizzato un paio di anni fa solo su bandcamp e circolato in qualche copia in cd per gli addetti ai lavori. Una copia deve essere arrivata tra le mani di Oliver Hausmann che si è affrettato ad organizzare una pronta e dignitosa sepoltura su una lastra di vinile.

Un disco di malatissimo blues innestato su una serpentina di beat malefici memori della lezione dei Suicide. Come se fossero tornati trascinando per i capelli il cadavere di Robert Johnson per mostrarlo al Diavolo, a rinnovare il ricordo di una promessa mantenuta troppo velocemente, i J.D. Hangover allestiscono sei barbituriche ballate di strascicato blues che sembra suonato su una chitarra che ha montato del filo spinato al posto della normale muta con anima d’acciaio. Piccole stravaganze da saloon infestato fanno la loro apparizione, come fossero suonate dalle mani di qualche zombi mal in arnese.

Avete giusto il tempo per godervi il Natale, con le sue palline colorate di neve posticcia.

Passate le feste, Belzebù torna a bussarvi alla porta.   

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE MURLOCS – Old Locomotive (Flightless)

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Il fischio della locomotiva annuncia l’entrata in stazione del treno dei Murlocs, al rientro dal suo terzo viaggio.

Per chi non lo sapesse ancora i Murlocs sono la riduzione a minimo comune multiplo dei King Gizzard, dediti ad un suono più “domestico” e contenuto che svolazza dalle parti di una psichedelia di impronta garage e che, soprattutto vocalmente, esibisce chiare ascendenze glam. Per questo chi segue appassionatamente le dimensioni monoaurali di un personaggio come Ty Segall con tutte le sue variabili potrebbe amare i Murlocs più di quanto possano farlo i fans del gruppo madre.

Le canzoni di Old Locomotive non sono mai macilente come quelle delle garage-band che dettano legge in materia oggigiorno (diciamo da quando qualcuno ha messo i fondoschiena degli Allah Las sul trono) e neppure filologicamente aderenti alle matrici originarie del suono beat-punk. Cosa che potrebbe permettere ai Murlocs di raggiungere un inaspettato numero di ascoltatori e di piegarli al loro volere, un po’ come fecero i Dandy Warhols venti anni fa.

Di certo al prossimo arrivo in stazione ad attenderli sulla banchina ci sarà molta più gente di quella che affollava la fermata a questo giro.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE THINGLERS – The Thinglers (Area Pirata) / BARMUDAS – Rock the Barmudas (Area Pirata) / BRIAN JAMES – Too Hot to Pop (Easy Action) / LOVELAND – Strange Charms/Web of Sound (Hound Gawd!)

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Basterebbero i nomi di Ugly e Vetriolo per far rizzare i capelli, sempre che siano rimasti, ai cultori del neo-garage italiano. Rispettivamente organista e vocalist dei Woody Peakers di Pordenone, sono i due veterani reclutati tra le fila di questa nuova meraviglia chiamata The Thinglers, al debutto assoluto sotto l’egida dell’Area Pirata. Il loro EP d’esordio è urticante come una lastra di ghisa esposta alla fiamma viva. Favolose le cover di Hangin’ Out dei texani Blox e di Come On degli australiani Atlantics che aprono le due facciate come tesissimi fil di ferro che ci riportano al cuore delle teen-bands degli anni Sessanta. Dei due pezzi originali a spiccare è la breve, spasmodica Without You che dice in soli due minuti tutto quello che tante band provano a dire parlandosi addosso per tre quarti d’ora.    

Altro debutto assoluto è quello dei Barmudas, naturalizzati toscani che viaggiano dentro un turpe suono da glam-rock proletario. Immaginate il rock ‘n’ roll delle New York Dolls privato di ogni piuma e ripulito da ogni lustrino e suonato per camionisti e bikers invece che per i vip dei locali underground. Il suono è asciutto e povero: una chitarra, un basso, una batteria e una voce. Non ci sono seconde chitarre o tastierine a sistemare il make-up. Perché qui, come dicevo, di trucchi non ce ne sono e non ce ne servono.

Colpito dalla morte di Chuck Berry, Brian James ha pensato che fosse il caso di pagare omaggio al Maestro incidendo una sua canzone. Il pezzo scelto è Around & Around, la prima delle quattro canzoni di quello che, una volta in studio, è diventato un tributo non solo a Berry ma ad alcuni dei suoi “vizi” preferiti dall’ex-Damned negli anni in cui decide che imparare a suonare la chitarra avrebbe in qualche modo potuto salvargli la vita. Ecco così arrivare Long Tall Shorty, Route 66 e Livin’ Doll a tenere compagnia ad Around & Around che, alla fine dei giochi, si rivela la cover più debole del lotto. Se la conclusiva versione di Livin’ Doll di Cliff Richard è risolta come una sorta di ballata da dublinesi ubriachi, i restanti tre brani suonano piuttosto come un omaggio ai Dr. Feelgood: un tronco d’albero su cui sono incisi con un temperino i nomi sacri del rock ‘n’ roll.

Tornata tra i ranghi dei Fuzztones dopo l’impegnativo ruolo di mamma seguito alla nascita di Twila May Protrudi, Lana Loveland trova il tempo per registrare anche un paio di canzoni (preludio, pare, ad un nuovo album) con la band di cui è titolare e che vede il marito Rudi impegnato nel ruolo di bassista e il fido Lenny Slivar in quello di chitarrista. Strange Charms e Web of Sound giocano sugli assi fuzztonesiani della psichedelia un po’ macabra che è tanto cara alle due band con spruzzate di organo Farfisa e di fuzz-guitars ad imbrattare tutto, ben sapendo che è là dentro che voi andrete a frugare, non potendo frugare tra le mutandine della Sig.ra Protrudi.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE SOAP GIRLS – Societys Rejects (autoproduzione)  

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Diciamo subito che abbiamo mooolto piacevolmente ingannato il tempo fra il primo album e questo nuovo Societys Rejects avendo trovato, le Soap Girls, un modo efficacissimo per abbagliare i maschietti, esibendo inguine, natiche, trucco da pornodive e colate di finto sangue vaginale ogni volta che se ne presenti l’occasione. E se non si presenta, creandola. Invitando ad una scorpacciata erotica che ha pochi precedenti, se non nell’ambiente pop ninfomaniaco delle varie Lady Gaga, Madonna e Miley Cyrus.

Diciamo pure che i loro post sui social hanno più visualizzazioni che ascolti, che la fica piace anche quando è muta. Ma il battage provocatorio, l’adescamento promozionale si è fatto più intenso con l’approssimarsi dell’uscita di questo loro secondo album, decisamente più aggressivo del precedente ma che non basta a scrollarsi di dosso l’effetto Hannah Montana nonostante il piglio alla Yeah Yeah Yeahs/Hole/Cycle Sluts from Hell che le due sorelle sfoggiano, sempre sculettando. A tratti non è neppure malaccio, se non si volesse far passare per anarchia punk frasi come Hey you, hey me, fuck you, fuck me o I had a boyfriend I hated that fuck I slapped him in his sleep every night.

Il porno è già stato sdoganato anni fa e fa girare un business di miliardi.

Non c’è nulla di punk nella sua ostentazione.

E neppure dentro la musica delle Soap Girls.

Fatto salvo questo, dentro Societys Rejects ci sono due/tre anthem perfetti per Virgin Radio e Radiofreccia che è il rock che vuole essere antagonista e invece si esibisce come ad una sfilata di Versace, solo con qualche centimetro di stoffa in meno e qualche linguaccia in più. Indignando lo stesso pubblico che si indigna per una tetta nuda ad un reality e passando solcando appena la pelle, senza penetrare nelle viscere. Neppure in quelle che le due Soap Girls sono ad un passo da esporre alla platea.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: scrivo questa recensione in maniera risentita da buon maschietto medio perché dopo otto mesi di attesa Camille e Noemi Debray non hanno ancora accettato la mia richiesta di amicizia su Facebook. 

 

IGGY POP – Bookies Club 870 (Easy Action)  

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Detroit, 26 Settembre 1980.

Iggy Pop è dentro il Bookie’s Club da cinque giorni per il suo Nightclubbing Tour. Sfinito dalle droghe, dall’alcol e dalle groupies, è stato appena mollato da James Williamson, Glen Matlock e David Bowie e ha licenziato la sezione ritmica su due piedi. Così, perché gli stavano sul cazzo. Che è si bello grosso, ma mica ci possono star su tutti.

Con lui ci sono adesso Ivan Kral, Mike Page, Rob Duprey e Douglas Brown, per una estenuante serie di date con cui Pop pensa di poter saldare i debiti per droga e, chissà, ricucire lo strappo con un pubblico che lo venera e disprezza in egual misura e che Iggy si diverte a provocare. Ad esempio calandosi in quelle vesti da crooner che vestirà con maggior convinzione molti molti anni dopo, imponendo una versione di One for My Baby che, tra improperi e richiami alla disciplina, tracima i dieci minuti di durata.

Le vecchie statue imbrattate degli Stooges (Shake Appeal, TV Eye, I Wanna Be Your Dog, Raw Power, Search & Destroy) mancano del piglio feroce e teppista di Williamson e di Asheton e suonano come ripulite, pur nel caos di un live-set di Iggy Pop mentre quel che viene spacciato per “inedito” (Puppet World e I’m Alright) è in realtà un restauro di quanto già pubblicato sul doppio Nuggets della SPV venti anni fa, estrapolato dal medesimo concerto, così che le cose più preziose di tutto l’ambaradan sono le note di copertina e gli estratti di intervista a firma Craig Barman che coprono i due padelloni di vinile. Ma gli appassionati di Iggy ci infileranno comunque la lingua come fanno gli amanti delle ostriche e di quelle altre cose che delle ostriche hanno medesimo il sapore e baciata la rima.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

WOOD CHICKENS – Countrycide (Big Neck)  

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Se per voi Wisconsin è sinonimo di Violent Femmes e pensate che, nonostante le meraviglie dei primi due album, la cosa migliore che il terzetto di Milwaukee abbia registrato siano quei trenta secondi di Old Mother Reagan che aprivano il terzo, i Wood Chickens sono la band che fa per voi.

Analogamente se negli anni Ottanta avete avuto il vostro breve e folle amore per i Meat Puppets, Dead Milkmen e di quello svitato di Mojo Nixon in coppia con Skid Roper o Jello Biafra.

Un disco che è una figata country-punk di quelle suonate con in mente non le ballate da hobo man di Hank Williams ma piuttosto le chitarre surf di Dick Dale, le scorribande dei Raunch Hands, il campo di mele marce del Legendary Stardust Cowboy, la febbre alcolica dei Lazy Cowgirls, i deliri fantasy degli Shadowy Men on a Shadowy Planet, lo sguaiato hardcore da spiaggia californiana dei Dead Kennedys.

Tutto approssimato verso l’eccesso. Come Donald Duck sotto anfetamina.  

Strepitosi Wood Chickens.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro