DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (Zippo)  

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Visti i presupposti, non era difficile presagire che le derive restauratrici del Paisley Underground potessero trovare un terreno comune costituendo una sorta di cooperativa sociale. Quel terreno, nonostante molti protagonisti si siano già annusati il culo un paio di anni prima nel progetto estemporaneo Rainy Day, dà i suoi frutti migliori in un weekend del Febbraio dell’85, quando i musicisti di Long Ryders, Green on Red e Dream Syndicate si riuniscono, carichi di birre e belle canzoni, al Control Centre Studios di Los Angeles per suonare come una vecchia band da birreria americana.

Registrato senza sovraincisioni ne’ maquillage da sala-trucco, The Lost Weekend è un disco perfettamente integrabile nella discografia dei Green on Red, che proprio nello stesso periodo stanno con decisione virando dall’acid-rock delle prime produzioni verso territori più roots. Piano honky-tonk, lap-steel, dobro, chitarre evocative e richiami alla musica più bianca che si possa immaginare (come quello alla celebre Heart and Soul di Hoagy Carmichael accennata in chiusura di Song for the Dreamers), cartoline virate seppia della terra americana che in quegli anni tornano a far sognare moltitudini di adolescenti, come era successo ai loro padri coi dischi di Neil Young, Eagles e CS&N, tornati nuovamente attuali.

In questo contesto di nostalgia e pathos da pionieri in cui la polvere e il bourbon si aggiungono ai quattro elementi fondamentali della materia, The Lost Weekend risulta uno dei dischi esemplari del movimento retroguardista di quel periodo. La scrittura di Danny (Stuart) e Dusty (Wynn) è vivace, credibile, funzionale. Sembrerebbe la nuova età dell’oro. E invece si era già all’era del silicio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Island)  

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Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). A poche settimane dalla stampa, Stevens sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VIC DU MONTE‘S PERSONA NON GRATA/RE DINAMITE – Split Connection # 1 (Go Down)

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Scontro su vinile per questa nuova campagna educativa curata dalla Go Down.

Da questa parte del ring i Re Dinamite di cui già vi dissi tempo fa: quattro pezzi inediti per loro, sempre cotti nel fuzz e nello zolfo, Fu Man-ti lingue di gomma che solcano l’asfalto anche quando scelgono di non premere sull’acceleratore, come negli otto minuti di Dirty Slow.  Nell’altro corner Vic Du Monte ci dà un assaggio del suo prossimo album condendolo con un inedito. Malgrado la militanza nei Kyuss non resta traccia di stoner nella sua musica. Siamo piuttosto di fronte a una variazione sul tema country-punk come potevano concepirla Tex and The Horseheads millenni fa o gli Old Haunts in tempi recenti, con tanto di santino di Jeffrey Lee Pierce sul comodino. Se non fosse che Vic non ha lo stesso pathos di Jeff  che se forse beve lo stesso bourbon.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE LONG RYDERS – Final Wild Songs (Cherry Red)    

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Negli Stati Uniti avere i beatle boots ai piedi al posto dei camperos non ti salva dal pestare lo sterco di vacca, neanche se vivi a Los Angeles e non nella grande provincia agricola americana.

Accade così che Sid Griffin, mentre percorre col suo amico/nemico Shelly Ganz il Sunset Strip, mette il piede nella merda. Sid abbassa gli occhi, poi li alza al cielo imprecando. Si piega per pulire ed è in quel preciso momento che decifra il segnale.

Saluta in fretta Shelly con cui sta avendo un diverbio sulla direzione musicale da dare alla loro band e corre a casa. Si sfila gli stivaletti ancora sporchi di concime già secco come biada, mette sul piatto Sweetheart of the Rodeo, telefona agli altri suoi amici degli Unclaimed, Steve McCarthy e Greg Sowders e li convoca a casa sua. Ha avuto una folgorazione. Ora sa cosa vuole: abbandonare Ganz ai suoi deliri psichedelici e dedicare la sua vita alla musica rurale americana, secondo i vangeli di Gram Parsons, Gene Clark, Stephen Stills. Nascono così i Long Ryders, la più tradizionalista tra le band restauratrici che stanno risanando il rock americano e riappiccicando una ad una tutte le stelle sulla Old Glory statunitense.

Pubblicano dapprima un EP (10-5-60) e poi un intero album (Native Sons), agganciano prima Steve Wynn e quindi Gene Clark in persona, che regala la sua voce su Ivory Tower. Poi sganciano entrambi, mentre il loro nome si impone all’attenzione del grande pubblico. Sono queste le incisioni del primo biennio che, assieme a un bel gruzzoletto di cover dello stesso periodo (una incredibile Masters of War dominata dalla lap steel, Where Did You Sleep Last NightThe Rains ComeYou Can’t Judge a Book by the CoverFurther Along), occupano il primo dei quattro cd di questo box che copre tutta la carriera “ufficiale” dei Long Ryders (ad esclusione quindi del bootleg Metallic B.O. e dei live postumi), quelle in cui Griffin sta tracciando, proprio come i vecchi pionieri americani, il solco della propria identità artistica. Orgogliosamente patriottica, volutamente e fortemente avvinghiata alle radici della musica americana. Ed infatti è così che verrà ribattezzata, esattamente dieci anni dopo: Americana. All’epoca del debutto dei Ryders invece viene coniato il termine cow-punk come a voler sottolineare la natura contadina, sanguigna, passionale di questi giovani eroi del rock in fuga dalle metropoli che del punk conservano l’irruenza ma non i tratti urbani. Che probabilmente sarebbero cacciati da un raduno country come era successo vent’anni prima al Dylan elettrico durante il Folk Festival ma che invece vengono accolti con entusiasmo nel circolo del  dopolavoro per i restauratori statunitensi del Paisley Underground grazie al tiro di pezzi come Join My Gang10-5-60Final Wild SonWreck of the 809Still Get ByRun Dusty RunIvory Tower piene di arpeggi byrdsiani, lampi power-pop scaricati dalla nube Flamin’ Groovies, veloci assoli di mandolino e banjo nella più classica tradizione bluegrass, truci hoedown da epopea western che inscenano un rodeo polveroso e avvincente che fa dei Long Ryders i migliori mandriani della stagione.

 

Sulla scorta di queste piccole zolle di terra americana, nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground statunitense a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIAHere Comes That Train AgainTwo Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). Belle altrettanto le bonus che completano il cd dedicato a quest’annata, con le out-takes dello stesso album e qualche provino per il successivo e irrealizzato terzo album per la Island e che i fedelissimi conoscono già grazie alla raccolta Polygram del 1998 o sui successivi dischi solisti di Stevens che sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.                                                                        

La chicca vera del cofanetto è ad ogni modo rappresentata dal quarto cd con la documentazione di un concerto olandese del 1985. Non perché l’esibizione, con gli strumenti che suonano più come delle cigar box che come bufali al trotto,  goda di particolare pregio o perché il repertorio offra chissà quali brividi inediti ma in quanto si tratta di materiale altrimenti irreperibile e che, buffo a dirsi quando si parla di gente che nella polvere sembrava davvero poterci resistere per sempre, valeva la pena rispolverare.

Questo è il racconto dell’ultima guerra di secessione americana.

Non ve ne saranno altre.

 

 

                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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JEFFREY LEE PIERCE – Va tutto bene mamma, sto solo sanguinando  

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Jeffrey Lee Pierce, ideatore, compositore e cantante della seminale band di swamp-blues e post-punk Gun Club è morto all’età di 37 anni.

Pierce è morto Domenica a Salt Lake City di emorragia cerebrale. Il suo amico e collega musicista Keith Morris lo ha dichiarato lo scorso Lunedì.

Popolare in Europa così come nell’area di Los Angeles, Pierce aveva ricostituito il suo gruppo diverse volte, ha vissuto in Europa per un decennio e lì ha registrato il suo ultimo disco, In Exile, nel 1992.

 

L’annuncio scritto da Myrna Oliver sul Los Angeles Times del 2 Aprile 1996 è scarno e impreciso (In Exile è in realtà una raccolta, tra l’altro assemblata da un’etichetta californiana. Gli ultimi dischi di Jeffrey sarebbero stati Lucky Jim e Ramblin’ Jeffrey Lee, NdLYS).

Nella città degli angeli, ogni tanto ne cade giù qualcuno.

Non c’è da meravigliarsi.

Soprattutto se ha l’epatite, se è malato di cuore, gonfio di alcool ed eroina e è sieropositivo. Non merita più di otto righe. E tante gliene toccano.

Diciassette anni prima aveva spiccato il volo proprio da qui, Jeffrey.

Già avvolto dalle fiamme. A picco sull’oceano.

Fuoco e acqua. Le sue ossessioni.

Fire of Love esce sull’etichetta dell’amico Chris D. (che produce metà del disco lasciando a Tito Larriva l’onere di produrre l’altra metà) quando la band ha già cominciato ad oliare sul palco la sua miscela di punk e Delta-blues.

Suonano spesso assieme ai Cramps.

Così spesso che Lux si innamora del tocco primitivo di Kid Powers e Jeff della culotte maculata di Poison Ivy. Così il primo si porta “Congo” a New York prima ancora che possa entrare in studio con il club di Lee Pierce.

 

Jeffrey scrive una canzone per Miss Edera Velenosa: For the Love of Ivy.

 

Sembri un Elvis tornato dall’Inferno, le dice. Mentre sotto di lui il blues cede il passo al rumore come se lo zenzero swamp dei Creedence Clearwater Revival venisse piantato sotto la palude limacciosa delle primordiali risaie garage.

Il veloce treno del punk sfreccia sopra Sex Beat, Ghost on the Highway e She‘s Like Heroin to Me.

Quello più lento e doloroso del blues su Promise Me e la Cool Drink of Waters di Tommy Johnson stirata fino a sei minuti.

Binari che spesso si intersecano e su cui passano treni neri e spiriti infuocati.

Ogni canzone, un flacone di veleno, proprio come raffigurato sul retro copertina.

Come per Gravest Hits dei Cramps, un rituale voodoo celebrato tra le cantine di una metropoli americana. Gli spiriti di Robert Johnson e Slim Harpo zoppicano tutt’intorno, pregando il blues

 

Ogni qualvolta mi sia capitato di riflettere sul fatto che un disco come Los Angeles degli X fosse stato prodotto da Ray Manzerek mi sono sempre autoconvinto che, fosse stato ancora vivo, Jim Morrison nella sua vita post-Doorsiana si sarebbe occupato di produrre Miami dei Gun Club.

Ho fatto di più: come quando reiteri una bugia così a lungo e con tale persuasiva convinzione da scordare realmente la verità e costruire su quella menzogna una nuova verità più comoda non solo per gli altri ma pure per te,  mi sono realmente convinto che il secondo disco della formazione californiana sia stato prodotto da Jim Morrison.

Ho preso un Uni Posca® e ho modificato le note di copertina di questo Ape 6001 cancellando quel “produced by Chris Stein” e rettificandolo a mio piacimento.

Poi, mi sono nuovamente seduto ad ascoltare.

E ho pensato che avevo fatto bene.

A Miami, il 1 Marzo del 1969, Jim Morrison viene arrestato e processato per atti contro la pubblica decenza. Alla sua morte, due anni più tardi, quella sentenza era ancora sospesa davanti la giuria della Corte d’Appello.

A Miami, il 20 Settembre del 1982, lo spirito di Morrison si ricongiunge finalmente a quello dello sciamano agonizzante intravisto dal piccolo Jim nel deserto di Albuquerque.

L’autostrada spalmata di Indiani insanguinati.

Miami annoda il punk attorno alle visioni voodoo di Jeffrey Lee Pierce e lo annega nelle paludi delle Everglades e nel bitume di una metropoli che si affaccia all’Oceano sfoggiando le sue palme californiane alte trenta metri.

Un disco che scava nel petto dell’America fino a strapparne il suo cuore sanguinante, influenzato dallo swamp rock, dal mardi gras, dall’hillbilly, dal blues, dal country & western, dalla musica dei nativi, dai Creedence, da Dr. John, da Link Wray e da Slim Harpo.

La musica dei Gun Club diventa melodrammatica e angosciosa, animata da una disperazione apocalittica, avvolta da toni epici e sinistri. Nella vana attesa che il Grande Spirito gli si riveli Jeffrey Lee Pierce si denuda e tira fuori i demoni che lo abitano e lo divorano dall’interno in un rituale sciamanico che lo trasforma in lupo (l’ululato di Texas Serenade), in coyote (Devil in the Woods) o in cavallo (il galoppo di Mother of Earth), in stregone fotografato ad invocare Shango (Like Calling Up Thunder) o in Uomo-Cocomero (Watermelon Man).

Le sottili linee di steel guitar di Ward Dotson che scorrono lungo tutto il disco, (palesamente ispirate allo stile di Scotty Moore sui primi dischi di Elvis, NdLYS) sono strisce di saliva sulle ferite aperte di Lee Pierce mentre lui strappa ad uno ad uno i petali dal suo fiore maledetto. Correndo lungo la foresta, invocando la tempesta, dormendo nella città insanguinata. Senza pace.

                                                                                             

Per andare da Miami a Las Vegas devi percorrere circa 4000 chilometri, viaggiando in direzione ovest lungo l’Interstate 10  e spaccando in due il sud degli States.

Sono poco più di un giorno e mezzo di auto, se non ti fermi a pisciare.

I Gun Club ci mettono due anni esatti.

Però si fermano un sacco di volte.

 

Lo fanno per registrare Death Party ad esempio. Un EP che documenta il breve periodo di Jim Duckworth (ex-Panther Burns) alla chitarra. È snello e veloce, contiene una delle più belle canzoni di Jeffrey (House on Highland Ave., NdLYS) e raccoglie nuovi proseliti, malgrado il successo, quello vero, non arrivi ne’ adesso ne’ poi. Ma è un disco di una bellezza assoluta. Un motel sporco di grasso e di sperma lungo l’autostrada che unisce la Florida al Nevada.  

Scendono in ogni motel che trovano per farsi di droga, bere fino a vomitare sangue, mangiare cheeseburger e litigare.

Ogni tanto caricano qualche autostoppista e perdono qualche passeggero.

Rob Ritter scende a pochi chilometri da Miami, Terry Graham e Ward Dotson quasi a metà strada. Graham lo ritroveranno molte miglia più avanti, quasi alle porte di Las Vegas, in compagnia del vecchio amico Kid Congo Powers. Salgono in auto mentre Jim e Dee Pop, i due autostoppisti saliti nel New Mexico vengono scaricati in Arizona. In auto è rimasta solo Patricia Morrison, una goth-girl di Los Angeles che ha suonato il basso nei Bags e nei Legal Weapon del primo EP. Quando la Buick arriva a Las Vegas, nel Marzo del 1984, dai suoi sportelli scendono lei, Jeffrey, Terry e Kid Congo. Durante il viaggio Jeffrey ha consumato le sue solite cassette di vecchio blues ma di notte, durante quelle splendide e stregate notti americane, ha cominciato ad ascoltare qualche nastro di jazz. Sun Ra, John Coltrane, Pharoah Sanders. Poi, man mano che le luci della metropoli si fanno più vicine, Jeffrey sente la nostalgia della Las Vegas dell’epoca del Rat Pack.

Le voci di Frank Sinatra, Sammy Davis Jr., Dean Martin, Joey Bishop.

Il dolore di Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

La musica di George Gershwin.

La Las Vegas che però viene raccontata su The Las Vegas Story ha un colore diverso, un’altra luce, un odore differente.

È una Las Vegas vista attraverso i centosessanta chilometri di vasi sanguigni pieni di sangue ed eroina e attraverso il fegato pieno d’alcol e bile di Jeffrey Lee Pierce. Las Vegas brucia sotto un mucchio di merda di cane – scrive nel poema che introduce al disco – Le sue fontane sparano sangue e piscio e bruciano petrolio. Negri, Spacciatori, Sfaccendati, Tossici, Camerieri da cocktail e Guardiani da Distributore di Carburante si aggirano infuriati tra i casinò, picchiando e stuprando vecchi e signore (…) I camerieri inventano cocktail mortali mentre Sammy sanguina di lacrime nere.

Un’America Cattiva che si apre sotto il cielo d’Occidente, come dirà ancora sulla Bad America scritta a San Francisco.

 

Sempre con la Bestia alle costole, come nella Walkin’ with the Beast scritta a Los Angeles due anni prima e già sperimentata ai tempi dei Creeping Ritual:

Vento indiano attraversa i cieli, spingendo il nero sui cieli del Nevada. La Bestia sarà con me stanotte, attraverso tutto il cielo d’Occidente. Ma un giorno salirò sulla montagna e il mio spirito pioverà sopra tutta questa terra, fin dove l’occhio può vedere.

 

Basso e batteria che lavorano ai fianchi come un pezzo di Diddley e la chitarra di Powers che lavora su un tappeto di distorsioni e feedback.

All’occorrenza, ma non sul disco, Pierce che improvvisa soffiando il suo dolore dentro un sassofono. 

L’amore della Morrison per la musica gotica si rivela apertamente su The Stranger in Our Town e My Dreams, con i loro giri di basso palesemente ispirati ai Joy Division.

Moonlight Motel riaccende il fuoco del disco di debutto, incalzante e disperata così come Bad America sembra ridestare il suono da prateria avvelenata di Miami con la slide di Kid Congo che rievoca la chitarra d’acciaio di Mark Tomeo.

Sempre più verso ovest, sempre braccati dalla Bestia.

Fino al chiaroscuro di Give Up the Sun con Pierce a gambe divaricate sulla terrazza del suo albergo triste, le mani protese al cielo ad invocare l’astro di fuoco.

 

Non lasciarmi qui, ci sono fantasmi e stanze piene di paura.

C’è la tempesta che avanza al largo di questo grande mare stanotte.

Sono solo di fronte la baia stanotte.

Nessuno conosce il mio nome.

E non posso più tornare indietro.

 

Nessun casinò aperto per Jeffrey Lee.

 

Nessuna fiche in cambio del suo dolore.

 

Wildweed è il disco del doppio tradimento: Jeffrey che scioglie i Gun Club al culmine della loro creatività e che sterza verso un rock vigoroso che pompa verso la hit-parade grazie a una produzione con vizio di forma “ad hoc”, inorridendo i fans.

Era un disco pretenzioso Wildweed. Perchè l’esilio cui si era costretto Jeffrey aveva reso lecita l’attesa di un disco mesto, intimista e doloroso. E invece eccolo, il pellirossa Pierce, a darci addosso con l’attacco dance di Love & Desperation: disco-scandalo che voleva esorcizzare un dolore troppo lacerante. Chitarra funky e, sotto, basso (John MacKenzie dei Roxy Music) e batteria (Andy Anderson dei Cure) che fanno l’amore come si fa l’amore la prima volta: guardandosi negli occhi.

Poi però arriva il Sex Killer e tutto pare rimettersi al posto giusto.

Se solo la batteria tuonasse un po’ meno, sembrerebbe di stare al quadrivio tra Miami e Las Vegas. Il quadrivio dove Pierce ha incontrato il diavolo.

E il diavolo lo ha lasciato passare. In cambio di un’anima che tornerà a prendersi il 31 Marzo di 13 anni dopo, con la puntualità esattoriale che gli è cara.

A quell’appuntamento Jeffrey Lee si farà trovare con un’anima devastata. Un’anima di cui neppure il diavolo saprà che farsene. Ecco perché aleggia senza pace qui, su questa palla di melma abitata da amici col cuore a forma di portafogli.

Jeffrey Lee Pierce solo in una prateria senza più bersagli cui sparare, che chiama a raccolta i suoi amici veri o immaginari. Osaka Jim, Nick the Cave, Kid the Squid, Rollobone Joe, la sua amata Baby Romi, Murray the Man (Murray Mitchell, roadie dei tempi gloriosi con i Gun Club), Konnichiwa Juana.

127 modi di morire.

Quanto è freddo quel vento che soffia e ti scompiglia i capelli, Jeffrey?

Non basta cingersi il pastrano con la cinta, vero Jeff?

Non basta no.

Lo so quanto te.

Occorre stringerla al collo, perché la tempesta si plachi.

 

Dopo aver celebrato l’America di Miami e Las Vegas, i Gun Club registrano il successivo Mother Juno negli studi Hansa di Berlino, gli stessi dove Eno aveva registrato la trilogia elettronica di Bowie e Iggy Pop i suoi primi dischi solisti e frequentati assiduamente in quegli anni dai Bad Seeds di Nick Cave e dagli Einstürzende Neubauten. A Berlino si è rifugiato nel frattempo Kid Congo Powers dopo la separazione dai compagni “d’armi”.

Jeffrey lo va a trovare fin lassù per serrare le fila dei nuovi Gun Club che lui vuole rimettere su con i suoi recenti comprimari: Nick Sanderson dei Clock DVA e la giapponese Romi Mori, bassista in una cover band delle Runaways. Sono i ragazzi che lo hanno aiutato a mettere su il suo primo disco solista e che spesso gli sono accanto quando lui sta male, ma male veramente.

Mother Juno si discosta dalle atmosfere torbidamente americane dei primi dischi dei Gun Club. Jeffrey Lee Pierce ha bisogno di vestiti nuovi. Vestiti europei.

Per cucirglieli chiama prima Peter Hook che però proprio in quel periodo sta girando l’America assieme ai suoi New Order, a Echo & The Bunnymen e ai Gene Loves Jezebel. Poi però ascolta Treasure dei Cocteau Twins e ne rimane folgorato.

Vuole sentirsi come Ulisse accerchiato dalle sirene.

Anzi, le vuole sulla sua barca, quelle sirene.

Vuole nutrirsi dalla bellezza, sentirsi abbracciato.

Affida i suoi cenci a Robin Guthrie, il chitarrista della band e produttore di piccoli capolavori di fragilità come Ignite the Seven Cannons dei Felt e Lovely Thunder di Harold Budd. Un ragazzone scozzese appena più piccolo di lui e che pare in pace col mondo. E che finirà anche lui per parlare dell’inferno di Las Vegas, dopo aver conosciuto Jeff (Heaven or Las Vegas, Cocteau Twins, 1990).

La mano di Robin si sente fortissima su un paio di brani: Port of Souls e, soprattutto, su The Breaking Hands che, fosse cantata da Liz Frazer, sarebbe una vera e propria out-take dei Cocteau Twins con quella sua atmosfera ovattata e foderata di mille campanelline. Altrove la musica dei Gun Club ruggisce come mai prima d’ora (la bellissima Lupita Screams con un assolo ai limiti col metal nordeuropeo, My Cousin Kim) o si poggia sulle consuete gambe storte delle ballate da grand canyon di Pierce che però stavolta hanno un po’ di fascino in meno, malgrado siano attraversate dalle abituali ossessioni del loro autore: soprattutto quella per l’acqua.

 

C’è acqua dappertutto, in queste canzoni.

Non c’è una sola canzone che non ne sia allagata, con l’unica eccezione di My Cousin Kim dove viene “tradita” in favore dell’altro elemento cardine della poetica pierciana: il fuoco.

Tuttavia, a dispetto dei muscoli ostentati e delle lacrime esibite, Mother Juno non riesce a conquistare e la produzione di Guthrie, incapace di gestire e dare pathos alle canzoni più nervose si dimostra, in definitiva, un fallimento segnando l’avvio del declino finanziario ed artistico del Club.

                                                                                                            

Quando i Gun Club si riaffacciano sul mercato discografico sul fare degli anni Novanta, del voodoo punk dei primi dischi non è rimasto che un soffio e del loro passaggio in molti hanno già perso il ricordo, sopraffatti da tutto il nuovo che discograficamente sta invadendo il mercato.

Pastoral Hide and Seek non viene neppure stampato in America, bocciato da ogni etichetta indipendente contattata personalmente da Lee Pierce e anche dalla Island che chiede una “svolta” in direzione Fabolous Thunderbirds., aumentando la disaffezione di Jeffrey verso la sua terra.

Dal canto suo, Jeffrey vive in una sorta di isolamento forzato, devastato fisicamente ed economicamente, circondato da pochissimi amici (Mark Lanegan, Cypress Grove, la sorella Jacqui, la nuova compagna Romi, scrivendo canzoni dalle forme incerte e ascoltando i dischi di Coltrane, Eric Dolphy ed Elvis Presley.

È questo il nascondino pastorale cui allude il titolo del disco cui sta lavorando, titolo ispirato da un film (https://www.youtube.com/watch?v=vPeztp2LEg4) realizzato nel 1974 in quel Giappone che continua ad affascinare il musicista californiano.

La cirrosi che gli è stata diagnosticata lo costringe ad evitare le tentazioni e a tenere la mente e le mani occupate. Ne trae beneficio il suo stile chitarristico che si affina nella tecnica blues così come in quella più vicina al folk e al southern rock. Un po’ meno il suo stile vocale che qui spesso sembra giocare con l’azzardo di urla mal appaiate con brani che hanno poco mordente, nel tentativo di far decollare ciò che invece non decolla. Epitome di questo sfascio è The Straits of Love and Hate, caricatura di ciò che i Gun Club erano fino a qualche anno prima e che adesso faticano anche soltanto ad imitare. Non va molto meglio quando il gruppo mette mano a vecchio materiale proprio (I Hear Your Heart Singin’) o altrui (Eskimo Blue Day). Il buono che pure vi si riesce a trovare viene stranamente escluso dal disco (la bella title track che comparirà qualche anno dopo sulla raccolta In Exile della Triple X) o usato come pretesto per la pubblicazione di un disco complementare intitolato Divinity.

 

Pubblicato inizialmente come doppio 12” con un disco registrato in studio e uno dal vivo, Divinity è l’ultimo lavoro dei Gun Club ad immortalare la presenza di Kid Congo Powers tra le fila della band. L’ennesimo e stavolta tardivo rappacificamento fra i due nell’estate del 1995 non potrà infatti concretizzarsi se non con due sole date dal vivo nella sua città di origine con quella che sarà l’ultima line-up della band (Mike Martt e Kid Congo alle chitarre, Randy Bradbury e poi Liz Montague al basso, Brock Avery alla batteria).

Al di là del breve contenuto, ulteriormente ridotto al momento della pubblicazione (verranno escluse la St. John’s Divine che era il pretestuoso brano che voleva essere tema del disco e, nella sezione dal vivo, Cool Drink of Water, poi entrambe incluse nella bella ristampa della Flow Records del 2006, ricca di inediti dello stesso periodo e testimone della fugace collaborazione di Pierce con Tres Manos degli Urban Dance Squad, NdLYS) Divinity è dunque una sorta di testamento spirituale della band di Los Angeles. Una sorta di funereo presagio alimentato da una copertina mortuaria che contrasta con il contenuto invece brillante del disco. Keys to the Kingdom riaffiora dal primissimo repertorio del gruppo ed è un blues dal profilo funky con le radici nel quasi omonimo gospel di Wahington Phillips di inizio secolo. Richard Speck è un flash dell’infanzia di Pierce e dei racconti di sua madre in merito all’omonimo serial killer che seviziò le infermiere di Chicago nella metà degli anni Sessanta. Black Hole è una cover degli Urinals, piccolo gruppo cult californiana che negli anni è stata omaggiata da band come Minutemen, Butthole Surfers, Eleventh Dream Day, Leaving Trains, Halo of Flies e Yo La Tengo, senza che il grosso pubblico andasse a curiosare nella loro storia. La lunghissima Sorrow Knows chiude la facciata in studio con una delle più memorabili cavalcate chitarristiche di tutta la storia dei Gun Club. Lampi hendrixiani accendono le rendition dal vivo di Yellow Eyes Hearts da Mother Juno mentre Fire of Love chiude il disco sotto quelle palme di Las Vegas che proiettavano ombre con la sagoma di cactus, avvelenate dal voodoo.  

                                                                      

Rientrato in Europa nel 1991 Jeffrey Lee Pierce apre i rubinetti della sua doccia di casa e si lascia naufragare in quella pioggia blues che gli infradicia i capelli unti, gli scivola sul torso, sul fegato gonfio e cirrotico, sul pube, poi gli ricopre le gambe e forma una palude ai suoi piedi.

Il blues è venuto a riprenderselo, proprio adesso che in qualche modo sembrava essersene liberato. Jeffrey intuisce che se vuole sbarazzarsene deve parlare come lui, suonare come lui,respirare come lui.

Fingere di essere lui.

Pierce si trasforma dunque in Ramblin’ Jeffrey Lee: camperos alti, giaccone di pelle e cappello a falde. Poi, con due testimoni (Simon Fish e Tony Chmelik), si reca ai Zeezicht Studios di Spaarnwoude a firmare il suo testamento, promettendo di farla finita col blues. Lì dentro Ramblin’ Lee, Cypress e Willie, abortita l’idea iniziale di incidere un album di murder-ballads ispirate al country rurale, registrano un disco-omaggio al blues delle origini. Qualcosa che inizialmente è talmente crudo e viscerale da venire registrato con le chitarre fuori tono per scostarsi il più possibile dai quei dischi di blues educato degli anni Settanta e Ottanta che Pierce odia, salvo poi essere costretto a reincidere le parti di chitarra per rendere l’album “vendibile”.  

Un disco che rilegge i brani che scorrono sotto la pelle del musicista californiano sin da quando era un adolescente: Goin’ Down di Don Nix, Killing Floor di Skip James, Mississippi Bottom Blues di Kid Bailey (che verrà poi esclusa dalla scaletta definitiva), Pony Blues di Charley Patton, Moanin’ in the Moonlight di Howlin’ Wolf, Alabama Blues di Robert Wilkis, Good Times di Lightnin’ Hopkins, Long Long Gone di Frankie Lee Sims, Future Blues di Willie Brown, Bad Luck & Trouble di Lightnin’ Slim. Alla loro lezione si ispira Jeffrey per scrivere i pezzi propri che finiranno sul disco (le belle Stranger in My Heart e Go Tell the Mountain sulle quali riaffiora il vecchio canto licantropo e morrisoniano dei giorni del Club) o che ne rimarranno alla fine fuori (L.A. Country Jail BluesIn My Room).

È un disco intenso ma non doloroso. Orfano dello spleen epico e decadente dei dischi d’oro dei Gun Club e fedele ad un concetto di blues ruspante ma tutto sommato canonico. Le limitazioni tecniche dell’età giovane che lo avevano costretto a deturpare il blues imbrattandolo con la fog(n)a punk sono state superate e adesso Pierce può fare sfoggio di una tecnica strumentale di cui i primi album dei Gun Club erano stati privati. Un vuoto virtuosistico che starà alla base di tutto il cow-punk e del movimento revivalistico dei primi anni Ottanta.  

Un album, forse l’unico della discografia di Jeffrey Lee Pierce, che può piacere a tutti, dai fan della prima ora che possono finalmente alzare le coppe per brindare al ritorno alle origini aitanti amanti più o meno distratti, più o meno occasionali, più o meno necrofili del corpo ammaccato del blues. L’alternanza di pezzi elettrici ad altri brani vestiti da pochi strumenti acustici rende tuttavia il disco godibile anche a chi non è solito frequentare la musica degli schiavi d’America, allargando ancora il potenziale del pubblico di Ramblin’Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love.

Ordinario eppure a suo modo necessario. Per Jeffrey e per tutti gli altri, siccome tutta la rinascita del lo-fi blues degli anni Novanta parte in qualche modo da qui, dalla slide guitar di Pony Blues e dalla furiosa scarica elettrica di Moanin’ in the Moonlight.

 

Il 14 Maggio del 1994 Nick Cave e i Bad Seeds presentano alla BBC il loro ultimo disco. Durante l’esibizione di Red Right Hand, appoggiato a uno degli amplificatori, c’è il piccolo Jeffrey Lee Pierce. 

È l’ultima immagine pubblica di Lee Pierce che ci rimane. Marginale, appartata, sgranata.

Jeffrey è rimasto confinato in Inghilterra a spiare da lontano il suo vecchio amico Nick Sanderson e la sua ex-compagna Romi Mori, ad osservare da lontano quella relazione che si era consumata clandestina al suo fianco, proprio durante le registrazioni di Lucky Jim, a veder evaporare il suo ultimo sogno d’amore. Jeffrey aveva amato Romi di un amore disperato e infinito. E, attraverso lei, si era innamorato dell’Oriente. Del Vietnam, del Giappone, della sua amica del cuore Kayoko.

Lucky Jim parla, a modo suo, di questa sua attrazione per l’Est asiatico, mostrata con sfrontatezza sotto un cappello da soldato maoista.

Dell’Hotel Rex di Ho Chi Minh e del Bunny Bar cambogiano dove si attende il ritorno del capitano Lucky Jim, delle notti inquiete trascorse a Kamata.

Un’ossessione che lo accompagnerà negli ultimi giorni della sua vita, cercando di elaborare una commistione fra le culture di strada giapponesi e quella tutta americana del linguaggio rap, cercando di entusiasmare gli altri a questa sua nuova idea ibrida. Mark Lanegan, la Dogg Pound di Snoop Doggy Dogg, Johnny Depp. Senza riuscirci fino in fondo.

Al Giappone tornerà di nuovo dieci anni dopo la sua morte, Jeffrey. In cenere. Quando la sorella e il marito di lei decideranno di portare a Kyoto quel mucchietto di polvere che di lui rimane.

Ma Lucky Jim è anche un disco amaro, avvelenato dal sospetto che l’amore a lungo inseguito gli stia sfuggendo di mano. “Eravamo come fratello e sorella, poi siamo diventati amanti. E alla fine è arrivato il dolore” dice su A House Is Not a Home. “Sono fuori in strada, stanotte. Senza più un sogno”. Parole ripetute quasi identiche poco più in là, su Up Above the World: “Sei stata la mia sorella da sempre, poi hai legato il mio cuore alle catene. Ma è stato peggio quando le hai spezzate. E non riesco più a vivere con questo dolore”. 

 

Il disco vede Jeffrey impegnato nel ruolo di chitarrista unico. Il suo carattere ha allontanato tutti. E Romi e Nick gli stanno accanto per puro opportunismo. Ma è un compito che Lee Pierce svolge con grande abilità, pur scegliendo stilisticamente di affrancarsi dallo swamp dei primi dischi per spostarsi su un più banale e pulito stile blues (Cry to MeAnger BluesKamata Hollywood City) o abbandonando entrambi per soluzioni acustiche (Lucky JimIdiot WaltzBlue Monsoons).

 

Poco dopo l’uscita del disco, il Club chiude. Non ha più nessun iscritto.

Jeffrey Lee Pierce toglie la targa attaccata all’entrata. Poi rientra, chiudendosi la porta alle sue spalle. Si siede sulla sua poltrona preferita e chiude gli occhi, stringendoli forte perché sembrassero a mandorla.

 

Poi sogna di Debbie Harry, poi di Poison Ivy. Poi di Romi.

 

Poi di una palude.

 

Alla fine, di acqua sorgiva. 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – State of Our Union (Island)  

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Nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground americano a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIA, Here Comes That Train Again, Two Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – The Best of The Long Ryders (Prima)

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Molto prima che l’“Americana” finisse per ingolfare gli scaffali dei negozi specializzati, una accozzaglia di cowpunks tentò il recupero delle radici della musica statunitense con un pugno di dischi zuppi di country-rock, folk elettrico, swamp blues, hoedown, honky tonk, bluegrass. Erano i cosiddetti “restauratori” votati al culto di Messia dell’elettricità rurale come Neil Young o Gram Parsons. Tra loro i Long Ryders di Sid Griffin rischiarono di fare il grande salto grazie alla forza impattiva di un singolo come Looking for Lewis & Clark col suo pestare forte e fiero come una mandria di buoi texani. È da lì che parte questa bellissima raccolta speculare al live uscito ad inizio anno per stessa label e che ripercorre la loro vicenda (saltando però a piè pari il grezzo 10-5-60) da poco rivitalizzata con un nuovo reunion-tour.

18 tracce che sono una bandiera della oleografia rock americana.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE LONG RYDERS – State of Our ReUnion (Prima)  

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Uscirà solo l’anno prossimo il DVD che documenta la reunion dei Ryders del 2004, a diciassette anni dalla separazione alla vigilia del Joshua Tree tour degli U2 che li vedeva come opening-act. Fatto salvo che le reunion non impressionano più nessuno e anzi spesso fanno più danno che altro, rivedere i Ryders nella line-up  originale rimettere mano al loro repertorio classico (ma nella scaletta del tour c’era la consueta “riserva” di covers, dagli Elevators agli Undertones, NdLYS) dà ancora qualche brivido, soprattutto quando le dita scivolano su pezzi inviolabili come la perfetta Ivory Tower scritta dal primissimo bassista Barry Shank o la cavalcata C&W di Final Wild Son. Fuori tempo massimo per raccogliere quanto i Ryders avrebbero meritato quando erano in salute ma ritemprante per quanti hanno respirato la polvere dei loro cavalli.

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE GUN CLUB – Miami (Animal)

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Ogni qualvolta mi sia capitato di riflettere sul fatto che un disco come Los Angeles degli X fosse stato prodotto da Ray Manzerek mi sono sempre autoconvinto che, fosse stato ancora vivo, Jim Morrison nella sua vita post-Doorsiana si sarebbe occupato di produrre Miami dei Gun Club.

Ho fatto di più: come quando reiteri una bugia così a lungo e con tale persuasiva convinzione da scordare realmente la verità e costruire su quella menzogna una nuova verità più comoda non solo per gli altri ma pure per te,  mi sono realmente convinto che il secondo disco della formazione californiana sia stato prodotto da Jim Morrison.

Ho preso un Uni Posca® e ho modificato le note di copertina di questo Ape 6001 cancellando quel “produced by Chris Stein” e rettificandolo a mio piacimento.

Poi, mi sono nuovamente seduto ad ascoltare.

E ho pensato che avevo fatto bene.

A Miami, il 1 Marzo del 1969, Jim Morrison viene arrestato e processato per atti contro la pubblica decenza. Alla sua morte, due anni più tardi, quella sentenza era ancora sospesa davanti la giuria della Corte d’Appello.

A Miami, il 20 Settembre del 1982, lo spirito di Morrison si ricongiunge finalmente a quello dello sciamano agonizzante intravisto dal piccolo Jim nel deserto di Albuquerque.

L’autostrada spalmata di Indiani insanguinati.

Miami annoda il punk attorno alle visioni voodoo di Jeffrey Lee Pierce e lo annega nelle paludi delle Everglades e nel bitume di una metropoli che si affaccia all’Oceano sfoggiando le sue palme californiane alte trenta metri.

Un disco che scava nel petto dell’America fino a strapparne il suo cuore sanguinante, influenzato dallo swamp rock, dal mardi gras, dall’ hillbilly, dal blues, dal country & western, dalla musica dei nativi, dai Creedence, da Dr. John, da Link Wray e da Slim Harpo.

La musica dei Gun Club diventa melodrammatica e angosciosa, animata da una disperazione apocalittica, avvolta da toni epici e sinistri. Nella vana attesa che il Grande Spirito gli si riveli Jeffrey Lee Pierce si denuda e tira fuori i demoni che lo abitano e lo divorano dall’interno in un rituale sciamanico che lo trasforma in lupo (l’ululato di Texas Serenade), in coyote (Devil in the Woods) o in cavallo (il galoppo di Mother of Earth), in stregone fotografato ad invocare Shango (Like Calling Up Thunder) o in Uomo-Cocomero (Watermelon Man).

Le sottili linee di steel guitar di Ward Dotson che scorrono lungo tutto il disco, (palesamente ispirate allo stile di Scotty Moore sui primi dischi di Elvis, NdLYS) sono strisce di saliva sulle ferite aperte di Lee Pierce mentre lui strappa ad uno ad uno i petali dal suo fiore maledetto. Correndo lungo la foresta, invocando la tempesta, dormendo nella città insanguinata. Senza pace.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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FLESH EATERS – No Question Asked (Atavistic)

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Cosa univa a cavallo tra i ’70 e l’alba del decennio seguente gente come Exene Cervenka, John Doe, D. J. Bonebrake, Stan Ridgway, Joe Nanini, Tito Larriva, Dave Alvin, Steve Berlin? Cosa e, soprattutto, chi? Semplice: Chris D. Uomo chiave della scena punk di Los Angeles, Chris fu redattore della storica ‘zine Slash e anima di labels come Upsetter e Ruby prima di invischiare il suo nome in dischi storici come Wine and Roses dei Dream Syndicate o Fire of Love dei Gun Club e di dedicarsi alla scrittura e al cinema. Ma, soprattutto, Chris fu l’ideatore dei Flesh Eaters, tra le più rispettate e temute compagini della flotta punk californiana. Ossessionato da una visione necrofila e moralmente deviata della società Chris D. avrebbe riversato queste sue macabre dissertazioni nel punk marcio dei Flesh Eaters già nel 1978, anno del primo grandioso E.P. con quella Radio Dies Screaming che resta tra le cose migliori del punk americano tutto e qui aggiunto come bonus assieme ad altri sei brani del periodo. No Question Asked, album di debutto, malgrado qualche dissertazione (il reggae di Cry Baby Killer piegato a un’altra ossessione di Chris, ovvero Lee Perry) seguiva la stessa strada di un punk acceso anche se erano già avvertibili in filigrana certe pieghe country/roots che la band avrebbe sviluppato oltre.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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