JASON & THE SCORCHERS – Lost & Found (EMI)  

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Erano impetuosi, i primi Scorchers. Lo erano più dei Blasters, dei Del Fuegos e dei Long Ryders, altri restauratori che come loro cercavano di portare avanti la grande tradizione della musica americana, quella del rock ‘n roll, del country & western, dell’honky tonk.

Lo erano forse in maniera esagerata, tanto che poi avrebbero finito per pisciare fuori dal vasino. Però, fin che il vasino venne centrato, ci portarono in dono della bella musica. Fragorosa e ardita. E molto americana. Di quell’America che da ragazzini avevamo imparato ad amare sui film western e che ora tornava a trovarci vestita con gli stessi cappelli a falde e le stesse giacche sfrangiate ma armata con l’arsenale delle New York Dolls. All’epoca suonavano ancora con una stella da sceriffo gigante dietro le spalle e una bandiera confederata piantata fra le aste della batteria e saltavano sul palco come sopra dei tori meccanici invisibili. Il cavo del microfono che si muove vorticoso attorno al corpo allampanato di Jason Ringenberg come il laccio da bestiame attorno a quello del suo cowboy.

Sembravano una di quelle band che stavano facendo tremare Minneapolis, un po’ più a Nord. Che so, i Soul Asylum o i Replacements. Invece loro venivano da Nashville. Terra di campi di pannocchie e di pascoli a perdita d’occhio. Jason c’era arrivato dall’Illinois, campi di pannocchie e pascoli a perdita d’occhio anche lì. E opportunità zero. I due extended play su Praxis avevano suscitato l’interesse della EMI che aveva pensato che quell’infetta miscela tra musica roots ed energia punk scomoda sia per le radio country che per quelle rock potesse, aggiustata a dovere, trovare una sua dimora. Si trattava di mantenere intatta l’energia ma di affidarsi ad una produzione che mettesse le chitarre e la batteria in primo piano rispetto a tutto l’ambaradan.

E così fu.

I Really Don’t Want to Know, White Lies, Blanket of Sorrow, Lost Highway, Change the Tune, If Money Talks, Last Time Around sembravano una versione a stelle e strisce del rock muscoloso dei gallesi Alarm per poi stendersi, dopo una giornata di polvere alzata dagli zoccoli dei cavalli, a riposare occhi e deretani al calore di un falò e ad intonare qualche canzone carica di nostalgia come Far Behind o Broken Whiskey Glass.

Sembravano sinceri. Forse lo erano.    

Comunque sia, a noi allora bastavano.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CANNIBALS – Trash for Cash (Hit)  

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Nei tre anni che separano l’album di debutto dei Cannibals dal successivo Trash for Cash, Mike Spenser ha modo di mettere le mani e le orecchie sulle Pebbles, ottenendo pure una licenza per l’Inghilterra che porterà alla pubblicazione, per la sua etichetta, del bel cofanetto Pebbles Box. Il risultato più immediato è un dirottamento dei liquami della sua band dal rock ‘n roll basico dei primi anni verso una più chiara deriva garage-punk. La mossa più furba è quella di stravolgere la scaletta delle raccolte originali tenendo fuori proprio le canzoni che finiranno nel repertorio della sua band (Let’s Talk About Girls dei Tongues of Truth, Run Run Run dei Gestures, Going All the Way degli Squires, They Can’t Hurt Me dei Lyrics) utilizzando, appunto, l’”immondizia per fare soldi”. L’obiettivo non sarebbe stato raggiunto, ovviamente, ma è da quel momento che i Cannibals si impongono come l’avamposto britannico del più classico e svaccato garage-punk che sta emergendo in America, Svezia ed Italia in quanto anche il resto delle tracce, quelle che portano la firma di Spenser, si spostano su quei territori, con episodi come Skeletons in the Closet, You Drive Me Mental e la psicotica Human Race a trascinarsi come tenie cagate giù dal culo di Satana sul Sunset Boulevard.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NOT MOVING – Black ‘n’ Wild (Spittle)  

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Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 viene da Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con questo disco si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (Zippo)  

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Visti i presupposti, non era difficile presagire che le derive restauratrici del Paisley Underground potessero trovare un terreno comune costituendo una sorta di cooperativa sociale. Quel terreno, nonostante molti protagonisti si siano già annusati il culo un paio di anni prima nel progetto estemporaneo Rainy Day, dà i suoi frutti migliori in un weekend del Febbraio dell’85, quando i musicisti di Long Ryders, Green on Red e Dream Syndicate si riuniscono, carichi di birre e belle canzoni, al Control Centre Studios di Los Angeles per suonare come una vecchia band da birreria americana.

Registrato senza sovraincisioni ne’ maquillage da sala-trucco, The Lost Weekend è un disco perfettamente integrabile nella discografia dei Green on Red, che proprio nello stesso periodo stanno con decisione virando dall’acid-rock delle prime produzioni verso territori più roots. Piano honky-tonk, lap-steel, dobro, chitarre evocative e richiami alla musica più bianca che si possa immaginare (come quello alla celebre Heart and Soul di Hoagy Carmichael accennata in chiusura di Song for the Dreamers), cartoline virate seppia della terra americana che in quegli anni tornano a far sognare moltitudini di adolescenti, come era successo ai loro padri coi dischi di Neil Young, Eagles e CS&N, tornati nuovamente attuali.

In questo contesto di nostalgia e pathos da pionieri in cui la polvere e il bourbon si aggiungono ai quattro elementi fondamentali della materia, The Lost Weekend risulta uno dei dischi esemplari del movimento retroguardista di quel periodo. La scrittura di Danny (Stuart) e Dusty (Wynn) è vivace, credibile, funzionale. Sembrerebbe la nuova età dell’oro. E invece si era già all’era del silicio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BIG AUDIO DYNAMITE – This Is (CBS)  

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Se Cut the Crap è unanimamente considerato un tradimento alla memoria dei Clash, con l’album pubblicato contemporaneamente da Mick Jones assieme al vecchio compare Don Letts, il mondo si è sempre dimostrato più tollerante e ben disposto.

In realtà, i due ex soci-in-affare, realizzano due dischi straordinariamente siamesi. Il che lascia presumere che, con buona approssimazione, pur senza sciogliere il sacro patto di sangue, i risultati di Cut the Crap non sarebbero stati molto dissimili da quelli che Strummer si fece carico di portare in sala di registrazione orfano di Jones.

L’ibridazione sonora degli ultimi dischi collettivi faceva i conti, in entrambi i casi (ma nei B.A.D., grazie al contributo attivo di Don Letts, un po’ di più), con una contaminazione elettronica (beatbox e campionamenti nel caso dei Big Audio Dynamite) e un crogiuolo stilistico frivolo e capriccioso che non sviluppa ma bensì isola alcuni degli elementi presenti su dischi come Sandinista! e Rat Patrol from Fort Bragg per presentare una fusione non del tutto compiuta con le nuove musiche del ghetto e dei quartieri proletari.

Il primo risultato di questo melting pot è This Is, incerto ma alquanto pioneristico (va ricordato che il primo “successo” inglese realizzato con l’uso massivo dei campionamenti, ovvero Pump Up the Volume, gli è più giovane di due anni mentre lo storico Licenced to Ill che sdoganerà l’uso del sampling al pubblico bianco americano non verrà pubblicato prima del 1986, NdLYS) debutto della nuova crew di Mick Jones.

Non tutto funziona alla perfezione, dentro la nuova macchina. Il suono sembra aver perso la tridimensionalità e, nonostante lo scatto di copertina non faccia rimpiangere quelli di Pennie Smith, i toni barricaderi delle opere dei Clash e, soprattutto, NOI abbiamo perso i Clash e il nostro orgoglio non può che essere risentito. Jones si relega nelle retrovie, concedendosi un assalto solo su The Bottom Line. Per il resto rimane assiepato, con le foglie di eucalipto ficcate dentro la rete dell’elmetto, a mimetizzarsi dentro una giungla di tastiere, drum machines, fischi, echi western che affiorano come nella seminale The Mexican dei Babe Ruth di tredici anni prima e ritmiche hip-hop che sembrano strizzare l’occhio a Grandmaster Flash e Sugarhill Gang.

E noi che lo si voleva vedere con in mano un mitra, a difendere l’ultimo fortino della vecchia roccaforte sinistroide, facemmo una smorfia sdegnosa.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KATE BUSH – Hounds of Love (EMI)  

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Non avrebbe avuto vita facile Kate Bush, nel Medioevo. Troppo facile individuare le prove di un qualche sortilegio tra le pieghe della sua musica per non scatenare i furetti dell’Inquisizione. Troppo semplice bollare Hounds of Love come opera esoterica ispirata dal demonio. Sarebbero bastati i campionamenti di film come La notte del demonio o Nosferatu oppure i richiami ai canti delle sirene o ai riti propiziatori dei rabdomanti a garantirle il rogo. O ascoltare la voce del Demonio in persona su Walking the Witch

Buon per lei e per noi che un’opera come questa sia uscita quando la caccia alle streghe si era ufficialmente conclusa diventando nient’altro che un affare da pettegolezzo, una discussione mondana da aperitivo con le amiche, chè le streghe nell’immaginario collettivo non sono mai scomparse del tutto.

Kate era una di loro. Hounds of Love il suo incantesimo più riuscito. Che se riuscite a sfuggirgli, allora avete cerume buono e muscolo cardiaco poco elastico. E se non è riuscito a curarvelo la magia, non riuscirà a sistemarlo un cardiologo qualsiasi.       

Gotico e tribale allo stesso tempo, permeato di acqua-terra-aria-fuoco in misure diseguali ma in quantità ingombranti, celestiale e demoniaco come l’amore tutto (“c’è un tuono nascosto nei nostri cuori. C’è così tanto odio per coloro che amiamo?” recita nella monumentale Running Up That Hill che inaugura il disco già tutta in salita), Hounds of Love è una delle più autorevoli opere d’arte pagana mai concepite da mente umana.

Ci sono interi mondi che collidono, qui dentro. Interi continenti alla deriva. Intere nazioni che sciamano. Interi secoli che scivolano uno sull’altro come enormi lastre di ghiaccio.

Gighe irlandesi, canti gregoriani, Africa, Egitto, Cina, Lochness. Bowie, Gabriel, i Japan, Philip Glass. Ragnatele d’amore. Mulinelli di vapore. Bracieri che ardono per gli Dei, bruciando carne umana ed erbe aromatiche.   

Il mondo emerso e quello sommerso.

E il mondo di Kate Bush, in incantevole equilibrio su entrambi.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TEARS FOR FEARS – Songs from the Big Chair (Mercury)

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Da qualche tempo mi diletto a raccogliere qualche sfida su SongPop, un’app ludica e graziosa dove si duella a colpi di canzoni. Chi indovina, o lo fa più in fretta, vince.

La uso per ingannare i tempi di attesa, che a quella siamo destinati e di tempi morti ne abbiamo sempre a iosa, malgrado ci si lamenti sempre di non averne. Ma, come ogni cosa, ne sfrutto le potenzialità nascoste per captare in maniera sommaria ma significativa alcuni segnali sul rapporto che i miei avversari hanno con la musica. Ho notato ad esempio che, probabilmente a causa della digitalizzazione della musica, anche chi si professa affezionato o fanatico di qualche artista ne disconosce spesso i titoli delle canzoni. Per molti, le canzoni hanno perso parte della loro identità e si sono trasformate in semplici “flussi di bit”. Mi è capitato sovente di essere sfidato da fan incalliti dei Cure che toppano su Close to Me o sfegatati seguaci di Bowie che conoscono “Heroes” ma “non sapevo si intitolasse così” (come mi viene spiegato poi nella chat che permette di interagire con lo sfidante). È un segno dei tempi. Si giocasse con le copertine degli album, sarebbe anche peggio.

Però ho notato anche che su alcuni brani, indipendentemente dalle “playlist preferite” (quelle che dovrebbero rivelare i gusti dell’avversario, per intenderci), su un paio di brani nessuno, a meno che non sia minorenne o sia sbarcato l’altro ieri da Marte o dalla Libia (mi pare che per noi italiani sia la stessa cosa, no? NdLYS), proprio nessuno sbaglia mai: uno è The Final Countdown dei temibili Europe. L’altro è Shout, dei Tears for Fears. Segno che, lo si voglia o meno, queste canzoni hanno lasciato una macchia indelebile nella memoria collettiva.

Shout stava proprio in apertura del secondo album dei Tears for Fears. Una sorta di grido di battaglia in chiave pop che grazie allo strapotere delle tivù-musicali dell’epoca diventa una chiamata alle armi dalle dimensioni planetarie e anche un po’ una gabbia dorata per i due ragazzoni del sud-est inglese, che da allora e per sempre verranno ricordati come “quelli di Shout”. Un tormentone/tormento insomma. Musicalmente la canzone cede il passo ad un rock anthemico che poco ha a che spartire con il synth-pop del primo magnifico album con tanto di bridge epico alla Big Country. L’album che la contiene però ha il pregio di non allinearsi a quel clichè. Come del resto i Tears for Fears eviteranno di fare lungo la loro restante carriera. Non ci sarà mai una Shout #2 insomma.    

Songs from the Big Chair offre tante facce. Da quella pacchianamente funky-rock come Mothers Talk a quella quasi vaporosa di un soul algido come I Believe, intenzionalmente scritta per Mr. Robert Wyatt e chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, qualora i TfF non avessero deciso di tenersela per se, dal pop alla ABC di Head Over Heels allo shuffle in crescendo di Everybody Wants to Rule the World condotto magistralmente dalla voce di Curt Smith col suo timbro ambiguamente ammiccante perfetto per gli anni Ottanta, dall’ambient lambita con Listen, fino agli spasmi mioclonici e vagamente frippetronici che singhiozzano su Broken.

Un disco che mette molta carne al fuoco e, nonostante ciò, parecchia rimane cruda, accostata in un barbecue un po’ improbabile.  

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE VELVET UNDERGROUND – VU / Another View (Verve)  

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MGM SE-4641.

Ci fosse stato Carlo Lucarelli ai vertici della MGM, in quel lontano 1969, avrebbe detto a Lou Reed e soci “segnatevi questo numero, ci servirà più avanti”.

In quell’anno invece, sfortunatamente per loro, ai vertici della MGM viene messo un certo Mike Curb. Un tirapiedi di Ronald Reagan che vuole mettere al bando gli artisti che fanno l’apologia delle droghe. Velvet Underground e Mothers of Invention vengono quindi simpaticamente messi alla porta, nonostante entrambi abbiano un disco già pronto.

Del quarto album dei Velvet Underground ci resta dunque solo un numero di catalogo che è quello citato qualche riga sopra e il cui contenuto, sommato a qualche traccia inedita con John Cale ancora in formazione, verrà stampato molto più tardi su due lavori postumi, bellissimi e complementari come VU e Another View, pubblicati quindici anni dopo l’uscita della band dalla storia attiva del rock ‘n roll e dieci anni prima della loro investitura ufficiale nella Rock and Roll Hall of Fame.

A quel punto della storia però (siamo nella metà degli anni Ottanta) i fanatici dei Velvet hanno già familiarizzato con quel repertorio più volte vittima di sciacallaggio e di riletture in proprio da parte del Lou Reed solista.

Canzoni su cui si è a lungo favoleggiato e che qui, grazie al sapiente lavoro di remissaggio, brillano in tutto il loro splendore Vantablack: Can’t Stand It, Lisa Says, Ocean, Foggy Notion, I’m Sticking with You, We’re Gonna Have a Real Good Time Together, Ride into the Sun, Hey Mr. Rain, Guess I’m Falling in Love, Coney Island Steeplechase, Rock and Roll suonano ancora di una attualità stilistica sconcertante.  

Come fossero state registrate ieri.

O come se il mondo intero si fosse fermato ad aspettarle, avvertendone un disperato bisogno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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LITFIBA – Desaparecido (I.R.A.)  

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Si tende a rimuoverlo, per una serie infinita di motivi. Che sono soprattutto storici o, meglio, deformati dalla storia ma, soprattutto, culturali. Perché, essendo la musica rock qualcosa di mascolino, dei maschi conserva e propaganda non solo le virtù ma ne mantiene anche i difetti. Come quella dell’esclusività affettiva secondo cui se ciò che riteniamo bello viene in qualche modo apprezzato e corteggiato da altri, nell’incapacità di difenderlo, si prova a dissimularne il ricordo, a snobbarne la vicinanza.  

La musica dei Litfiba degli anni Novanta, elargita a folle sempre più vaste e strappata quindi a quella sorta di privilegio esclusivo che viene spesso sventolato a baluardo di una raffinatezza artistica capace di parlare al cuore di poche anime elette, spinta con forza nell’imbuto del gusto popolare calcando su musiche sempre più volgari e pacchiane è l’emblema di questa tendenza al revisionismo storico posto a tutela del nostro compiacimento cognitivo (“eh…quando li conoscevamo in dieci…”) ed emozionale (“eh…quando li ascoltavamo in venti…”, senza riflettere sul fatto che forse fra quei venti, diciannove adesso ascoltano quel che passa il governo, come gran parte degli altri sessanta milioni).

Desaparecido fu invece il disco che aprì, più ancora che il bellissimo Siberia dei Diaframma uscito pochi mesi prima e che in qualche modo restava “confinato” in una visione mitteleuropea e britannica del post-punk, ad una visione italiana, mediterranea della new wave importata dall’Inghilterra.

Moltissimo, in termini di approccio (teatrale, lirico, scenografico, musicale) alla musica new wave straniera, per tutta la metà del decennio rimanente ha la sua paternità in questo disco pubblicato nel 1985 dove confluivano tutte le musiche che in qualche modo ci erano piovute addosso in quella grande orgia lussuriosa che era la musica del dopo punk e che i Litfiba si sforzavano di ricontestualizzare trasportando il combat-rock degli U2 in terra d’Argentina o il pop caraibico dei Duran Duran in Turchia, inscenando un Risiko che conquista il bacino del Mediterraneo muovendo i carri armati dell’armata britannica (Simple Minds, Ultravox, Psychedelic Furs, David Bowie).

Non ha in sé nessuna vera novità ma si fa voce del bisogno collettivo di quegli anni di avere in patria un teoreta fuori dai clichè nazional popolari, di un esteta del nuovo che ci aiuti ad identificarci nella figura senza volto e senza rughe del milite ignoto.

Piero Pelù nel 1985 è quell’uomo. I Litfiba, i suoi soldati.

Desaparecido è uno scambio di lettere dal fronte. Da soldati immaginari verso donne immaginarie, da luoghi immaginari verso nemici immaginari.

Lo si ascoltava, lo si ascolta, sentendosi parte di un qualche plotone assediato dalle forze nemiche.

Sapendo che se non hanno il coraggio di spararti in fronte, lo faranno colpendoti alle spalle. E forse, con addosso la tua stessa divisa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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