FRANCO BATTIATO – “Clic” (Bla Bla)

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L’ultimo disco su cui Battiato fa sfoggio del suo VCS3 (di cui in Italia fu, assieme a Piero Umiliani, un autentico pioniere) fu “Clic”, ovvero il disco con cui per un breve periodo potemmo orgogliosamente dire agli inglesi che, se loro avevano i Pink Floyd, noi…be’, si, noi avevamo Battiato. Che detto oggi sembra quasi un’eresia o al massimo una barzelletta. Ma che allora, mettendo a confronto un pezzo come Propiedad Prohibida con uno a caso del loro Obscured by Clouds, non suonava affatto come tale.

“Clic” è uno dei più esoterici dischi di Battiato. Il lavoro con cui il musicista siciliano riflette, come colpito da un sonar attivo, l’eco dei suoni lanciati dal suo mentore Stockhausen. Per nulla cedevole al compromesso e, anzi, inorridito e disgustato dalla distratta benevolenza con cui i giovani si lasciano incantare da musiche prive di ogni anelito di caos culturale Battiato elabora un lavoro dal fascino cupo, onirico e permeato da uno spirito errabondo e solitario. Un buco nero che inghiotte il mondo moderno e lo risputa in una dimensione parallela, aliena, spirituale. Disciolto, polverizzato nell’etere universale come lievito madre dentro un impasto di acqua e farina. “Clic”, con le sue autobahn di sintetizzatori, le piazzole di sosta illuminate dai neon, i suoi pianoforti che gocciolano come rubinetti nei bagni degli autogrill, le sue onde radio destinate a perdersi, a sovrapporsi, ad annientarsi l’un l’altra, è la fotografia di un mondo che avrebbe potuto sacrificare alla curiosità l’ultimo suo brandello di imene e che invece non lo ha fatto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ERIK SATIE – Vexations (LTM Recordings)

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La location è la Watters Gallery di Sydney.

Sul palco, compostamente assiso ad un pianoforte a coda, siede un pianista di nome Peter Evens.

È il 22 Febbraio del 1970.

Peter è seduto al piano da sedici ore. Ha davanti a se cinque pentagrammi e ancora sei ore di concerto che prevedono l’identica, statica riproposizione della medesima sequenza modale. Fino allo sfinimento, fino alla paralisi fisica ed emotiva.

Ma Peter, sfiancato, dolorante, “vessato”, si alza dallo sgabello, porge un inchino per camuffare un piccolo massaggio alla schiena e lascia il teatro.

Pare avesse visto il diavolo. Forse evocato dai tritoni nascosti nella partitura.

Nel 1988 è il Professore Silvio Feliciani a riuscire nell’impresa, sul palco del Festival della Perdonanza de L’Aquila, guadagnandosi il Guinness dei Primati.

Ha in testa venti elettrodi e un catetere nascosto sotto il frac.  

Mimetizzati fra il pubblico, uno stuolo di neurologi e cardiologi si danno il turno, applaudendo senza entusiasmo, storditi, frastornati, “vessati”.  

Vexations è un mastodonte che si regge su 152 fragilissime ossa. E che ci costringe alla ritirata senza neppure simulare un attacco. Girando con una reiterata circospezione, ci costringe all’apoplessia.

Senza proclamarsi nemico, ci educa a fare di noi stessi i nostri peggiori nemici.  

Immiserendo la musica colta fino a renderla bidimensionale, Vexations ci espone ad un tour-de-force fisico e psicologico che ci rende vulnerabili.

Spogliando il pentagramma, Satie spoglia noi medesimi.

Poi ci lascia andare nella pioggia, tenendo sotto chiave la sua collezione di ombrelli asciutti come la sua musica. Obbligati a rinunciare al proprio lavoro. Vessati.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JOHN CALE & TERRY RILEY – Church of Anthrax (Esoteric)

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Sottoposto ad adeguato intervento di ristrutturazione digitale, viene finalmente ri-commercializzato dalla Cherry Red Church of Anthrax, il disco che segna di fatto l’avvio della carriera compositiva post-Velvetiana per Mr. Cale, ingaggiato da John McClure per quella Masterworks che aveva già pubblicato due capolavori minimalisti di Riley come In C e A Rainbow In Curved Air. La volontà del manager di attirare l’attenzione verso la sua etichetta da parte del pubblico rock si concretizza con la proposta di contratto con John Cale per due album di cui questo avrebbe dovuto rappresentare il primo atto ma che, a causa dei capricci di Riley (che rigetterà il progetto fino al punto di richiederne il disconoscimento ufficiale già prima della pubblicazione in quanto insoddisfatto del missaggio finale che a sua opinione avrebbe fatto volutamente pendere l’ago della bilancia esecutiva sull’ex muso lungo dei Velvet, NdLYS) finirà per venire pubblicato con enorme ritardo addirittura dopo la pubblicazione del secondo disco di Cale Vintage Violence. Disco polimorfo, Church of Anthrax si risolve in fittissime improvvisazioni fusion (Ides of March, in cui sembra volteggiare sottoforma di piano honky-tonk, il fantasma dei Velvet), sinfonie spaziali per organi sovrapponibili (la lunghissima title-track), tetre ballate folk (The Soul of Patrick Lee, unico pezzo cantato del disco, con traccia vocale affidata ad un giovane Adam Miller che sarebbe poi diventato autore per l’hit-maker David Cassidy), morbidissime e vaporose musiche da camera (The Hall of Mirrors in the Palace of Versailles dentro la quale affiorano con anni di anticipo molti dei Tuxedomoon che verranno un decennio dopo), appannate diapositive di bolgie metropolitane (The Protégé) combinando elementi ed atmosfere dissimili e mettendo a frutto un disco dalle anime molteplici che non ha confronti con la pur poliedrica discografia di Cale. Un album che ancora oggi, a quarantacinque anni dalla sua ideazione, suona incredibilmente moderno, carico di un groove che pone le basi, forse a sua insaputa, per le derive acid-jazz, per l’avanguardia new-wave e per le nuove tribù della world-music pronte a cannibalizzare il mondo.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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