GIACINTO SCELSI – The Orchestral Works 2: La nascita del Verbo / Quattro pezzi (su una nota sola) / Uaxuctum (Mode)

0

Che rumore fa l’universo? È una domanda che mi ha sempre affascinato. Oggi sappiamo, malgrado per convenzione lo si pensi muto e silente, che il suo “rumore” è quello della Radiazione cosmica di fondo. Un’eco infinita di quel suono primordiale prodotto dal Big Bang e la cui vibrazione attraversa il creato sin dalla sua prima esplosione.

La sua scoperta è avvenuta in tempi recenti, intorno alla metà dello scorso secolo. Ed è stata presentata al mondo scientifico negli stessi anni in cui Giacinto Scelsi mette mano a due delle sue opere più significative: La nascita del Verbo e Quattro pezzi su una nota sola. Sono gli anni in cui il linguaggio del musicista romano vira verso quella che potremmo definire l’atomizzazione del singolo suono e che col “rumore” dell’universo ha degli incredibili punti di contatto. È l’inizio di quel percorso di ricerca della nota perfetta (molecola che vale quanto l’insieme di tutte le note e quindi rappresentazione di Dio e della sua perfezione: l’uno come rappresentazione del tutto) che coincide con la scelta di un eremitaggio e di un esilio professionale e quotidiano che rasenta i limiti dell’autismo cominciato proprio dopo la stesura de La nascita del Verbo, ancora permeato dal classicismo e dagli elementi da lui stesso enunciati su Il senso della musica del 1944 e la cui stesura lo condusse ad uno stadio di prostrazione tale da costringere i familiari a rinchiuderlo in una casa per malati di mente dentro le cui mura Giacinto Scelsi inizia il suo percorso di trasformazione andando alla ricerca di quel suono primordiale e, allo stesso tempo, manifestando la volontà di eliminare il concetto di affettività (rappresentata in musica dalla melodia, gli altri elementi sono ritmo-pulsazione vitale, armonia-elemento psichico, costruzione-intelletto) dalla sua tesi compositiva e quindi dalla sua nuova vita. Il risultato è Quattro pezzi (su una nota sola): un esercizio sui timbri e sugli armonici di una bellezza assoluta che incombe inquietante e minaccioso come se dell’Universo portasse non solo la voce ma anche il peso. Un’avventura al centro del Creato, al centro dell’Io, al centro del suono dove ognuno può incontrare i propri spettri o il proprio angelo custode. Il suono è sferico, circolare (come il simbolo grafico scelto dal compositore per “firmare” la sua musica) e gravitazionale, attira a sé trascinandoci in un viaggio angoscioso o tranquillizzante, secondo lo spirito con cui siamo pronti ad affrontare la caduta. Un’avventura, ancora, che è sonora ma non musicale.

Parimenti spettrale e ugualmente affascinante e solenne è Uaxuctum, una drammatica partitura in cinque movimenti dedicata al crollo della civiltà Maya. Composta nella metà degli anni Sessanta, quando Scelsi dichiara pubblicamente e con orgoglio di aver dimenticato “tutto quanto sapeva sulla musica”, presenta un annichilente confronto tra orchestra e coro permeato da un senso di tragedia imminente, di drammaticità diffusa, schiacciante. Trombe, voci e timpani scuotono i silenzi o allungano a dismisura la percezione del tempo riecheggiando sinistri come fossero i respiri dei mascheroni del Dio Chaac.

Giacinto Scelsi conquista Gerico per la seconda volta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Annunci

FRANCO BATTIATO – “Clic” (Bla Bla)

5

L’ultimo disco su cui Battiato fa sfoggio del suo VCS3 (di cui in Italia fu, assieme a Piero Umiliani, un autentico pioniere) fu “Clic”, ovvero il disco con cui per un breve periodo potemmo orgogliosamente dire agli inglesi che, se loro avevano i Pink Floyd, noi…be’, si, noi avevamo Battiato. Che detto oggi sembra quasi un’eresia o al massimo una barzelletta. Ma che allora, mettendo a confronto un pezzo come Propiedad Prohibida con uno a caso del loro Obscured by Clouds, non suonava affatto come tale.

“Clic” è uno dei più esoterici dischi di Battiato. Il lavoro con cui il musicista siciliano riflette, come colpito da un sonar attivo, l’eco dei suoni lanciati dal suo mentore Stockhausen. Per nulla cedevole al compromesso e, anzi, inorridito e disgustato dalla distratta benevolenza con cui i giovani si lasciano incantare da musiche prive di ogni anelito di caos culturale Battiato elabora un lavoro dal fascino cupo, onirico e permeato da uno spirito errabondo e solitario. Un buco nero che inghiotte il mondo moderno e lo risputa in una dimensione parallela, aliena, spirituale. Disciolto, polverizzato nell’etere universale come lievito madre dentro un impasto di acqua e farina. “Clic”, con le sue autobahn di sintetizzatori, le piazzole di sosta illuminate dai neon, i suoi pianoforti che gocciolano come rubinetti nei bagni degli autogrill, le sue onde radio destinate a perdersi, a sovrapporsi, ad annientarsi l’un l’altra, è la fotografia di un mondo che avrebbe potuto sacrificare alla curiosità l’ultimo suo brandello di imene e che invece non lo ha fatto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ERIK SATIE – Vexations (LTM Recordings)

0

La location è la Watters Gallery di Sydney.

Sul palco, compostamente assiso ad un pianoforte a coda, siede un pianista di nome Peter Evens.

È il 22 Febbraio del 1970.

Peter è seduto al piano da sedici ore. Ha davanti a se cinque pentagrammi e ancora sei ore di concerto che prevedono l’identica, statica riproposizione della medesima sequenza modale. Fino allo sfinimento, fino alla paralisi fisica ed emotiva.

Ma Peter, sfiancato, dolorante, “vessato”, si alza dallo sgabello, porge un inchino per camuffare un piccolo massaggio alla schiena e lascia il teatro.

Pare avesse visto il diavolo. Forse evocato dai tritoni nascosti nella partitura.

Nel 1988 è il Professore Silvio Feliciani a riuscire nell’impresa, sul palco del Festival della Perdonanza de L’Aquila, guadagnandosi il Guinness dei Primati.

Ha in testa venti elettrodi e un catetere nascosto sotto il frac.  

Mimetizzati fra il pubblico, uno stuolo di neurologi e cardiologi si danno il turno, applaudendo senza entusiasmo, storditi, frastornati, “vessati”.  

Vexations è un mastodonte che si regge su 152 fragilissime ossa. E che ci costringe alla ritirata senza neppure simulare un attacco. Girando con una reiterata circospezione, ci costringe all’apoplessia.

Senza proclamarsi nemico, ci educa a fare di noi stessi i nostri peggiori nemici.  

Immiserendo la musica colta fino a renderla bidimensionale, Vexations ci espone ad un tour-de-force fisico e psicologico che ci rende vulnerabili.

Spogliando il pentagramma, Satie spoglia noi medesimi.

Poi ci lascia andare nella pioggia, tenendo sotto chiave la sua collezione di ombrelli asciutti come la sua musica. Obbligati a rinunciare al proprio lavoro. Vessati.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MI0001123690

JOHN CALE & TERRY RILEY – Church of Anthrax (Esoteric)

0

Sottoposto ad adeguato intervento di ristrutturazione digitale, viene finalmente ri-commercializzato dalla Cherry Red Church of Anthrax, il disco che segna di fatto l’avvio della carriera compositiva post-Velvetiana per Mr. Cale, ingaggiato da John McClure per quella Masterworks che aveva già pubblicato due capolavori minimalisti di Riley come In C e A Rainbow In Curved Air. La volontà del manager di attirare l’attenzione verso la sua etichetta da parte del pubblico rock si concretizza con la proposta di contratto con John Cale per due album di cui questo avrebbe dovuto rappresentare il primo atto ma che, a causa dei capricci di Riley (che rigetterà il progetto fino al punto di richiederne il disconoscimento ufficiale già prima della pubblicazione in quanto insoddisfatto del missaggio finale che a sua opinione avrebbe fatto volutamente pendere l’ago della bilancia esecutiva sull’ex muso lungo dei Velvet, NdLYS) finirà per venire pubblicato con enorme ritardo addirittura dopo la pubblicazione del secondo disco di Cale Vintage Violence. Disco polimorfo, Church of Anthrax si risolve in fittissime improvvisazioni fusion (Ides of March, in cui sembra volteggiare sottoforma di piano honky-tonk, il fantasma dei Velvet), sinfonie spaziali per organi sovrapponibili (la lunghissima title-track), tetre ballate folk (The Soul of Patrick Lee, unico pezzo cantato del disco, con traccia vocale affidata ad un giovane Adam Miller che sarebbe poi diventato autore per l’hit-maker David Cassidy), morbidissime e vaporose musiche da camera (The Hall of Mirrors in the Palace of Versailles dentro la quale affiorano con anni di anticipo molti dei Tuxedomoon che verranno un decennio dopo), appannate diapositive di bolgie metropolitane (The Protégé) combinando elementi ed atmosfere dissimili e mettendo a frutto un disco dalle anime molteplici che non ha confronti con la pur poliedrica discografia di Cale. Un album che ancora oggi, a quarantacinque anni dalla sua ideazione, suona incredibilmente moderno, carico di un groove che pone le basi, forse a sua insaputa, per le derive acid-jazz, per l’avanguardia new-wave e per le nuove tribù della world-music pronte a cannibalizzare il mondo.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

John-Cale-Church-Of-Anthrax-278645