BRIAN JAMES – The Guitar That Dripped Blood (Easy Action)  

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Per Halloween ho ricevuto un disco con un teschio in copertina. Benone.

Dietro il teschio c’era la faccia non meno inquietante di Brian James: ancora meglio.

La copertina è firmata da Graham Humphries, uno che con Brian collaborò ai tempi dei Lords of the New Church per disegnare le copertine dei primi due album della band che Brian condivideva con l’altro reduce Stiv Bators, standogli al fianco come aveva fatto Cheetah Chrome ai tempi dei Dead Boys. E il buon Cheetah, finalmente libero dagli impegni sia pur estemporanei con i Rocket From the Tombs, ora suona al fianco di Brian sul pezzo che inaugura questo album. Poi, va via. E il disco continua la sua corsa, con la bellissima The Regulator dominata dalla voce di Adam Becvar dei Lustkillers e altre otto canzoni che, al volume consigliato, sgretolano giù le pareti. Il suono è scuro ed incalzante, vicino a certe cose catramose di quegli altri eroi blasfemi chiamati New Christs così come a certa roba infame dell’Iggy Pop degli anni Novanta (American Caesar, se qualcuno ne ricorda ancora l’impatto).

Grazie per aver bussato alla mia porta senza chiedere ne’ dolci ne’ tirare scherzi idioti, Mr. James. E per aver portato la sua chitarra. E averne fatto colare del sangue, sul mio giradischi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Monster a-Go-Go (Stag-O-Lee)

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Con l’approssimarsi di Ognissanti tornano nuovamente disponibili le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits con cui la quarta line-up dei Fuzztones si congedava dal suo pubblico. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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AA. VV. – These Ghoulish Things / Mostly Ghostly (Ace)

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Preso impegni per il prossimo Halloween?

Bene, disditeli.

Organizzate una bella festa in maschera, un Cosplay dove gli invitati invece da essere vestiti come degli idioti fuggiti dalla saga de Il Signore degli Anelli sono obbligati a trasformarsi in uno di quei personaggi buffamente macabri che affollavano le nobili ville degli Addams o dei Munsters.

Cerone, rossetto nero, denti posticci, eyeliner, brillantina, mantelli, ghette, bende e tutto quello che può farvi sentire a vostro agio più del doppiopetto o del tailleur che i vostri superiori vi obbligano a tenere in ufficio per otto ore al giorno.

Oppure una mummia, un vampiro, un mostro delle paludi, un alieno dalle zampe palmate, un polipo gigante. Cazzo ne so, un mostro abbastanza rivoltante da produrre una fragorosa risata.

Non una festa truculenta come quelle organizzate da Maxim Golovatskikh dove a cucinare con le patate, essendo chiusi i supermercati, ci mettevano gli ospiti.

Una festa goliardica dove i brividi di terrore sono misti a fragorose risate, dove lo straordinario è consueto e i mostri hanno facce che riconosci, non quelle dello zio buono o dell’amico del cuore.

Una festa dove l’orrore è pura folle fantasia.

Poi si sa…la musica è finita…gli amici se ne vanno…e i mostri veri ti piombano a casa vestiti in giacca e cravatta o tuta da lavoro.

Per la colonna sonora scegliete quello che più vi aggrada purchè non sia Marilyn Manson che se no dalle risate vi si scioglie il cerone.

Tuttavia, se vi piace essere veramente old-style, vi consiglio questi due dischi zeppi di fondi di cassetto della peggior cultura horror-trash degli anni ‘50/’60.

Musichette innocue, talvolta anche ridicole, sicuramente grottesche che raccontano di improbabili storie d’amore con mostri, zombies e vampiri.

Rock ‘n roll e cha-cha-cha, blues e musiche “incredibilmente strane” piene di frattaglie, sangue e viscere putrescenti con alcuni straclassici del genere: dal Tema della Famiglia Addams a quello di The Munster passando per Monster Mash di Bobby Pickett (coverizzata negli anni da Bad Manners e Misfits, NdLYS), Feast of the Mau Mau di Jay Hawkins, Sleepy Hollow dei Monotones, Bo Meets the Monster di Bo Diddley, Rockin’ In the Grave Yard di Jackie Morningstar o I‘m the Wolfman di Round Robin a suo tempo ripresa anche dai Fuzztones su quell’altro disco da notte delle streghe che fu Monsters A Go-Go.

Sul secondo e più recente volume ci sono il Dracula‘s Theme dei Ghouls, Dinner With the Drac di Mister Zacherle, la Night of the Vampire dei Moontrekkers, All Black ‘n Hairy di Screaming Lord Sutch o The Mummy dei Naturals a ricordarvi che dovrebbero essere i cimiteri a essere popolati da zombi, non le città.

Ma questa è pura fiction, ovviamente.

 

                                                                                             

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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SEID – Among the Monster Flowers Again (Sulatron)

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Non mi aveva colpito allora (2002) e non mi scalfisce ora che viene ristampato in vinile, questo esordio dei norvegesi Seid. A non convincermi è innanzitutto la voce di Bernt Erik Andreassen, totalmente inespressiva e, quando azzarda un po’ di cattiveria in più come succede sulla Fire Song accesa da un bel riff alla Motorpsycho (band con cui all’epoca del disco i Seid dividevano la sala prove, NdLYS) del tutto fuori contesto.

Ma è pure l’arredo sonoro, sgraffignato dalle gallerie psichedeliche dei Pink Floyd, dalla cosmonave degli Hawkwind, dalle turbine Iron Butterfly e dal salone secentesco dei Genesis che non riesce a trasmettere quella giostra di emozioni a cui Among the Monster Flowers Again sembrerebbe ambire.    

Più di una buona idea sembra affiorare in pezzi come Lois Loona, Sleep, The Tale of the King On the Hill ma i campi LYSergici evocati dalla sfruttatissima icona di copertina dispensano una gioia che è artificiosa più che artificiale.

Ricordo una serie di sbalordite recensioni dell’epoca che ne parlavano come di un capolavoro space/prog.

Mi stupii allora e continuo a stupirmi adesso.

E mi chiedo cosa custodiate nelle vostre discoteche.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – One Eyed Jack (66Sixties)    

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Vinile blu intenso. Già di per se una figata. Se poi dentro quei solchi scorre la musica di Ray Daytona e dei suoi GooGooBombos, ancora meglio. One Eyed Jack segna il ritorno per una delle poche realtà esportabili della musica italiana (e infatti, una delle poche menzionate anche su blog stranieri “di settore” come Trustar Vibrations o Twilight Zone, NdLYS) e il battesimo per la neonata etichetta toscana 66Sixties, nome trafugato dalla lista di efferatezze dei Throbbing Gristle ma ottimamente riadattato a marcare il territorio in cui la label (e la sua ben più lunga appendice radiofonica) si muove.

Ogni nuovo disco dei Ray Daytona, e anche questo non sfugge alla regola, è perfettamente simile e perfettamente dissimile da quelli che lo hanno preceduto. Analoghe le atmosfere, sia che i Bombos si rotolino nel fango (come succede ad esempio quando tirano fuori il loro lato più crudo nella reprise assolutamente rovinosa di Sick & Tired dei Continentals, A.D. 1966, o sulla sporchissima It‘s Not That I Don‘t Like, efferato e spiritato garage come quello dei primi Greenhornet), nella polvere del deserto (le movenze western della title track o il ruzzolare hoe-down di Buttero Square), che si lancino come sonde nello spazio (Dr. Phibes Clockwork e i suoi sibili elettronici) o come surfisti sull’onda perfetta. Diverse, perché ogni volta ancora più intense, vigorose, suggestive, le emozioni che ci riserva. La band è ancora cresciuta, mostruosamente cresciuta. Proprio come uno di quei mostri da B-movie che fanno parte del loro bagaglio estetico e culturale.

Confermo senza riserve quanto scrissi tre anni fa per Fasten Seat Belt: i Ray Daytona suonano egregiamente. Salvo poi sporcare tutto con la lordura necessari. E migliorano di uscita in uscita, inesorabilmente. Allargando costantemente il gap che li separa dal resto della flotta.

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLUR – The Great Escape (Food)  

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11 Settembre 1995: scosto le tende e sono a Londra. Apro le finestre e lascio uscire la musica di The Great Escape dentro quello che sarà l’ultimo 11 Settembre fiero di essere tale, nella mia vita e in quella di moltissimi altri.

Le quindici canzoni del quarto disco dei Blur sono quelle scelte dalla band per l’imminente girone di ritorno contro il Manchester (l’andata si era giocata il 14 Agosto con la vittoria schiacciante dei primi sui rivali Oasis) anche se, mentre gli avversari perseverano nel loro sogno Beatlesiano, i quattro londinesi continuano a muoversi sotto il cielo dei Madness replicandone le suggestioni molto british e ricalcandone in almeno un caso (Fade Away) gli arrangiamenti, imprigionati e allo stesso tempo desiderosi di fuggire (The Great Escape…) da una formula che non riesce più a contenere le ambizioni di Albarn e compagni. Che cominciano a traboccare copiose da una The Universal in cui la band, in una versione romantica dei drughi Kubrickiani, fa visita addirittura a Burt Bacharach, giocando a vedersi adulta. Riuscendoci. È il vertice languido di un album che gioca con fare sbruffone e schizofrenico tra allegria e malinconia, con la consueta giostra di cori da uscita dal collage, tastiere dementi, chitarre ruggenti figlie dei Jam e dei Kinks e improvvisi nodi alla gola. L’album che consegna definitivamente i Blur alla storia della musica contemporanea. E me a loro.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LE BAMBINE – Irruzione nel XX Secolo (AUA)

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Se le cose fossero andate diversamente, Vito Ciampa sarebbe da cinque anni la voce di One Dimensional Man, stimatissima ed abilissima noise-blues band veneta figlia della scapigliatura dei Surgery e dei Jesus Lizard. Certo, se le cose fossero andate diversamente anche Hendrix sarebbe adesso un anziano signore avvinghiato alla sua sei corde e Stiv Livraghi il lupo mannaro delle notti lodigiane.

Se le cose fossero andate diversamente.

Ma le cose non sono andate diversamente e Vito ci ha lasciati in una brutta giornata del 1996. Di lui ci rimane il ricordo di una voce profonda e decisa che dominava sull’impetuoso hardcore de Le Bambine prima che questo si sfigurasse nelle esperienze free dell’ultimo periodo poi ulteriormente sviluppate dall’ex batterista Stefano Giust.

Marcata da quel tono drammatico ed istrionico che potremmo riallacciare, fatte le debite differenze, al Demetrio Stratos meno esasperato e al primo sciamanico Piero Pelù, l’ugola di Vito era lo strumento declamatorio che emergeva dallo sconquassato ventre hardpunk di un gruppo che la AUA ci dà ora il dovere di riscoprire stampando questa Irruzione nel XX Secolo, l’inedito disco registrato all’alba dei Novanta e rimasto fino a ieri nel doppiofondo di chissà quale cassetto.

Sette le tracce incluse, tutte dall’assetto parecchio robusto ed impetuoso, memoria di un passato in cui il punk cercava di contaminarsi “tagliando” le originali, elementari intuizioni con altre, talvolta antitetiche, culture. Una scelta che porterà da un lato a risultati dannosissimi (non saprei che nomi fare, tanta è la merda metalpunk che gli anni ci hanno scaraventato addosso, NdLYS), dall’altro a geniali vie di fuga per la sopravvivenza di un genere che (e questo disco è qui ad urlare vendetta) aveva tante, troppe cose da dire.

Franco “Lys” Dimauro

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THE DADDS – Idées Choc & Propos Chic (Groovie)

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La Francia non ha mai avuto una tradizione gloriosa in ambito garage.

In piena epoca revival aveva poche cartucce da sparare, e anche un po’ bagnaticce.

La cosa non è cambiata di molto nel ventennio successivo malgrado l’avvicendarsi di bands come Gloomies (i miei preferiti, NdLYS), Slow Slushy Boys, Linkers, Cryptones e, in tempi recenti, Terribles e Weissmuller. Onestamente non credo toccherà ai Dadds cambiare le sorti di questa tradizione di un beat un po’ incolore e dai modi spesso troppo gentili.

Se French Kiss un paio di anni fa scorreva pur senza scossoni ma aiutato da una durata breve che rendeva agile l’ascolto, stavolta le idee (che di scioccante hanno davvero poco) sono invece spalmate su dieci tracce di Farfisa-sound dalla struttura piuttosto banale e dall’appeal blando e misurato come uno sciroppo per bambini.  

 

 

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

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THE ACTION! – Uptight and Outasight (Circle)

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Come già in passato con i Kaleidoscope/Fairfield Parlour, Peter Wild scava nella storia andando a recuperare nei “lost tapes” della BBC (in larga parte forniti da Phil Collins, avido teenybopper degli Action! nella sua adolescenza, NdLYS). Non di nastri si tratta in realtà ma dei fantomatici Transcription Discs la cui introduzione salvaguardò l’abominevole usanza di cancellare per il riutilizzo tutti i nastri delle storiche esibizioni per la radio inglese. Anche quelle di una band straordinaria come gli Action!, autentica stella del giro mod con le radici nel soul della Motown e della Stax. Sul secondo CD invece il secondo gig della reunion del 1998: un repertorio da brivido e un approccio ancora febbrile, autentico, riottoso. I classici di Mayfield, di Holland/Dozier, di Smokey Robinson bruciano ancora la pelle come diossina.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro 

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DAVID BOWIE – Diamond Dogs (RCA)  

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Ziggy Stardust e Aladdin Sane avevano messo in corto circuito la creatività di Mr. Bowie. La ricerca di nuove ispirazioni lo porta a pubblicare un pallido disco di cover degli anni Sessanta per tenere buono il pubblico mentre Bowie cerca nuove fonti di ispirazione. Tra il 1973 e il 1974 tra i libri e i film da cui cerca nutrimento, resta impressionato dal mondo distopico e crudele di 1984 di George Orwell e da Metropolis di Fritz Lang. L’idea nuova, che però cozzerà su una montagna di permessi, diritti ed autorizzazioni troppo alta da sormontare anche per uno venuto da Marte, è quella di realizzare una sorta di musical ispirato a quello che Orwell e Lang dipingono, credibilmente, come il futuro prossimo venturo. I divieti imposti dagli eredi e dal copyright (a scavalcare Bowie per la rilettura del secondo ci penserà Moroder nel 1984 pagando, secondo quanto dichiarato dallo stesso produttore italiano, delle royalties vertiginose) costringono David Bowie ad accantonare il progetto e a ridimensionarne il contenuto, consegnato al suo pubblico di fedelissimi nel 1974 ed inscatolato dentro una copertina inquietante sotto il titolo di Diamond Dogs. Il nuovo personaggio messo in scena da Bowie si chiama Halloween Jack, un cocainomane terminale che vive sui tetti di Manhattan introdotto sul disco da una folla urlante (in realtà il pubblico californiano accorso per l’ultimo tour dei Faces, NdLYS) e braccato dai Cani di Diamante. Assieme al riff topico di Rebel Rebel con Bowie costretto a sopperire alla sei corde di Mick Ronson (però sul disco la sua chitarra è sapientemente doppiata da quella di Alan Parker) è l’unica vera concessione che David/Jack fa al rock ‘n roll sfavillante dei dischi precedenti e che, nonostante le si voglia identificare con l’anima del disco, sono quasi del tutto marginali allo spirito dell’album che vuole invece replicare il clima opprimente del libro di Orwell e del suo “controllore” con la voce di Bowie che, mentre esplora la devastazione psicologica di una città spettrale, sperimenta le tonalità più cavernose della sua carriera profetizzando quello che diventerà il registro vocale preferito dalle successive compagini dark e facendosi largo dentro quello che, perseguendo gli obiettivi originali, ha tutta l’aria di un musical decadente e perverso.

Attenti ai Cani di Diamante.

Attenti alle fauci feroci del 1984.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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