PINK FLOYD – Meddle (Harvest)  

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Quando nel 1971 il giovane regista scozzese Adrian Maben propone a Steve O’Rourke di realizzare un lungometraggio sulla band realizzato tra le rovine di Pompei, i Pink Floyd si rendono conto che, nonostante i sette mesi spesi in studio per realizzare Atom Heart Mother, non hanno materiale nuovo da poter presentare dal vivo con le loro sole forze. Il nuovo repertorio viene approntato in fretta, utilizzando lo stesso clichè dell’album precedente ovvero una lunga suite su un lato e pezzi più brevi, perlopiù acustici, sull’altro.

L’apertura è affidata ad uno strumentale dall’imponente linea di basso. Una di quelle robe quadrangolari che deve far vibrare i resti di Pompei. E infatti lo farà.

Si intitola One of These Days. Che letta a rovescio suona come Syd, It’s Enough!

L’ennesimo richiamo inascoltato al vecchio amico Syd che tormenterà la band per anni, infilato tra scrosci di piatti e chitarre che corrono come luci imprigionate dentro fibre ottiche.

Sicuramente ispirata dalle canzoni dell’amico che Gilmour e Wright hanno ascoltato appena un anno prima durante le sessions di Barrett è San Tropez, uno dei quattro pezzi che completano la prima facciata del disco e che, azzerando le visioni cosmiche, avvicinano il suono della band a quella di altri artisti inglesi, da Ray Davies a Marc Bolan passando per gli Zeppelin umidi di brina del terzo album.

A captare i segnali dal cosmo ci pensa la lunga Echoes, ovvero la suite che contiene in embrione tutti i cromosomi che, per sottrazione, andranno a costituire il corpo di Shine On You Crazy Diamond.

La sincronizzazione con l’orologio interstellare è così perfetto che pare coincida con quello dell’Odissea nello Spazio di Kubrick.

Quella con la versione che ne daranno a Pompei, pure.

I Pink Floyd diventano il Torquetum di precisione della musica del XX Secolo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALL THEM WITCHES – Sleeping Through the War (New West)  

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Che bel gruppo sono diventati gli All Them Witches!

Se il primo album me li aveva fatti incasellare mentalmente tra le retrovie dello space-rock un po’ impersonale e un po’ logorroico e il secondo faticava a venire fuori da quella scatola dove erano stati rinchiusi, la compiutezza formale e il passo greve di questo nuovo Sleeping Through the War giovano al suono del gruppo del Tennessee rendendolo al contempo più terreno e più vicino al gusto “popolare”, sicchè non mi stupirebbe se il disco diventasse, pur essendo stilisticamente difforme, uno dei preferiti da chi segue band “catramose” come Afghan Whigs, i Black Rebel Motorcycle Club e addirittura i Giant Sand dei primi album.

Come se le galassie si fossero ristrette, coagulate in una nuvola color petrolio sospesa su una spiaggia o che proietta una sagoma di corvo sulle rocce. Il tono di gran parte del disco è languido e oppiaceo, anche se il sonno è spesso tormentato da improvvise tempeste che flagellano il paesaggio.

Accessori necessari e situazione propedeutica per goderne appieno: cuffie stereofoniche e rifugio orizzontale da pennichella solitaria sul far del tramonto.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

HAWKWIND – Doremi Fasol Latido (United Artists)  

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Le sempre più frequenti missioni Apollo finanziate dalla NASA alla fine degli anni Sessanta avevano acceso l’immaginario delle nuovi generazioni e reso in qualche modo accessibili le strade che potevano ricongiungerci con l’energia primordiale. La fascinazione per l’insondabile bellezza dominatrice che sembrava guardarci dall’alto e per i viaggi interstellari che erano cammini di abbandono in quell’incanto ma anche di perdizione nei labirinti interiori era già stata abilmente tracciata a livello artistico dai Pink Floyd, dai Gong, dall’Experience, raccontata su binari meno visionari da David Bowie e celebrata come Terra Promessa da Sun Ra e dai cavalieri cosmici delle terre germaniche ma fu con l’arrivo degli Hawkwind che lo “space-rock” si calò nella sua dimensione più esasperata e maniacale. Doremi Fasol Latido (titolo giocato sulla teoria della musica delle sfere e degli intervalli cosmici come modello delle ampiezze melodiche del nostro sistema diatonico, con tanto di logo che richiama apertamente l’organo cosmico generatore dell’universo di Athanasius Kircher, NdLYS) metteva in mostra, più ancora dei due dischi che lo avevano preceduto, uno spazio inospitale, luogo di barbarie e dimora di forze spietate e devastatrici. Il Capitano Nik e il Barone Brock guidano la truppa attraverso oceani di rumori dalle sembianze mostruose e innaturali.

Brainstorm, ovvero l’avvio della missione, è una cavalcata insostenibile per la sua ostinazione ossessiva e la sua durata. Flussi di sintetizzatori si sovrappongono alle frequenze delle chitarre, spinti da una ritmica implacabile. Non ci sono feritoie, nel lungo tunnel che ci inghiotte come un cono d’imbuto o più verosimilmente come la canna di una siringa da eroina. Nessuna via di fuga. Nessuna piazzola di sosta dove far riposare i motori. Il ristoro ci viene concesso solo quando, dopo dodici minuti, la tempesta si spegne sfumando nelle distese acustiche di Space Is Deep.

Quindi, si manifesta a noi uno degli abominevoli Prìncipi di questo regno. Il Signore della Luce, introdotto da una scia luminosa di gorgoglii spaziali e spinto dal basso possente di Lemmy domina sui sette minuti di Lord of Light con la sua voce incolore e ammonitrice come quella di Ozzy Osbourne.

La terza interminabile porzione del viaggio è Time We Left the World Today, ancora irrorata dai riflessi al neon dei sintetizzatori e dominata da un basso che sembra riprodurre i conati di nausea provocati dall’assenza di ossigeno.

L’approdo ultimo è alla corte di The Watcher, il guardiano silenzioso che abita la terra dove nessuno sorride e che sorveglia disgustato il nostro Pianeta soccombere all’ingordigia umana che la devasta. Un piccolo, ascetico abisso di quiete in cui Lemmy si lascia sprofondare, aggrappato alle corde di una chitarra acustica in grado di far vibrare la malinconia e la bellezza sconfinata di tutta la nostra galassia.             

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – The Early Years Box Set 1965-1972 (Legacy)                                        

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Se siete dei fanatici dei Pink Floyd, quest’anno il vostro Venerdì Nero sarà più nero del solito. Vi si chiede qualcosa come un milione delle vecchie lire per assicurarvi un cofanetto di praline rosa della premiata confetteria Floyd. Se siete abbastanza caparbi lo troverete ad appena 335 Euro, però. Che mi pare una cifra che qualunque italiano medio (quello che vedete sfilare in piazza accanto ai suoi simili a macchia di leopardo o in fila agli uffici di collocamento e alle poste per ritirare il sussidio di disoccupazione) può permettersi.

Ne vale la pena? Ovviamente no, se per un attimo attingiamo alla scorta di raziocinio che l’esaltazione collezionistica tende ad obnubilare.

Sono 25 ore in compagnia dei Pink Floyd dei primi anni.

Quelli dell’epoca Barrettiana e quella immediatamente successiva.

Una compagnia eccellente, ma con tariffe da escort.

Rarità, pubblicazioni in studio e dal vivo in parte inedite, in parte no, bellissimi filmati d’epoca, colonne sonore, ambientazioni, un centinaio di foto tra cui molte mai viste, poster, cartoline. In formato audio e in formato video (molti dei quali difettosi, come si trattasse di roba comprata a pochi spiccioli dal vucumprà di Porta Portese), che le cose ci piace anche vederle, oltre che sentirle. E non solo quando si parla di donne. Roba che finirà presto, seppur tritata, su Youtube e che verrà presto oscurata. Non dalle nuvole, stavolta.

Tutto curatissimo come si conviene ad un’operazione simile, stipato dentro un cofanetto (funereo più che elegante, di un’essenzialità un po’ anonima ed egocentrica) simile a una scatola della Nike™ che vi obbligherà a dedicargli un intero scaffale della vostra discoteca casalinga e a farvi saltare la rata del mutuo (in realtà si tratta della riproduzione stilizzata del furgone utilizzato dai Tea Set, la primissima incarnazione della band, NdLYS). 

Io non ho ancora finito di ascoltarlo, ne’ tantomeno di guardarlo.

Che i Pink Floyd impongono dei doveri, certo. Ma pure la famiglia ne impone. E così il lavoro e la ricerca di esso.

Ma se proprio non avete un cazzo da fare e amate Gilmour più di vostro padre, dedicategli pure il tempo, la passione, il denaro che continua a chiedervi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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HIDDEN TRAILS – Instant Momentary Bliss (Elektrohasch)

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Il legame molecolare diretto è con gli Hypnos 69, di cui gli Hidden Trails raccolgono un paio di superstiti. Il punto di intersezione stilistico è invece, per usare un vocabolario accessibile a tutti, fra i Motorpsycho del periodo Let Them Eat Cake/Phanerothyme e i Radiohead che con i palloni aerostatici si salvano dal crollo della diga grunge per alzarsi in volo sulle particelle d’aria psichedelica. Rispetto alle scorribande cosmiche tipiche delle produzioni Elektrohasch siamo dunque davanti a qualcosa di più facilmente inquadrabile dentro un perimetro “pop”, con ampi spazi di folk stellare (Beautiful Void, Ricky, Leaving Like That) e cunicoli stoner dove la pressione aumenta come dentro la gola di un vulcano (Hands Unfold, Space Shuffle, Denser Diamond) per esplodere in un fantastico spettacolo pirotecnico, appena fuori dalla nostra capsula esosferica.

Grazie per questo magnifico viaggio, Hidden Trails.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SATURNIA – The Real High (Elektrohasch) / SUN DIAL – Made in the Machine (Sulatron)  

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Due band (anche se dietro i Saturnia si nasconde in realtà il solo Luis Simões) con un lungo passato. Due band che all’armonia dei corpi celesti hanno dedicato non solo il loro nome ma il loro intero viaggio musicale. Due band, portoghese l’una, britannica l’altra, che arrivano a pubblicare in simultanea due dischi complementari. Quasi come se le loro orbite si fossero incrociate o sovrapposte.

Seppur non si tratti di due dischi “a ricalco” è legittimo supporre che chi si trovasse a vagare piacevolmente tra le polveri cosmiche degli uni, trarrà analogo piacere a respirare le altre, simili per composizione chimica ed effetto tossico.

Il DNA dei Saturnia e dei Sun Dial si compone di lunghi filamenti pinkfloydiani e di spirali raga. Sitar, dulcimer, sintetizzatori, corde arpeggiate, modulatori. E nel caso dei Sun Dial qualche flash grebo che rimanda ai tempi lontani degli Ozric Tentacles.

Se è questo il liquido amniotico in cui vi piace rannicchiarvi in posizione fetale o lanciarvi in posa da uomo vitruviano, sintonizzate qui le vostre antenne.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE OH SEES – A Weird Exits (Castle Face)  

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Non che non se ne ravvisassero i segni.

E del resto sui segnali alieni esiste un archivio letterario e pseudo-scientifico di tutto rispetto.

Ma A Weird Exits porta a compimento la definitiva fuga nello spazio della formazione californiana.

Come dire, conoscendo le loro origini, dalle stalle alle stelle.

Il nuovo equipaggio, che permette agli Oh Sees un impatto fortemente ritmico, dà a John Dwyer il giusto assetto per attuare il suo piano di fuga ed ecco così uscire fuori un disco che cerca di esplorare le rotte di band come Hawkwind e Can o, quando il fragore si placa, degli Euroboys o dei francesi Air, quelli che guardavano Kelly che a sua volta guardava le stelle. Una mutazione chiara sin dalla traccia di apertura che pare innestare il riff di Are You Gonna Go My Way di Kravitz dentro i pistoni del motorik crauto e che prosegue tra tempeste di meteoriti e placide lagune lunari dentro un gelatinoso viaggio tra le proteine del latte della nostra galassia.

Un disco destinato a piacere anche a chi ha da sempre bocciato gli Oh Sees come degli inutili caciaroni. Magari senza neppure ascoltarli. Buon viaggio!     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE HYPNOTICS – Soul, Glitter & Sin (Tales from the Sonic Underworld) (Situation Two)  

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Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big Fix, Point Blank Mystery, Soul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ALL TOMORROW’S PARTY – Yoo Doo Right, You Doo Slide (Alive Naturalsound)

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Hawkwind e Telescopes. Sono queste le due coordinate dentro cui fluttua il suono di questo terzetto giapponese al debutto su Alive. Perimetri psichedelici ora melliflui e sognanti (Simpathy for the Junkies o il bollore liquido di Cracked), ora increspati da distorsioni pressanti e grumosi di acetilene fuzz (la cavalcata di Light of Love, satura di vapori grebo o Bad Bee Says) dentro cui sembrano prendere forma i demoni di Teenage Fanclub, Spacemen 3, Loop, Hypnotics, Stewed. Da una terra che dai Boredoms ai Guitar Wolf ci ha abituato ad esasperazioni nichiliste e caricature sgraziate e scomposte del rock ‘n roll, sembra un miracolo sentirsi abbracciare dal pop psichedelico di pezzi come In Shade of Blue, dove pare di vedere gli XTC planare dentro Mellon Collie dei Pumpkins o dalla polvere di maracas di Sure Love. Eppure, così è. Bellissimo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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