LA CASBAH – La Casbah (autoproduzione)

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Aprite il vostro atlante e tracciate una curva che parta dai labirintici vicoli che come intestini riempiono la pancia delle città arabe, attraversi le terre arse dal sole del Sud Italia, abbracci le banlieaus parigine e, scivolando giù per le periferie spagnole, arrivi a conficcarsi nei sobborghi di Kingston.

Ecco, quello è il perimetro entro cui potete circoscrivere la musica de La Casbah, saltellante di ska meticcio e ondeggiante di mandolini tzigani.

I dodici centimetri digitali non rendono però giustizia alla vera anima del gruppo siciliano, difficile infatti racchiudere nella piattezza (non solo geometrica) del supporto digitale il movimentato e variopinto circo cui ci hanno ben abituato nei loro spettacoli dal vivo: un palco che pullula di mascheroni, mangiafuoco, saltimbanchi, giocolieri, fez e kaftani, odorante di petrolio e di sudori che qui, complice una dinamizzazione del tutto inesitente, fatica a lasciarsi immaginare.

Chi ha avuto l’opportunità di vedere La Casbah in azione troverà solo a tratti la stessa atmosfera dei loro show ma i mandolini ska-tenati di Punture di strega e lo ska-cciapensieri ska-ttante di Priati Priamu sono angoli di Mediterraneo nascosto che è bello portarsi a casa come souvenir.

                       Franco “Lys” Dimauro

 

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SANTANA – S.F. Mission District (Akarma)

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La splendida sleeve cartonata ideata da Giorgio Di Mangora si schiude come uno scrigno ed eccoci risucchiati nel mondo magico dei Santana, laddove il ritmo latino di percussioni chicane sbrindellava le misture LYSergiche della San Francisco di trent’anni fa, colorando le distese acide di un’estate destinata a diventare simbolo e croce di un’epoca. 

Le sei corde più amate ed odiate di tutti i tempi, quelle di Carlos Santana, eppure capaci di intingere i timbri liquidi di certo chitarrismo blues nell’hyppismo tribale maculato di musica cubana che le pelli di Marcus Malove e le tastiere di Gregg Rolie piroettavano sul fango che avrebbe coperto la generazione di Woodstock.

S.F. Mission District (lo stesso nome del ghetto ispanico di San Francisco), volume live curato dalla preziosissima Akarma, ci riporta indietro in quell’eldorado ripescando in un archivio destinato a riservarci ancora altre pozioni magiche, come nel caso della lunga jam che occupa ben dieci minuti e 34 secondi della seconda facciata dell’opera, una acida Fried Neckbones at Home Flies altrove inedita che ci ripaga della stroncatura inflitta alla Savor nella prima metà del viaggio. Dilatata e sorniona, è il tappeto ideale su cui Carlos può far scivolare i suoi fraseggi elettrici. 

Ma è bello pure riascoltare lo sfruttatissimo (chiedete anche ai Monster Magnet di Dead Xmas…) giro di Evil Ways posto proprio in apertura e che nascondeva la pietra angolare di tutto il latin-rock dei Santana, oppure i languori della nota As the Years Go Passing By trafugata dall’armadio di Albert King. 

A completare il quadro, la cornice: la ristampa su 45 giri di due classicissimi come Jingo e Persuasion. Due tracce che i fan-atici conoscono come l’ABC, tirate fuori da due imprecisati live-set che rendono più prezioso questo “regalo” dell’etichetta ligure.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CROWN ROYALS – Funky-Do (Estrus) / METALUNAS – X-Minus One (American Pop Project)

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La corona ha sempre avuto un culto feticista per la soul music. Chi ha visto qualche concerto di James Brown sa certo di cosa sto parlando.
L’incarnazione come sublimazione dell’orgia di sudore e ammiccamenti dei suoi shows al testosterone.
Cosa aspettarsi allora di una band che ha scelto di battezzarsi Crown Royals e che per di più intitola Funky-Do! il suo secondo disco?
Un tributo alla black music da party, appunto.
Funky, soul, R & B, jazz uptempo in chiave rigorosamente strumentale per un disco che farà la gioia degli invitati alla vostra festa di compleanno ma, temo, un po’ fuori dal target della Estrus, vista soprattutto la pulizia di suono e l’abilità indiscussa dei quattro ad armeggiare con i propri strumenti.
Non che sia un torto, per carità, ma spesso (e questo è uno di quei casi) la tecnica va a discapito della grinta. Chi ci fa invece sollevare i piedi dalla pista da ballo per portarci sulla luna sono i Metalunas; l’organo di Mark Brodie allunga ombre sci*fi sulle trame disegnate da corde che scintillano nel pallore lunare. 13 strumentali vibranti e superdinamici, una piccola macchina del tempo per azionare il rewind su questo secolo, quando il 2000 sembrava non dovesse arrivare mai e le astronavi erano angeli che volavano nelle pellicole di films surrealisticamente comici.

Franco “Lys” Dimauro   

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DAVID BOWIE – ‘hours…’ (Virgin)  

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La tensione dei due dischi precedenti viene disinnescata con ‘hours…’, disco-rifugio che già dalla copertina annuncia un desiderio di riposo e di cure. E’ il debutto ufficiale nel nuovo mondo digitale (il disco è in assoluto il primo album di una star ad essere scaricabile in rete prima della sua uscita “classica” e il popolo di Internet viene chiamato a partecipare fattivamente alla realizzazione del disco con tanto di contest lanciato dal sito dell’artista, NdLYS) ma è, nei fatti, una sorta di ritorno alla normalità a tratti imbarazzante di dischi come Never Let Me Down e Black Tie White Noise.

Ogni provocazione è soffocata e la dimensione scelta da Bowie è quella del cantante confidenziale venuto a raccontarti della sua vita, senza in realtà raccontare nulla. Si resta dunque in attesa di una rivelazione che non verrà rivelata, di una confessione che non verrà confessata, di una profezia cui tornare a credere.

E invece non arriva neppure quella. E si torna ad arrabbiarsi col Duca, qui più bianco che mai, per aver tradito una volta ancora le nostre aspettative e aver badato più al contenitore che al contenuto. Per averci illusi che era possibile separare i suoi dischi dal resto del mondo e poterne fare una pinacoteca di capolavori tutti dissimili ma tutti necessari. E averci rovinato la collezione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RAGE AGAINST THE MACHINE – The Battle of Los Angeles (Epic)  

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La nuova chiamata per l’adunata sediziosa di cui i Rage Against the Machine sono in qualche modo profeti e portavoce, arriva nel 1999, con un disco spettacolare ed esplosivo quanto i due che lo hanno preceduto che se stavolta non ci scoppia in mano è solo perché nei sette anni che lo separano dall’arrivo sulle scene della formazione californiana ci siamo abituati in qualche modo ad armeggiare con le sue polveri piriche senza far venir giù le mura di casa.

Facendola brillare all’esterno, possibilmente.

Così come era stata concepita.

Musica del ghetto. Fiera, antagonista, arrabbiata.

E si, i Fugazi non incidono per una major mentre loro no, lo so.

E si, nel frattempo la fusione metal-rap ha generato dei mostri che manco quando fu mescolato l’hard rock con la musica di Puccini. Però basta far decantare e la merda verrà a galla da se.  

E si, Zack de la Rocha continua a sobillare la folla e ad incitare alla rivoluzione sul “solito” tappeto di chitarre croccanti come un campo coperto da locuste.

Nessuna variazione sul tema, dal punto di vista musicale. Morello usa il suo strumento come Terminator X faceva coi suoi piatti, con l’intento di ferire. Le parole vengono snocciolate come la cartucciera di un AK47.

La ritmica è quadrata, precisa, scultorea. Adatta a modellare le deformità di questo mondo su parallelepipedi di granito.

Testify, Guerrilla Radio, Maria, Voice of the Voiceless, Sleep Now in the Fire, War Within a Breath sono gli ultimi salmi cantanti con rabbia contro la macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MAN OR ASTRO-MAN? – EEVIAC (Epitaph)  

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Piccola considerazione: il tempo e le sue regole riguardano solo noi terrestri, i nostri cartellini da timbrare, i nostri appuntamenti da rispettare o da disdire con esecrabile falsità, le nostre lancette da spostare.

Immergersi nel nuovo disco dei Man or Astro-Man? è invece un’esperienza non molto dissimile da una seduta di teletrasporto: dagli anni ’50 al futuro prossimo venturo con tutto quello che ci sta nel mezzo. Musicalmente, ma non solo.

Un disco con diverse anime che collidono una sull’altra. Precipitevolissimevolmente.

I soliti surfettoni iperveloci, l’elettronica minimale dei Kraftwerk, il rumore bianco dei Sonic Youth, il fragore lo-fi dei Mummies, la Blues Explosion che implode nello spazio come una stella al collasso. Fino all’approdo sulle distese lunari di Myopia.

Un disco, forse il primo, che riesce ad attualizzare la surf-music e renderla moderna, adeguata ai nostri tempi, disegnando una rotta che senza tradire il vecchio amore per gli strumentali di Ventures e Duane Eddy ci porta nel mondo robotico di Spazio 1999 e Guerre Stellari, allineando chitarre twangin’ e computer Macintosh.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FATSO JETSON – Flames For All (Man’s Ruin) / ALABAMA THUNDERPUSSY – River City Revival (Man’s Ruin)

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Il polverone attorno alla scena stoner rischia di tapparci le narici e il pericolo di ingolfare i nostri scaffali di dischi costruiti su un unico, mastodontico riff potrebbe mettere un brusco freno ad una scena che invece ha seminato solo in parte il suo potenziale.

Orecchie aperte dunque e, per un paio di minuti, anche gli occhi: l’offensiva stoner griffata Frank Kozik arricchisce di due nuovi mammuth la propria galleria di mostri.

Fatso Jetson altri non sono se non la nuova creatura dei fratelli Lalli nata dalle ceneri degli Yawning Men (ricordate la Catamaran che stava sull’ultimo Kyuss? Bene, era loro. NdLYS) e recenti avventori al bancone del saloon di Palm Springs sotto la corazza dei Green Monarchs. Il loro album è un disco che R.E.S.P.I.R.A., se capite ciò che intendo. Mentre buona parte del fenomeno pare soffocare sotto le polveri d’amianto, Fatso Jetson è un polmone che si allarga e si comprime, una tavola che domina le onde invece di affondarci dentro.

Ascoltate Let’s Clone e ditemi in quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo dove i Wall of Voodoo si dividono la sdraio con i Deltones. Le dune di Palm Springs che si trasformano in flutti spumosi.

E anche i momenti più intensamente stoner vivono di intuizioni brillanti, vicine allo spirito dei Queens of the Stone Age. Riffs che schizzano via impazziti e “scivolosi”: gli Electric Peace compressi in un vortice fuzz e catapultati in orbita. Diverso il discorso per i Thunderpussy ai quali difetta l’ironia (mal) sana dei Fatso. Un neo condiviso con gran parte della scena stoner.

Alabama Thunderpussy si agganciano all’ala meno “progressiva” e lunare della scena.

Riff monolitici e spaccaossa che si chiudono su se stessi, doomati e potenti. Classici quanto basta per essere retrò e impermeabili a dilatazioni suggestive. Ahimè, forse un po’ troppo autocompiaciuto e celebrativo per risultare affascinante.

 

            Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BLACK CROWES – By Your Side (Columbia)  

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Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VIVA VERTIGO – Viva Viva (Bad Afro) / SULO – Rough Diamonds (Feedback Boogie) / DENIZ TEK & SCOTT MORGAN – 3 Assassins (Career) / ON TRIAL – Head (Molten Universe)

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Uscita insolita per la Bad Afro, avvezza a pattume di ben altra caratura, quello accreditato a Simon Beck alias Viva Vertigo. Viva Viva è un disco debole e trascurabile con momenti di disarmante bruttezza come Satellite Song o Shade, ballatone cupe da far accapponare la pelle senza nemmeno un’oncia del pathos disperato che necessita in quelle occasioni.

Rough Diamonds  è invece intitolato al solo Sulo (perdonate il gioco di parole) ma in realtà ci sono più persone qui dentro che in tutta la discografia dei suoi Diamond Dogs. Le ragioni stanno nel fatto che a Sulo, oltre che cantare non riesce praticamente neppure il giro di Do sulla chitarra dello zio e che il materiale che sta dentro questo suo debutto solista è il risultato di sei anni di registrazioni effettuate tra una pausa e l’altra della sua band. Il materiale maneggiato è facilmente intuibile: rock tipicamente seventies nell’attitudine e nella forma. Aerosmith, Hanoi Rocks, Rolling Stones. Rispetto ai Diamond Dogs si nota una minore “dipendenza” dal suono Black Crowes ma anche (le cose credo vadano a braccetto) la perdita di quel vigore soul senza il quale un pezzo come Vegas Vamp rischia grosso di somigliare più ad una outtake degli Oasis piuttosto che ad una ballad dei Glimmer Twins.

E’ una autentica Detroit-connection quella che si celebra dentro 3 Assassins , disco live dove si ritrovano piromani come Deniz Tek & Scott Morgan, i fratelli Pasquini e Stefano Costantini. Quello che viene fuori, se non lo avete visto sui palchi francesi e italiani durante quel tour del 2001, potete sentirlo qui: tre chitarre e una sezione ritmica implacabile che sparano verso il cielo le fiamme dei classici di MC5, Sonic‘s Rendesvouz Band, Stooges oltre che ai minor-hits di Deniz del periodo Outside. Travolgente e superelettrico.

E a proposito di covers, la Molten ristampa in formato full-length il 10” Head degli On Trial approfittando del momento di gloria “riflessa” che la band danese sta vivendo sull’onda di Money For Soul dei paralleli Baby Woodrose. Si raggiunge dunque quota dodici brani con l’aggiunta di masterpieces come Parchment Farm di Mose Allison o Starship di Sun Ra, perfettamente integrati alla psichedelia fumogena del gruppo straboccante di pedali superfuzz e divorata dai flussi del wah wah. So che non renderò giustizia al songwriting del gruppo ma questo rimane il loro capolavoro.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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SPACIOUS MIND – The Mind of a Brother (Delerium) / ISIS – Edgar’s Hair (Suburban)

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Approdano alla corte della Delerium gli svedesi Spacious Mind, alfieri della psichedelia cosmica per tutti gli anni Novanta e gruppo emblema, al pari di Ozric Tentacles e Mandragora, di quell’hyppismo astrale che ha innalzato a Stonehenge e Terrastock i propri templi e ridisegnato il sistema solare secondo logaritmiche visionarie e devianti.

Una sorta di filosogia freak vicina allo spirito new age di equilibrio universale e a certo sciamanesimo esoterico che vibra anche dentro le cinque lunghissime tracce di questo The Mind of a Brother.
Canzoni dentro cui si riverberano gli echi di quello space sound che tutti sappiamo: i Pink Floyd del periodo cosmico (Interplanetarian Lovemachine è o non è una Interstellar Overdrive per le nuove ciurme di frikkettoni dello spazio profondo? NdLYS), le gelide folate di Amon Düül II e Hawkwind, le suite raga della Edgar Broughton Band.
Un missile puntato verso le stelle.


Anche gli Isis si affidano spesso a lunghe cavalcate cosmiche per disegnare la scaletta di questo loro terzo album, prodotto da Mr. Pieter Kloos, già a fianco di Motorpsycho, 35007 e 7 Zuma 7.
Into the air apre annichilendo, torbida e malata. Cancerogena.
Spianando la strada per Has He Got Any Ohysical Defects?, ricca di richiami alle motorpsychedelictunes che amiamo.
You You You è doomy,ma i Black Sabbath e lo stoner non c’entrano nulla.
È un suono che rimbalza cianotico mentre sprofonda verso il maelstrom.
Around a Roundabout esplode invece fragorosa e fiera e fa da prologo a una Monkey’s Chair già più irregolare e stranita.
B.A.D. è l’epilogo: inizia deflagrando e poi salta nel vuoto che ella stessa ha creato….the stars are beautiful….mentre tutto sembra aver smarrito la rotta…pochi suoni restano lì, come sospesi in assenza di gravità, finchè l’astronave riprende il viaggio, le stelle toccano a fiaccolare minacciose come dardi appesi alle finestre dell’universo e ci si accorge che gli alieni hanno già invaso la cabina di precombustione.

 
                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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