THE THANES – A Night in Great King Street (Larsen)    

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Formato 10” per il disco che onora i venti anni di carriera dei Thanes (22 se contiamo gli esordi come Green Telescope, NdLYS). Ovvero: un bordello di tempo. Venti anni durante i quali Lenny è stato praticamente in tutti i posti giusti (i tributi a Kinks, Outsiders, Pretty Things per es.), suonando covers di gran pregio e originali dall’esemplare dosaggio di dopamina beat, R&B e folk-punk. Ogni canzone un piccolo capolavoro, una sfera perfetta. Anzi, un prisma tagliato così maledettamente bene da somigliare a un diamante. Questo live che pesca soprattutto dalla storia recente del gruppo scozzese (anche qui covers da brivido, come I Despise You dei Q65) tradisce in parte questa perfezione suonando, per scelta, maledettamente lo-fi. Il suono è criptico, come di homo sapiens radunati attorno al fuoco a picchiare su liane tese e sottili qualche canzone folk dei vecchi uomini scimmia. Se avete speso milioni per un impianto stereo ultra-filtrato, “now it‘s your time to cry”.

 

                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE BASEBALL PROJECT – High and Inside (Yep Roc)

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Steve Wynn e Peter Buck hanno condiviso due cose nella loro vita: musica e sport.

E alla fine hanno finito per mettere su questo progetto che, fosse stato tirato su in Italia, ci avremmo riso fino a farci scoppiare le panze.

Invece siamo qui a sorbirci questa “americanata” messa su da Wynn e Buck col supporto della moglie del primo (Linda Pitmon) e un amico dell’altro (Scott McCaughey) e coadiuvata da un po’ di amici invitati per l’occasione (Ira Kaplan degli Yo La Tengo, Chris e John dei Decemberists, Ben Gibbard dei Death Cub for Cutie, Craig Finn degli Hold Steady e Steve Berlin dei Los Lobos). Un supergruppo che gioca con la musica americana come gli è consueto e che parla solo di….baseball.

Proprio così.

Il “progetto baseball” nasce qualche anno fa come un diversivo con cui ristorarsi tra un impegno discografico e l’altro. Wynn e Buck, in un campo di baseball, possono girare senza dare troppo nell’occhio, nonostante i cappelli a falde larghe e l’arsenale di banjo, dobro e mandolini che si portano dietro.

Lontani da casa loro, sono al riparo.

E possono concedersi di fare gli yankee e giocare, cosa che ormai viene loro negata nelle uscite con le divise ufficiali. Cantano dei loro eroi con mazze e cappellino e delle loro (dis)avventure: Denard Span (famoso per aver colpito la madre seduta in tribuna con un foul), Bert Blyleven, Ichiro Suzuki, Bill Buckner, Carl Mays e decine di altri personaggi su cui si disserta amabilmente non solo lungo le canzoni ma anche nelle ricche note di copertina che accompagnano ogni singolo titolo.

Gente che ha speso la propria vita con i piedi sopra un diamante di 27 metri quadrati e che nonostante tutto qui da noi rimane più anonima di un giocatore di solitario.   

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – The Rise & Fall (Stiff)    

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Al rientro dalle Bahamas, dopo la registrazione di 7, la nostalgia che già si affacciava amara in quel disco scoppia nella consapevolezza piena dell’età adulta.

I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso The Rise & Fall che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck.

Quello che forse a ragione può essere considerato l’album-capolavoro della band inglese è un disco pieno di immagini domestiche, fino all’apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.

Father‘s wears his Sunday best,

Mother‘s tired, she needs a rest.

The kids are playing up downstairs.

Sister‘s sighing in her sleep (ahhhh).

Brother‘s got a date to keep.

He can‘t hang around.

Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.

Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.

La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of Fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band. The Rise & Fall è intriso di amarezza e disillusione. E di un umorismo pungente e cinico degno dei Monty Python. Gli arrangiamenti si fanno sofisticati, spesso centrati sul suono di pianoforte e fiati, come una moderna orchestra vaudeville mentre la satira pungente della band si isinua non solo fra l’apparente perbenismo della società inglese ma guarda in modo torvo alla politica Tatcheriana.

Lo spioncino che serviva per guardare la Giamaica dai sobborghi londinesi diventa un Grande Fratello sulle miserie della società britannica.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GREEN ON RED – BBC Sessions (Maida Vale)

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Gli archivi BBC sono una miniera inesauribile. Molte le labels che continuano tormentosamente a spulciare nastri e transcription discs alla ricerca di perle rare. Altre hanno invece fatto di quel recupero la propria missione: penso alla Strange Fruit o alla Hux. A questa lista si aggiunge ora la Maida Vale alla sua seconda uscita con questo volume dedicato ai Green on Red. Cinque sessioni, dal 1989 al 1992, quindi dopo il dirottamento da parte di Chuck Prophet dagli acidissimi esordi della band sui lidi più ovvi di un country-rock che li muterà nei pionieri di scene come la “No Depression” e l’“Americana”. Etichette buone per il lettore medio di Buscadero, qui ci limitiamo a dire che i fans troveranno giubilo nelle rese di Itch & ShoutBusted e Billy the Kid altrove irreperibili. Foto di una America immutabile e virata seppia, di certo non sarà il disco che Bin Laden terrà nel suo I-pod. Ma se vi piacciono le belle cartoline….

 

Franco “Lys” Dimauro

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GUITAR WOLF – R ‘n R Etiquette (Narnack)

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Prosegue l’assalto all’Europa da parte del trio giapponese. Il loro culto, ormai diffuso in tutto il pianeta, è stato da poco “ufficializzato” dall’uscita di I Love G. W.  Very Much, un tributo che ha fatto scomodare gente come Jon Spencer, J Mascis, Jim O’ Rourke.

La Narnack, già esclusivista dell’ultimo LoveRock e del DVD Red Idol ne giova per ristampare per l’UE questo loro disco del 2000 aggiungendo la cover di The Way I Walk e remissando un paio di pezzi. Per i Guitar Wolf si può tranquillamente parlare di “fanatismo”, quindi pure stavolta i devoti non si faranno mancare l’ennesima reissue. Se c’è invece ancora in giro gente che non conosce il frastuono dei Guitars, consiglio loro di accostarsi con la dovuta cautela visto che l’inutile lavoro di rimasterizzazione nulla toglie all’impatto abrasivo esacerbato del r ‘n r triviale dei Giapponesi.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ENZO AVITABILE – Napoletana (Folk Club Ethnosuoni)

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Dopo la full immersion nel ritmo dei due dischi condivisi coi Bottari di Portico, Napoletana ci consegna tra le mani un fragilissimo ed esclusivo Avitabile intimo e profondo. E’ la celebrazione della napoletanità più intrinseca ed intensa. Non quella della tradizione neomelodica e neppure quella della oleografica canzone tradizionale e popolare.

Qui si penetra dentro il cuore di Napoli, come attraverso un’arteria vesuviana che spacca la pietra fino a sbucare nei quartieri spagnoli della patria di Partenope, un cunicolo scavato con le unghie e con i denti, immersi nel dolore fiero di un canto che ha il potere evocativo di una preghiera, di una devozione. 

L’artificio tecnico del tetracordo, quello armonico delle scale minori, quello linguistico e metrico del dialetto campano e quello umorale della melopea sono funzionali all’evocazione della liturgia melanconica che Enzo vuole portare su disco.

Napoletana è un disco da cui sgorgano lacrime di sangue.

Come la statua di San Gennaro.

Come quelle che ci si rovesciano addosso dagli occhi bagnati del protagonista di Don Salvatò, accorata preghiera che inaugura con forza commovente il viaggio dentro queste canzoni profonde come solchi di vomere.

È la sconsolata implorazione di chi non riesce a farsi una ragione della propria miseria, neppure mangiando le pagine dei libri di storia alla ricerca di qualche spiegazione, neppure rialzandosi con le ginocchia doloranti da queste smisurate invocazioni, neppure dopo aver mietuto un fascio di grano che darà pane amaro e poco companatico.

Un’intensità che vibra di un’amarezza che ammutolisce e che torna a farsi fenditura di dolore su Ricurdànne, Malincunia, Carmela e che raramente trova sollievo se non nell’ipnosi circolare di Amaro nunn’ ‘essa essere màje o nell’arpeggio luccicante di Canto ‘e primavera, per poi richiudersi nel suo lamento, nel suo rosario di preghiere lanciate come sassi a un Dio distratto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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DAVID BOWIE – Aladdin Sane (RCA)  

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La netta virata di Bowie verso la musica americana della metà degli anni Settanta ha in realtà una sua deviazione progressiva che parte da molto lontano e che viene accentuata dal tour americano dei primi anni del decennio (fruttando, tra l’altro, la produzione di Transformer e il missaggio di Raw Power). Al rientro da quel soggiorno Bowie mette mano ad Alladdin Sane, un disco che, senza tranciare di netto le visioni orgasmiche di Ziggy Stardust e inserendo molte suggestioni pianistiche retaggio della sempre viva fascinazione del musicista inglese per il teatro e l’avanspettacolo decadente europeo, rende omaggio all’America e alle sue città sfolgoranti. Ma, al centro di tutto, resta ancora Bowie e il suo fortissimo ego, scrutatore attento e vigile del presente, custode del passato (al cui ricordo si dedicherà con dedizione sul successivo Pin Ups), precursore di tendenze, mode, pose e attitudini di là da venire. Aladdin Sane è in bilico fra tutto ciò, con un’aria da musical che ha già in se tutto l’odore dell’uscita di scena del mostro Ziggy eppure vivendone ancora tutta la sua provocante, androgina bellezza. Dentro le sue viscere falene di pailettes come The Jean Genie, Time, Panic In Detroit, Cracked Actor, Aladdin Sane si avvicinano al fuoco, proiettando ombre di farfalla sul muro.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SACRED SAILORS – Golden Dawn (Pitshark/Bam Balam)

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Finalmente, due anni dopo il bel 7” su Crusher, eccoci tra le mani il primo CD degli svedesi Sacred Sailors a sviluppare quanto lasciato intuire da quel debutto: i marinai si muovono su un vascello che galleggia tra le onde di un suono tipicamente ‘70, con qualche richiamo di classe all’acid-rock peso dei tardi sixties. Nomi grossi, pesanti cui i Sacred Sailors si ispirano ma a cui certo è ancora presto per essere comparati.

Perché se non è l’energia e il buon gusto a difettare, c’è ancora da lavorare sui brani per far loro raggiungere la statura che certi paragoni impongono. Prendiamo un pezzo come Hard to Find, con quel riff ripetitivo e meccanico tanto QOTSA (ma anche Monster Magnet) che però fatica a sollevarsi. Un classico mancato. E, un po’ ovunque, una voce che spesso modula in maniera poco opportuna e un timbro di chitarra ancora troppo indeciso, anonimo, incerto. Solo questione di tempo.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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LOS CHICOS – In the Age of Stupidity (Dirty Water)

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L’aneddoto è ormai di dominio pubblico: ad una conferenza stampa tenuta a Madrid in occasione della sua partecipazione all’edizione 2005 del Metrorock, Mr. Beck Hansen, magliettina rossa e cappello bianco a falde calato sul viso, risponde alla domanda di un giornalista locale su quale sia il suo gruppo spagnolo preferito con una risposta perentoria e, forse, inaspettata: “Mi garbano i Los Chicos”.

Traducendo per gli italiani, come se Adele dichiarasse ad Alfonso Signorini che la sua band italiana preferita sono i Tunas.

Alfieri madrileni del rock ‘n roll e dell’esportazione su larga scala del Calimocho i Los Chicos sono ormai in giro da un bel po’ realizzando dischi, partecipando a dischi-tributo e portando ovunque la loro miscela di garage-punk, power pop, pub-rock, blues scollacciato e country imbevuto nel cuba libre. Tutta robaccia di cui è pieno anche questo loro quinto album, creatura che pare nata da un incesto tra il super-rock dei Fleshtones, il punk amaro dei Replacements, il country da rednecks degli Horseheads e l’immondezzaio garage dei Mighty Caesars sconfinando talvolta in una sorta di piacevolissimo bubblegum da cantina che pare una versione zozza dei Green Day. Se questi avessero ascoltato più i Long Ryders e Chuck Berry che i Van Halen, ovviamente. ¡Uno! ¡Dos! ¡Tré! ¡Los Chicos!   

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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HUMAN EYE – They Came from the Sky (Sacred Bones)

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Garage cosmico. Scarti punk infetti lanciati nelle orbite galattiche come scorie atomiche che brillano di luce giallastra nel buio dell’universo.

Human Eye tornano dallo spazio profondo con questo terzo album pieno di nefandezze cosmic-punk.

Come dei Chrome avariati o degli Hawkwind orfani del pentagramma.

Stridori lancinanti come quelli di Junkyard Heart, oscilloscopi devastati dalle tempeste magnetiche come quelli di Astral Creep, sonar marziani come quelli di The Movie Is Real, rivoltanti sagome venusiane come quelle di They Came from the Sky e macilente proiezioni hendrixiane come quelle di Peoploids sono paradossali caricature del rock già mostruoso di Butthole Surfers e Red Crayola.

Occorre essere abituati a vestire d’amianto per non restare bruciati da queste lame rotanti pilotate dall’insano Timmy Vulgar e dai suoi tre mostri alieni.

Puro veleno tossico e nauseabondo. Niente di umano qui dentro.

 

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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