ROLF VASELLARI – Virgin Prunes: tutta la furia del sublime (Crac Edizioni)  

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Un  libro dei Virgin Prunes. In libreria. Scritto in italiano.

Sepolto in mezzo alle solite biografie che raccontano di quante scopate si è fatto Lemmy e di quante seghe si è fatto Bowie, a raccolte di interviste sgrammaticate sponsorizzate col logo di Virgin Radio e ai libri con le foto a colori dove brufolose pop-star da una stagione raccontano della loro passione eterna per la musica, prima che scompaiano. Loro e la passione di cui scrivono mentre succhiano dalla cannuccia del loro milkshake alla fragola.

Un libro, peraltro vecchio (uscì originariamente nel 1985 col titolo di The Faculties of a Broken Heart), sui Virgin Prunes dicevo.

Che erano già sconosciuti quando calcavano i palchi vestiti come un circo di zombies e che adesso a tutti devono sembrare una qualche compagnia teatrale del tardo medioevo costretta dalla corte reale a vivere di oboli girovagando per le piazze del reame. Un’opera di cui già allora Colin Newman, produttore di quel mausoleo gotico e pagano che fu …If I Die, I Die, diceva “è fuori dalla mia comprensione come qualcuno possa scrivere un libro sui Virgin Prunes”. Un volume che è dunque, prima di tutto un atto di devozione e di amore.  

Rolf Vasellari li incontra quando hanno appena incassato la defezione di Derek Rowan, l’amico di lunga data di Bono Vox al quale deve il nomignolo Guggi e da cui il cantante degli U2 deve il suo. Una perdita importante e dolorosa per una band che da dieci anni vive in una totale e catartica simbiosi personale ed artistica e che fa del gioco di ruolo uno dei punti forti dei suoi spettacoli. E infatti l’addio di Guggi decreterà a breve l’intero crollo del tendone dei Virgin Prunes.

Il libro di Vasellari si occupa della materia con gli stessi tratti espressionisti tipici della band irlandese, accumulando immagini, interviste, disegni, pensieri, testimonianze, liriche che prendono il loro posto sul palco e poi scompaiono di scena, lasciando posto alla suggestione successiva.

Ed è anche un libro pieno di religiosità e di amore. Che sono forse quel che meno ti aspetteresti da una band che mesceva nell’eccesso e nel turbine del riprovevole come i Virgin Prunes.

E così adesso anche in Italia abbiamo un libro dei Virgin Prunes che “suona” esattamente come un disco dei Virgin Prunes.

E che in mezzo agli altri libri, è come acqua sporca in un lago di acqua minerale.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FEDERICO FIUMANI – Brindando coi demoni (Hellnation Libri)  

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Non so quanto sia voluto o quanto casuale ma ad un certo punto, a pagina 89, Federico Fiumani volge al femminile pure Italo Svevo.

Comunque sia, è sintomatico della sua passione/ossessione per l’altro sesso che è tratto dominante della sua poetica e, dunque, anche uno dei temi fondamentali della sua biografia, entrambe abitate da nomi, volti, cosce, tette, piedi e buchi del culo di donne. Sono alcuni dei “demoni” con cui Federico brinda su questo suo secondo libro pubblicato a suo tempo dalla defunta Coniglio Editore e appena ristampato e ampliato dalla Hellnation, divisione libri. Gli altri sono Fiumani padre e Fiumani figlio, che spesso Federico è il demone di se stesso. Ma anche Alberto Pirelli, Tom Verlaine, Mauro Valenti e tanti altri. Ci sono tutti coloro dei quali il leader dei Diaframma ha voluto raccontarci qualcosa, regalarci un ricordo o un aneddoto velenoso, rivelarci un segreto, ammonirci con una citazione, svelare un’ammirazione tacita o palese. I Litfiba, i Neon, Bigazzi, Miro Sassolini, i CCCP, Paolo Conte, la Contempo, Sanremo, l’auditorium FLOG, il MEI, Marco Masini, i Karma, i Mondo Candido, gli StudioDavoli, i Beach Boys, Cristina Donà e tantissimi altri. Buoni e cattivi o spesso entrambe le cose dentro lo stesso corpo.

L’autobiografia di Fiumani non è discorsiva ne’ cronologica ma è coerente con il suo percorso di musicista, con le sue scelte estetiche e con i tormenti personali che ne hanno ispirato la scrittura. Si muove a scatti, a brandelli di memoria, segmentata, spezzettata, confusa e sfacciata. Come i pensieri che anticipano il sonno e che a volte si trasformano in sogni. Sono pensieri a volte un po’ perversi e che dunque assecondano il bisogno del lettore, che in genere si avvicina alle autobiografie con lo sguardo del voyeur, cercando proprio di scrutare tra le perversioni e non certo fra il candore dei suoi miti.

E dunque si, potete avvicinare il vostro occhio al buco della serratura di casa Fiumani, con o senza l’ausilio dei suoi dischi, anche se sarebbe preferibile la prima opzione. Dipende spesso dal modo che scegliete per togliervi addosso la sporcizia. Doccia e bagno hanno la stessa identica funzione, dopotutto. Eppure, non sono per nulla la medesima cosa. E almeno questo dovreste saperlo anche senza trovarlo scritto da nessuna parte.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MAURIZIO CAMPISI – Everybody Wants to Know (Area Pirata)  

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Cinque anni in fin dei conti sono la durata del sogno rock ‘n roll perfetto.

In pochissimi hanno saputo sognare un po’ più a lungo, nonostante la lista della loro discografia si allungasse per almeno il doppio del tempo, Sick Rose compresi. Eppure (e casi ne potrei citare a centinaia) nonostante la longevità di molte rock band, l’impeto burrascoso di quel sogno primordiale capace di scardinare porte e pareti, quelle oniriche immagini di una vita autenticamente rock ‘n roll, genuinamente selvaggia, in grado di beffare la famelica disfatta del tempo era in realtà durata davvero pochi anni. Poi, quello del musicista rock sarebbe diventato per quasi tutti un lavoro come un altro. Con entrate in molti casi più importanti ma tutto sommato senza l’entusiasmo che aveva fatto vibrare quei corpi adesso pingui e flaccidi come quelli dei gloriosi eroi delle saghe nibelunghe.

Cinque anni. E poi molti di quei castelli di carta sferzati giorno per giorno dal vento dell’ovvietà o da quelli dell’odio, della sfortuna, dell’eccesso o dell’omologazione, sarebbero crollati.

Anche quello di Maurizio Campisi, il chitarrista destinato a suonare il basso sui dischi della più grande garage-band italiana di tutti i tempi, da Get Along Girl! dell’86 fino a Floating del 1990. Cinque anni, appunto. Che sono quelli raccontati in quello che non è il suo primo libro, ma è il primo dedicato al suo sogno rock ‘n roll osteggiato dentro e fuori dalle mura di casa affinchè non si realizzasse. Ma che invece, nonostante tutto e tutti, si realizzò. E spinse altri, assieme o dopo di lui, a sognare. Perché il sogno del rock ‘n roll è un sogno contagioso. Come è contagiosa la scrittura di Campisi. Il suo lavoro “dalle nove alle cinque” di allora, del resto. E il suo lavoro ancora oggi che ha trasferito baracca e burattini in Costa Rica, dando ragione a quanto predetto dall’indovina quando il corpo dei Sick Rose era ancora caldo e vibrante, placando le ansie della madre. Ma di questo e di altri aneddoti leggerete qui dentro. E leggerete di come il tempo divora le cose, parimenti all’abitudine. Di come strade a lungo familiari si trasformino in serpenti impraticabili. Di come volti amici diventino alla fine anonime maschere da indossare su un palco o in uno studio. Di come ogni cosa possa prosciugarsi quando non è annaffiata e di come possa marcire comunque, quando è annaffiata troppo. Di come quella rosa malata, sia alla fine appassita.

Leggerete, e ricorderete come anche molti vostri sogni si siano spenti, siano diventati fumo della memoria, cenere di vite rincorse e mai raggiunte, bivi infilati ad alta velocità ma nella direzione sbagliata.

Leggerete e rimetterete mano al vostro archivio di canzoni dei Sick Rose, potete starne certi. Perché abbiamo tutti condiviso il loro sogno. Che ci sembrava un sogno a portata di mano. E che poi dalle mani ci è sfuggito, distratti da qualcosa che ci sembrava più giovane, più cattivo, più moderno. Mentre invecchiavamo.     

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

                                           

                               

ADAM WHITE/BARNEY ALES – MOTOWN · Il sound della giovane America (L’Ippocampo)  

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Fiamme. Lingue di fiamme rosse e gialle che divorano una città.

Con questa immagine a colori per niente romantica si apre MOTOWN, il libro-capolavoro di Adam White che racconta la storia della prima grande industria di musica messa su da un uomo di colore.

Sono le fiamme che annunciano l’inizio di una delle più grandi sommosse razziali della storia d’America, quelle che avvolgono come un preludio d’Inferno una inconsapevole Detroit quella notte del 23 Luglio del 1967.

L’incipit ci introduce immediatamente nel clima rovente di quegli anni. Gli anni in cui il progresso industriale ed economico di una nazione fa a pugni col progresso civile e l’integrazione razziale è ancora un sentiero che attraversa in salita tutti gli stati d’America. Gli anni in cui il riscatto della popolazione nera passa attraverso piccole clamorose azioni come quella di Rosa Parks fino alla consapevolezza politica di Martin Luther King. Ma passa anche attraverso audaci e strategiche operazioni di penetrazione culturale come quella compiuta da Berry Gordy che trasforma dal nulla la città dei motori (all’epoca le industrie automobilistiche della città producono tanto quanto viene prodotto in tutto il resto del mondo, NdLYS) nella città dei successi: Hitsville. Come il grande cartello che Gordy piazza al 2648 del West Ground Boulevard.

Anni di grandissimi successi infatti. E di un’egemonia culturale non inferiore a quella del rock ‘n roll bianco. Tanto che sia i Beatles che gli Stones (e ovviamente tutti gli altri a seguire) metteranno in piedi il loro repertorio pescando dall’una e dall’altra scatola.

Il libro di Adam White li racconta tutti in un libro che vale tanto oro quanto pesa.

E vi assicuro che pesa assai.

L’ippocampo non ha lesinato in carta, pagine e colore. E il risultato è ineccepibile nella forma e nel contenuto. 400 pagine rilegate in grande stile, piene zeppe di foto bellissime, stralci di interviste, aneddoti, racconti, memorie e soprattutto sogni.

Si, il famoso sogno americano. Raggiunto e trasformato in folle, vibrante, plaudente, colossale realtà per milioni di persone di ogni razza e colore.

Grazie Motown, per questi sessanta anni di musica.

Grazie Adam, grazie Barney per averceli fatti riassaporare.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

EDDY CILÌA – James Brown: Nero e fiero! (Vololibero Edizioni)

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L’aneddoto più gustoso è quello raccontato da Graziano Uliani nel classico spazietto che si riserva alla fine di ogni “racconto” trattato sui Soul Books e vede protagonista uno straordinario Francesco Sanavio travestito da Papa pur di convincere James Brown a salire sul palco de La Bussola. Ma ogni singola riga delle restanti cento pagine, quelle firmate dall’autore Eddy Cilia, valgono ben un sorriso, una smorfia di stupore, una riflessione, una empatica partecipazione (come quando, nelle pagine iniziali, ci invita a riprodurre il nome del Padrino del Soul concentrandoci sull’effetto onomatopeico che potrebbe avere pensando, mentre lo pronunciamo, al suono di un piatto da batteria e a quello di un battito della grancassa: Gemsss…broun come prototipo rozzo e primitivo di quel beat campionato migliaia di volte) sulla vita leggendaria di Mr. James Brown.

Uno per cui gli appellativi si sono sprecati ma per il quale sono stati tutti strameritati, almeno per metà della sua carriera.

Un artista dalla vita piena di contraddizioni e il cui album perfetto non è mai stato registrato ma che ha regalato al mondo la più incendiaria, sexy, instancabile macchina ritmica di sempre. Della quale ha sempre preteso la paternità, anche quando la messa a punto non era esattamente opera sua (come nell’eclatante caso di Funky Drummer).

Uno che apriva per Muhammad Alì, mica per Barry White.     

Uno che quando passa in radio, ancora oggi, ne senti il puzzo di sudore. E sai che è il suo, se hai vissuto sullo stesso suo pianeta.

Eddy Cilìa ne ripercorre col suo consueto stile brillante l’intera vicenda. Ne sottolinea le idee geniali, le manie, i passi falsi, i capolavori e i flop, la lenta ma costante ascesa all’Olimpo (ce n’è uno per ogni colore della pelle? NdLYS) e l’inesorabile, rovinosa discesa, regalandoci un’altra storia avvincente dell’immenso patrimonio archiviabile sotto il nome di “Sogno Americano”.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

F.T. SANDMAN/EPÌSCH PORZIONI – Rock Is Dead (Chinaski Edizioni)  

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Federico Traversa e Epìsch Porzioni si staranno ancora mordendo le mani.

Pubblicano un’opera nera “sui misteri della musica” e una settimana dopo muore, in circostanze tutt’altro che chiare, Chris Cornell. Che nel loro libro, tra un Sam Cooke uno Ian Curtis, ci sarebbe stato proprio ma proprio bene. Ma del resto, con una lista di decessi destinata ahimè ad allungarsi copiosamente, il tema delle morti misteriose, sospette, violente o semplicemente accidentali avrà modo di essere riaggiornato spesso. Anche perché, ipocrita non ammetterlo, la scomparsa prematura degli artisti che amiamo ci affascina da sempre almeno quanto la loro vita. Spesso, nel caso di artisti dalla vita appartata e anonima, è l’evento che ci affascina di più, alimentando il mito e permettendoci, con l’avvento dei social, di banchettare più o meno voracemente coi loro resti. Insomma, come dicono gli autori commentando le vendite da capogiro del catalogo di Michael Jackson dopo la sua morte, “la morte è la migliore PR che esista”.

La morte è pertanto, in ambito artistico, un tema diffusissimo e già ampiamente sviscerato. A cosa ci serve dunque Rock Is Dead? Ci serve essenzialmente per due motivi: il primo è che, la nostra curiosità e sottile depravazione in questo ambito non è mai sazia. E rileggeremmo alcune storie, già ben conosciute, infinite volte. Come del resto riascolteremmo all’infinito i loro dischi.

Il secondo è che, diversamente da altre pubblicazioni simili, Traversa e Porzioni vanno a mescere nel torbido di biografie che col “rock” in senso stretto hanno ben poco a che fare ma le cui vicende hanno un fascino che non ha nulla da invidiare a quelle dei “soliti noti”, muovendosi avanti e indietro nel tempo e lungo il pianeta fino ad incrociare personaggi come Carlo Gesualdo, Niccolò Paganini, Stephen Foster (quello della temibile e temuta Oh!Susanna – siamo nell’epoca in cui il successo si misurava ancora dal numero di spartiti venduti e non dalla quantità di dischi smerciata) o Yukiko Okada, la starlette del pop orientale che scatenò inconsapevolmente il primo grande spiaggiamento di Balene Blu dei tempi moderni, sacrificando volutamente alcuni nomi eccellenti (comunque recuperabili sull’appendice Rock Is Dead Outtakes, scaricabile in ebook al prezzo di 2 Euro e 99 centesimi) in nome di una trasversalità che diventa il valore aggiunto del testo, condotto peraltro con estro e senza nessun accanimento necrofilo.

Storie sinistre e violente, biografie che sembrano un bugiardino della Pfizer, incontri leggendari, cronache di incidenti, di inchieste insabbiate, di suicidi, di morti vere e di resurrezioni presunte. Tutta roba in cui insomma “il diavolo ci mette lo zampino”, cercando clienti nelle liste delle agenzie e delle società d’autore di tutto il pianeta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ALEX RIGHI – Sam Cooke: Sono nato vicino al fiume / CARLO BORDONE – Curtis Mayfield: Impressioni di Chicago (Vololibero Edizioni)     

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Non sono rotondi ma rettangolari e non hanno il marchio Atlantic o Stax o Motown o Volt ma se appoggiate il naso tra una riga e l’altra è un po’ come se poggiaste la puntina sui migliori dischi di black music degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Sono i Soul Books curati dalla Vololibero, la collana dove si racconta l’epopea della musica nera, dei suoi eroi, delle sue umiliazioni e delle sue grandezze, degli ostacoli che si trovò a dover scavalcare e alla gloria a volte tardiva che le venne tributata, del patrimonio artistico e genetico che spesso fatichiamo a riconoscere quando la vediamo correrci incontro sfigurata o mascherata, adeguata ai gusti delle nuove generazioni. 

Gli ultimi due volumi ci portano dritti nel cuore di Chicago, fondamentalmente dentro quel lungo intestino che va dal secondo dopoguerra all’escalation del conflitto vietnamita. Gli anni che vanno da quando, con You Send Me, Sam Cooke aveva cominciato a volare alto nei cieli della musica pop a quando, con la doppietta di album del ’74, Mayfield si inabissa finendo per sfornare dischi sempre più insignificanti con cui il dialogo “trasversale” verso l’audience bianca si fa sempre più flebile. Storie in cui il fato fa il suo ingresso in maniera prepotente ribaltando le carte sparse sul tavolo ma nelle quali è la forza emotiva e la determinazione di Cooke e Mayfield a detenere saldamente e nonostante tutto il ruolo di protagonista garantendo loro una qualche sorta di ascensione, se è vero che alla fine di ogni nostro viaggio terreno c’è un qualche ascensore ad aspettarci.

Storie raccontate con la giusta prospettiva critica e il necessario contesto storico-sociale. Porte con grazia e con calzante e rispettoso senso critico.

In formato tascabile. Che se sei un pendolare puoi mandarle giù in un sorso, mentre ti muovi da Novara a Milano, illudendoti per quaranta minuti  di viaggiare in direzione Chicago.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MAX STÈFANI – In Rock We Trust

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Diceva Max Stèfani, al momento di dar via al suo più recente progetto editoriale, che durante la sua più che trentennale direzione de Il Mucchio gli sono passate davanti più di un milione di persone. Molte di queste erano, ovviamente, non esattamente artisti ma “addetti ai lavori”, ovvero “impiegati” di quel grandissimo indotto che è la musica rock e non solo rock.

Sono loro i principali protagonisti di In Rock We Trust. Un vastissimo esercito di discografici, giornalisti, addetti stampa, gestori di negozi di dischi o di agenzie di booking, produttori, intrattenitori televisivi, organizzatori di concerti, giurati più o meno prestigiosi, speaker radiofonici e personaggi “trasversali” che facevano un po’ tutte quante le cose e anche altre delle quali il buon Stèfani si guarda bene dal raccontare, limitandosi a togliersi qualche sassolino quando si parla di come andarono le cose nella sua rivista. E forse è giusto che sia così.

In Rock We Trust insomma prende in prestito l’assioma usato per definire il circuito shoegaze, ovvero “la scena che celebra se stessa”, praticamente l’esatto opposto di quanto scritto da me su OrcoRock dove denunciavo le malefatte, gli accordi sottobanco, le pressioni, i “canali preferenziali” e quant’altro hanno (e continuano a) inquinare il mercato musicale italiano e che, proprio per questo, mi creò la scomunica dai canali ufficiali del giornalismo musicale e scatenò un domino di porte chiuse in faccia che ancora oggi quando mi rado devo stare usare la stessa attenzione che doveva metterci Joseph Merrick.

Il testo di Max Stèfani del resto non è un libro di denuncia e va preso per quel che è: un almanacco di quanti o una buona parte di quanti hanno fatto della musica il loro lavoro. Non necessariamente la loro passione. Pirati e mercenari. Gente che ha costruito vascelli e bucanieri che ci sono semplicemente saliti sopra. Tutti assieme. Qualche volta allegramente (come nel caso rarissimo di RaiStereoNotte) ma molto più spesso no. Per carità, in moltissimi casi si tratta realmente di nomi che hanno contribuito in maniera per nulla marginale alla diffusione del rock in Italia e davanti ai quali io per primo mi toglierei il cappello, se ne portassi uno. Ma in altri, o spesso nei medesimi casi, si tratta anche di gente che ha spinto quel che non meritava di essere spinto solo per farsi amico il distributore di turno (spesso arruolato nel suo stesso giornale) o per vendere qualche copia in più di quello che lui stesso aveva prodotto o stampato o che in caso contrario sarebbe rimasto a marcire sugli scaffali del suo negozio. O del negozio della moglie. O dell’amico. Amici, nemici, nemici dei nemici, amici degli amici. Insomma, una merda. Che non merita l’ossequioso riguardo che Max Stèfani, da signore qual è, gli concede accennando appena e sempre abbastanza velatamente a qualcuna delle loro malefatte.

I “percorsi di rock in Italia” sono dunque i meno impervi, siccome Stèfani decide di percorrere strade placide dove si può meriggiare pallidi e assorti. È in realtà più un percorso nella memoria personale alla ricerca di quel “milione” di volti incrociati lungo la sua lunghissima attività giornalistica. Che a me che ne conosco qualche centinaio (e mi basta) diverte pure ma sulla cui utilità per quanti sono avidi di conoscere anche i lati scabrosi di chi tiene le mani in pasta sulla cultura più o meno alternativa in Italia potrebbe non bastare. I nomi sono tanti ma ovviamente non tutti (tra le riviste non si fa menzione alcuna di Metallic KO di Claudio Sorge o Fun House di Rosario Ciccarelli ad esempio, così come viene colpevolmente tralasciata Aelle che sdoganò per molti il fenomeno hip-hop in Italia, mentre fra le etichette che hanno “marcato il territorio” andava sicuramente citata la Cyclope di Francesco Virlinzi, NdLYS) in un cammino che procede, per quel che si può, cronologicamente dagli anni Sessanta ai nostri giorni, saltando però a piè pari su una realtà ormai dilagante come quella dei blog e dalle cui fantomatiche redazioni sempre più spesso le riviste di settore suggono nuova linfa per rimpiazzare una emorragia di firme che pare non conoscere arresto. Infine, non avrebbe nuociuto un indice con i nomi citati lungo le 330 pagine per rendere più agevole la ricerca dell’ago giusto dentro il pagliaio. Ma forse questo rende l’avventura più carica di imprevisti, come i tanti refusi del testo che avrebbero meritato una correzione postuma e che invece sono rimasti lì come dei sanpietrini. E dunque benvenuti in questa foresta abitata da poeti e navigatori. E da pochi, pochissimi santi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RUDI PROTRUDI – The Fuzztone (FanPro)  

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L’ultima volta che lo intervistai, due anni fa, Rudi Protrudi mi confessò di essere in dirittura di arrivo per la pubblicazione della sua biografia. Un lavoro che, tra un tour, una vacanza e qualche rara sortita in studio lo ha tenuto impegnato per ben quindici anni, avendoci messo mano per la prima volta nel lontano 2002. Ovvero, più o meno, da quando la storia dei Fuzztones si è lentamente trasformata in una eterna, perpetua celebrazione del proprio passato con decine di ristampe, raccolte, cofanetti, pubblicazioni di memorabilia, rarità, concerti, dischi tributo e di cui questa biografia spalmata su due volumi formato 20×30 rappresenta per adesso l’ultimo tassello.

Un’operazione mastodontica.

Ma del resto Protrudi ha attraversato indenne cinquanta anni di sesso e rock ‘n roll, ha scopato e suonato con così tanta gente che io non riuscirei neppure a tenerne il conto col pallottoliere e invece lui ricorda date, orari, situazioni con una precisione sorprendente. Invidiabile dunque non solo per averle fatte, le orge con le Pandoras o i concerti con Esquirita, con i Dead Boys, con i Pretty Things, con Lydia Lunch e cento altri ma anche per averne ancora un ricordo così vivido, nonostante in un paio di passi del libro Rudi si dichiari poco contento del livello di fosforo del suo cervello. Dunque dentro The Fuzztone potrete saziare ogni curiosità riguardante la più longeva e conosciuta garage-band del mondo e il loro incontrastato leader, anche la più pruriginosa. Dalla prima masturbazione alla strumentazione usata per quel capolavoro che rimane Lysergic Emanations passando per il difficile rapporto col padre, i viaggi “formativi” a New Orleans, gli intrighi sessuali e sentimentali di ogni componente della band, gli sputi, le legnate, gli scazzi, le umiliazioni, i trionfi, le carognate, i raggiri, il mai risolto odio di Tim Warren nei loro confronti e la loro irriverente antipatia verso i Cramps, i cameo televisivi, gli incontri fortuiti o programmati con i loro eroi, la passione per i “mostri” degli anni Cinquanta, le richieste di reunion sovvenzionate dalla mafia siciliana, i tour cancellati dagli attacchi di diarrea, le esperienze di magia bianca, l’omosessualità usata come trucco per evitare la “chiamata” dello Zio Sam, il sentimento di inadeguatezza che invade i Fuzztones nel dopo-Lysergic Emanations. Di tutto e di più, insomma. Tirando nel mucchio genitori, parenti, compagni di scuola, groupies, autisti, discografici, promoter, ballerine di burlesque, negozianti di dischi, trafficanti di bootleg, spacciatori, roadies, nazi-skin, conduttori televisivi, rivali e compari, maestri, emuli, animali domestici, fan devoti e voltagabbana. Tutti. Con la spietatezza e il cinismo che ben si sposano al Rudi Protrudi così come credevamo di conoscerlo. E che dunque, conoscevamo, pur senza avere contezza di ogni dettaglio della sua vita, qui sviscerato con particolare, esagerata insistenza sui risvolti sessuali di ogni faccenda, toccando l’argomento mediamente in un paragrafo su due ed esibendo tutto l’orgoglio di ribattezzare la band come la Paisley Pussy Posse. Che insomma…ci si sente quasi in colpa ad aver eletto i Fuzztones a gruppo della propria vita pensando che l’unica cosa interessasse loro fosse scoparti la ragazza. Ma questo erano, sono, i Fuzztones.

Recuperando memorie personali, interventi e ricordi di amici, colleghi, rivali, giornalisti, locandine, copertine di riviste, flyer, foto e quant’altro, Rudi Protrudi rivela dunque al mondo ogni retroscena della sua vita votata al Culto del Fuzz con l’approccio ormai a tutti noto di un ego smisurato che rivendica la paternità, anche lessicale, su un sacco di cose, in un crescendo di esaltazione personale che culmina nell’epilogo conclusivo dove viene stilata la lista delle band che hanno aperto “per” loro. Finendo per fare di questa biografia un’agiografia.

Al di là del suo taglio però The Fuzztone era un’opera necessaria, per onorare la band che più di qualunque altra, lo si voglia prendere per un complimento oppure no poco importa, ha contribuito a diffondere la febbre del garage-punk anche in territori dove forse non avrebbe mai dilagato ed è riuscita a coagulare attorno a sé un’enorme massa di appassionati provenienti anche da sottoculture profondamente diverse. Incrostando la tavolozza del rock ‘n roll da oltre trentacinque anni.    

E veniamo ai due CD allegati gratuitamente a corredo dei due volumi: nel primo caso si tratta di un’ottima riedizione del concerto all’Electric Banana di Pittsburgh del Febbraio dell’85 già pubblicato dalla Sin Records e dalla Cleopatra e che fareste bene a procurarvi in un modo o nell’altro, mentre nell’altro caso si tratta di una esecrabile raccolta di registrazioni di fortuna  alcune delle quali tranciate, altre del tutto inascoltabili, che vedono coinvolto Protrudi in veste di autore, musicista, guest-star, prim’attore o praticante.  Del tutto trascurabile, ma considerando che non viene chiesto un Euro in più, prendetelo come un compendio audio alle vicende narrate in queste quattrocento pagine.

Che è molto probabile rimarranno scritte in inglese, siccome la proposta di traduzione inviata a quelle che dovrebbero essere le più ricettive case editrici italiane, da Goodfellas a Vololibero, è rimasta priva di alcuna risposta dimostrando come l’amore per l’Italia citato diverse volte da Rudi lungo questa biografia in realtà non sia del tutto un amore ricambiato. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALBERTO CASTELLI – Otis Redding: La musica è viva / CARLO BABANDO – Marvin Gaye: Il sogno spezzato (Vololibero Edizioni)    

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Mai troppo celebrato, il soul. Sempre troppo confinato fra i rivoli di memoria di chi ha qualche anno sulle spalle o nei margini stretti di qualche spot pubblicitario, privato della sua storia, che è invece, sempre, una storia bellissima di fede, ostinazione, fortuna, sesso, affari, droga, tormento, gioia, abissi di disperazione e voglia di riscatto.

Una storia di anime imprigionate nella carne da cui vorrebbero fuggire. E che tentano la fuga su una musica che è carnale quanto l’involucro che le contiene.

Sono le storie che le migliori firme del giornalismo musicale italiano ci raccontano sui Soul Books editi dalla Vololibero. In maniera sublime. Scritti in maniera così avvincente e appassionata che puoi anche non conoscere una sola nota, una sola canzone, un solo disco dei protagonisti che la popolano e pur tuttavia rimanerne coinvolto, disegnarne i personaggi a tuo modo. E disegnarli in modo pertinente a quello che erano quando la musica e il suo mercato erano ancora cosa viva.

In questa seconda tornata sono Alberto Castelli e Carlo Babando a tratteggiare le figure “ingombranti” di Otis Redding e Marvin Gaye, scomparsi entrambi tragicamente appena venticinquenne il primo, per un soffio mancato quarantacinquenne il secondo, vittime di un karma maldisposto ad assecondare i loro sogni di gloria. Sono le storie di due macchine d’amore e delle officine dentro cui vennero prodotte, quelle della Stax e della Motown. E di tutta la gente che da  quelle macchine cercò la sua raffica d’amore o la sua parabola per il successo o che a quell’amore rimase sordo finchè gli fu concesso tempo per poter far ombra su questa terra. La musica è viva e Il sogno spezzato hanno il pregio di non dilungarsi troppo sui caratteri tecnici o stilistici di Redding e Gaye puntando invece a disegnare un appassionante romanzo storico, familiare, sociale, affettivo. In maniera per niente prolissa ma, al contrario, sagace, fluida e travolgente. Raccontando con un vocabolario per nulla approssimativo e per niente tecnico.

Parole, tante e belle, sospese tra cronaca e leggenda.

Riuscendo a ravvivarne il ricordo e a non assopire la nostra attenzione pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, vicenda dopo vicenda.

Parole che riescono a fare innamorare, proprio come quelle ingannevoli di Redding e Gaye riuscirono a far innamorare una intera generazione di adolescenti e a gestire i primi pruriti sessuali. Parole, come quelle, che inducono in tentazione.

Scritti sul soul scritti col soul.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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