ALEX RIGHI – Sam Cooke: Sono nato vicino al fiume / CARLO BORDONE – Curtis Mayfield: Impressioni di Chicago (Vololibero Edizioni)     

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Non sono rotondi ma rettangolari e non hanno il marchio Atlantic o Stax o Motown o Volt ma se appoggiate il naso tra una riga e l’altra è un po’ come se poggiaste la puntina sui migliori dischi di black music degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Sono i Soul Books curati dalla Vololibero, la collana dove si racconta l’epopea della musica nera, dei suoi eroi, delle sue umiliazioni e delle sue grandezze, degli ostacoli che si trovò a dover scavalcare e alla gloria a volte tardiva che le venne tributata, del patrimonio artistico e genetico che spesso fatichiamo a riconoscere quando la vediamo correrci incontro sfigurata o mascherata, adeguata ai gusti delle nuove generazioni. 

Gli ultimi due volumi ci portano dritti nel cuore di Chicago, fondamentalmente dentro quel lungo intestino che va dal secondo dopoguerra all’escalation del conflitto vietnamita. Gli anni che vanno da quando, con You Send Me, Sam Cooke aveva cominciato a volare alto nei cieli della musica pop a quando, con la doppietta di album del ’74, Mayfield si inabissa finendo per sfornare dischi sempre più insignificanti con cui il dialogo “trasversale” verso l’audience bianca si fa sempre più flebile. Storie in cui il fato fa il suo ingresso in maniera prepotente ribaltando le carte sparse sul tavolo ma nelle quali è la forza emotiva e la determinazione di Cooke e Mayfield a detenere saldamente e nonostante tutto il ruolo di protagonista garantendo loro una qualche sorta di ascensione, se è vero che alla fine di ogni nostro viaggio terreno c’è un qualche ascensore ad aspettarci.

Storie raccontate con la giusta prospettiva critica e il necessario contesto storico-sociale. Porte con grazia e con calzante e rispettoso senso critico.

In formato tascabile. Che se sei un pendolare puoi mandarle giù in un sorso, mentre ti muovi da Novara a Milano, illudendoti per quaranta minuti  di viaggiare in direzione Chicago.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MAX STÈFANI – In Rock We Trust

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Diceva Max Stèfani, al momento di dar via al suo più recente progetto editoriale, che durante la sua più che trentennale direzione de Il Mucchio gli sono passate davanti più di un milione di persone. Molte di queste erano, ovviamente, non esattamente artisti ma “addetti ai lavori”, ovvero “impiegati” di quel grandissimo indotto che è la musica rock e non solo rock.

Sono loro i principali protagonisti di In Rock We Trust. Un vastissimo esercito di discografici, giornalisti, addetti stampa, gestori di negozi di dischi o di agenzie di booking, produttori, intrattenitori televisivi, organizzatori di concerti, giurati più o meno prestigiosi, speaker radiofonici e personaggi “trasversali” che facevano un po’ tutte quante le cose e anche altre delle quali il buon Stèfani si guarda bene dal raccontare, limitandosi a togliersi qualche sassolino quando si parla di come andarono le cose nella sua rivista. E forse è giusto che sia così.

In Rock We Trust insomma prende in prestito l’assioma usato per definire il circuito shoegaze, ovvero “la scena che celebra se stessa”, praticamente l’esatto opposto di quanto scritto da me su OrcoRock dove denunciavo le malefatte, gli accordi sottobanco, le pressioni, i “canali preferenziali” e quant’altro hanno (e continuano a) inquinare il mercato musicale italiano e che, proprio per questo, mi creò la scomunica dai canali ufficiali del giornalismo musicale e scatenò un domino di porte chiuse in faccia che ancora oggi quando mi rado devo stare usare la stessa attenzione che doveva metterci Joseph Merrick.

Il testo di Max Stèfani del resto non è un libro di denuncia e va preso per quel che è: un almanacco di quanti o una buona parte di quanti hanno fatto della musica il loro lavoro. Non necessariamente la loro passione. Pirati e mercenari. Gente che ha costruito vascelli e bucanieri che ci sono semplicemente saliti sopra. Tutti assieme. Qualche volta allegramente (come nel caso rarissimo di RaiStereoNotte) ma molto più spesso no. Per carità, in moltissimi casi si tratta realmente di nomi che hanno contribuito in maniera per nulla marginale alla diffusione del rock in Italia e davanti ai quali io per primo mi toglierei il cappello, se ne portassi uno. Ma in altri, o spesso nei medesimi casi, si tratta anche di gente che ha spinto quel che non meritava di essere spinto solo per farsi amico il distributore di turno (spesso arruolato nel suo stesso giornale) o per vendere qualche copia in più di quello che lui stesso aveva prodotto o stampato o che in caso contrario sarebbe rimasto a marcire sugli scaffali del suo negozio. O del negozio della moglie. O dell’amico. Amici, nemici, nemici dei nemici, amici degli amici. Insomma, una merda. Che non merita l’ossequioso riguardo che Max Stèfani, da signore qual è, gli concede accennando appena e sempre abbastanza velatamente a qualcuna delle loro malefatte.

I “percorsi di rock in Italia” sono dunque i meno impervi, siccome Stèfani decide di percorrere strade placide dove si può meriggiare pallidi e assorti. E’ in realtà più un percorso nella memoria personale alla ricerca di quel “milione” di volti incrociati lungo la sua lunghissima attività giornalistica. Che a me che ne conosco qualche centinaio (e mi basta) diverte pure ma sulla cui utilità per quanti sono avidi di conoscere anche i lati scabrosi di chi tiene le mani in pasta sulla cultura più o meno alternativa in Italia potrebbe non bastare. I nomi sono tanti ma ovviamente non tutti (tra le riviste non si fa menzione alcuna di Metallic KO di Claudio Sorge o Fun House di Rosario Ciccarelli ad esempio, così come viene colpevolmente tralasciata Aelle che sdoganò per molti il fenomeno hip-hop in Italia, mentre fra le etichette che hanno “marcato il territorio” andava sicuramente citata la Cyclope di Francesco Virlinzi, NdLYS) in un cammino che procede, per quel che si può, cronologicamente dagli anni Sessanta ai nostri giorni, saltando però a piè pari su una realtà ormai dilagante come quella dei blog e dalle cui fantomatiche redazioni sempre più spesso le riviste di settore suggono nuova linfa per rimpiazzare una emorragia di firme che pare non conoscere arresto. Infine, non avrebbe nuociuto un indice con i nomi citati lungo le 330 pagine per rendere più agevole la ricerca dell’ago giusto dentro il pagliaio. Ma forse questo rende l’avventura più carica di imprevisti, come i tanti refusi del testo che avrebbero meritato una correzione postuma e che invece sono rimasti lì come dei sanpietrini. E dunque benvenuti in questa foresta abitata da poeti e navigatori. E da pochi, pochissimi santi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RUDI PROTRUDI – The Fuzztone (FanPro)  

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L’ultima volta che lo intervistai, due anni fa, Rudi Protrudi mi confessò di essere in dirittura di arrivo per la pubblicazione della sua biografia. Un lavoro che, tra un tour, una vacanza e qualche rara sortita in studio lo ha tenuto impegnato per ben quindici anni, avendoci messo mano per la prima volta nel lontano 2002. Ovvero, più o meno, da quando la storia dei Fuzztones si è lentamente trasformata in una eterna, perpetua celebrazione del proprio passato con decine di ristampe, raccolte, cofanetti, pubblicazioni di memorabilia, rarità, concerti, dischi tributo e di cui questa biografia spalmata su due volumi formato 20×30 rappresenta per adesso l’ultimo tassello.

Un’operazione mastodontica.

Ma del resto Protrudi ha attraversato indenne cinquanta anni di sesso e rock ‘n roll, ha scopato e suonato con così tanta gente che io non riuscirei neppure a tenerne il conto col pallottoliere e invece lui ricorda date, orari, situazioni con una precisione sorprendente. Invidiabile dunque non solo per averle fatte, le orge con le Pandoras o i concerti con Esquirita, con i Dead Boys, con i Pretty Things, con Lydia Lunch e cento altri ma anche per averne ancora un ricordo così vivido, nonostante in un paio di passi del libro Rudi si dichiari poco contento del livello di fosforo del suo cervello. Dunque dentro The Fuzztone potrete saziare ogni curiosità riguardante la più longeva e conosciuta garage-band del mondo e il loro incontrastato leader, anche la più pruriginosa. Dalla prima masturbazione alla strumentazione usata per quel capolavoro che rimane Lysergic Emanations passando per il difficile rapporto col padre, i viaggi “formativi” a New Orleans, gli intrighi sessuali e sentimentali di ogni componente della band, gli sputi, le legnate, gli scazzi, le umiliazioni, i trionfi, le carognate, i raggiri, il mai risolto odio di Tim Warren nei loro confronti e la loro irriverente antipatia verso i Cramps, i cameo televisivi, gli incontri fortuiti o programmati con i loro eroi, la passione per i “mostri” degli anni Cinquanta, le richieste di reunion sovvenzionate dalla mafia siciliana, i tour cancellati dagli attacchi di diarrea, le esperienze di magia bianca, l’omosessualità usata come trucco per evitare la “chiamata” dello Zio Sam, il sentimento di inadeguatezza che invade i Fuzztones nel dopo-Lysergic Emanations. Di tutto e di più, insomma. Tirando nel mucchio genitori, parenti, compagni di scuola, groupies, autisti, discografici, promoter, ballerine di burlesque, negozianti di dischi, trafficanti di bootleg, spacciatori, roadies, nazi-skin, conduttori televisivi, rivali e compari, maestri, emuli, animali domestici, fan devoti e voltagabbana. Tutti. Con la spietatezza e il cinismo che ben si sposano al Rudi Protrudi così come credevamo di conoscerlo. E che dunque, conoscevamo, pur senza avere contezza di ogni dettaglio della sua vita, qui sviscerato con particolare, esagerata insistenza sui risvolti sessuali di ogni faccenda, toccando l’argomento mediamente in un paragrafo su due ed esibendo tutto l’orgoglio di ribattezzare la band come la Paisley Pussy Posse. Che insomma…ci si sente quasi in colpa ad aver eletto i Fuzztones a gruppo della propria vita pensando che l’unica cosa interessasse loro fosse scoparti la ragazza. Ma questo erano, sono, i Fuzztones.

Recuperando memorie personali, interventi e ricordi di amici, colleghi, rivali, giornalisti, locandine, copertine di riviste, flyer, foto e quant’altro, Rudi Protrudi rivela dunque al mondo ogni retroscena della sua vita votata al Culto del Fuzz con l’approccio ormai a tutti noto di un ego smisurato che rivendica la paternità, anche lessicale, su un sacco di cose, in un crescendo di esaltazione personale che culmina nell’epilogo conclusivo dove viene stilata la lista delle band che hanno aperto “per” loro. Finendo per fare di questa biografia un’agiografia.

Al di là del suo taglio però The Fuzztone era un’opera necessaria, per onorare la band che più di qualunque altra, lo si voglia prendere per un complimento oppure no poco importa, ha contribuito a diffondere la febbre del garage-punk anche in territori dove forse non avrebbe mai dilagato ed è riuscita a coagulare attorno a sé un’enorme massa di appassionati provenienti anche da sottoculture profondamente diverse. Incrostando la tavolozza del rock ‘n roll da oltre trentacinque anni.    

E veniamo ai due CD allegati gratuitamente a corredo dei due volumi: nel primo caso si tratta di un’ottima riedizione del concerto all’Electric Banana di Pittsburgh del Febbraio dell’85 già pubblicato dalla Sin Records e dalla Cleopatra e che fareste bene a procurarvi in un modo o nell’altro, mentre nell’altro caso si tratta di una esecrabile raccolta di registrazioni di fortuna  alcune delle quali tranciate, altre del tutto inascoltabili, che vedono coinvolto Protrudi in veste di autore, musicista, guest-star, prim’attore o praticante.  Del tutto trascurabile, ma considerando che non viene chiesto un Euro in più, prendetelo come un compendio audio alle vicende narrate in queste quattrocento pagine.

Che è molto probabile rimarranno scritte in inglese, siccome la proposta di traduzione inviata a quelle che dovrebbero essere le più ricettive case editrici italiane, da Goodfellas a Vololibero, è rimasta priva di alcuna risposta dimostrando come l’amore per l’Italia citato diverse volte da Rudi lungo questa biografia in realtà non sia del tutto un amore ricambiato. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALBERTO CASTELLI – Otis Redding: La musica è viva / CARLO BABANDO – Marvin Gaye: Il sogno spezzato (Vololibero Edizioni)    

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Mai troppo celebrato, il soul. Sempre troppo confinato fra i rivoli di memoria di chi ha qualche anno sulle spalle o nei margini stretti di qualche spot pubblicitario, privato della sua storia, che è invece, sempre, una storia bellissima di fede, ostinazione, fortuna, sesso, affari, droga, tormento, gioia, abissi di disperazione e voglia di riscatto.

Una storia di anime imprigionate nella carne da cui vorrebbero fuggire. E che tentano la fuga su una musica che è carnale quanto l’involucro che le contiene.

Sono le storie che le migliori firme del giornalismo musicale italiano ci raccontano sui Soul Books editi dalla Vololibero. In maniera sublime. Scritti in maniera così avvincente e appassionata che puoi anche non conoscere una sola nota, una sola canzone, un solo disco dei protagonisti che la popolano e pur tuttavia rimanerne coinvolto, disegnarne i personaggi a tuo modo. E disegnarli in modo pertinente a quello che erano quando la musica e il suo mercato erano ancora cosa viva.

In questa seconda tornata sono Alberto Castelli e Carlo Babando a tratteggiare le figure “ingombranti” di Otis Redding e Marvin Gaye, scomparsi entrambi tragicamente appena venticinquenne il primo, per un soffio mancato quarantacinquenne il secondo, vittime di un karma maldisposto ad assecondare i loro sogni di gloria. Sono le storie di due macchine d’amore e delle officine dentro cui vennero prodotte, quelle della Stax e della Motown. E di tutta la gente che da  quelle macchine cercò la sua raffica d’amore o la sua parabola per il successo o che a quell’amore rimase sordo finchè gli fu concesso tempo per poter far ombra su questa terra. La musica è viva e Il sogno spezzato hanno il pregio di non dilungarsi troppo sui caratteri tecnici o stilistici di Redding e Gaye puntando invece a disegnare un appassionante romanzo storico, familiare, sociale, affettivo. In maniera per niente prolissa ma, al contrario, sagace, fluida e travolgente. Raccontando con un vocabolario per nulla approssimativo e per niente tecnico.

Parole, tante e belle, sospese tra cronaca e leggenda.

Riuscendo a ravvivarne il ricordo e a non assopire la nostra attenzione pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, vicenda dopo vicenda.

Parole che riescono a fare innamorare, proprio come quelle ingannevoli di Redding e Gaye riuscirono a far innamorare una intera generazione di adolescenti e a gestire i primi pruriti sessuali. Parole, come quelle, che inducono in tentazione.

Scritti sul soul scritti col soul.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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FRANCESCO SCROFANI CANCELLIERI – Musica Ridens (Zecchini Editore)  

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Il viaggio stavolta è all’interno della musica classica. Ed è uno sguardo inedito che svela l’irriverenza annidata spesso sotto le apparenze austere ed eleganti delle composizioni dei più grandi, intoccabili, maestri della musica colta dal sedicesimo secolo fino a ieri l’altro. Musica Ridens, come lascia intuire il grazioso titolo, sviscera con dovizia di riferimenti e di aneddoti il gusto per lo sberleffo, le citazioni spesso irriguardose e insolenti, le provocazioni di cui, strano a dirsi, abbonda la musica di estrazione classica.

Una ricerca che può apparire scoraggiante per un novizio e che invece l’autore risolve con grande padronanza, dimostrando come per trovare qualcosa occorre conoscere dove cercarla. E, per trasmetterne i risultati in maniera coinvolgente, bisogna avere una dialettica accesa e coinvolgente.

Sono le doti di cui Scrofani Cancellieri si dimostra ottimo timoniere in un testo che, sviscerando opportuni contesti storici, illuminanti precisazioni sulle diverse forme musicali (la parodia, la burlesca, il capriccio, la farsa e così via umoreggiando) e squisiti cenni biografici dei vari Bach, Satie, Schubert, Ravel, Mozart, Prokof’ev, Rossini, Cage a vario titoli citati lungo il libro, ne tratta in maniera altrettanto ironica e con un linguaggio cordiale  eppure raffinato (con un efficace e sapiente uso degli avverbi, altrove così miseramente bistrattati, NdLYS).

Musica Ridens umanizza quella che per molti è considerata arte composta da semidei. Ne mostra i vizi, oltre che le virtù di cui spesso abbiamo timore e che ce la rendono così estranea. Ce ne rivela gli aspetti imbarazzanti e ce la rende simpatica, come quando una star di Hollywood scende dal podio e ci concede un sorriso buffo e spontaneo.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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DICK PORTER – Viaggio al centro dei Cramps (Goodfellas)  

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È Caterina Micci ad autocandidarsi per rendere nella lingua di Dante i dettagli del secondo dei viaggi che hanno spinto Dick Porter a scendere fino “al centro dei Cramps” ed è dunque grazie alla sua ottima traduzione che possiamo oggi gustarci questo diario di bordo che ripercorre ogni passo, artistico più che privato, della vita di Lux Interior e Poison Ivy. L’unica storia d’amore che io conosca ad aver dato come frutto la più lasciva creatura del rock ‘n roll. Forse l’unica che dovreste conoscere anche voi. E sostituirla a quegli orribili meme che ogni tanto sputate sui social, credendovi portatori sani di chissà quale verità o spacciandovi per diffusori virali di chissà quale dubbio.

Lux e Ivy rappresentavano in qualche modo la folgorante bellezza e il raccapriccio del sogno americano. E il riguardoso, nobile, doloroso silenzio in cui la vedova Purkisher si è chiusa dal 2009 ad oggi non fa che confermarne il valore. E Porter, che deve saperlo bene, evita di deturparne il ricordo sorvolando sull’inutile gossip rosa delle loro nozze così come sui particolari da necrofili del funerale di Lux ma mettendo vigorosamente in risalto la passione condivisa per la provocazione sessuale, la cultura trash, i vestiti eccessivi, il rockabilly.

L’occhio attento di Porter si guarda bene dall’esprimere giudizi critici su quanto prodotto dalla formazione americana lungo la sua più che trentennale carriera (trattamento riservato anche agli artisti citati a margine della storia) fornendoci invece, attraverso la sua pupilla, la possibilità di osservare la band da vicino durante la sua infinita caccia di dischi, musicisti, case discografiche e concerti. E’ uno sguardo voyeuristico che ben si addice ai protagonisti del racconto anche se Porter non eccede mai più del dovuto su aggettivi pruriginosi o commenti eccessivi.

Piuttosto l’autore si fa carico di arricchire il testo di doviziosi particolari sulle canzoni e sugli svariati autori e personaggi citati. Non con note a margine ma rendendoli parte integrante del testo. Cosicchè avendo fra le mani il libro e sfuggendovi per qualche istante chi fossero gli Electric Eels, i Dead Boys, i Meteors o loschi figuri come Mad Daddy o Ghoulardi non farete la figura di Don Abbondio davanti al nebbioso ricordo di Carneade. E potrete dunque arrendervi al sentimento della fiducia e prolungare la lettura anche a rete spenta, non avendo bisogno del sostegno di Wikipedia per integrare le vostre eventuali deficienze di fosforo.

Viaggio al centro dei Cramps è, insomma, un libro nient’affatto sommario o dozzinale. Al contrario, riesce con meticoloso entusiasmo, a ricostruire la bolla culturale dentro cui il progetto Cramps si è generato e le correnti eoliche che l’hanno spinta pericolosamente e tuttavia senza scoppiare, sulle creste del punk newyorkese prima e californiano dopo fino a rimbalzare su ogni angolo del mondo occidentale raccogliendo adepti e ammiratori altrettanto deviati in ogni parte del globo, Italia compresa. Alcuni fra questi vengono coinvolti dalla curatrice dell’edizione italiana per esibire il proprio marchio di Caino sulla nuova versione del libro che a questo punto ha come corredo tutt’altro che supplementare bozzetti, strisce animate, découpage, ricordi e impressioni attinte da una memoria che è collettiva e tribale insieme, vissute e respirate dentro quel posto dove i benpensanti non hanno mai osato entrare e di cui questo libro ci restituisce l’odore.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JOE SACCO – Io e il rock (Comma 22)

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Prima, molto prima che Joe Sacco diventasse un reporter da barricata raccontandoci le guerre della Bosnia e della Palestina e molto prima che Yahoo diventasse lo Yahoo che conosciamo, Joe è un vignettista che lavora nel mondo del rock e dei fumetti e che pubblica, tra l’altro, sei volumi di vignette chiamati proprio così: Yahoo.

È su quelle strisce che, per la prima volta, Joe svuota il “Sacco” sulla sua tourneè europea a fianco dei Miracle Workers, eroi locali della Portland che lo ha accolto dalla natìa isola di Malta. E’ il 1988 e i Workers sono la band più capellona del mondo. Difatti la sua storia a fumetti si intitola “In the Company of Long Hair” (Nella cricca dei capelloni).  

Joe segue la band nelle date europee scarabocchiando sul suo taccuino e vendendo le magliette del gruppo. Disegna i Miracle Workers come dei centauri ed infatti uno dei suoi schizzi più celebri (e a mio parere, orribili) ce li mostra così: quattro centauri lungocriniti incalzati da una schiera di fan che li rincorre per tutta l’Europa. E’ il disegno di copertina di Live at The Forum registrato proprio ad Enger in Germania durante quel tour. Io e il rock racconta, per disegni, tutta l’intera vicenda.

Che, detto tra noi, non interessa a nessuno perché non ha tanto da raccontare.

Più interessante il corredo alla storia principale ovvero Gli anni della Svizzera raccontati come Lato B dell’avventura on tour, le pagine dedicate ai manifesti e alle copertine d’ epoca che Joe realizzava per band come Yo La Tengo, Mudhoney, Thin White Rope, Hugo Largo, Lemonheads, Soundgarden, Flaming Lips e le strisce ispirate al blues e ai Rolling Stones. Per chi pratica il culto del rock a stelle ma soprattutto “a strisce”, un piccolo oggetto di culto, nonostante la versione italiana sia orfana del cd allegato all’edizione originale, dimostrando ancora una volta come dei Miracle Workers, qui da noi, non freghi assolutamente a nessuno. Editori compresi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALESSANDRO BONINI & EMANUELE TAMAGNINI – I classici del rock (Gramese Editore) / ALESSANDRO BONINI & EMANUELE TAMAGNINI – Garage Rock (Gramese Editore)

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Con questi primi due volumi la Gremese inaugura una serie di uscite dedicate alle “Guide Discografiche” con l’obiettivo di condurre, appunto, l’avventore discografico attraverso la giungla delle produzioni discografiche che hanno segnato la storia e definito i generi musicali. Com’è norma per queste operazioni il cliente-tipo non è il fanatico ne’ il completista ma il musicofilo alle prime battute di caccia, cui abbisogna una guida che gli indichi le prede più o meno succulente. I due autori stanno attenti a non cadere nell’errore Scaruffiano del giudizio critico limitandosi a segnalare, a consigliare, ad indicare. Magari colorando con qualche bell’aneddoto e usando un dosaggio “light” di riferimenti storici e capacità di sintesi.

Il primo volume è propedeutico ai volumi specifici divisi per “settore”, lavora per macrosistemi temporali (gli anni ’60, i ’70, gli ’80 e i ’90) cercando di indicare i 200 artisti “imprescindibili” per ogni nuovo adepto alla setta del rock. I nomi sono quelli che immaginate: Doors, Beatles, Velvets, Clash, Nirvana, Dylan, Stones, Clash, Hüsker Dü, Sonic Youth, Faith No More, Korn, Beach Boys e via discernendo. Certo, risulta difficile capire quale oscuro meccanismo abbia permesso a una band inutile come gli Stone Temple Pilots di rubare spazio a gruppi come Tuxedomoon o Pavement ma sono sbavature comprensibili comunque, visto il “taglio” globale e globalizzante del saggio.

Il primo volume specifico è invece quello dedicato al Garage Rock, colmando una lacuna della editoria musicale italiana. Anche in questo caso si parla di un rapido vademecum che può essere utile a chi sta cominciando oggi, dopo il successo di bands come White Stripes o Hives ad avvicinarsi al concetto di Garage-Punk.

Iniziativa lodevole e in perfetta sincronia coi tempi che corrono. Magari qualcuno scoprirà fuori tempo massimo la grandezza ASSOLUTA di una band come i Miracle Workers e allora si capirà di non aver sprecato la propria fatica.

Anche qui il volume è diviso per decenni e anche qui qualche peccatuccio è venuto a galla. E anche pesantuccio. Ci si chiede perché ad esempio un novizio, per quanto tale, debba sconoscere in toto la scena olandese dei mid-60’s (nomi come Q 65, Outsiders, Cuby + The Blizzards, Golden Ear-rings saltati a piè pari) o privarsi di una istituzione della cultura garage più selvaggia come i Missing Links oppure perchè debba andare a cercare i dischi dei Long Ryders o di bands trascurabili come Tryfles o Cheepskates invece che quelli di gente come Creeps, Stomach Mouths, Wylde Mammoths, Crimson Shadows (ovvero una delle più grandi scene garage degli eighties, quella scandinava, che viene completamente taciuta fatta eccezione per gruppi come Nomads o Union Carbide Productions, NdLYS). Rammarica pure vedere come una grande band contemporanea come i Solarflares non venga menzionata neanche di striscio, neppure nelle vicende post-Prisoners della scheda dedicata al gruppo britannico. Il volume presenta inoltre delle piccole interviste a gente come Dave Allen, Electric Prunes, Sick Rose, Sillies e altri e un buon campionario di riproduzioni di copertine da tutte le epoche. Scorrevole e anche ben scritto, nella sua sinteticità forzata. Ma ad alcune pecche come quelle sopra accennate non conto di passare sopra come invece può venir concesso alle discografie approssimative di Yardbirds e JSBX sul primo volume o per altre minuzie tutto sommato perdonabili (la raccolta Ampology degli Hoodoo Gurus indicata solo con un generico Anthology o i Gories costretti a rubare qualche riga ai Dirtbombs, tanto per dirne di due). Attendiamo ora di vedere cosa i due autori sapranno tirare fuori per altri campi minati come la new wave o l’indie-rock. Intanto, per chi voglia avere una prima indicazione dei dischi che si è perduto mentre MTV gli lobotomizzava il cervello con il nu-metal e il posthardcoremelodicskaemogrindputtanat del momento, cominci a comprarsi il libro e a scegliere di che dischi morire.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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ROBERTO RUSSO – Too Much Too Boohoos (Crac Edizioni)  

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Quando vivi una storia così, prima o poi devi tirarla fuori dalle viscere, per liberartene totalmente. E così, ecco venir fuori Too Much Too Boohoos. Un diario di bordo che è una seduta terapeutica dove Roberto Russo racconta non solo i cinque intensissimi anni della sua “band venuta da Marte” ma trenta anni della sua vita. Come se gli uni non potessero prescindere da tutti gli altri. È questo, a dare la vera chiave di lettura di Too Much Too Boohoos e a dare la giusta prospettiva di cosa fosse “vivere” nella dimensione Boohoos, vivere per intero dentro il sogno del rock ‘n roll e dei suoi eccessi.

Fino a portarne addosso le cicatrici.

Anche dopo che il sogno è finito.

Quello dei Boohoos è finito ventisei anni fa. Nel Settembre del 1989. Di colpo. Spento come un’abat-jour fulminata.

Anche se aveva lentamente preso le forme di un incubo, devastando anima e corpo di chi presto sarebbe stato costretto a ridestarsi.

I Boohoos, Dio buono. Il fuoco di Sant’Antonio del rock ‘n roll italiano. Passati come un uragano a spiegarci che ogni cosa era possibile. Un mini LP che radeva al suolo tutto il plotone garage-punk italiano, un album che soffiava lacca e paillettes sul palco funesto del Michigan Palace, un ultimo disco di sano e robusto street rock ‘n roll che si pensava fosse lo shuttle che li avrebbe rispediti su Marte e che invece era una zattera di naufraghi che scivolava a fatica dentro un mare di merda.   

Un libro su di loro, alla fine, poteva scriverlo solo uno di loro. Pisciando fuori tutti i calcoli della vescica, col dolore urticante che accompagna una minzione di questo tipo.

Chi non ha vissuto quegli anni, e in quegli anni non ha vissuto l’uragano Boohoos non lo comprerà. E magari, rigirandolo tra le mani in libreria, si chiederà se fossero davvero arrivati da Marte, questi signori qui. Poi lo rimetterà sullo scaffale. E se ne tornerà a casa. Felice di essere nato quando gli alieni avevano già lasciato la Terra tornandosene da dove erano arrivati. Infischiandosene.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ROBERTO CALABRO’ – Eighties Colours (Coniglio Editore)

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Eighties Colours è la storia di una rivoluzione.

Una rivoluzione perpetrata, e scorrendo queste pagine se ne afferma il sospetto, con un esercito esiguo (un centinaio di nomi in tutto tra musicisti, giornalisti, produttori e “professionisti” del settore), scarsissimi mezzi, moltissima passione e la convinzione netta di essere dalla parte del giusto.

Il giusto, allora, era donare al rock la sua essenzialità primordiale spogliandolo dai vestiti sintetici dell’elettro-pop.

Per farlo era indispensabile riportare indietro le lancette del tempo. Sorpassare in controsenso le derive post-punk che erano degenerate nella new-wave glaciale dei primi anni Ottanta, le maree furiose dell’hardcore e del punk, risalire le correnti del prog e dell’hard rock come salmoni pronti a deporre le uova nel posto giusto e infine trovarlo, questo posto giusto, nel rock americano ed europeo dell’epoca beat e psichedelica. Fu questa esigenza ad innescare, un po’ ovunque, le guerre del Paisley Underground e del neo-garage. Gli avamposti italiani, questa volta, non si fecero trovare impreparati. Per niente.

Del resto molte matricole avevano fatto il loro addestramento reclute nei casermoni del punk dove vigeva la legge del DIY. Sapevano dunque darsi da fare con i mezzi allora a disposizione. Annunci, lettere, volantini, telefonate.

Molto inchiostro, molte parole, molta benzina in quegli anni. E, dopo tanto tempo, di nuovo….tanti Colori!

Roberto Calabrò ripercorre quei sei anni con l’entusiasmo che gli è proprio, con l’impeto di chi li ha vissuti in prima persona, di chi ha visto nascere e morire le sue band del cuore, quelle per le quali avresti sempre e comunque trovato un posto dove dormire o un pasto caldo, se ce ne fosse stato bisogno.

Quelle per cui avresti ipotecato casa pur di comprare un loro disco, se papà e mamma te lo avessero concesso.

E adesso che la musica non si compra più, che ci si è dimenticati per anni di far riparare la piastra per i nastri TDK o di comprare una nuova puntina Shure e che ci pare sempre più incredibile credere che anche noi siamo vissuti in un’epoca dove non esistevano il PayPal, l’email, Facebook, Youtube, Myspace, il PostePay, l’I-Phone, l’I-Pod, gli MP3, ora che ci pare davvero improbabile poter spedire una lettera alla Casella Postale 144 di Pavia con una banconota occultata dentro per ricevere, dopo due mesi, uno di quei fantastici gingilli che ci facevano venire la pelle d’oca.

Un 45 giri. Un cerchio di vinile nero da far ruotare su un piatto mentre il mondo restava fermo tutt’intorno. Un piccolo manufatto con qualche errore di stampa, senza bollino SIAE e senza nessun codice a barre. Ora che tutto questo sembra un corto circuito alle pacchiane comodità del nostro presente, Eighties Colours aggiunge un altro colore alla tavolozza di quegli anni: quello della nostalgia.

Eppure Calabrò non sceglie il taglio nostalgico ma quello celebrativo e documentaristico. Tutte le uscite discografiche del periodo vengono analizzate con qualche commento personale o attraverso le lenti dei musicisti, oppure spulciando tra le recensioni dell’ epoca, perlopiù tratte da Rockerilla, il mensile che grazie al trasporto di Claudio Sorge e Federico Ferrari si fece portavoce del rinascimento garage e psichedelico italiano e per il quale dal ’96 lo stesso Calabrò finirà per scrivere.

Il libro, ricco di fotografie e copertine del periodo, indaga sul fenomeno partendo dal 1985 e scegliendo di analizzarlo anno per anno.

Si inizia con “La nascita della scena” che documenta i centri geografici nevralgici per la fioritura del fenomeno: la Torino dei No Strange e Sick Rose, la Bologna degli Allison Run e degli Ugly Things, la Roma dei Technicolour Dream, la Toscana di Liars, Useless Boys e Pikes In Panic, la Milano dei Pression X e dei Four By Art, la Piacenza dei Not Moving e identifica proprio nell’ omonima compilation curata da Claudio Sorge l’ uscita-chiave dell’ intera scena.

Il secondo capitolo è quello consacrato a “I primi dischi”. Che sono spesso i più importanti ma che sbattono il muso sul muro di incompetenza di studi di registrazione, produttori e fonici che hanno scordato cosa voglia dire far suonare uno strumento che non sia un synth o una batteria elettronica. Prova ne siano l’album dei Technicolour Dream o quello degli Out Of Time, soffocati entrambi da produzioni incerte, acerbe, ingenue, inadatte.

Si prosegue con “L’esplosione della scena”, il capitolo dedicato al 1986, l’ anno d’ oro del garage punk mondiale e della scena psych italiana: escono Faces dei Sick Rose e Sinnermen dei Not Moving ma pure il secondo album dei Four By Art e il debutto folgorante dei BooHoos, esordiscono i grandi Pikes In Panic, gli enormi Birdmen Of Alkatraz. La scena è un tino in fermentazione. La rete si allarga, comincia a guadagnare rispetto e visibilità anche fuori confine.

Il quarto capitolo fotografa “La seconda ondata” ma registra anche le prime spaccature importanti. Nascono le prime band “satellite”: piccole masse lanciate dalla forza centrifuga delle band madre e dai primi scontri di ego: come gli Steeplejack staccatasi dalla galassia dei Birdmen Of Alkatraz, i Pale Dawn e i Magic Potion nati dall’implosione dei Technicolour Dream. Ma il 1987 è anche l’anno di Moonshiner dei BooHoos, di Keep It Cool And Dry dei Pikes in Panic e Young Bastards dei Kim Squad, tre mostri di energia, tre accumulatori al Nichel-Cadmio carichi come delle bombe all’idrogeno, l’anno dell’esplosione della scena milanese che ruota attorno alla Crazy Mannequin di Stefano Ghittoni. Ed è pure l’anno della seconda bottiglia di Eighties Colours. Quando la stappi, ti accorgi che è ancora effervescente. Ma che il gusto sta lentamente cambiando. Gli stili si stanno definendo, aprendo la scena ad altre influenze, a nuovi entusiasmi, a nuovi

“Colori che esplodono”: la scena garage si rinnova con l’arrivo di nuove band: dal beat di Barbieri e Avvoltoi al garage spiritato di Woody Peakers ed Electric Shields e di dischi come quello vigoroso dei Polvere Di Pinguino e quello mod oriented degli Underground Arrows giunti finalmente all’ agognato esordio. Tutt’ intorno è un fiorire e moltiplicarsi di tante minuscole garage bands menzionate purtroppo anche stavolta troppo di fretta: Superflui, Monks, Five For Garage, Uninvited, ecc. ecc.

“Gli ultimi fuochi” riguarda il 1989 e l’uscita di altri tasselli importanti come From the Birdcage, Shaking Street, Umbilicus, forse gli ultimi dischi fondamentali e decisivi del movimento. “Verso il nuovo decennio” è il capitolo dedicato al 1990, anno di uscita di Floating dei Sick Rose, del secondo disco degli Avvoltoi e soprattutto del mini album di esordio dei Flies, autentica perla nascosta di sixties rock mondiale.

L’ultimo capitolo è “Il fuoco che cova sotto la cenere” del decennio successivo, con qualche rapido e sommario accenno ai dischi e ai nomi che durante gli anni Novanta terranno viva la fiamma: la Misty Lane, la Face Records, la Psych Out, gli Sciacalli. Le appendici in coda al volume sono dedicate alle fanzine dell’ epoca (una su tutte: Lost Trails!!!) e ad un angolo di riflessione evocativa dove alcuni dei protagonisti mettono mano dentro la loro valigia dei ricordi.

Per chiudere, la piccola nota dolente riguarda una discografia dettagliata di tutto il materiale ufficiale uscito dal 1985/1990 ma che purtroppo omette, chissà perché, le svariate demo che allora costruirono un canale di diffusione importante e vitale per il circuito e che all’ epoca rimasero per molte band le uniche testimonianze del loro passaggio su questo pianeta come Stolen Cars, Superflui, Storks, Teeny Boppers, Silver Surfers, David and His Pals, Five For Garage, ecc. ecc.  così come vengono taciute alcune uscite postume dedicate tra le altre a gruppi come Boot Hill Five, Birdmen of Alkatraz, Storks, Barbieri, Woody Peakers (mi riferisco alla collana Back Up della AUA). Una scelta sicuramente voluta ma che priva il libro dell’aggettivo di “definitivo” che invece gli spetterebbe di diritto per lo spirito e la competenza che lo anima (che ridere invece a ridere degli strafalcioni che la stampa, soprattutto locale, dell’epoca, riversava sui suoi ciclostilati, NdLYS).

Eighties Colours è un volume ovviamente destinato a chi, musicista, addetto al settore, semplice appassionato, visse quegli anni con l’entusiasmo che meritavano e per chi voglia avere una esauriente guida per la riscoperta di una stagione del rock italiano che non ebbe paura di confrontarsi con un linguaggio, un’estetica, un’idea stessa del rock ‘n roll che non le apparteneva e che invece le diventò così familiare da poterla plasmare a proprio gusto, esplodendo dal nulla, conquistando il mondo, ritornando nel nulla.

Gli altri lo lascino riposare sugli scaffali e comprino l’ennesima biografia su Ligabue. Qui non c’è posto per loro, nemmeno se facessimo spazio tra i ricordi, nemmeno se volessimo conceder loro un solo giorno dei nostri anni migliori, nemmeno se volessimo far finta che abbiamo ancora la stessa voglia di ridere e di abbracciare il mondo che avevamo allora.

Perché, fuor di retorica, quella del neo-garage fu davvero una febbre. Contagiosa e pandemica. Come e forse più della scena punk, chi ne fu investito non restò con le mani in mano. Chi ne fu infettato lo fu fino al midollo: non ce ne fu uno che non mise su una band, stampò una fanzine, tirò su una casa discografica, una tipografia, un negozio di restauro, di dischi, di strumenti. Qualunque cosa. Anche solo per un anno, per una settimana, un solo giorno.

I Colori degli Anni Ottanta. I Nostri Colori.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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