Born Losers: pepite e lastre di selce – Il Reverendo Lys in libreria, reparto testi sacri

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Ebbene si. Il 15 Giugno, un po’ a sorpresa e forse un po’ troppo in anticipo sulla sua uscita prevista per il rientro a casa dalle vacanze, è iniziato su Amazon il pre-order del mio libro. Il primo ad essere pubblicato e distribuito, sebbene il primo non sia. Nonostante non mi sia mai piaciuto parlare di me e farmi autopromozione stavolta mi tocca farlo, per aiutarvi a capire se questo libro può valere una ventina di Euro dei vostri risparmi o se è meglio leggerne degli stralci sul mio blog. Perchè se abbiamo imparato a godere della musica in rete, non ci sarebbe motivo per evitarvi analogo godimento con la lettura.

Born Losers si prefigge di offrirsi come guida per chi voglia affrontare un viaggio in 55 anni di musica garage. Una sorta di “discografia ragionata” che non vuole (e non potrebbe, anche per motivi di spazio) essere completa ma che si offre come strumento agile ma non didascalico con cui manovrare il timone qualora si decidesse di affrontare il viaggio che il volume stesso si propone di ispirare. Il percorso si snoda lungo sei decenni soffermandosi in maniera più organica sugli anni Ottanta ovvero gli anni del grande revival Sixties e l’esplosione di un fenomeno chiamato neo-garage che contagiò all’epoca centinaia di migliaia di teenagers in tutto il mondo, me compreso. E a cui dunque spettava di diritto di essere il cuore del libro.

Da allora sulla musica garage si è scritto molto ma sempre in maniera piuttosto carbonara. Ovvero: chi sa dove cercare sa cosa può trovare. Bello, esclusivo, privilegiato. Però ricordo che io inciampai nella musica garage quasi per caso e mi piacerebbe che accadesse così anche per chi si trova ad esplorare qualche scaffale in una libreria, che si incuriosisse, che questa copertina, questo titolo, queste pagine, questo mondo non gli fossero già familiari ma lo attraessero pur essendogli alieni e lo incuriosissero a tal punto di innamorarsi delle creature che ci vivono dentro. Per farlo, ho deciso di offrire dei punti di riferimento basilari, elementari, cercando di non cadere ne’ nel fanatismo cieco ne’ nel nozionismo petulante e alla lunga noioso, tracciando delle coordinate chiare, delle mappe che siano leggibili a tutti e non solo a chi è un collezionista sfegatato di dischi e strumenti.

Born Losers si propone dunque di parlare del rock’n’roll e di farlo usando un linguaggio rock’n’roll, schietto nella misura in cui affronta l’argomento esaltando vizi e virtù dei protagonisti, alcuni dei quali chiamati a mettersi in gioco in prima persona. Nel tracciare i profili degli artisti o dei dischi ho privilegiato volutamente quelli più vicini ad uno stile più prettamente vicino ai canoni estetici o sonori delle garage-band degli anni Sessanta, con qualche eccezione necessaria. L’assenza di alcuni nomi è pertanto voluta.

Un percorso che si snoda celebrando il garage come modo di pensare la musica, partendo dal primo tour americano dei Beatles e dal primo riff sporco di Link Wray per finire agli eredi a noi più prossimi di quell’approccio. 

Dentro ci sono più di trecento album commentati. Commentati a mio modo, senza alcuna pressione di musicisti, discografici, distributori (magari non lo sapete, ma non è così scontato come credete, NdLYS). Ci sono i resoconti di dieci chiacchierate con altrettanti musicisti che hanno fatto parte di bands come Morlocks, Gruesomes, Not Moving, Untold Fables, Miracle Workers, Fuzztones, Tell-Tale Hearts, Headless Horsemen, Chesterfield Kings, Crimson Shadows, Hoods, Pikes in Panic, Gravedigger V.

Il mio obiettivo sono i neofiti e i curiosi come me. Ma il libro non è di loro pertinenza esclusiva. Sono certo che chi ha praticato per anni queste strade come me, troverà un ottimo pretesto per ritirare fuori le clave.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

FEDERICO GUGLIELMI – Siberia (Hellnation libri) 

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I dischi sono amplificatori delle nostre emozioni. Non ci piove, anche se su alcuni di essi nevica.

Le celebrazioni dei dischi in qualche modo la misura della nostra vecchiaia.

Siberia, disco dentro cui nevicava tantissimo, misura 35 dei nostri anni.

Sfogliando questo libro che ce lo racconta in modo dettagliato, sembrano il doppio.

L’Italian Records, i Litfiba (QUEI Litfiba), Nicola Vannini, la Contempo, Rockerilla (QUEL Rockerilla), Ernesto De Pascale, la IRA di Pirelli, Ciao 2001, Alessandro Calovolo, Il Mucchio Selvaggio, VideoMusic.

Oppure, sembra ieri.

Perché è vero, assolutamente vero, quel che dice Bauman che noi ci adattiamo al tempo e ai tempi. Ma è altrettanto vero che il tempo si adatta a noi.

E così, facendocene beffe, possiamo immaginare che quel che leggiamo sia accaduto ieri. O ieri l’altro, se proprio non vogliamo gabbare oltre che lui anche noi. L’Italia che si metteva in linea con la musica inglese con l’ardita scommessa di adattare la new-wave alla lingua di Dante, anche lui guarda caso nato a Firenze come i Diaframma.

Siberia è il disco-simbolo di quel momento. Miro Sassolini ha appena preso il posto di Nicola Vannini e Alberto Pirelli decide di investire su di loro e di inaugurare con il loro album la sua nuova etichetta, perché ognuno è libero di suicidarsi come vuole. E invece Siberia è un suicidio fallito e il primo atto di una storia d’amore infinita: quello tra i Diaframma e il loro pubblico, sempre pronto a sostenere il gruppo anche quando questo diventa sempre più un affare privato di Federico Fiumani. Il libro di Guglielmi racconta, attraverso i protagonisti che ne presero in qualche modo parte, le vicende accorse ai Diaframma a monte e a valle di quel disco (anche “molto” a valle, con un doveroso spazio dedicato al Siberia rivisto e corretto della versione reloaded del 2016) tenendosene un po’ in disparte, senza dispensare punti di vista che non siano necessari alla narrazione. Un po’ lettore anche lui. E anche lui a guardare questo cuore appeso a sanguinare come la carcassa di un suino dal gancio di un macellaio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

FERDINANDO MOLTENI – Banana Republic 1979 (Vololibero Edizioni) 

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Di Banana Republic ricordo i ritagli di giornale appiccicati sul diario di scuola di mia sorella.

Ricordo il film-concerto proiettato nella sede della FGCI.

Ricordo le canzoni, passate dalle radio libere (ma libere veramente).

Ricordo che era il periodo trionfale dei dischi collettivi, dal cantautorato che esplodeva nei Palasport e nelle arene grazie all’avvenuto matrimonio con le band elettriche: De André con la P.F.M., Guccini coi Nomadi e Lucio Dalla e Francesco De Gregori con ben due band di supporto di cui una sarebbe da lì a qualche anno diventata un’entità autonoma e storica col nome di Stadio, ché lì era nata: negli stadi dove si era celebrata la tournée più chiacchierata della fine degli anni Settanta e che, affrontando i rischi che Molteni ben racconta su questo volumetto agile e spedito, “sbloccò” gli anni Settanta ormai vittime della pericolosa macchina delle rappresaglie e dell’antagonismo fanatico e violento.  

Ferdinando Molteni si fa carico di raccontarci a parole i retroscena di quello che all’epoca venne documentato da un disco e da un film entrambi di pessima (e anche un po’ truffaldina) fattura (e qui scoprirete perchè, NdLYS) ovvero il “matrimonio artistico” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori e il debutto nel circuito della musica d’autore di Rosalino Cellamare, da quel momento e per tutti Ron. Un tour epocale in un momento cruciale per la società italiana e per la carriera dei loro protagonisti. Il disco-evento che con canzoni come Banana Republic e Ma come fanno i marinai li svincola dal peso mortale di autori impegnati per buttarsi con intelligenza, coraggio e senso di sfida tra le braccia del disimpegno. Liberando sé stessi e tutta la musica italiana, nei modi che vi invito a scoprire sfogliando queste pagine e il racconto di come la terra dei partigiani diventò una distesa di alberi tropicali. E della scimmia e dell’orso bruno che vi abitavano fra i rami.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO MANFREDI – Cesare Monti: l’immagine della musica (Crac Edizioni)  

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Storie e foto sono in gran parte “prelevate” dal blog dello stesso Cesare Monti, attivo dal Gennaio del 2012 e da lui stesso aggiornato fino al giorno della sua morte.

È dunque un Cesare Monti che si racconta in prima persona quello de L’immagine della musica. Ma è anche un Cesare Monti di cui parlano alcuni tra quelli che hanno incontrato per caso o su accordo stabilito uno dei più grandi innovatori della cultura pop, da Branduardi a Rettore, da Finardi a Cattaneo, da Vittorio Nocenzi a Maurizio Vandelli. Roberto Manfredi, grazie all’apporto della vedova Monti e della loro figlia Alice Montalbetti raccoglie queste testimonianze e altri cocci di memoria e, proprio come aveva fatto Cesare con la spilla presa in prestito da Gianni Sassi, prova a rimetterli insieme usando una colla rapida.

Non è facile, ma ci prova. Non è facile perché quando si parla di personaggi così visionari che prendono il loro posto nella storia proprio in un momento in cui la storia si sta scrivendo (ed è una storia importante: quella della musica “alternativa” degli anni Settanta del Banco, di De André, di Eugenio Finardi, di Edoardo Bennato, di Enzo Jannacci, Roberto Manfredi, Dedalus, Pepe Maina, Pino Daniele, del Parco Lambro, di Re Nudo) occorrerebbe avere uno spazio infinito su cui scrivere aneddoti e curiosità che sono memoria collettiva infinita. Un’epoca difficile sopra e sotto i palchi, di fermento e paura che Cesare Monti ha la capacità di descrivere e fissare nella nostra memoria con immagini forti, contrasti brutali, scatti grotteschi, fotomontaggi surreali e che Manfredi si prende la briga di riportare in forma scritta, in un omaggio sentito ad un amico col “sorriso da ippopotamo” e una fantasia paragonabile a poco altro.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIARDINI DI MIRÒ – Different Times (42) / MARCO BRAGGION – Different Times (Crac Edizioni)  

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Portano lo stesso identico titolo il nuovo album dei Giardini di Mirò ed il libro che ne racconta la storia certamente ancora molto più breve di quella del pittore spagnolo cui rimanda il loro nome ma tuttavia ormai già più che ventennale. L’album vanta delle collaborazioni illustri come quelle di Robin Proper-Sheppard e Glen Johnson, artisti vicini per sensibilità ed affinità artistica entrambi amatissimi dal gruppo emiliano e, potete contarci, dalla totalità del loro pubblico.

Giardini di Mirò sono uno di quei gruppi che rivelano pur senza volerlo di che brutta pasta è fatta la critica musicale italiana. Nessuno riesce a parlare male del gruppo emiliano (e perché si dovrebbe?) salvo poi, ad ogni nuova uscita, rivelare o lasciar intendere che il disco nuovo ricuce una qualche ferita lasciata da quello precedente. Aperta non si capisce bene dove, visto che la volta precedente lo stesso disco era il capolavoro del momento. Insomma, la classica giostra della piccola critica italiana sempre pronta a calarsi le braghe pur di vendere una riga e mezza di pubblicità, a togliersi il sassolino dalla scarpa quando nessuno più guarda ne’ la scarpa ne’ il sassolino.

Sono certo che sarà così anche stavolta. Ma non ho intenzione di verificare. Se ancora leggete quelle quattro stronzate che hanno una data di scadenza più breve di quella della crescenza, fate voi.

Veniamo a Different Times, il disco.

Premetto che mi viene inviato senza molto entusiasmo in formato “liquido” (ne’ analogico, ne’ digitale. Liquido, come la pipì) e che dunque lo ascolto, contravvenendo ad una delle mie poche regole fondamentali, dal pc. Come un qualsiasi ragioniere mentre prepara le buste paga per i colleghi. Lo scrivo non perché questo mi disponga male nei confronti del disco (cioè, è ovvio che sono mal disposto ma non è questo il motivo per cui lo scrivo) ma perché la resa sonora non rende giustizia alla band, alla sua storia, alla sua delicatezza, al suo rigore. Tutta roba di cui si fa un gran parlare ma che in realtà non interessa che pochissime persone. Io sono tra queste, purtroppo. Lo scrivo per proteggere la band. Perché se lo merita, anche se sono certo che anche loro si siano Baumanamente liquefatti ed assuefatti a questi piccoli crimini che permettono alla musica di viaggiare nel cyberspazio e di accatastarsi in piccole montagne di gigabyte ad impatto zero. Ad impatto zero davvero.

Però voi che avrete modo, a tempo debito, di ascoltarlo su un vero impianto audio ne trarrete grande giovamento. La magia filmografica del gruppo è intatta. E un che di liquido, anche musicalmente, la loro musica l’ha sempre avuta. Canzoni senza fulcro, prive di perno, che non si agganciano alla memoria ma la circuiscono, la insidiano, le si avvolgono addosso.  

In qualche modo il tema della “ferita”, torna in maniera/e diversa/e, sul libro di Marco Braggion. Ne parla l’autore e ne accenna Carlo Pastore nella bella introduzione al volume. Perché, e inoltrandosi nel libro se ne ha sempre maggior contezza, i Mirò nascono proprio da una ferita. Nascono proprio leccando il sangue di quell’ultima ferita che consegna il rock alla storia e apre i cancelli alle musiche degli anni 00, quella di cui si nutrirà una nuova generazione di ascoltatori che col rock avrà più o meno lo stesso legame che la mia ha con la lirica. Sono gli anni del post-rock. Del rock che fa a meno della fisicità, del riff-martello degli dei o del riff-ghigliottina. Un rock che si raggomitola su se stesso e che, come dicevo, diventa liquido, si infratta. Non più roccia ma muschio sulla roccia. Different Times, il libro, è un lavoro certosino e pieno di meraviglia. Un viaggio dentro il mondo dei Mirò in cui Marco Braggion si prende la briga di incontrare personaggi, analizzare dischi e testi, raccontare storie e aneddoti, offrire una cronologia dettagliata della loro storia, come se fosse quella di una delle più grandi band mai esistite, una di quelle che sgomitano per finire in cima alle classifiche, che organizzano le reunion per potersi pagare la coca o le cure del dietologo.

I Giardini se lo meritano.

Noi che li abbiamo amati mentre il mondo guardava altrove, pure.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO ANGELINO – Cover Story (Vololibero)  

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Ho trovato il titolo (suggerito, confessa l’autore, da una sedicente amica della Vanoni Giovanna Siliprandi) un po’ banale. Meno, molto meno banale, il contenuto: 76 copertine di altrettanti dischi di musica italiana su cui Roberto Angelino si diverte a raccontarci location, aneddoti, connessioni e curiosità. Se può sembrare un’idea già sfruttata, la scorsa al volumetto si rivela invece curiosa. Se è opinabile (e cosa non lo è, del resto?) la scelta delle copertine oggetto di analisi, è certamente insolito curiosare su una varietà di dischi così diversi per provenienza artistica e storica (si va avanti e indietro dagli anni Sessanta a stamattina, dai Cugini di Campagna a Coez, da Biagio Antonacci a Marco Parente) e su copertine che spesso abbiamo giudicato con sufficienza (cosa che, una volta letto il libro, continueremo comunque a fare, soprattutto conoscendone o sospettandone il contenuto, NdLYS).

La scelta dell’autore non è dunque legata ad un giudizio estetico (almeno così è facile supporre visto che a parte rarissime eccezioni si tratta di copertine alquanto brutte) ma è vincolata, costretta quasi, alle vicende di cui Angelino è a conoscenza e che dunque si fa carico di raccontarci e che intreccia tra loro passando in rassegna anche storie legate ad altri artisti e ad altre copertine, in un gioco a domino che ci obbliga ad una lettura completa e non “a scheda”, sovvertendo lo schema scelto dall’impaginazione.

Troverete dunque delle copertine “iconiche” (poche, in realtà: Rimmel di De Gregori, Dalla di Lucio Dalla, Anime salve di De André, Una donna per amico di Battisti, Rane supreme di Mina) accanto ad altre (tante) che magari ci sono passate del tutto inosservate mentre sfogliavamo i dischi negli scaffali di qualche negozio di dischi.

Tutte un po’ penalizzate dal piccolo formato del libro che per motivi di spazio le riduce alle dimensioni di un francobollo degli Emirati Arabi, tanto che non è possibile verificare i particolari raccontati in alcuni casi come per le cover di Malika Ayane, Gemitaiz o Ligabue, ma sono le storie e i gossip raccontati usando quelle come pretesto a costituire il vero prezioso contenuto del libro.

Pochi, giustificabili, i da me tanto odiati “refusi” di stampa e tutti comunque concentrati nella bella prefazione a firma Luciano Tallarini, forse aggiunta senza opportuna verifica in fase di pre-edizione.

Mancano inspiegabilmente, ed è un crimine contro l’umanità, tutte le copertine ideate da Gianni Sassi per il catalogo della Cramps Records. Mancano pure, tra gli artwork più recenti e più facilmente riconoscibili, le copertine dei Tre Allegri Ragazzi Morti o quelle del Malleus Rock Art Lab, autentiche opere d’arte messe al servizio della musica rock. E mancano sicuramente altre copertine cui voi siete legati per qualche motivo.

Roberto Angelino sceglie quelle cui ha qualcosa da raccontare.

La firma in copertina è la sua, del resto.

Voi preoccupatevi di comprare il libro e di far tesoro delle sue rivelazioni.

Poi, tornate alle copertine (e ai dischi) che più vi aggradano.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELEONORA BAGAROTTI – Simon & Garfunkel. Un ponte su acque agitate (Vololibero)  

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Un ponte su acque agitate è il racconto di un abbraccio, di un abbraccio traslato e contagioso. È l’abbraccio del figlio dell’autrice regalato alla mamma, sulle note di Still Crazy After All These Years gustata e vissuta in coppia al concerto di addio di Paul Simon ad Hyde Park che contiene in se l’abbraccio che Simon & Garfunkel hanno regalato al loro pubblico. In qualche modo, glielo restituiscono, amplificato, vibrante di amore filiale.

È un volume di quelli rapidissimi, il libro della Bagarotti. Centotrenta pagine, spurgate dall’appendice discografica di ordinanza, che si bevono tutte d’un fiato. Buono anzi perfetto per chi in quella location fotografata sulla copertina del primo album della coppia newyorkese ci passa buona parte della propria giornata, pendolando da una città a l’altra, da una stazione all’altra, da una periferia di una città qualsiasi al suo centro e ritorno. Cronistorie rapidissime sulle vicende artistiche, congiunte e separate, di Paul Simon e Art Garfunkel, una carrellata sulle loro produzioni in studio e due interviste, una delle quali già pubblicata a suo tempo sul quotidiano cui l’autrice presta la sua penna entusiasta, un veloce reportage dello storico concerto al Colosseo del 2004 costituiscono scheletro e muscoli di Un ponte su acque agitate. Sebbene l’apparato critico risulti quasi azzerato dando l’idea che ogni singolo disco, forse addirittura ogni canzone, sia a suo modo un capolavoro la semplicità di linguaggio e la disamina appassionata del canzoniere dei Tom & Jerry del folk americano è piacevole alla lettura.

Proprio come un abbraccio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LUCA D’AMBROSIO – La musica, per me (Arcana)  

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Sei pagine. Centottantotto righe.

È l’introduzione che Luca D’Ambrosio firma per il proprio libro. Ma a cui potrei tranquillamente aggiungere la mia, tanto la sento affine, a conferma di un’appartenenza generazionale comune e di un sentire condiviso e condivisibile, pur vissuto a chilometri di distanza, ignari l’uno dell’altro. Potrei fermarmi addirittura ai titoli delle uniche due canzoni citate per sentire un brivido lungo la schiena. Oppure rileggere ancora una volta quelle due righe in cui D’Ambrosio spiega di quel suo atto d’amore e rispetto che accompagna lo spegnimento dello stereo.

Sono le sei pagine in cui Luca D’Ambrosio, contravvenendo ad una delle sue cifre stilistiche, si mette un po’ a nudo. Lui che, ancora una volta, è uomo al servizio della musica.

La musica, per me è un progetto che prende vita su Musicletter, periodico che gira online da più di quindici anni, e che ha adesso raggiunto la forma organica ed organizzata di un libro. Dentro ci trovate cinquanta artisti coinvolti dall’autore nel tentativo di rispondere ad un quesito formalmente banale ma che invece, proprio per il valore che la musica ha nelle nostre vite (anche la vostra, altrimenti non sareste qui. Anche la mia, altrimenti non sarei qui), è di una complessità assoluta. Sono nomi tra i più disparati, con un background diversissimo (Teho Teardo, Dario Brunori, Ghigo Renzulli, Mario Venuti, Enrico Ruggeri, Miro Sassolini, Militant A, Teresa De Sio, Fabio Cinti, Raiz, Dodi Battaglia, Rettore, Nada, ‘O Zulu, Lilith, ecc. ecc.) e storie più o meno durevoli immerse nel lungo corso della musica nazionale.  

Ognuno di loro offre la sua visione della musica, o di una parte di essa. Perché la musica è merce, è mistero, è memoria, è poesia, è collante sociale e riparo isolazionista, è arte ma anche mestiere, è fantasia ma è anche matematica, è rischio per molti e strade asfaltate per altri. È tante verità e tante menzogne messe assieme, confuse tra loro. È gesto di intesa e segno di separazione.

Qui ci sono cinquanta modi di vivere la musica. Anzi, cinquantuno. Voi leggetelo e aggiungete il vostro.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SERGIO AZZARELLO – Non nasconderti (Edizioni Il Vento Antico)  

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Non nasconderti, il pezzo, è in realtà uno dei meglio nascosti della discografia dei Denovo. L’unico nella storia del gruppo etneo a portare la firma di Toni Carbone, incluso solo nella versione CD del loro terzo album.  

È il titolo scelto da Sergio Azzarello per il libro che si propone di “vendicare” quella che, ne va dato atto, fu una delle occasioni mancate del pop sofisticato prodotto in Italia un trentennio fa. Arrivati a scalare diversi gradini di quella scala per il successo poi raggiunto da vecchi compagni di strada come i Litfiba e inciampati quando la luna sembrava essere lì ad un tocco.

Sebbene lo faccia spesso in maniera azzardata (i paragoni con i Beatles si sprecano) e donchisciottesca, l’autore si prodiga ad una disanima di tutto lo scibile prodotto dai Denovo analizzandone oltre che la cronistoria di ogni esibizione, anche l’origine e la struttura di ogni singolo brano, spesso affidandosi alle memorie appannate e divergenti degli stessi autori. Un diario di bordo scritto miscelando testimonianze dirette e racconti di chi quell’avventura la visse sulla propria pelle, successi e delusioni comprese. La forza trasversale del gruppo capitanato da Luca Madonia e Mario Venuti, ben documentata dallo scatto scelto per la copertina e capace di raccogliere consensi dalle frange del popolo alternativo cresciuto all’ombra della new-wave così come dagli amanti della più ortodossa canzone melodica italiana, si rivelerà in realtà una lama a doppio taglio finendo per lasciare il gruppo senza pubblico. In virtù, secondo il mio parere, di un disco oggettivamente brutto come Così fan tutti, terzo capitolo della loro saga che avrebbe dovuto portare a compimento quanto seminato coi primi due album e che invece si immobilizzava in un carnet di canzoni senza nerbo.

Azzarello tuttavia non si esprime sul valore artistico della produzione discografica se non in maniera blanda ed occasionale. Non nasconderti non è infatti un saggio critico o analitico, limitandosi (ammesso che sia un limite, NdLYS) alla narrazione degli eventi e, dove può, ai dati tecnici.

Tra palchi rock, kermesse sanremesi, partecipazioni televisive e comparsate in sagre paesane, la storia dei Denovo resta emblema di un periodo storico fondamentale in cui il nuovo si affacciava sul mercato cercando di rinnovare la semantica della canzonetta tradizionale. Il tema, già dibattuto anni fa su un altro libro analogo (però, come è prassi per le pubblicazioni Arcana, zeppo di errori ortografici e una punteggiatura sommaria) viene sviscerato con l’entusiasmo di chi ha vissuto quei giorni con la giusta dose di ottimismo e partecipazione, patteggiando per chi, senza essere costretto a lasciare casa (come era successo per Battiato, ultimo mentore della storia del quartetto siciliano), stava imponendo Catania all’attenzione di pubblico e critica, forzando l’ago della bussola e dando in qualche modo il via alla piccola rivoluzione culturale della Catania degli anni Novanta.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ALESSIO CACCIATORE & GIORGIO DI BERARDINO – Britannica (Vololibero)  

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1988/1998. Ovvero l’ascesa del brit-pop e la sua lunghissima scia. Ma anche ciò che preparò il terreno a tutto il fenomeno, dalla nascita della Factory e della Creation agli inevitabili Smiths. E pure qualche frattaglia che non si sa bene perché ci sia finita dentro (mi riferisco in particolare ai Joy Division i quali, provenienza geografica a parte, non avevano praticamente nulla a che fare col fenomeno ne’ a livello di attitudine ne’ come modello stilistico o di ispirazione) e altro che, per motivi dunque analoghi, sarebbe invece magari stato opportuno infilarci (i Fall, che avranno un peso notevole sulla definizione del suono degli Happy Mondays, non vengono neppure citati per errore). Così come lascia perplessi trovare Automatic degli scozzesi J&MC in cima alla top 25 dei dischi fondamentali del suono di Manchester (ammesso che quel disco possa essere in qualche modo associato stilisticamente a quanto succedeva duecento miglia più a Sud, sul libro non ne viene spiegata l’importanza), dentro cui peraltro finiscono formazioni provenienti dalla Gran Bretagna tutta alimentando nei neofiti una confusione probabilmente non voluta ma forse inevitabile.  A questo aggiungiamo magari, tanto per essere capricciosi e pedanti, un paio di sviste clamorose e reiterate (quelli che poi vengono giustificati come refusi, per capirci) sui titoli di album fondamentali come quelli di Verve e Stairs.

Il primo libro italiano dedicato al fenomeno brit-pop è un po’ un’occasione bruciata, finendo per essere più che altro una cronologica sequenza di gossip e date rubate all’agenda del sacro triumvirato Suede-Oasis-Blur e, in aggiunta per ovvi motivi, le Elastica. Un approfondimento che altrove viene negato, come accennavo prima. Quel che ne viene fuori è un lavoro abbastanza superficiale nei contenuti così come nel linguaggio, mancando ad esempio di sviscerare i legami ideologici con la vecchia scena mod che costituiranno una delle tendenze più significative di gran parte del movimento brit-pop o di indagare sul quanta influenza abbia avuto la ricerca spasmodica delle oscure perle Northern Soul per la legittimazione del dj come figura chiave nella scena acid locale.     

Molto meglio a questo punto la lunga appendice che occupa la restante metà del volume e che può servire per muoversi nella giungla dei gruppi “minori” (quelli non approfonditi sul resto del volume, per essere precisi), molti dei quali non ricordavo più neppure io che quegli anni li ho vissuti molto intensamente. Che poi risulti che a produrre i Tindersticks sia stato sua maestà Lee Hazlewood in persona e che fra gli inevitabili assenti ci siano Heads e Breathless (ma anche i fondamentali Commotions di Lloyd Cole e i Prisoners citati solo di striscio, NdLYS) fa perdere di valore anche questa sezione, ma tant’è.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro