ROBERTO MANFREDI – Cesare Monti: l’immagine della musica (Crac Edizioni)  

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Storie e foto sono in gran parte “prelevate” dal blog dello stesso Cesare Monti, attivo dal Gennaio del 2012 e da lui stesso aggiornato fino al giorno della sua morte.

È dunque un Cesare Monti che si racconta in prima persona quello de L’immagine della musica. Ma è anche un Cesare Monti di cui parlano alcuni tra quelli che hanno incontrato per caso o su accordo stabilito uno dei più grandi innovatori della cultura pop, da Branduardi a Rettore, da Finardi a Cattaneo, da Vittorio Nocenzi a Maurizio Vandelli. Roberto Manfredi, grazie all’apporto della vedova Monti e della loro figlia Alice Montalbetti raccoglie queste testimonianze e altri cocci di memoria e, proprio come aveva fatto Cesare con la spilla presa in prestito da Gianni Sassi, prova a rimetterli insieme usando una colla rapida.

Non è facile, ma ci prova. Non è facile perché quando si parla di personaggi così visionari che prendono il loro posto nella storia proprio in un momento in cui la storia si sta scrivendo (ed è una storia importante: quella della musica “alternativa” degli anni Settanta del Banco, di De André, di Eugenio Finardi, di Edoardo Bennato, di Enzo Jannacci, Roberto Manfredi, Dedalus, Pepe Maina, Pino Daniele, del Parco Lambro, di Re Nudo) occorrerebbe avere uno spazio infinito su cui scrivere aneddoti e curiosità che sono memoria collettiva infinita. Un’epoca difficile sopra e sotto i palchi, di fermento e paura che Cesare Monti ha la capacità di descrivere e fissare nella nostra memoria con immagini forti, contrasti brutali, scatti grotteschi, fotomontaggi surreali e che Manfredi si prende la briga di riportare in forma scritta, in un omaggio sentito ad un amico col “sorriso da ippopotamo” e una fantasia paragonabile a poco altro.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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GIARDINI DI MIRÒ – Different Times (42) / MARCO BRAGGION – Different Times (Crac Edizioni)  

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Portano lo stesso identico titolo il nuovo album dei Giardini di Mirò ed il libro che ne racconta la storia certamente ancora molto più breve di quella del pittore spagnolo cui rimanda il loro nome ma tuttavia ormai già più che ventennale. L’album vanta delle collaborazioni illustri come quelle di Robin Proper-Sheppard e Glen Johnson, artisti vicini per sensibilità ed affinità artistica entrambi amatissimi dal gruppo emiliano e, potete contarci, dalla totalità del loro pubblico.

Giardini di Mirò sono uno di quei gruppi che rivelano pur senza volerlo di che brutta pasta è fatta la critica musicale italiana. Nessuno riesce a parlare male del gruppo emiliano (e perché si dovrebbe?) salvo poi, ad ogni nuova uscita, rivelare o lasciar intendere che il disco nuovo ricuce una qualche ferita lasciata da quello precedente. Aperta non si capisce bene dove, visto che la volta precedente lo stesso disco era il capolavoro del momento. Insomma, la classica giostra della piccola critica italiana sempre pronta a calarsi le braghe pur di vendere una riga e mezza di pubblicità, a togliersi il sassolino dalla scarpa quando nessuno più guarda ne’ la scarpa ne’ il sassolino.

Sono certo che sarà così anche stavolta. Ma non ho intenzione di verificare. Se ancora leggete quelle quattro stronzate che hanno una data di scadenza più breve di quella della crescenza, fate voi.

Veniamo a Different Times, il disco.

Premetto che mi viene inviato senza molto entusiasmo in formato “liquido” (ne’ analogico, ne’ digitale. Liquido, come la pipì) e che dunque lo ascolto, contravvenendo ad una delle mie poche regole fondamentali, dal pc. Come un qualsiasi ragioniere mentre prepara le buste paga per i colleghi. Lo scrivo non perché questo mi disponga male nei confronti del disco (cioè, è ovvio che sono mal disposto ma non è questo il motivo per cui lo scrivo) ma perché la resa sonora non rende giustizia alla band, alla sua storia, alla sua delicatezza, al suo rigore. Tutta roba di cui si fa un gran parlare ma che in realtà non interessa che pochissime persone. Io sono tra queste, purtroppo. Lo scrivo per proteggere la band. Perché se lo merita, anche se sono certo che anche loro si siano Baumanamente liquefatti ed assuefatti a questi piccoli crimini che permettono alla musica di viaggiare nel cyberspazio e di accatastarsi in piccole montagne di gigabyte ad impatto zero. Ad impatto zero davvero.

Però voi che avrete modo, a tempo debito, di ascoltarlo su un vero impianto audio ne trarrete grande giovamento. La magia filmografica del gruppo è intatta. E un che di liquido, anche musicalmente, la loro musica l’ha sempre avuta. Canzoni senza fulcro, prive di perno, che non si agganciano alla memoria ma la circuiscono, la insidiano, le si avvolgono addosso.  

In qualche modo il tema della “ferita”, torna in maniera/e diversa/e, sul libro di Marco Braggion. Ne parla l’autore e ne accenna Carlo Pastore nella bella introduzione al volume. Perché, e inoltrandosi nel libro se ne ha sempre maggior contezza, i Mirò nascono proprio da una ferita. Nascono proprio leccando il sangue di quell’ultima ferita che consegna il rock alla storia e apre i cancelli alle musiche degli anni 00, quella di cui si nutrirà una nuova generazione di ascoltatori che col rock avrà più o meno lo stesso legame che la mia ha con la lirica. Sono gli anni del post-rock. Del rock che fa a meno della fisicità, del riff-martello degli dei o del riff-ghigliottina. Un rock che si raggomitola su se stesso e che, come dicevo, diventa liquido, si infratta. Non più roccia ma muschio sulla roccia. Different Times, il libro, è un lavoro certosino e pieno di meraviglia. Un viaggio dentro il mondo dei Mirò in cui Marco Braggion si prende la briga di incontrare personaggi, analizzare dischi e testi, raccontare storie e aneddoti, offrire una cronologia dettagliata della loro storia, come se fosse quella di una delle più grandi band mai esistite, una di quelle che sgomitano per finire in cima alle classifiche, che organizzano le reunion per potersi pagare la coca o le cure del dietologo.

I Giardini se lo meritano.

Noi che li abbiamo amati mentre il mondo guardava altrove, pure.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ROBERTO ANGELINO – Cover Story (Vololibero)  

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Ho trovato il titolo (suggerito, confessa l’autore, da una sedicente amica della Vanoni Giovanna Siliprandi) un po’ banale. Meno, molto meno banale, il contenuto: 76 copertine di altrettanti dischi di musica italiana su cui Roberto Angelino si diverte a raccontarci location, aneddoti, connessioni e curiosità. Se può sembrare un’idea già sfruttata, la scorsa al volumetto si rivela invece curiosa. Se è opinabile (e cosa non lo è, del resto?) la scelta delle copertine oggetto di analisi, è certamente insolito curiosare su una varietà di dischi così diversi per provenienza artistica e storica (si va avanti e indietro dagli anni Sessanta a stamattina, dai Cugini di Campagna a Coez, da Biagio Antonacci a Marco Parente) e su copertine che spesso abbiamo giudicato con sufficienza (cosa che, una volta letto il libro, continueremo comunque a fare, soprattutto conoscendone o sospettandone il contenuto, NdLYS).

La scelta dell’autore non è dunque legata ad un giudizio estetico (almeno così è facile supporre visto che a parte rarissime eccezioni si tratta di copertine alquanto brutte) ma è vincolata, costretta quasi, alle vicende di cui Angelino è a conoscenza e che dunque si fa carico di raccontarci e che intreccia tra loro passando in rassegna anche storie legate ad altri artisti e ad altre copertine, in un gioco a domino che ci obbliga ad una lettura completa e non “a scheda”, sovvertendo lo schema scelto dall’impaginazione.

Troverete dunque delle copertine “iconiche” (poche, in realtà: Rimmel di De Gregori, Dalla di Lucio Dalla, Anime salve di De André, Una donna per amico di Battisti, Rane supreme di Mina) accanto ad altre (tante) che magari ci sono passate del tutto inosservate mentre sfogliavamo i dischi negli scaffali di qualche negozio di dischi.

Tutte un po’ penalizzate dal piccolo formato del libro che per motivi di spazio le riduce alle dimensioni di un francobollo degli Emirati Arabi, tanto che non è possibile verificare i particolari raccontati in alcuni casi come per le cover di Malika Ayane, Gemitaiz o Ligabue, ma sono le storie e i gossip raccontati usando quelle come pretesto a costituire il vero prezioso contenuto del libro.

Pochi, giustificabili, i da me tanto odiati “refusi” di stampa e tutti comunque concentrati nella bella prefazione a firma Luciano Tallarini, forse aggiunta senza opportuna verifica in fase di pre-edizione.

Mancano inspiegabilmente, ed è un crimine contro l’umanità, tutte le copertine ideate da Gianni Sassi per il catalogo della Cramps Records. Mancano pure, tra gli artwork più recenti e più facilmente riconoscibili, le copertine dei Tre Allegri Ragazzi Morti o quelle del Malleus Rock Art Lab, autentiche opere d’arte messe al servizio della musica rock. E mancano sicuramente altre copertine cui voi siete legati per qualche motivo.

Roberto Angelino sceglie quelle cui ha qualcosa da raccontare.

La firma in copertina è la sua, del resto.

Voi preoccupatevi di comprare il libro e di far tesoro delle sue rivelazioni.

Poi, tornate alle copertine (e ai dischi) che più vi aggradano.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELEONORA BAGAROTTI – Simon & Garfunkel. Un ponte su acque agitate (Vololibero)  

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Un ponte su acque agitate è il racconto di un abbraccio, di un abbraccio traslato e contagioso. È l’abbraccio del figlio dell’autrice regalato alla mamma, sulle note di Still Crazy After All These Years gustata e vissuta in coppia al concerto di addio di Paul Simon ad Hyde Park che contiene in se l’abbraccio che Simon & Garfunkel hanno regalato al loro pubblico. In qualche modo, glielo restituiscono, amplificato, vibrante di amore filiale.

È un volume di quelli rapidissimi, il libro della Bagarotti. Centotrenta pagine, spurgate dall’appendice discografica di ordinanza, che si bevono tutte d’un fiato. Buono anzi perfetto per chi in quella location fotografata sulla copertina del primo album della coppia newyorkese ci passa buona parte della propria giornata, pendolando da una città a l’altra, da una stazione all’altra, da una periferia di una città qualsiasi al suo centro e ritorno. Cronistorie rapidissime sulle vicende artistiche, congiunte e separate, di Paul Simon e Art Garfunkel, una carrellata sulle loro produzioni in studio e due interviste, una delle quali già pubblicata a suo tempo sul quotidiano cui l’autrice presta la sua penna entusiasta, un veloce reportage dello storico concerto al Colosseo del 2004 costituiscono scheletro e muscoli di Un ponte su acque agitate. Sebbene l’apparato critico risulti quasi azzerato dando l’idea che ogni singolo disco, forse addirittura ogni canzone, sia a suo modo un capolavoro la semplicità di linguaggio e la disamina appassionata del canzoniere dei Tom & Jerry del folk americano è piacevole alla lettura.

Proprio come un abbraccio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LUCA D’AMBROSIO – La musica, per me (Arcana)  

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Sei pagine. Centottantotto righe.

È l’introduzione che Luca D’Ambrosio firma per il proprio libro. Ma a cui potrei tranquillamente aggiungere la mia, tanto la sento affine, a conferma di un’appartenenza generazionale comune e di un sentire condiviso e condivisibile, pur vissuto a chilometri di distanza, ignari l’uno dell’altro. Potrei fermarmi addirittura ai titoli delle uniche due canzoni citate per sentire un brivido lungo la schiena. Oppure rileggere ancora una volta quelle due righe in cui D’Ambrosio spiega di quel suo atto d’amore e rispetto che accompagna lo spegnimento dello stereo.

Sono le sei pagine in cui Luca D’Ambrosio, contravvenendo ad una delle sue cifre stilistiche, si mette un po’ a nudo. Lui che, ancora una volta, è uomo al servizio della musica.

La musica, per me è un progetto che prende vita su Musicletter, periodico che gira online da più di quindici anni, e che ha adesso raggiunto la forma organica ed organizzata di un libro. Dentro ci trovate cinquanta artisti coinvolti dall’autore nel tentativo di rispondere ad un quesito formalmente banale ma che invece, proprio per il valore che la musica ha nelle nostre vite (anche la vostra, altrimenti non sareste qui. Anche la mia, altrimenti non sarei qui), è di una complessità assoluta. Sono nomi tra i più disparati, con un background diversissimo (Teho Teardo, Dario Brunori, Ghigo Renzulli, Mario Venuti, Enrico Ruggeri, Miro Sassolini, Militant A, Teresa De Sio, Fabio Cinti, Raiz, Dodi Battaglia, Rettore, Nada, ‘O Zulu, Lilith, ecc. ecc.) e storie più o meno durevoli immerse nel lungo corso della musica nazionale.  

Ognuno di loro offre la sua visione della musica, o di una parte di essa. Perché la musica è merce, è mistero, è memoria, è poesia, è collante sociale e riparo isolazionista, è arte ma anche mestiere, è fantasia ma è anche matematica, è rischio per molti e strade asfaltate per altri. È tante verità e tante menzogne messe assieme, confuse tra loro. È gesto di intesa e segno di separazione.

Qui ci sono cinquanta modi di vivere la musica. Anzi, cinquantuno. Voi leggetelo e aggiungete il vostro.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SERGIO AZZARELLO – Non nasconderti (Edizioni Il Vento Antico)  

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Non nasconderti, il pezzo, è in realtà uno dei meglio nascosti della discografia dei Denovo. L’unico nella storia del gruppo etneo a portare la firma di Toni Carbone, incluso solo nella versione CD del loro terzo album.  

È il titolo scelto da Sergio Azzarello per il libro che si propone di “vendicare” quella che, ne va dato atto, fu una delle occasioni mancate del pop sofisticato prodotto in Italia un trentennio fa. Arrivati a scalare diversi gradini di quella scala per il successo poi raggiunto da vecchi compagni di strada come i Litfiba e inciampati quando la luna sembrava essere lì ad un tocco.

Sebbene lo faccia spesso in maniera azzardata (i paragoni con i Beatles si sprecano) e donchisciottesca, l’autore si prodiga ad una disanima di tutto lo scibile prodotto dai Denovo analizzandone oltre che la cronistoria di ogni esibizione, anche l’origine e la struttura di ogni singolo brano, spesso affidandosi alle memorie appannate e divergenti degli stessi autori. Un diario di bordo scritto miscelando testimonianze dirette e racconti di chi quell’avventura la visse sulla propria pelle, successi e delusioni comprese. La forza trasversale del gruppo capitanato da Luca Madonia e Mario Venuti, ben documentata dallo scatto scelto per la copertina e capace di raccogliere consensi dalle frange del popolo alternativo cresciuto all’ombra della new-wave così come dagli amanti della più ortodossa canzone melodica italiana, si rivelerà in realtà una lama a doppio taglio finendo per lasciare il gruppo senza pubblico. In virtù, secondo il mio parere, di un disco oggettivamente brutto come Così fan tutti, terzo capitolo della loro saga che avrebbe dovuto portare a compimento quanto seminato coi primi due album e che invece si immobilizzava in un carnet di canzoni senza nerbo.

Azzarello tuttavia non si esprime sul valore artistico della produzione discografica se non in maniera blanda ed occasionale. Non nasconderti non è infatti un saggio critico o analitico, limitandosi (ammesso che sia un limite, NdLYS) alla narrazione degli eventi e, dove può, ai dati tecnici.

Tra palchi rock, kermesse sanremesi, partecipazioni televisive e comparsate in sagre paesane, la storia dei Denovo resta emblema di un periodo storico fondamentale in cui il nuovo si affacciava sul mercato cercando di rinnovare la semantica della canzonetta tradizionale. Il tema, già dibattuto anni fa su un altro libro analogo (però, come è prassi per le pubblicazioni Arcana, zeppo di errori ortografici e una punteggiatura sommaria) viene sviscerato con l’entusiasmo di chi ha vissuto quei giorni con la giusta dose di ottimismo e partecipazione, patteggiando per chi, senza essere costretto a lasciare casa (come era successo per Battiato, ultimo mentore della storia del quartetto siciliano), stava imponendo Catania all’attenzione di pubblico e critica, forzando l’ago della bussola e dando in qualche modo il via alla piccola rivoluzione culturale della Catania degli anni Novanta.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ALESSIO CACCIATORE & GIORGIO DI BERARDINO – Britannica (Vololibero)  

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1988/1998. Ovvero l’ascesa del brit-pop e la sua lunghissima scia. Ma anche ciò che preparò il terreno a tutto il fenomeno, dalla nascita della Factory e della Creation agli inevitabili Smiths. E pure qualche frattaglia che non si sa bene perché ci sia finita dentro (mi riferisco in particolare ai Joy Division i quali, provenienza geografica a parte, non avevano praticamente nulla a che fare col fenomeno ne’ a livello di attitudine ne’ come modello stilistico o di ispirazione) e altro che, per motivi dunque analoghi, sarebbe invece magari stato opportuno infilarci (i Fall, che avranno un peso notevole sulla definizione del suono degli Happy Mondays, non vengono neppure citati per errore). Così come lascia perplessi trovare Automatic degli scozzesi J&MC in cima alla top 25 dei dischi fondamentali del suono di Manchester (ammesso che quel disco possa essere in qualche modo associato stilisticamente a quanto succedeva duecento miglia più a Sud, sul libro non ne viene spiegata l’importanza), dentro cui peraltro finiscono formazioni provenienti dalla Gran Bretagna tutta alimentando nei neofiti una confusione probabilmente non voluta ma forse inevitabile.  A questo aggiungiamo magari, tanto per essere capricciosi e pedanti, un paio di sviste clamorose e reiterate (quelli che poi vengono giustificati come refusi, per capirci) sui titoli di album fondamentali come quelli di Verve e Stairs.

Il primo libro italiano dedicato al fenomeno brit-pop è un po’ un’occasione bruciata, finendo per essere più che altro una cronologica sequenza di gossip e date rubate all’agenda del sacro triumvirato Suede-Oasis-Blur e, in aggiunta per ovvi motivi, le Elastica. Un approfondimento che altrove viene negato, come accennavo prima. Quel che ne viene fuori è un lavoro abbastanza superficiale nei contenuti così come nel linguaggio, mancando ad esempio di sviscerare i legami ideologici con la vecchia scena mod che costituiranno una delle tendenze più significative di gran parte del movimento brit-pop o di indagare sul quanta influenza abbia avuto la ricerca spasmodica delle oscure perle Northern Soul per la legittimazione del dj come figura chiave nella scena acid locale.     

Molto meglio a questo punto la lunga appendice che occupa la restante metà del volume e che può servire per muoversi nella giungla dei gruppi “minori” (quelli non approfonditi sul resto del volume, per essere precisi), molti dei quali non ricordavo più neppure io che quegli anni li ho vissuti molto intensamente. Che poi risulti che a produrre i Tindersticks sia stato sua maestà Lee Hazlewood in persona e che fra gli inevitabili assenti ci siano Heads e Breathless (ma anche i fondamentali Commotions di Lloyd Cole e i Prisoners citati solo di striscio, NdLYS) fa perdere di valore anche questa sezione, ma tant’è.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ROLF VASELLARI – Virgin Prunes: tutta la furia del sublime (Crac Edizioni)  

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Un  libro dei Virgin Prunes. In libreria. Scritto in italiano.

Sepolto in mezzo alle solite biografie che raccontano di quante scopate si è fatto Lemmy e di quante seghe si è fatto Bowie, a raccolte di interviste sgrammaticate sponsorizzate col logo di Virgin Radio e ai libri con le foto a colori dove brufolose pop-star da una stagione raccontano della loro passione eterna per la musica, prima che scompaiano. Loro e la passione di cui scrivono mentre succhiano dalla cannuccia del loro milkshake alla fragola.

Un libro, peraltro vecchio (uscì originariamente nel 1985 col titolo di The Faculties of a Broken Heart), sui Virgin Prunes dicevo.

Che erano già sconosciuti quando calcavano i palchi vestiti come un circo di zombies e che adesso a tutti devono sembrare una qualche compagnia teatrale del tardo medioevo costretta dalla corte reale a vivere di oboli girovagando per le piazze del reame. Un’opera di cui già allora Colin Newman, produttore di quel mausoleo gotico e pagano che fu …If I Die, I Die, diceva “è fuori dalla mia comprensione come qualcuno possa scrivere un libro sui Virgin Prunes”. Un volume che è dunque, prima di tutto un atto di devozione e di amore.  

Rolf Vasellari li incontra quando hanno appena incassato la defezione di Derek Rowan, l’amico di lunga data di Bono Vox al quale deve il nomignolo Guggi e da cui il cantante degli U2 deve il suo. Una perdita importante e dolorosa per una band che da dieci anni vive in una totale e catartica simbiosi personale ed artistica e che fa del gioco di ruolo uno dei punti forti dei suoi spettacoli. E infatti l’addio di Guggi decreterà a breve l’intero crollo del tendone dei Virgin Prunes.

Il libro di Vasellari si occupa della materia con gli stessi tratti espressionisti tipici della band irlandese, accumulando immagini, interviste, disegni, pensieri, testimonianze, liriche che prendono il loro posto sul palco e poi scompaiono di scena, lasciando posto alla suggestione successiva.

Ed è anche un libro pieno di religiosità e di amore. Che sono forse quel che meno ti aspetteresti da una band che mesceva nell’eccesso e nel turbine del riprovevole come i Virgin Prunes.

E così adesso anche in Italia abbiamo un libro dei Virgin Prunes che “suona” esattamente come un disco dei Virgin Prunes.

E che in mezzo agli altri libri, è come acqua sporca in un lago di acqua minerale.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FEDERICO FIUMANI – Brindando coi demoni (Hellnation Libri)  

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Non so quanto sia voluto o quanto casuale ma ad un certo punto, a pagina 89, Federico Fiumani volge al femminile pure Italo Svevo.

Comunque sia, è sintomatico della sua passione/ossessione per l’altro sesso che è tratto dominante della sua poetica e, dunque, anche uno dei temi fondamentali della sua biografia, entrambe abitate da nomi, volti, cosce, tette, piedi e buchi del culo di donne. Sono alcuni dei “demoni” con cui Federico brinda su questo suo secondo libro pubblicato a suo tempo dalla defunta Coniglio Editore e appena ristampato e ampliato dalla Hellnation, divisione libri. Gli altri sono Fiumani padre e Fiumani figlio, che spesso Federico è il demone di se stesso. Ma anche Alberto Pirelli, Tom Verlaine, Mauro Valenti e tanti altri. Ci sono tutti coloro dei quali il leader dei Diaframma ha voluto raccontarci qualcosa, regalarci un ricordo o un aneddoto velenoso, rivelarci un segreto, ammonirci con una citazione, svelare un’ammirazione tacita o palese. I Litfiba, i Neon, Bigazzi, Miro Sassolini, i CCCP, Paolo Conte, la Contempo, Sanremo, l’auditorium FLOG, il MEI, Marco Masini, i Karma, i Mondo Candido, gli StudioDavoli, i Beach Boys, Cristina Donà e tantissimi altri. Buoni e cattivi o spesso entrambe le cose dentro lo stesso corpo.

L’autobiografia di Fiumani non è discorsiva ne’ cronologica ma è coerente con il suo percorso di musicista, con le sue scelte estetiche e con i tormenti personali che ne hanno ispirato la scrittura. Si muove a scatti, a brandelli di memoria, segmentata, spezzettata, confusa e sfacciata. Come i pensieri che anticipano il sonno e che a volte si trasformano in sogni. Sono pensieri a volte un po’ perversi e che dunque assecondano il bisogno del lettore, che in genere si avvicina alle autobiografie con lo sguardo del voyeur, cercando proprio di scrutare tra le perversioni e non certo fra il candore dei suoi miti.

E dunque si, potete avvicinare il vostro occhio al buco della serratura di casa Fiumani, con o senza l’ausilio dei suoi dischi, anche se sarebbe preferibile la prima opzione. Dipende spesso dal modo che scegliete per togliervi addosso la sporcizia. Doccia e bagno hanno la stessa identica funzione, dopotutto. Eppure, non sono per nulla la medesima cosa. E almeno questo dovreste saperlo anche senza trovarlo scritto da nessuna parte.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MAURIZIO CAMPISI – Everybody Wants to Know (Area Pirata)  

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Cinque anni in fin dei conti sono la durata del sogno rock ‘n roll perfetto.

In pochissimi hanno saputo sognare un po’ più a lungo, nonostante la lista della loro discografia si allungasse per almeno il doppio del tempo, Sick Rose compresi. Eppure (e casi ne potrei citare a centinaia) nonostante la longevità di molte rock band, l’impeto burrascoso di quel sogno primordiale capace di scardinare porte e pareti, quelle oniriche immagini di una vita autenticamente rock ‘n roll, genuinamente selvaggia, in grado di beffare la famelica disfatta del tempo era in realtà durata davvero pochi anni. Poi, quello del musicista rock sarebbe diventato per quasi tutti un lavoro come un altro. Con entrate in molti casi più importanti ma tutto sommato senza l’entusiasmo che aveva fatto vibrare quei corpi adesso pingui e flaccidi come quelli dei gloriosi eroi delle saghe nibelunghe.

Cinque anni. E poi molti di quei castelli di carta sferzati giorno per giorno dal vento dell’ovvietà o da quelli dell’odio, della sfortuna, dell’eccesso o dell’omologazione, sarebbero crollati.

Anche quello di Maurizio Campisi, il chitarrista destinato a suonare il basso sui dischi della più grande garage-band italiana di tutti i tempi, da Get Along Girl! dell’86 fino a Floating del 1990. Cinque anni, appunto. Che sono quelli raccontati in quello che non è il suo primo libro, ma è il primo dedicato al suo sogno rock ‘n roll osteggiato dentro e fuori dalle mura di casa affinchè non si realizzasse. Ma che invece, nonostante tutto e tutti, si realizzò. E spinse altri, assieme o dopo di lui, a sognare. Perché il sogno del rock ‘n roll è un sogno contagioso. Come è contagiosa la scrittura di Campisi. Il suo lavoro “dalle nove alle cinque” di allora, del resto. E il suo lavoro ancora oggi che ha trasferito baracca e burattini in Costa Rica, dando ragione a quanto predetto dall’indovina quando il corpo dei Sick Rose era ancora caldo e vibrante, placando le ansie della madre. Ma di questo e di altri aneddoti leggerete qui dentro. E leggerete di come il tempo divora le cose, parimenti all’abitudine. Di come strade a lungo familiari si trasformino in serpenti impraticabili. Di come volti amici diventino alla fine anonime maschere da indossare su un palco o in uno studio. Di come ogni cosa possa prosciugarsi quando non è annaffiata e di come possa marcire comunque, quando è annaffiata troppo. Di come quella rosa malata, sia alla fine appassita.

Leggerete, e ricorderete come anche molti vostri sogni si siano spenti, siano diventati fumo della memoria, cenere di vite rincorse e mai raggiunte, bivi infilati ad alta velocità ma nella direzione sbagliata.

Leggerete e rimetterete mano al vostro archivio di canzoni dei Sick Rose, potete starne certi. Perché abbiamo tutti condiviso il loro sogno. Che ci sembrava un sogno a portata di mano. E che poi dalle mani ci è sfuggito, distratti da qualcosa che ci sembrava più giovane, più cattivo, più moderno. Mentre invecchiavamo.     

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro