AC/DC – Dirty Deeds Done Dirt Cheap (Albert Productions)  

0

In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli AC/DC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Annunci

RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

0

Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

$_35

SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

0

Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

THE MONKS – Synapsis (AUA)  

0

Dopo un riposo di sette anni riprendono le pubblicazioni della collana Back Up della AUA che in passato ci ha regalato uscite semi-ufficiali di band come Electric Shields, Teeny Boppers, Storks, Superflui. Stavolta la casa di produzione friulana decide di investire su una ristampa professionale per contenuto e packaging. Si tratta della prima reissue dell’unico album dei Monks all’epoca pubblicato per la napoletana Crime Records. Siamo alla fine degli anni Ottanta e il sogno psichedelico di qualche anno prima è praticamente terminato. I superstiti di quella stagione stanno tentando nuove strade. I Monks, reduci da una devastante demotape che aveva garantito loro la partecipazione all’ultimo manifesto di quella stagione (Neolithic Sounds from South Europe della Electric Eye) ripiegano verso un hard-rock che si dichiara ispirato agli Stooges ma che in effetti tracima con disinvoltura ben oltre il campo di scorie di Detroit, complice una produzione e un missaggio (curati da quel Ben Young che in quegli anni è il produttore di fiducia dei Bisca) che puntano, come nelle peggiori produzioni metal, a tenere avanzati i cursori della batteria e della voce che dal canto suo si produce in contorsioni giocate spesso sulla soglia del falsetto e che fanno precipitare Synapsis troppo facilmente nella sciatteria tipica delle power-bands tutte muscoli e bandana. Del resto, a riascoltarlo adesso, la scorta di belle canzoni era davvero risicata e il contenuto del disco non andava oltre qualche bella sventagliata di chitarre come quelle di Unreal Visions, Yankton People o Look at Myself.  Mi spiace per il buon Luca Frazzi che scrive le note di copertina corroborato dal solito spirito esaltante che tende a trasformare in alloro ciò che era solo volgare borragine, ma non credo che questo disco renda giustizia a una qualsiasi forma di restaurazione dell’hard rock dei tardi anni Sessanta ne’ che mostri in alcun modo un qualsivoglia punto di contatto con la forza degenere del primo grunge che ne riattualizzò dignitosamente la forma. I Monks, che si sarebbero sciolti da lì a breve, furono forse i primi ad accorgersi dell’incompiutezza del loro lavoro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MAD DOGS – Ass Shakin’ Dirty Rollers (Go Down)  

0

1- Incidetevi sulla mano con il rasoio “Mad Dogs” e inviate una foto al Re Censore

2 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e ascoltate Raw Power

3 – Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al Re Censore

4 – Disegnate un cane su un pezzo di carta e inviate una foto al Re Censore

5 – Se siete pronti a “diventare un cane” incidetevi “yes” su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi.

6 – Sfida misteriosa

7 – Incidetevi sulla mano con il rasoio il logo dei Radio Birdman e inviate una foto al Re Censore

8 – Scrivete “#i_am_dog” nel vostro status di Facebook

9 – Dovete superare la vostra paura

10 – Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e alzare il volume dello stereo a volume altissimo

11 – Incidetevi con il rasoio un cane sulla mano e inviate la foto al Re Censore

12 – Guardate video psichedelici tutto il giorno

13 – Ascoltate i dischi degli Stooges, dei Saints, dei New Christs, degli Hellacopters

14 – Mordetevi il labbro

15 – Passate la puntina sul disco più volte

16 – Procuratevi qualcosa da bere

17 – Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione facendo pipì sui ragazzini in fila per assistere a qualche talent-show

18 – Andate su un ponte e sputate giù

19 – Salite su un’auto e cercate di spingere al massimo

20 – Il Re Censore controlla se siete affidabili

21 – Abbiate una conversazione con un altro che ascolta i Mad Dogs su Skype

22 – Andate su un letto e alzate le gambe a chi vi aggrada

23 – Un’altra sfida misteriosa

24 – Compito segreto

25 – Abbiate un incontro con una “cagna”

26 – Il Re Censore vi dirà la data della prossima uscita dei Mad Dogs e voi dovrete comprarla

27 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria

28 – Non parlate con nessuno per tutto il giorno

29 – Fate un vocale dove dite che siete un ghepardo che morde la strada

dalla 30 alla 49 – Ogni giorno svegliatevi alle 4.20 del mattino, guardate i trailer di Gimme Danger o Descend into the Mealtstrom, ascoltate Ass Shakin’ Dirty Rollers, fatevi un giro di Jack Daniel’s al giorno, parlate a “un cane”

50 – Alzate il volume al massimo e riprendetevi la vostra vita.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

0

È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomachmouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. E’ qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

r-712042-1363154425-5205-jpeg

PRIMETEENS – Bikers from Hell (Lakota)

0

Dopo aver debuttato sotto la bandiera del garage-punk più selvaggio, al momento di esordire su grande formato i Primeteens di Bologna riadattano rapidamente il loro stile sconfinando nei campi dell’hard-rock. Non sono gli unici a “tradire” le speranze che solo un anno prima un disco come Neolithic Sounds from South Europe aveva generato in merito alla nuova ondata di formazioni devote al Sixties-punk più maniacale ed intransigente. Metà di quei gruppi infatti non riuscirà mai a certificare discograficamente la sua vicenda artistica, mentre Electric Shields, Monks e il gruppo di Scanna vireranno subito verso altre forme musicali. Che nel caso della formazione emiliana sono l’hard-blues e il Motor City-sound, cercando di spostare il suo asse parallelamente a quello dei Morlocks, che sembrano essere il suo principale punto di riferimento estetico e stilistico. Il risultato è però un disco non ancora a fuoco, disinnescato notevolmente da un lavoro di produzione e missaggio troppo asciutto e bidimensionale per far emergere dalle voragini infernali di pezzi come Baby Talk o Risin’ il demone stoogesiano che tutti si aspettano faccia capolino da un momento all’altro, finendo per fare di Bikers from Hell uno dei tanti esercizi di emulazione di cui abbiamo riempito gli scaffali alla ricerca della giusta scarica elettrica.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SPIDERGAWD – Spidergawd (Crispin Glover)  

0

Il rientro alla vecchia Trondheim dopo l’esilio volontario ad Halden cui Per Borten si obbliga dopo il crollo dei suoi sogni di gloria inseguiti con i Cadillac trova un’accoglienza calorosa. Bent Sæther e Kenneth Kapstad dei Motorpsycho mettono infatti a disposizione i propri servigi per risollevare morale e sorte del biondo cantante e chitarrista loro concittadino. Nascono così, quasi per gioco, gli Spidergawd. Destinati a manovrare una macchina da guerra che si trasforma invece in un affare serio, destinato se non a spodestare i Motorpsycho stessi, a sostituirsi nel cuore di molti appassionati a quell’altra meraviglia nordica chiamata Soundtrack of Our Lives, proprio nel momento in cui la formazione svedese ha deciso di scomparire di scena e raccogliendone in qualche modo il testimone con un disco registrato in soli due giorni e dopo appena un paio di incontri in sala prove. Del resto sono canzoni o idee di canzoni che Borten ha già in testa da tempo, alcune già pubblicate sotto lo pseudonimo Capricorn per la medesima etichetta che adesso ha messo fuori questo album stupendo che si riabbraccia nelle intenzioni e nei risultati a capolavori hard come Outsideinside dei Blue Cheer e High Time degli MC5. Boogie-rock d’assalto, con la chitarra esibita a mo’ di fucile a pompa e un sassofono che gli si posa sopra come un eterocero attratto dal bagliore degli spari.

Attraversate, adesso. E venite dalla parte sbagliata della strada.   

  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

ROLLINS BAND – Weight (Î-mä/gō)  

0

Mandibole  e giugulari tirati fino allo spasimo, bicipiti e quadricipiti gonfi come tacchini, torso nudo, polpacci turgidi e pronti all’aggressione.

Ipertonico e carico di rabbiosa disciplina, Henry Rollins dà l’impressione che affronti ogni nuovo disco, ogni nuovo concerto come se dovesse affrontare un’altra sfida sul ring.

Rollins è uno che si avventa sulle canzoni. Le lavora ai fianchi con animalesco vigore e poi gli si scaglia contro.

Con possenza altèra, maschia, ferina cerca di dominarle e gode nel vederle dimenarsi affannate e doloranti sotto le suole cingolate dei suoi anfibi.

Sul ring con lui Sim Cain, Melvin Gibbs e Chris Haskett: dei secondi che non sono secondi a nessuno. “Pesi” massimi anche loro. Destinati a spaccare mascelle e tumefare il fegato degli avversari. 

Come il disco precedente (e parte di Dirty dei Sonic Youth, NdLYS), Weight è dedicato all’amico e coinquilino Joe Cole, ucciso davanti ai suoi occhi la notte del 19 Dicembre del 1991, dopo aver assistito a un concerto degli Hole (che a Cole dedicheranno l’intero Live Through This). E come quello è carico di una fisicità prorompente, incontenibile. Un manifesto quadrangolare della filosofia salutista di Mr. Rollins risolto in dodici canzoni che non conoscono la resa. Bagnate in un hard rock roccioso che padroneggia ganci e montanti e confonde l’avversario con l’elastica ma virile movenza del funky.

Senza abbassare mai la guardia.

Senza mai abbozzare un sorriso.

Senza mai gettare la spugna.

Mortificando il nemico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

rollins-band-weight-1994

THE HELLACOPTERS – Rock & Roll Is Dead. (Universal)  

0

Il rock ‘n roll è morto.

Che sia spirato fra le mani di chi se ne è preso cura per un bel po’ di anni avvolge la tragedia di un velo di romanticismo e anche di buon auspicio.

A dargli l’estrema unzione arriva un classico lick sottratto al libro liturgico di Padre Chuck Berry. Da lì, è tutta una celebrazione funebre niente male. Nonostante il suono degli svedesi si sia progressivamente alleggerito della vecchia scorza, a me i dischi degli Hellacopters continuano a piacere. Questo che del rock ‘n roll ne dichiara il decesso anche più di quello che ne celebrava la grandiosità sei anni fa, per dire. Quello prima del grande salto verso le braccia di mamma Universal. 

Siamo dentro l’ennesimo labirinto di luoghi comuni del rock ‘n roll. Un po’ come succede dentro i dischi di Black Crowes o dei mai troppo osannati You Am I. Qualche corridoio di british-blues di marca Faces/Humble Pie, sale addobbate con qualche bella tela power-pop e qualche graffito hard-rock vecchia maniera.

Tutto qui? Tutto qui.

La rivoluzione non sarà trasmessa in tv e neppure dentro un disco di rock and roll. Che peraltro è morto.

E fareste bene a smettere di piangere. Che poi passate per emo.

E a mettere su un bel disco con cui divertirvi, prima che anche voi andiate a far compagnia al rock and roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

f3649669