ROSE TATTOO – Assault & Battery (Albert Productions)  

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Ok ok, gli ACϟDC erano i primi della classe.

I Rose Tattoo invece erano i ripetenti.

Niente divisa da scolaretto per Peter Wells. Per lui solo un bottleneck di metallo da calzare perennemente sul dito medio, come un profilattico d’acciaio.

Per Angry Anderson invece solo abiti proletari. Salopette jeansate, bretelle, magliette unte, canottiere, tatuaggi, jeans coi risvolti, scarponcini da lavoro. Un apprendista da officina in libera uscita. Del resto, come canta su Assault & Battery  “I’m just a workin’ man, I’m just a workin’ man”, no?

O molto più verosimilmente uno skin che passeggia inquieto nel cortile di un qualche riformatorio, accompagnandosi con altri poco di buono. Del resto, come canta sempre lì dove ho detto: “The charge was assault & battery ad they dragged me off to jail”, no? Tutto vero, dunque.

Con gli ACϟDC condividono però molte cose: la città di provenienza, l’etichetta discografica, il team di produttori e non ultimo un amore viscerale per i riff rock ‘n’ roll ad altissimo volume. Quelli dei Rose Tattoo sembrano però pattinare sul ghiaccio. Merito della chitarra slide di Wells che li trascina sulla pista fino allo sfinimento, che in questo secondo album è rappresentato da Suicide City.  

C’è però questa condizione “da fuorilegge” che li avvicina nelle intenzioni ma non nei risultati, ai Motörhead. Hard-rockers che piacciono più ai punk che ai metallari, tanto che anni dopo i loro dischi verranno ristampati da un’etichetta come la Captain Oi!. Ma che in realtà non piacciono mai davvero ne’ agli uni ne’ agli altri.

Assault & Battery fallisce infatti il secondo tentativo di imporre i Rose Tattoo, lasciando la band di Sydney per sempre ai margini della storia, in barba a tutte quelle concilianti cose che ho scritto prima.

Come i Dictators, come i Flamin’ Groovies cacciati dall’aula con l’accusa infamante di aver copiato durante il compito in classe e di aver sputato per terra all’ennesima nota sul registro. Rimasti nei corridoi a far festa coi bidelli e mai più rientrati.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PETER PAN SPEEDROCK – We Want Blood! (People Like You)

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Hanno fatto otto album credo, almeno tanti ne ho io.

E sono praticamente tutti uguali. Veloci, assordanti, violenti.

Qualcuno lo chiama rumore e storce il naso, altri la chiamano attitudine e li osannano. È sempre la stessa vecchia storia. Del resto con una band così non è che ci siano vie di mezzo. Se ti piace farti stordire da un’infernale valanga di riff suonati come se avessi la volante alle calcagna qui ci sguazzi che è un piacere e ti fai nemico tutto il vicinato.

Se viceversa il tuo modello sono le CocoRosie o anche la solita band di fighettini vestiti da Pignatelli già hai sbagliato recensione, cazzo ci faresti a comprarti un disco così?

Peter Pan Speedrock è una raffica di mitra sparata da tre balordi su un’auto in fuga.

Diretti da questo inferno a un altro. Del resto, come dicono loro in chiusura…Hell Is Where It‘s At. Per oggi mi sa che non vi conviene andare in Banca, babbioni.

 

                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

BRAIN DONOR – Love Peace & Fuck (Impresario)  

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J Mascis lo avrebbe fatto dopo. Ma Julian Cope lo fece prima e lo fece meglio. A cavallo tra i due secoli, per essere precisi. Ad un certo punto, mentre si trova in uno dei siti pagani che sta studiando per conto della BBC, si lancia senza rete e senza protezioni verso il rock ‘n’ roll più rozzo e disperato. Il suo nuovo progetto si chiama Brain Donor, e lo vede impegnato al basso e alla voce a fianco di Doggen Foster e Kevin Bales che in quel medesimo periodo sono stati convocati da Jason Pierce per la nuova line-up degli Spiritualized.  

L’assetto è quello del classico power-trio sulla falsariga di Blue Cheer e Grand Funk Railroad. Il suono che ne esce è pressoché il medesimo: un prototipo di hard rock dozzinale e sguaiato. Nulla di miracoloso, se non nella misura in cui riconcilia la nostra mappa di rock sporcaccione col GPS di Julian Cope, che pensavamo si fosse definitivamente smarrito durante l’ennesima escursione a caccia di funghi.

Ci accorgiamo invece che quel fuoco di bivacco che avevamo notato all’orizzonte erano in realtà i catodi surriscaldati di due Marshall valvolari. Il rumore di quegli amplificatori viene convogliato dentro le otto tracce di Love Peace & Fuck passando attraverso l’imbuto stoogesiano di She Saw Me Coming e Get Off Your Pretty Face e il falsetto alla Rob Tyner di Pagan Drawn per poi disperdere il seme in parossistiche divagazioni hard-rock come Odins Gift to His Mother, U-Know!/You Take the Credit, She’s Gotta Have It in cui il terzetto dispiega le sue ali di piombo per inabissarsi in un mare di fiele che trascina giù anche noi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Insecticide (Barred)  

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Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda ne 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

COLOURED BALLS – Ball Power (EMI)  

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Nello stesso anno in cui gli ACϟDC danno inizio alla loro carriera, i Coloured Balls pubblicano il loro album di debutto, tracciando già le linee guida di quello che sarà lo stile impugnato dalla band dei fratelli Young per i loro primi due album. Ball Power è in effetti il disco australiano che meglio di qualunque altro riesce a coniugare il plebeo rock ‘n’ roll da birreria con l’asciutto hard-rock stradaiolo degli MC5, sbrodolandosi dentro i jeans mentre suonano con le chitarre quello che Jerry Lee Lewis e Little Richard suonavano seduti al pianoforte. Una band capace di radunare e conciliare tutte le sottotribù sociali australiane, dagli aborigeni ai primi punk ad esibire il taglio mohawk che diventerà loro marchio di fabbrica solo due, tre anni più tardi, quando verrà adottato come taglio ufficiale della comunità punk inglese (provate a dare un’occhiata a questo: https://www.youtube.com/watch?v=JNcdUbVWH8E, NdLYS), dai nudisti ai rockettari, in visibilio per una mostruosità come l’epica cavalcata chitarristica di G.O.D. con cui la band assoggettava le masse ai suoi concerti. Il tutto senza cadere negli eccessi, salendo sul palco con delle mise così dimesse e ordinarie che in piena epoca glam li facevano somigliare più a dei gelatai e a dei magazzinieri in pausa pranzo che ad una rock ‘n’ roll band, che ancora oggi voi non adottereste neppure per scendere in spiaggia.

Lobby Loyde invece poteva permetterselo.

E così vestito, poteva avere il mondo ai suoi piedi.

O almeno una buona porzione di esso.

Era il dress-code degli sharpies, figli del proletariato locale vestiti in abiti da lavoro con un proprio codice d’onore in cui lealtà e violenza erano i primi due comandamenti, mentre al terzo posto c’era con buona probabilità una venerazione assoluta per i Coloured Balls e il loro rock ‘n’ roll  buono per farci a botte o per farci all’amore. Pezzi come Won’t Make You Up Your Mind, Flash, Human Being (poi rifatta dai Bored!), That’s What Mama Said (ripresa decenni dopo da un insospettabile Stephen Malkmus, NdLYS) sono un’orgia festosa di r ’n’ r basico, essenziale e infettato di elettricità.

Rock and roll con le palle.

Colorate.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCOTT MORGAN’S POWERTRANE – Beyond the Sound (Easy Action) 

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Il primo decennio del nuovo secolo ha visto Scott Morgan impegnato su diversi fronti musicali: Hydromatics, Solution, 3 Assassins, le comparsate sui dischi di Sonny Vincent ed Hellacopters e, ultimi ma non ultimi, i Powertrane. Tutta roba di altissimo livello. Poi, una lunga serie di ristampe e raccolte firmate Easy Action e un ostinato tumore al fegato.

Beyond the Sound viene pubblicato in vinile sempre dalla Easy Action a dieci anni dalla sua prima sortita su supporto digitale, qualora nel frattempo vi foste dimenticati di quanto fossero belle Taboo (presa dal repertorio della Rob Tyner Band), Aint No Time, Nightliner, Pearl, One-Eyed Jack, Mixed Up Shook Up World oppure nel caso in cui all’epoca abbiate anche voi creduto che la drum ‘n bass e il big beat sarebbero durati per sempre e l’erezione invece no.

Robert Gillespie è un chitarrista mostruoso, uno di quelli che sa come alitare dentro un riff e tenerlo vivo per i tre minuti necessari. Senza doverlo per forza obbligare lui a subire le angherie di assoli chilometrici e noi a doverne pagare le conseguenze in termini di rotture di coglioni.

È lui il “toxic twin” perfetto di Scott Morgan, come Perry lo è per Steven Tyler e Richards per “linguaccia” Jagger. E questo album è il loro tripudio.

    


                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AEROSMITH – Aerosmith (Columbia)  

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Non c’è una sola foto degli Aerosmith dei primi anni Settanta in cui le facce dei musicisti non siano solcate da un sorriso sfatto e beato.

Non una.

Anche quella che campeggia sul loro album di debutto vede i cinque rockers di Boston immortalati in una immagine di drogata e alterata beatitudine. Del resto, il secondo obiettivo degli Aerosmith, dopo quello per nulla modesto di “diventare la cosa più grande che abbia mai solcato il pianeta” è quella di ripulire il mondo dalle droghe, semplicemente sniffandosele e iniettandosele in vena, come fossero un’enorme e definitiva discarica delle schifezze del tossico mondo del rock ‘n’ roll, lasciando sbigottiti gli stessi Grateful Dead (detentori fino a quel momento del primato di band più drogata d’America) quando, entrati nei camerini di questi ultimi fanno “pulizia” in una sola mezz’ora di tutta la scorta di droga che Garcia e compagni si sono portati dietro per l’intero tour. Eppure quei due dinoccolati “gemelli” innamorati del blues strapazzato dei Rolling Stones e degli Yardbirds hanno un talento che da quegli abusi non viene per nulla scalfito. È quel che pensa Clive Davis quando dopo averli visti suonare per puro caso al Max’s Kansas City firma con loro un contratto discografico e firma un assegno di 125.000 dollari. Tantissimo, ma non troppo, considerando che la band ne spende in un anno altrettanti in droghe ad alcol.

Aerosmith è un disco pieno di libidine rock ‘n’ roll, con strisce di peccaminose bave blues e macchie secche di chewing-gum glam come Make It, Mama Kin, Movin’ Out, Somebody, One Way Street a perpetuarne il linguaggio più elementare. Ma a fare la fortuna del disco, seppure con enorme ritardo, è il cigno nero dell’album: una ballata resa tremolante dall’uso del mellotron (in realtà si tratta però di un effetto della pianola RMI, capace di evocare il suono naturale del clavicembalo, NdLYS) e del riverbero utilizzati per filtrare e correggere l’intonazione imprecisa di Tyler, con un impercettibile synth che si fa largo proprio quando il pezzo sta per sfumare. In contrasto con l’uso della tonalità minore, Dream On esibisce un testo di dichiarato ottimismo, scalfendo l’immaginario collettivo come un TAO musicale di grande potere evocativo e realizzando il sogno degli Aerosmith con il loro sogno meno rock ‘n’ roll. All’alba del 1973 le groupie hanno due nuovi calchi e molti, moltissimi blowjob da fare.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK SABBATH – Paranoid (Vertigo)  

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Puoi vendere l’anima al diavolo per diventare il miglior chitarrista del mondo, come Jimmy Page.

Oppure puoi comprare la sua e divertirti a crocifiggerlo su una colonna di amplificatori e devastargli i timpani sotto una tempesta di watt, anche a costo di non affinare mai la tua tecnica. Come fa Tony Iommi, che decide di forgiare il suono dei Black Sabbath usando solo due dita. Per quello che ha in mente gliene avanza uno.

E quel che ha in mente è ribadito a pochi mesi dal debutto da Paranoid, un incredibile mostro di pietra e metallo che avanza nell’inferno tanto evocato dai maiali in giacca, cravatta e divisa da riuscire a materializzarsi in veste di capra nelle giungle vietnamite, proprio come pochi anni prima si era manifestato al mondo sotto le mentite spoglie dell’aquila nazista e così via a ritroso nel tempo, in svariate forme e luoghi che neppure il peggior satanista sarebbe riuscito ad immaginare.

I Black Sabbath cantano di un mondo allo stato terminale, sbranato dalla sua stessa brama cannibale e divoratrice.

Lo fanno con mezzi poverissimi, proletari. Perché le fate indossano scarponi.

Lo fanno senza dovessi reinventare disco dopo disco, senza dover fare a gara con sé stessi.

Paranoid, a differenza del debutto, ha una copertina davvero brutta e fuori tema. Ma la Vertigo, nella fretta di dare alle stampe il disco, dimentica che nel frattempo il titolo dell’album è stato cambiato per evitare qualsiasi riferimento anche solo lessicale con la strage di Bel Air per cui Charles Manson era in quei giorni sotto processo e così mentre manda il master dell’album alle presse del vinile, manda la vecchia immagine del maiale di guerra al neon a quelle della tipografia. Ma a dispetto della copertina, il secondo lavoro dei Black Sabbath è un capolavoro al pari del precedente.

L’intro di Iron Man è forse una delle cose più pesanti e sinistre cui gli ascoltatori “vergini” di quegli anni sono costretti a subire, così come quella che anticipa il riff disarticolato di War Pigs una delle più macilenti e grevi. Canzoni che si stagliano plumbee e pesanti come i massi di Stonehenge.

La bubblegum gelida di Paranoid, il funky spiritato di Electric Funeral, Hand of Doom e Fairies Wear Boots sono altre mani ed uncini che penetrano nelle viscere della nefandezza e della follia e se ne ritraggono sdegnate.

Del Diavolo non c’è traccia.

Se qualcuno vi ha fatto credere di averlo avvistato, è molto probabile che abbia guardato il telegiornale.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

QUEEN – Sheer Heart Attack (EMI)  

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Una delle (non moltissime) chance per i Queen di farsi un giro sul mio giradischi gli è concessa con Sheer Heart Attack, album dove il cattivo gusto cui si abbandoneranno sempre più spesso lungo la loro carriera e i cui prodromi sono già avvertibili in alcuni passaggi di questo loro terzo album è bilanciato da una scaletta memorabile, piena di fuochi d’artificio proto-metal e una conturbante anima glam che con buona approssimazione potremmo individuare tra la Alice Cooper Band e i Mott the Hoople.

Un disco dove le due anime gender convivono fianco a fianco, si corteggiano e lottano già dall’iniziale Brighton Rock dove Mercury dà sfoggio di una delle sue prime prove di istrionismo vocale mutando registro nell’interpretare i dialoghi tra uomo e donna che ne sono protagonisti. Dietro di lui, tutto si accende di una vitalità elettrica esaltante fino a che la chitarra di Brian May arriva a prendersi tutto, divampando in un rifferama che porta in seno già tutto il metal che arriverà e che più avanti, su Stone Cold Crazy, è già arrivato: sta tutto lì. E lo avremmo avuto anche se non fossero arrivati i Metallica o i Motörhead. E sta tutto lì non dal 1974 ma dal 1969, l’anno in cui Mercury la compone e la esibisce al pubblico con la sua band di allora.

Killer Queen e i due movimenti di In the Lap of the Gods sperimentano già con i timbri da operetta e le sovrapposizioni vocali che raggiungeranno l’apice di perfezione l’anno successivo su Bohemian Rhapsody.

Now I’m Here trasferisce i giochi vocali su un tipico rock ‘n’ roll vizioso e camp figlio del Bowie di Suffregette City.      

Ma sono le canzoni dove il muro di suono diventa feltro a costituire il vero tesoro del disco: Tenement Funster, She Makes Me (Stormtroopers in Stilettos) e Misfire, cantate rispettivamente da Roger Taylor, Brian May e su doppio registro da Freddie Mercury (ma scritta da John Deacon) sono tra i capolavori del glamour-rock inglese, piccole delizie androgine strapazzate da qualche critico in preda al fuoco di Sant’Antonio testosteronico e assetato di melodramma, trascurate da chi “ti faccio una cassetta dei Queen, ci metto i brani più belli”, considerate molto banalmente di serie-B da chi mette in serie A l’inno al Super-uomo di We Are the Champions. Non da me.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK CROWES – Milk Crow Blues

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Sudista e sudato. 

Shake Your Money Maker è un’Operazione Nostalgia assolutamente ben fatta.

Roba da lacrimoni blues e fiotti di sperma rock ‘n’ roll.

Jeans sdruciti e capelli sozzi. Come nella tradizione locale di Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd e quella importata dal Vecchio Continente di Rolling Stones, Faces, Free. Gentaglia che si divertiva a misurare la lunghezza del pene e bere Southern Comfort, con i letti pieni di sorca e l’alito cattivo e un canzoniere in cui le macchine corrono sempre troppo veloci e le donne hanno il cuore a forma di portagioielli, come nella vita vera.

Come dentro le prime canzoni dei Black Crowes.

Che sono giovani e adulte al tempo stesso.

Non hanno la stessa urgenza teppista dei Guns n’ Roses.

Non hanno fretta di morire. 

Sono cariche di soul.

Quella roba che ti fa ridere di dolore.

Come l’amore non corrisposto. 

Come l’amico del cuore che ti vende per trenta danari.

Quanto costava una birra ai tempi di Cristo?

Quanto costava ai tempi dei Black Crowes?

Quanto costa, adesso, una birra?

Più di un amico.

Meno di un disco dei Crowes.

 

Il southern rock che sconfina nel soul.

Un fiume straordinario di chitarre, spruzzi di pianoforte (opera di Eddie Harsch, più tardi bassista e organista nei Detroit Cobras, NdLYS), una voce calda come quella del miglior Rod Stewart contrappuntata da un coro di voci femminili. Proprio mentre fuori si registra l’ultima rivoluzione di costume giovanile del millennio, The Southern Harmony and Musical Companion porta a compimento le ottime intuizioni del debutto scendendo a patti con la tradizione americana sin dalla scelta del titolo rubato a un vecchio libro del secolo precedente che metteva insieme 335 brani della storia musicale sacra del Sud. Il dialogo empatico tra le chitarre di Rich Robinson e del neo acquisto Marc Ford è spettacolare, reso ancora più caldo dall’uso delle classiche accordature aperte memori della lezione stonesiana degli anni Settanta e così fluido da permettersi di indugiare senza nessuna concessione alla noia anche per oltre sei minuti, come succede sulla dolcissima Thorn in My Pride, nella rancorosa Bad Luck Blue Eyes, Goodbye e nei ruggiti slide di My Morning SongThe Southern Harmony and Musical Companion è un disco che, pur rimestando nella cornucopia di suoni “old-oriented”, riesce a sorprendere per una capacità di scrittura straordinariamente sopra la media, sorprendentemente coerente eppure sempre in grado di trovare una soluzione di classe, un gancio melodico efficace, un riff conciliante, una lordura inaspettata, una sottigliezza tecnica, una coloritura esclusiva capace di fare di ogni singola canzone un piccolo capolavoro nel capolavoro. The Southern Harmony alza il fantoccio del guitar rock degli anni Settanta e gli alita in bocca il soffio della vita, anche se tanti continueranno a guardarlo come fosse uno spaventapasseri.

Con sopra dei corvi neri.

 

La copertina mette subito voglia, come dire… di “scoprirlo”, il terzo album in studio dei Black Crowes.

Amorica. è disco destinato a scontentare i fans.

A dimostrazione che se i Black Crowes sono dei conservatori, il loro pubblico lo è ancora di più. Nonostante la rapidità con cui viene registrato, Amorica. sfoggia infatti il tentativo di emanciparsi dalla formula dei due dischi precedenti cercando formule più elaborate e concettuali messe in mostra sin dall’iniziale Gone, dove il riff di chitarra (elemento portante dello stile della band) viene di fatto sbriciolato e ridotto ad una presenza virtuale. E se A Conspiracy riporta apparentemente il bilico sul classico assetto del gruppo grazie alla voce sempre carica di umori soul di Rich Robinson (ma anche qui si evidenzia un lavoro di chitarre che tende a sfuggire, senza rinnegarli, dai modelli stilistici abituali), il taglio cubano (spezzato dal riff granitico dell’inciso) di High Head Blues torna a ravvivare il gusto per nuove contaminazioni (Santana?) che verranno sviluppate anni dopo nei dischi solisti del leader. Al quarto pezzo i Black Crowes infilano la solita ballatona piena di umori Skynyrd+Cocker+Burrito+Faces+Stones cui ci hanno ri-educati sin da Shake Your Money Maker e che non cesseranno mai di esibire lungo la loro lunghissima carriera. Sei minuti di dolcezza e livore chitarristico che inumidiscono di umori vaginali il pelo pubico mostrato in copertina. Il lato più rurale del suono dei Crowes trabocca invece da pezzi come Nonfiction e Downtown Money Waster, briciole cadute dalla tavola di Beggars Banquet, polveri blues scivolate nella fogna assieme alle bustine di coca buttate nei gabinetti di Main Street.

Più ordinariamente “easy” sono invece Ballad In UrgencyWiser Time e Descending, dove tornano ad emergere i clichè del suono Crowes nella loro veste più ammiccante e puttana. Quella che rassicura tutti, detrattori compresi.

 

Nel 1996, all’apice produttivo del concettualismo post-rock, i Black Crowes licenziano il loro quarto album. In quell’apoteosi di suoni che prendono forma dalla decomposizione del rock, il suono della band di Atlanta appare ancora più vetusto che in passato, inadatto ad affrontare la nuova sfida che si para loro dinanzi, ovvero quella di far breccia in un pubblico che, fatte salve le schiere di affezionati, pare lasciarsi affascinare da musiche più complesse e cerebrali.

Seppure Three Snakes and One Charm si allontani parzialmente dal clichè dei primi album mediando la prepotenza del riff in favore di un suono più “paludoso”, i Black Crowes diventano del tutto marginali al mercato musicale finendo per somigliare ai vecchi dinosauri che erano stati esiliati dal punk in una riserva dove sarebbero dovuti morire a poco a poco, dimenticati dal resto del mondo.

Con le scarpe sporche di fango e concime, i fratelli Robinson si fanno testimoni e custodi di un rock inzuppato nei badili della musica nera, con l’ostinazione fiera dei rednecks ma con uno spirito stavolta più bastardo che si muove errabondo nella mitologia spicciola della musica del Sud, stavolta con un senso di bivacco maggiore, in quella circolarità voodoo evocata dal titolo e dal disegno che lo rappresenta.   

Canzoni per lo più inafferrabili, malgrado i contorni ben definiti, come ancora una volta suggerisce la copertina.

Un cerchio dove vengono chiusi Otis Redding (Halfway to Everywhere e Let Me Share the Ride illuminate dai fiati della Dirty Dozen Brass Band), le libagioni stonesiane di Beggars Banquet (How Much for Your Wings?Good FridayEvil Eye, la cover di Mellow Down Easy destinata a fare da retro al singolo One Mirror Too Many) e tanto, tanto rock confederato.

Bentornati fratelli Allman.

Ops…Robinson.

Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

Live at The Greek, pubblicato nel Febbraio del 2000 e cointestato nientepocodimenoche con Jimmy Page, è il frutto discografico, disponibile preventivamente e parzialmente anche in Rete, di una delle tourneè più inseguite e coinvolgenti del 1999 e che ha visto, spalla a spalla, il passato più idolatrato e il presente più sanguigno di quell’etica/estetica di cui il nuovo intellettualismo regnante ci vorrebbe derubare. È il rock-blues scelto come via di fede. E non è un caso che le immagini sacre che si celebrano nelle stazioni di questa Via Crucis siano più che sovente quelle degli Zeppelin. Ma non è qui la plateale anima pindarica degli Zep a prendere il volo (niente “scale per il paradiso” ne’ celebrazioni tronfie da Songs Remains the Same qui dentro, NdLYS) quanto piuttosto il suo mai sopito feeling blues a essere sviscerato con forza invidiabile e confrontato con le anime nere dei vari BB King o Elmore James, rimesso a nudo dalle sei corde di Jimmy Page (sempre “offensive”, le stesse che ci hanno rigato il cuore e che hanno patteggiato col Diavolo per carpire il segreto del blues) e dalla carica dei Black Crowes, la più credibile e cazzuta rock ‘n’ roll band in giro da dieci anni a questa parte, guidata da una voce che, unica al mondo, non teme di confrontarsi con l’ugola feroce di Robert Plant senza finire tra le macchiette dei pomeriggi di MTV.

Uno di quei dischi che il presente ci vorrebbe fare dimenticare tra mille sofismi post rock e il battage sensazional-popolare della club culture: una celebrazione del rock ‘n’ roll.

Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

L’incontro con Jimmy Page rinvigorisce la criniera dei Black Crowes.

Il ritorno in studio dopo il lungo tour con il chitarrista inglese è foriero di belle vibrazioni e Lions saluta dei corvi in grandissima forma, nuovamente carichi di stimoli di cui le ultime prove in sala di registrazione sembravano orfane.

Se da un lato la produzione di Don Was conferisce una dinamica senza precedenti nella storia della band di Atlanta, dall’altra le chitarre di Rich Robinson ruggiscono come non mai mentre la voce di Chris si impenna in interpretazioni credibili di quel soul che ha già bruciato le ugole di Peter Green e Joe Cocker.

Archetipo della nuova formula è Come On, messa in scaletta dopo la mirabolante doppietta iniziale di Midnight From the Inside Out e Lickin’ piene di chitarre imbizzarrite che sembra difficile da tenere a bada. Oppure, sulla seconda parte dell’album, la Young Man Old Man che traccia un ideale ponte tra gli Stones di Beggars Banquet, il Santana di Abraxas e lo Stevie Wonder di Innervisions.

Cosmic Friend è invece uno dei pezzi più bizzarri e capricciosi dell’intero catalogo Black Crowes con la sua intro quasi freakbeat, il botta e risposta messo tra l’ugola di Chris e la chitarra del fratello Rich e il pianto di neonato che la conclude.

La sezione ballate, da sempre una delle più rigogliose dell’albero dove i corvi vanno a poggiare le zampe, si arricchisce delle fronde morbide di Miracle To MeLay It All On MeLosing My Mind mentre la Soul Singing suonata da Rich su una delle fantastiche creature metalliche di James Trussart, regnerà sovrana e imperitura su tutto il catalogo Black Crowes degli anni Zero.

Benvenuti nella giungla, uccellacci della malora.

 

Nel Marzo del 2008, dopo un silenzio discografico durato sette anni, i Black Crowes tendono un tranello alla stampa musicale.

E la stampa ci cade, rivelando suo malgrado ed inconsapevolmente quella che è sovente una loro abitudine.

Sul numero di Marzo di Maxim infatti viene pubblicata una recensione del nuovo disco della band di Atlanta, a firma di David Peisner. Il quale assegna due stelle e mezze su cinque, giudicandolo “mediocre”.

Il giudizio non è discutibile, come sempre. In quanto soggettivo.

Peccato che stavolta si tratti di un pregiudizio, però.

Non è una cosa eccezionale in sé, perché i giornalisti non hanno tempo per ascoltare tutto e capita che il pezzo debba andare in stampa lo stesso. L’ho imparato quando scrivevo sulla carta stampata, prima di fuggirne inorridito.

Solo che stavolta, tutto è stato architettato a dovere dai fratelli Robinson. I quali, avendo adesso il pieno controllo sul proprio materiale artistico, hanno deciso che nessuna copia promozionale verrà distribuita alla stampa e che, ad eccezione del singolo che lo anticipa, l’album sarà blindatissimo fin quando non verrà distribuito nei negozi, allietando la festa delle donne di quel 2008.

Ne viene fuori uno sputtanamento plateale che costringerà Maxim a porgere le sue scuse.

Ma com’è, ad ascolto avvenuto, questo nuovo disco dei Black Crowes? Molto diverso da quel Lions che ruggiva sette anni prima. Warpaint è un album volutamente rurale, fatto di suoni perlopiù acustici ed introversi che ben si amalgamano con l’eco ambientalista delle produzioni soliste dei due fratelli.

Ecco dunque dipanarsi ballate e canzoni dal passo lento come Oh JosephineLocust StreetThere’s Gold in Them HillsMovin’ On Down the RoadEvergreenWee Who See the DeepGod’s Got It e il canto pellirossa di Whoa Mule che costituiscono il cuore di un disco di una band autentica che il mercato ha relegato negli scaffali dove solo pochissimi avventori vanno a frugare.

E pochissimi giornalisti vanno a sentire.

 

Per l’atto conclusivo della propria storia i Black Crowes radunano attraverso il loro sito una folla di pochi intimi ai Levon Helm’s Studios di New York, accendono microfoni e videocamere e registrano tutto.

Se non è buona la prima, non ci sarà una seconda.

Ma non serve ci sia.

Le venti canzoni che annunciano l’imminente glaciazione dei Black Crowes finiscono tutte su disco, a fare di Before the Frost…Until the Freeze l’ultimo orgoglioso viaggio dentro un suono dinamico come noi mai, a volte quasi  funkeggiante, ormai in grado di parlare con grandissima maestria e stile ogni dialetto della musica tradizionale americana. Forse, se un difetto lo si deve trovare in questo commiato dei corvacci neri, è proprio questo eccesso di padronanza dei propri mezzi espressivi (ascoltare la perfezione “formale” di pezzi come I Ain’t Hiding o What Is Home? su cui altri, ben più blasonati, avrebbero speso decine e decine di ore di registrazione) che va a discapito dell’anima sanguigna che ha sempre contraddistinto la band.

L’ultimo volo dei Black Crowes ha l’eleganza rapace e la possente maestosità di un volo d’aquile.

Come nella fiaba di Andersen, gli uccellacci abbandonano il nido lasciando un tappeto di piume nere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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