WEDGE – Killing Tongue (Heavy Psych Sounds)  

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Il secondo disco dei tedeschi Wedge era uno degli album più attesi in ambito retro-rock degli ultimi anni in virtù di un debutto eccezionale e di un’attesa protratta fino alla soglia dei quattro anni e che ora viene finalmente saziata con un’uscita discografica preludio ad un nuovo tour europeo che toccherà generosamente anche il nostro paese. Rituali, quelli discografici e quelli concertistici, che sono un eterno, ossequioso ed esaltante omaggio all’epoca in cui il rock lanciava in aria fuochi d’artificio e tutti stavano a guardare col naso all’insù.

Gli anni dei Grand Funk Railroad, dei Free, dei Deep Purple, degli Atomic Rooster,  dei Santana, dei Mountain, degli Who. Di quel rock maestoso che aveva ormai rotto la crosta rock ‘n roll che lo aveva protetto alla nascita e che adesso avanzava già con passi da rettile gigante. Un po’ come quello disegnato da Kiryk Drewinski (vocalist/chitarrista della band ma anche uno dei migliori grafici sulla piazza europea) sulla retro-copertina di questo Killing Tongue, lavoro che non delude quelle attese di cui parlavo in apertura.

I Wedge si confermano custodi di un’idea del rock sicuramente superata ma sempre vivida. Muoversi tra i loro riff è un po’ come aggirarsi fra le casse di un rigattiere, scivolare dentro il labirinto della memoria e attendere che l’adrenalina ne riempia il disegno come una striscia di mercurio. Oppure, se preferite gli ambienti all’aria aperta, è come camminare su un sentiero che costeggia le montagne più alte del rock aspettando che da un momento all’altro possano franarci addosso. Cosa che in effetti avviene, soprattutto quando nella seconda metà del disco massi hendrixiani (Alibi) e rocce sabbathiane (Who Am I?) si scaraventano dall’alto e si trascinano a valle.  

Per chi avesse bisogno di riferimenti più recenti, potremmo definire i margini della loro proposta chiamando alla mente i primi Wolfmother da un lato e la band dell’ex Corvo Nero Chris Robinson dall’altra e affiancando loro qualche colosso del giro Tee Pee come Kadavar o Atomic Bitchwax.

Ecco, se conoscete uno solo dei luoghi descritti, saprete trovarvi a vostro agio dentro la musica dei Wedge. Se invece inseguite a tutti i costi la novità per saziare il bisogno liquido di essere al passo coi tempi, è ovvio che questa non sarà la vostra crociera migliore.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TURBONEGRO – RockNRoll Machine (Burger)  

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I Turbonegro sono morti una prima volta nel 1998. Per tutti.

Una seconda volta, stavolta definitivamente, nel 2010. Questo per me.

Sono morti con l’addio di Hank von Helvete, il pittoresco drugo adesso diventato Doctor James. Da allora hanno realizzato altri due dischi. Due dischi che portano il marchio dei Turbonegro ma che sono privi del loro sogno rock ‘n roll, l’ultimo brandello dei quali è stato portato via da Pål Pot Pamparius.

Detto questo, possono realizzare tutti i dischi che vogliono, meccanicamente, come una lubrificata e operosa catena di montaggio che sa come assemblare ogni pezzo che passa sul loro nastro trasportatore. Potranno farli e io li ascolterò, ma con in bocca il gusto amaro di un sogno sciupato.

Poi verranno i soliti impegni promozionali dove la band dichiarerà puntualmente di aver realizzato l’album più bello “dai tempi di”, il più vero, il più rappresentativo. Funziona così per tutti, perché dovrebbe essere diverso per loro?

Ma RockNRoll Machine non è niente di tutto ciò. È uno di quei dischi che io definisco “fatti col ricettario”. No, non si sono dati alla disco-music ne’ al pop da Eurofestival e continuano a suonare quello che hanno sempre suonato (anche se Skinhead Rock & Roll e John Carpenter Powder Ballad, tanto per nominarne un paio, sono di una bruttezza così pacchiana che se ne vergognerebbe pure David Lee Roth, NdLYS).

Sembrano gli allievi di Dawey Finn, istruiti con quattro ore di lezione sulla storia del rock al giorno, più un’ora di applicazione pratica e un’ora abbondante per le pose e il trucco e infine armati per la battaglia delle band. Sembrano loro ma molto, molto più vecchi. E senza la simpatia di Jack Black, uno capace di inginocchiarsi davanti ai Led Zeppelin pur di avere una loro canzone in un suo film. E uno dei pochi capaci di ottenerla.    

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

AC/DC – Highway to Hell (Albert Productions)  

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Nel 1978 gli AC/DC imboccano l’autostrada per l’Inferno. E la imboccano da soli, facendo scendere dal furgone Harry Vanda e George Young, ma anche Michael Klenfner, Michael Browning e Eddie Kramer. E forse sarà meglio così. Per tutti loro, intendo.

Il Diavolo ha dato loro il lasciapassare a due condizioni.

La prima è che la sua coda e le sue protuberanze frontali siano ben evidenti sulla copertina del disco.

La seconda sarà rivelata alla band solo “a consuntivo”, ovvero una volta che il successo garantito dalla loro stretta di mano verrà certificato dai dati di vendita di fine anno.

E infatti il 19 Febbraio del 1980, Lucifero chiede un incontro privato con Bon Scott, lo va a prendere sotto casa guidando un’auto malmessa che ha comprato sotto il falso nome di Alistair Kinnear: cognome scozzese e nome uguale a quello del suo devoto Crowley. Bon arriverà all’Inferno su una Renault 5 ammaccata e con la convergenza starata. Shot down in flames.  

Il conto è saldato, anche se Lucifero chiederà più avanti ancora qualche anima man mano che le certificazioni color oro e platino aumenteranno sulle pareti della living room dei fratelli Young, commissionando a un texano di nome Ricardo Ramirez il compito di riscossione dei tributi. Anche stavolta c’è una stretta di mano, proprio in fondo alla canzone che Ramirez ha scelto come colonna sonora ai suoi delitti. Una stretta di mano curiosa vista in un telefilm nuovo di zecca, con le dita della mano che si aprono in una forbice: Shazbut Na-Nu Na-Nu.

Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork.

E l’uovo, ovviamente, è il simbolo dell’anima.

Impara un po’, ora il saluto ti dò.

Ma prima di tutti quegli addii e di quelle strette di mano c’era stato, in piena estate del ’79, Highway to Hell. Un disco fumante di rock ‘n roll e che come il rock ‘n roll si poteva cantare. Il nuovo produttore era stato addestrato dalla Atlantic per fare delle canzoni degli AC/DC delle canzoni da poter passare sulle radio americane. E la radio passava solo ciò che aveva un ritornello che poteva sfondare la modulazione di frequenza per penetrare il cervello. Ritornelli da poter cantare in auto a volume altissimo, contagiando le auto vicine, in una pandemia incontrollabile. E lungo l’autostrada per l’Inferno Robert Lange aveva quindi costruito degli enormi grattacieli di cori, controcanti, ritornelli.

All’America piaceva così.

E anche al resto del mondo.

Quelle canzoni avrebbero acceso i cuori di migliaia, milioni di fan ad ogni concerto. Avrebbero fatto preoccupare le mamme e irretito gli insegnanti.

Dieci canzoni che entrano in testa come membri turgidi dentro vagine ben lubrificate. E ne fanno la loro dimora.

Dieci dardi fiammeggianti, ad illuminare un’autostrada in discesa.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – On Parole (United Artists)  

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Nel Maggio del 1975 Lemmy viene gentilmente “estromesso” dagli Hawkwind che, a differenza degli agenti federali, non gli perdonano di essersi portato in tour una buona dose di solfato di anfetamina per  rendere quei viaggi spaziali un po’ più tangibili, un po’ più credibili. Il devastante oltraggio viene subito curato mettendo in piedi quella che nel progetto di Lemmy è destinata a diventare la band più assordante del pianeta. Appena un paio di mesi dopo, il 20 Luglio, quel progetto è già una realtà. Si chiamano Bastards. Ma i loro nomi veri sono Lemmy Kilmister, Larry Wallis e Lucas Fox. Quando tornano a cavalcare un palcoscenico, tre mesi dopo, davanti alla folla accorsa per ascoltare i Blue Öyster Cult, costringono il tecnico audio ad alzare i cursori ad un volume talmente alto che molti, compresi il loro manager, sono obbligati a lasciare l’Hammersmith Odeon dove sembra essere sceso l’armageddon rock ‘n roll. I Motörhead sono ufficialmente nati, portando nel nome il ricordo di quell’ultimo brano scritto da Lemmy per quella che pensava essere il gruppo della sua vita e che invece era solo la ragione della nascita della più devastante rock ‘n roll band del pianeta. Il primo destinato ad aprire la scaletta dell’album di debutto della sua nuova gang, in qualunque modo. Anche dopo che la United Artists si rifiuterà di pubblicare il risultato delle sessions di On Parole, rinviando di un anno il suo obiettivo.

Le registrazioni effettuate con Fritz Fryer dentro i Rockfield Studios verranno pubblicate solo quattro anni dopo, quando i Motörhead sono già diventati le belve in grado di scagliare il rock ‘n roll oltre il muro del suono. Il suono non ha ancora raggiunto quel livello di depravazione che l’arrivo di Eddie Clark affretterà, ha ancora una viscida corposità blues, un ruggito ferino mutuato dalla tradizione beat in cui Lemmy ha mosso i primi passi e che si diverte a dissotterrare quando è il caso (come nella bellissima rendition di Leavin’ Here, nell’immensa prima versione di Iron Horse o nella catramosa marcia di Lost Johnny).

E poi, ovviamente, ci sono le malsane corse sui destrieri che odorano di petrolio come Motörhead e Vibrator, quelle che annunciano l’arrivo dei cavalieri dell’apocalisse rock ‘n roll del decennio che verrà.

Fuori dalle gabbie del punk, fuori dalle gabbie dell’hard rock, la Bestia è adesso libera, anche se nessuno vuole darne ancora notizia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AC/DC – Powerage (Albert Productions)  

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Il rientro in patria dopo il tour di supporto ai Black Sabbath e le date americane vede una band a pezzi. E che perde pezzi. Mark Evans è stato cacciato e al nuovo acquisto Cliff Williams viene negato l’ingresso in Australia, costringendo gli AC/DC ad annullare le partite da giocare in casa. Gli AC/DC sono carichi di odio e di rabbia come forse mai prima. E George Young, il fratellone maggiore, sa benissimo che odio e rabbia sono due ingredienti esplosivi, se sei in una rock ‘n roll band. Come un abile ammaestratore di bulldog, George aizza il gruppo prima di ogni seduta di registrazione, mettendo loro in mano gli strumenti un momento prima che si azzannino. Powerage è un disco ostile e malvagio come nessun altro loro disco prima di quello. È il disco che contiene Riff Raff, che sono gli AC/DC chiusi in una corsia di ospedale psichiatrico ma liberi di poter usare i loro strumenti, il loro cumulo di amplificatori. È il disco di Rock ‘n Roll Damnation, che sono le automobiline degli Easybeats e della Marcus Hook Roll Band costrette a schiantarsi su un muro di watt. È il disco dove calci, pugni, proiettili e pistole prendono il posto delle donne nelle loro vite da bulli, confessandone e legittimandone la permuta su quell’altra cosa fantastica che è What’s Next to the Moon.

Un disco dove il veleno esce copioso come da un bubbone infetto. E la tensione accumulata può finalmente scaricarsi sotto la forma di saette.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Lc 12,49-53  

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Nessuno lo scrisse allora perché troppo vivida era l’epopea roots dei primi, ancora di là dall’arrivare l’hard rock muscoloso e gotico dei secondi ma gli Electric Peace furono, senza volerlo, l’anello di congiunzione tra i Gun Club e i Danzig, entrambe band ossessionate a livello più o meno inconscio dai Doors.

Proprio come loro.

Venuti fuori dal nulla da una qualsiasi periferia di Los Angeles al giro di boa degli anni Ottanta e sprofondati nel nulla tra le onde dell’Oceano Pacifico poco prima che questi terminassero.
Registrate nel 1985 e destinate al disco di debutto, le sette canzoni di Road to Peace vengono cestinate dalla Enigma costringendo il gruppo a confezionarne di nuove per quello che sarà Rest in Peace.

Quando Brian Kild, seguendo la propria ostinazione, decide di pubblicarle per un’etichetta indipendente è il 1989 e la storia del gruppo è già al declino.

Road to Peace è dunque, in tutti i sensi, il Rest in Peace degli Electric Peace.

Scusate il gioco di parole. Ma se gioco con le mani può andarvi peggio, garantisco.

Ancora orfana della chitarra blues di Honey Davis (il “Principe del Blues” che sarebbe poi finito a suonare con mostri sacri come Ted Taylor, Smokey Wilson, Salomon Burke), la musica del gruppo californiano è già quell’impasto malsano di hard-rock visionario che verrà poi elaborato su Medieval Mosquito e Insecticide, calibrato giusto in mezzo a quei punti di riferimento di cui vi dicevo all’inizio e che all’epoca era ancora più di oggi difficile da inquadrare. Tanto che gli Electric Peace finirono per essere infilati mani e piedi (e moto) direttamente nella scena Paisley (finendo anche sul terzo volume di Battle of the Garages). 

Più che per una questione di comodo, suppongo, perché all’epoca era quella la scena più vibrante in termini emozionali.

In grado di tirare come un bisonte imbizzarrito su pezzi come Work So Hard o Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die) (quasi un triste presagio di quanto accorrerà al tastierista Jim Hawkinson subito dopo le registrazioni di Medieval Mosquito, NdLYS) o di ammantarsi di tinte macabre su ballate come Something‘s Wrong o Angel e arrotolarsi su criptici giri di hard-rock garagistico sullo stile della band di Alice Cooper o dei coevi Fourgiven (come nella bella Just For Once o nella rutilante I Don‘t Feel Sorry), la musica degli Electric Peace rimane tra le più innovative miscele di rock urbano di quel periodo. 

 

Dinamite, bombe, fucili e coltelli (come quello brandito da Tom Dooley nell’omonima murder ballad che chiude la breve scaletta) sono i protagonisti assoluti di Rest in Peace, l’album d’esordio ufficiale licenziato dalla Enigma nel 1985 dopo un E.P. autoprodotto.

Armi, motori, sesso.

Questo era il mondo di Brian Kild e della sua gang. Pure a costo di rimetterci la pelle o di arrivarci vicino.

Puro noir metropolitano.

Pura, delirante vertigine americana.    

Le cronache dell’epoca parlano di concerti semideserti che erano più raduni per biker che eventi per le orde di “alternative kids” della zona e di dischi che giravano in poche centinaia di esemplari fra i “carbonari” dell’epoca. Perché su una cosa gli Electric Peace primeggiavano su tutti: essere orgogliosamente fuori da ogni clichè e da ogni stile preconfezionato, riuscendo a tirare fuori un suono imbevuto di acid rock, di swamp-blues, di hard-rock, di rock gotico uguale a nient’altro se non a se stesso.

Un suono che scivolava sopra ogni cosa, come bitume.  

Ogni singolo brano degli Electric Peace era dominato da un perenne, consapevole senso di sfida, di minaccia e di tragedia imminente. Una tragedia che si sarebbe poi consumata, in circostanze e momenti diversi, negli ultimi anni di vita del gruppo.  

Più che quella della soleggiata e ridente costa ovest americana la musica degli Electric Peace sembrava proiettare l’immagine di una Gotham City dove Batman si fa largo fra stridori di gomme e sirene di polizia (come nella Sniper on a Rooftop pubblicata ad inizio carriera). Hard-rock per capelloni che non sorridono e che non vanno ai concerti dei Guns n’ Roses se non per pisciare sui piedi dei vigilantes.

 

Honey Davis è oggi un quotatissimo chitarrista blues che gira per i locali e le spiagge californiane con la sua chitarra elettrica.

Tu gli sorridi e lui ti sorride. 

Ma non è stato sempre così. Nella metà degli anni Ottanta, quando è uno dei tanti disgraziati che girano per il lungomare di Los Angeles, lui si sente più disgraziato degli altri. Sua moglie è appena morta in seguito ad una emorragia cerebrale e lui si sente impazzire. La sua chitarra non si è ancora addomesticata al blues e ogni volta che ci mette le mani sopra è come infilarle dentro una cesta di cobra. Un giorno, saputo che Brian Kild è stato appena mollato dalla sua band e dalla sua etichetta, gli telefona e gli propone i suoi servigi. Insieme, reclutano Jim Hawkinson, uno che aveva suonato l’organo dentro quell’altra band disperata che erano i Divine Horsemen e in quattro e quattr’otto mettono mano ad un nuovo repertorio acidissimo che sembra ibridare gli ultimi Doors con i primi Deep Purple, creando una gorgone che fa scempio dello street metal platinato che riempie le classifiche e che traccia più o meno inconsapevolmente la strada per l’hard-rock mutogeno di Jane’s Addiction e dei Morlocks di Under the Wheel e anticipando la skyline gotica che Glenn Danzig sta progettando di edificare sull’orizzonte opposto degli States.

Quelle di Medieval Mosquito sono canzoni abitate dall’odio e dalla consapevole inteluttabilità della morte, che scavano un abisso sotto la crosta di asfalto delle strade californiane, percorse da una febbre che è necrosi delle viscere, arroventate in nient’altro se non nel proprio stesso fuoco che ti macera lo stomaco.

Canzoni dove c’è sempre qualcuno in fuga.

E qualcuno che ti segue ovunque, barattando il suo inferno col tuo.  

 

Vita e morte si intrecciano diabolicamente nella vicenda degli Electric Peace, contribuendo ad alimentare l’aura di leggenda attorno alla band californiana.

Per quello che si rivelerà essere l’ultimo album degli Electric Peace Brian Kild scrive un pezzo che si intitola Shoot Me. Una richiesta che viene accontentata qualche anno dopo, nel 2014 per essere precisi, quando Brian viene aggredito nel cortile della ditta di cambi per auto da corsa che fonderà a Reseda nel 2005.

Brian salverà la pellaccia. Andrà peggio ad un paio di suoi vecchi gregari come Greg Welsh, chitarrista della prima line-up degli Electric Peace morto di AIDS nel 1990 e Jim Hawkinson, morto in un incidente motociclistico proprio il giorno in cui doveva registrare la sua parte su Scar for Life, a compimento di un’altra assurda profezia di Brian contenuta su Road to Peace e intitolata Drinkin’ and Drivin’ (Til the Day I Die). Una casa autenticamente invasa dalla morte, quella degli Electric Peace, visto che nello stesso periodo scompare tragicamente anche Mary Christmas, la compagna di Honey Davis assoldata come Hammondista per il suo debutto da solista My Heart Attacked Me pubblicato, guarda caso, per una label chiamata Life & Death.

Di morte e di motori è pure fortemente intriso Insecticide, che suona come i Cult ad un raduno di bikers imbottiti di pillole e alcol. Non ci sono cherubini che volano nella Los Angeles degli Electric Peace, solo angeli che annunciano la morte.

La voce di Kild, la sei corde di Davis e il torbido organo di Hawkinson sono le loro sette trombe. Gli Electric Peace lanciano l’agente arancio sul lungomare di Los Angeles, esfoliando le palme californiane e la pelle dei turisti.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AC/DC – Dirty Deeds Done Dirt Cheap (Albert Productions)  

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In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli AC/DC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RE DINAMITE – Re Dinamite (Go Down)    

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Registrazione analogica, missaggio crudo e mastering immediato: impacchettato “a caldo” questo esordio dei trevigiani Re Dinamite, come per non perdere un’oncia del suo aroma. Tutto poco elaborato, senza orpelli, bardature o fronzoli: chitarra compressa e spinta da basso e batteria lungo i vicoli di uno stoner rock dritto-in-faccia che però come una vergine debosciata si lascia lusingare dal blues (bellissimo il giro zozzo di Loves of Bacco con l’armonica che frigge in una padellata di rovente olio fuzz, NdLYS) o dal rock ‘n roll di base (come in quella sorta di Route 66 virata stoner che è Sick Girls), liriche essenziali, poca voglia di jammare ed energia da vendere. Come per i Fu Manchu il concetto non è costruire dune nel deserto ma pressarle con un cilindro per farne una pista da Mustang.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

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Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

THE MONKS – Synapsis (AUA)  

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Dopo un riposo di sette anni riprendono le pubblicazioni della collana Back Up della AUA che in passato ci ha regalato uscite semi-ufficiali di band come Electric Shields, Teeny Boppers, Storks, Superflui. Stavolta la casa di produzione friulana decide di investire su una ristampa professionale per contenuto e packaging. Si tratta della prima reissue dell’unico album dei Monks all’epoca pubblicato per la napoletana Crime Records. Siamo alla fine degli anni Ottanta e il sogno psichedelico di qualche anno prima è praticamente terminato. I superstiti di quella stagione stanno tentando nuove strade. I Monks, reduci da una devastante demotape che aveva garantito loro la partecipazione all’ultimo manifesto di quella stagione (Neolithic Sounds from South Europe della Electric Eye) ripiegano verso un hard-rock che si dichiara ispirato agli Stooges ma che in effetti tracima con disinvoltura ben oltre il campo di scorie di Detroit, complice una produzione e un missaggio (curati da quel Ben Young che in quegli anni è il produttore di fiducia dei Bisca) che puntano, come nelle peggiori produzioni metal, a tenere avanzati i cursori della batteria e della voce che dal canto suo si produce in contorsioni giocate spesso sulla soglia del falsetto e che fanno precipitare Synapsis troppo facilmente nella sciatteria tipica delle power-bands tutte muscoli e bandana. Del resto, a riascoltarlo adesso, la scorta di belle canzoni era davvero risicata e il contenuto del disco non andava oltre qualche bella sventagliata di chitarre come quelle di Unreal Visions, Yankton People o Look at Myself.  Mi spiace per il buon Luca Frazzi che scrive le note di copertina corroborato dal solito spirito esaltante che tende a trasformare in alloro ciò che era solo volgare borragine, ma non credo che questo disco renda giustizia a una qualsiasi forma di restaurazione dell’hard rock dei tardi anni Sessanta ne’ che mostri in alcun modo un qualsivoglia punto di contatto con la forza degenere del primo grunge che ne riattualizzò dignitosamente la forma. I Monks, che si sarebbero sciolti da lì a breve, furono forse i primi ad accorgersi dell’incompiutezza del loro lavoro.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro