DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelly Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SHA NA NA – The Golden Age of Rock ‘n’ Roll (Kama Sutra)  

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Una di quelle band inoffensive che piacevano, e piacciono ancora, solo agli americani.

Anche quelli insospettabili. Tipo Jimi Hendrix che li volle sul palco di Woodstock prima della sua esibizione. E così, la terza alba del festival venne investita da una discutibile febbricciola revival e da un’ancora più discutibile e fuori contesto coreografia di balletti old-fashion, pomate per capelli, pailettes.

Una merda assoluta in fatto di stile, diciamolo pure. Ma il pubblico del festival, rintontito da due giorni di musica, sesso e droghe, non se ne rese conto nemmeno (tanto che dell’esibizione del gruppo venne ripresa solo una piccolissima porzione, NdLYS). Lo scialbo fifties-rock degli Sha Na Na che aveva infiammato i cuori del campus universitario servì giusto come colonna sonora per accompagnare lo sciame di hippies che andava a svuotare vesciche ed intestini ai bordi del campo, in attesa che salisse sul palco il mancino di Seattle. Il loro show era più roba da avanspettacolo che un concerto rock, la loro visione del rock ‘n roll una roba che sapeva di lacca, gli intrecci vocali delle loro voci roba buona per le feste di fine anno accademico del campus universitario. Insomma, roba da musical. E infatti qualche anno dopo sarebbero finiti dentro Grease, il musical che celebrava l’America dei teenagers degli anni Cinquanta e che stavano a quelli della generazione hippie come Gianni Morandi con gli anni di piombo.

In realtà dietro il progetto effimero e frivolo degli Sha Na Na si nascondeva l’intenzione del loro creatore di sanare la spaccatura tra le frange pacifiste più intransigenti e i fanatici interventisti che di fatto scindevano in due il movimento studentesco della Columbia University, unendo di fatto le due fazioni sotto un’unica bandiera: quella del rock ‘n roll più spensierato. L’obiettivo era distrarre i ragazzi da ogni velleità o schieramento politico per invitarli a riassaporare il piacere degli impulsi primordiali. Tornare al pre-politico simulando una nostalgia che in realtà era studiata a tavolino e del tutto fasulla.  

Gli eccessi che covavano sotto quel mondo di cristallo sarebbero emersi nel 1974, quando dopo un concerto nella locale università di Charlottesville Vinnie Taylor, il venticinquenne chitarrista entrato nel gruppo tre anni prima, era stato trovato nella sua suite all’Holiday Inn con le vene così piene di eroina che le si erano irrigidite come le corde della sua chitarra.   

La sua chitarra è quella che si può ascoltare sul doppio live The Golden Age of Rock ‘n’ Roll, ennesima ripetitiva pantomima di figuranti di Elvis e di Bill Haley pubblicata dalla Kama Sutra nel 1973 e che avrebbe di fatto dato il via a tutto il fifties-revival degli anni Settanta, imperversato su piccoli e grandi schermi a suon di American Graffiti, Happy Days, Grease e lo show televisivo degli stessi Sha Na Na.

A quel punto Vincent Taylor scompare dalla faccia della terra ma continua a vivere in quell’universo parallelo che è il pianeta del rock ‘n roll. Perché nel Giugno del ’74, durante una visita alla sorella morente, il killer Elmer Edward Solly decide di mandare affanculo la custodia cautelare e l’accompagnatore affidatogli dal penitenziario e di darsi alla macchia. Ha bisogno di una nuova identità e quella notizia che aveva letto sul New York Times durante la detenzione un paio di mesi prima gli torna prepotentemente alla memoria. Così Mr. Solly decide di diventare Vincent Taylor. Non un Vincent Taylor qualunque, ma “quel” Vincent Taylor. Si reinventa una vita da rockstar e si presenta agli agenti di spettacolo come l’ex Sha Na Na, dichiara che tutto quello che era accaduto quel 17 Aprile era solo una messinscena per uscire fuori dalla band e si presenta al pubblico con il nuovo nome di battaglia: Danny C. “The Bad Boy”. Lo avrebbe tenuto per ben venticinque anni, facendo serate con tanto di scritta Sha Na Na cucita sulla giacca, firmando autografi e rispondendo alle email dei suoi fan dal suo sito web ufficiale, mostrando un’innata capacità di entertainer, a suo completo agio nei panni di un Frank Sinatra del doo-wop.

Una mandrakata mandata a monte da una telefonata fra professionisti dello spettacolo. Non dall’FBI, non dalla CIA, non dalla Polizia della Florida o della Virginia o dello stato di New York. Semplicemente, una telefonata fra Tommy Mara e Peter Endleson dell’entourage degli Sha Na Na. Come se Raul Casadei chiamasse Guido Elmi per ringraziarlo per avergli mandato Massimo Riva e scoprisse invece di avere nei camerini Renato Vallanzasca. Uguale.

Una storia inverosimile, un’”americanata” nell’”americanata” che tuttavia regge, alla faccia degli identikit, per un quarto di secolo e che è stata raccontata su Who The (Bleep) qualche anno fa (visibile in lingua originale a questo link: http://www.dailymotion.com/video/x19lakc). Una storia che da sola vale forse più di tutta quella degli Sha Na Na. Che artisticamente erano il vuoto assoluto e che tuttavia sarebbero durati più di ogni altro gruppo presente sul prestigioso palco di Woodstock.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass) .

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

NOT MOVING – Weightiest Colours

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Cosa impedì ai Not Moving di diventare la band che meritava di diventare? Paradossalmente posso affermare che fu con molta probabilità la stessa carta stampata che ne tesseva le lodi, man mano che i loro dischi arrivavano sul mercato. Cercherò di spiegarvi la mia tesi, sapendo già che si scontrerà con molti altri punti di vista, primi fra tutti quelli di chi sulla carta ci scriveva e da chi fra gli artisti ne traeva qualche minimo beneficio. Negli anni Ottanta, ovvero il decennio in cui i Not Moving imperversarono come una nube nera nel cielo del rock indipendente italiano, il pubblico che segue le sorti del rock (italiano e non) è un pubblico ancora giovane. E un pubblico giovane è un pubblico tendenzialmente squattrinato. Un pubblico che può permettersi di acquistare qualche disco (unica fonte cui abbeverarsi se non si vuole soccombere ai palinsesti radiofonici) ma che di certo non può concedersi di comprare delle bufale, anche se hanno le forme concentriche di solchi su una lastra di vinile. La vocazione critico-evangelica che, forse in buona fede (ma non sempre: molti giornalisti erano coinvolti con etichette discografiche, negozi di dischi e case di distribuzione), cercava di “dare una mano” alla scena alternativa italiana spingendo con elogi sperticati quasi ogni nuova uscita discografica creò un appiattimento che mise sullo stesso piano dischi-capolavoro e band fuoriclasse con dischi e artisti che erano di una pochezza davvero sconcertante. A pagarne le conseguenze furono, ovviamente, quelle band che avevano davvero un’identità artistica che avrebbe davvero potuto trapassare le Alpi se non scavalcandole come Annibale, perforandole del tutto pur di trovarsi davanti nuove terre di conquiste. I Not Moving, ma anche Boohoos, Steeple Jack e Kim Squad and Dinah Shore Zeekapers per dirne solo di qualcuna.

Cosa sarebbe cambiato se i Not Moving fossero nati trent’anni dopo? Nulla. Con l’unica differenza che a comprare i dischi oggi siamo rimasti quelli di allora ma con qualche moneta di più in tasca e la nostalgia per un passato in cui tutti eravamo feroci, tutti eravamo punk e tutti eravamo contro il regime che saziamo con ascolti furtivi mentre di quel regime siamo diventati ingranaggi altrettanto arrugginiti. E con l’aggravante che di tutte quelle tribù che la musica e l’attitudine dei Not Moving riuscirono ad aggregare (punk, dark, garagers, cani sciolti) oggi non resta che qualche veterano che si aggira per le vie della provincia come i vietcong cui non è mai stata comunicata la fine della guerra tra le foreste della sua terra devastata.

Riviste di carta straccia e online ancora oggi abbondano di recensioni in cui tutti gli artisti sono trattati con pari dignità e che si calano le braghe davanti ad ogni nuova uscita, sia essa firmata Jovanotti, Morgan, Samuel, Roy Paci, Colapesce, che ci sia dentro l’Apocalisse di Giovanni tradotta in musica o le canzoncine di Natale borbottate da un trentenne in crisi di testosterone.

Verrebbero inghiottiti ancora. Loro che amavano vomitare.

20 Settembre 1981/11 Settembre 1988 sono le date scritte sul tumulo dei Not Moving.

Poi, la crisi del settimo anno si porta via la più grande rock ‘n roll band italiana del decennio. Sette anni di tour, alcol, risate, sputi, pelle, ossa, vomito, dischi, lacrime, sperma e botte da orbi. Sette anni in cui il sogno del rock ‘n roll sembra avverarsi (salendo sul palco prima degli stivali di Paul Simonon, Johnny Thunders o Joe Strummer e ottenendo il rispetto di gente come John Peel, Miles Copeland e Jello Biafra) e invece piano piano diventa sempre più lontano, inghiottito da quel buio che ha sempre attratto come un buco nero la band di Piacenza e che tuttavia non le impedì di illuminare di luce sinistra i migliori anni del rock ‘n roll italiano, quello che saliva su dalle mutande, non quello intellettuale che cola giù dal cervello e che oggi ci invade come una condanna a morte.

Parlo di gente diventata grande sui palchi, magari dividendo amplificazione e alcol con i Clash o con Johnny Thunders, mica caricando qualche pezzo su Myspace o confidando nell’amico blogger per avere due righe di recensione da poter sfoggiare in bacheca.
Tempi lontani in cui per incontrare un Federico Guglielmi non era sufficiente connettersi dal salotto di casa su facebook, in cui la propria identità non era filtrata, in cui le intenzioni erano tangibili e manifeste, le capacità misurate col sudore, con i biglietti del treno, con i chilometri percorsi su un furgone scassato, mica in volumi di bytes, visualizzazioni su You Tube, numero di amici su un qualsiasi social network del cazzo. Tempi infami, in cui diventare fan voleva dire leggere prima qualche recensione entusiasta, quindi andare ai concerti nei posti più impensabili e infine far scivolare le falangi tra le pile di vinili di Supporti Fonografici o di Disfunzioni Musicali, portarsi a casa i dischi e adunare gli amici per fare le C90 da consumare in auto, tutti insieme, pronti per il prossimo concerto. Te lo sognavi di cliccare su un “diventa fan” e chattare la sera stessa col tuo chitarrista del cuore per scoprire magari che è un rottoinculo che non saluteresti manco al supermercato, figurati se compreresti i suoi dischi. Tempi in cui le distanze erano distanze, per Dio.
Ed era giusto così. Per il pubblico, per i musicisti, per i fan, per i giornalisti, per le etichette, per i bagarini. Per tutti.

 

C’erano altre unità di misura, all’epoca.
E c’era altra musica, come quella dei Not Moving.
Rock ‘n roll scuro e reso cattivo dall’ascolto ripetuto di gente come Cramps, X, Heartbreakers, Fuzztones, Radio Birdman, Stooges.
Punk, blues, garage, dark. Come scendere all’inferno assieme a Muddy Waters passando per la strada più faticosa: una caverna.

 

I Not Moving cazzo! Cento anni in cinque e già capaci di scrivere un piccolo capolavoro come Land of Nothing e di tenerselo nell’utero per quasi venti anni riempendoci nel frattempo la casa di marmocchi belli (Sinnerman, Black ‘n Wild, Jesus Loves His Children), meno belli (Flash on You, Song of Myself) e brutti (Home Coming) per ritrascinarci all’Inferno con il semplice schioccare di due dita.

Posi gli occhi sulla copertina di quel primo mini-LP pubblicato con lodevole ostinazione da Area Pirata dopo essere stato abortito nello studio ostetrico di Paolo Bedini e il tuffo al cuore è assicurato: la pelle nera dei pantaloni di Dome La Muerte e Danilo, la figura esile e sempre un po’ defilata di Tony Face, il fascino esoterico delle signorine Lilith e Mariella Severine non possono confondersi con nient’altro che con loro stessi: i mitici Not Moving!!!!
Una delle poche bands italiane per cui valeva la pena vivere e trascinare il culo in qualche fetido locale a saturarsi i canali uditivi nei primi anni Ottanta.

Diciannove anni dopo, come se niente fosse. Insieme, noi e loro, all’inferno. Al gesto convenuto. Come se ci fossimo lasciati ieri, dopo un’altra birra bevuta assieme dopo il loro ennesimo concerto. Ti guardi indietro e vedi che di merda se ne è accumulata tanta sui tuoi scaffali, ma di roba che ti tira fuori le viscere e te le appende al collo come fanno canzoni come You’re Gone Away o A Wonderful Night to Die veramente poche.
Furioso, disperato, oltraggioso, sacrilego, crudo e appassionato. Benvenuti nella terra del nulla, è una notte magnifica per morire.

 

Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 sboccia a Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con Black ‘n’ Wild si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

  

Il feretro dei Not Moving sfila ancora pochi mesi dopo, in quella processione garage-blues che è, appunto, Sinnermen. Stessa etichetta e stesso produttore. Ma un missaggio penoso che verrà restaurato solo molti anni dopo in una ristampa nella quale Federico Guglielmi spiega le ragioni di quell’infamia che causò la rottura tra band e produttore artistico da un lato e produttore esecutivo (ovvero colui che caccia i soldi, per dirla in due parole, NdLYS) dall’altro, colpevole di aver bruciato il lavoro per accelerare le tappe. 

Sinnermen uscirà anni dopo col suo scurissimo mantello originale, con gli strumenti infilati nella giusta pista del mixer, con lo stesso sinistro fascino di una musica che si crogiola nel raglio di Lux Interior (la cover di I Wanna Make Love to You, degna di stare su Psychedelic Jungle, NdLYS) e nel fascino lugubre dei Fuzztones più foschi (Catman, Mr. Nothin’) per tuffarsi nel garage criptico di bestie nere come I Know Your Feelings o A Wonderful Night to Die a ricordarci di come eravamo belli.

Lou Cifer era arrivato anche in Italia, aveva schizzato il suo seme sul monte Penice e adesso quella colata di sperma scendeva giù inondando la Valtrebbia.

  

Non so quali siano le memorie che i Not Moving, che ognuno dei Not Moving conserva relativamente a Jesus Loves His Children. Quel che ricordo io è che la band, a cavallo tra Sinnermen e quello che si rivelerà l’ultimo atto della line-up classica della band arriva nella mia terra per un paio di occasioni “eccentriche”, con un concerto in piazza ad Acireale e in una improbabile serata per ricconi in abiti di seta e macramè a Taormina. Quel che ricordo io, ancora minorenne, è una band che sembra provenire da una delle cento città rock ‘n roll di cui leggevo avidamente sulle riviste del periodo. Londra, Manchester, Los Angeles, Minneapolis, Sydney, New York, Detroit. Ricordo pelle, pantaloni e collant sdruciti, bandane, cappelli, cinturoni, borchie, odore di tabacco e puzzo di sudore. E un set che avrebbe steso chiunque, adesso aperto a squarci melodici più netti. Come quelli di I Want You, il pezzo che apre il nuovo mini-LP e che ci ritroveremo a cantare in cento o in dieci sotto il loro palco o nella nostra altissima solitudine che adesso ci sembrava meno solitaria. Oppure nella maglia di controcanti della bellissima Spider o nelle conosciute liriche di Break on Through dei Doors, risolta in una cavalcata acidissima su cui Dome La Muerte passa col rullo compattatore sui corpi di centinaia di chitarristi di belle speranze e immeritata gloria usciti fuori dall’Italia in quegli anni. C’è ancora del veleno, anche se ad attirare gli stolti sarà il caramello dentro cui è avvolto il cuore di un disco finalmente prodotto come Dio comanda, con gli strumenti che non si schiacciano l’uno sull’altro ma esplodono come frammenti di un’unica bomba carta.    

                                                                                                         

L’ultima lettera dei vecchi amici arriva nel 1988.

Lilith, Maria Severine, Dome, Tony e Milo, il nuovo arrivato che era venuto a sostituire Dany D. ormai spostatosi in Germania per 9/10 di Flash on You le firme in calce alla missiva.

Gente con ancora un cassetto pieno di aneddoti e storie da raccontare, ci giurerei. Gente che presentavo agli amici aggiungendo con orgoglio che erano italiani nonostante i nomi dietro cui si celavano e malgrado suonassero sporchi come pochi sapevano fare senza risultare costruiti a tavolino.

Flash on You era il disco che li vedeva tornare a casa Electric Eye, l’etichetta che li aveva tenuti a battesimo nel già lontano 1982 e che avevano abbandonato per pubblicare su Spittle i loro capolavori Black ‘n’ WildSinnermen e Jesus Loves His Children, il trittico dove usciva fuori la loro anima più cupa e selvaggia, perennemente avvolta in completi di pelle nera, per non farla sentire nuda e a disagio, nonostante nuda lo fosse la musica dei Not Moving.

Si mostrava. Fiera di quella che era. Con spavalderia marcia e adeguata al contenuto.  

Lo avrebbe fatto ancora una volta per Flash on You, l’ultimo dei loro dischi che avevamo imparato ad amare a spregio delle loro facce poco amabili. Il suono ha la tenacia di sempre ma appare meno scuro, come forse richiede la Glitterhouse, la label tedesca che pare interessata in un primo momento a pubblicare l’album o come più verosimilmente vuole una parte della band che non è più compatta sulla direzione da dare al suono dei Not Moving che, nonostante dividano ancora lo stesso letto, dormono dandosi le spalle.

Ognuno ci mette del suo, per fare di questo disco l’ennesimo capolavoro.

Ognuno porta la sua idea di rock ‘n roll.

E quando le idee mancano, ci si affida a quelle altrui. In questo caso Jimi Hendrix e Sniff ‘n The Tears.

Ognuno aggiunge un ingrediente, anche se per la prima volta il piatto è ben condito ma il pasto poco omogeneo, come se la band sentisse l’esigenza di percorrere strade nuove. E, come accadrà di lì a breve, non necessariamente tutti insieme. Ma sono sensazioni inquinate dal “senno del poi”. Perché all’epoca Flash on You era un disco che stordiva come quelli che gli avevano spianato la strada, con la sua visione stradaiola e bastarda della musica dei sixties che non aveva eguali in Italia. Pochissimi altrove. Una strada destinata a chiudersi da lì a breve e di cui questa rappresenta, malgrado i tabelloni con la medesima insegna che verranno issati ancora per un piccolo tratto, l’ultima fermata.

Un’istantanea ancora integra nella sua vivacità alcolica.

Con la band ancora a letto, con la salvia indiana, con Jack Torrence e Johnny Thunders a maledire tutto quello che restava da maledire.

Dome allunga la mano e ci porge ancora la sua conchiglia, illudendoci di poter beffare la morte.

La burrasca dentro cui il gruppo piacentino ha navigato per cinque anni si sta però per abbattere sul loro vascello pirata. Perché Dio ama i suoi figli, ma a tutti chiede loro un sacrificio.

 

Su Song of Myself, nonostante il nome dei Not Moving sia scritto a caratteri giganti rispetto a quelli di Lance Henson e degli “amici”, questi ultimi sono molti ma molti di più rispetto a ciò che resta della formazione storica, che sono in pratica i soli Dome La Muerte e Maria Severine, che hanno modo di fare spazio alla loro devozione per la cultura pellerossa affidando alle poesie del poeta cheyenne Lance Henson un notevole spazio tra un solco e l’altro delle nuove quattro canzoni. La sezione ritmica è affidata ad Alex Cikuta e Sandro Falcone mentre tra gli ospiti coinvolti spiccano i nomi di Maurizio Curadi degli Steeple Jack, Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, Marcello Michelotti dei Neon, Zazzo dei Negazione, Luca Re dei Sick Rose, coinvolti quasi tutti ai cori per cui nei fatti quasi invisibili se non per gli scatti del retro-copertina. La cover di Ohio di Neil Young è trascinante. Ma lo sarebbe comunque, anche se la cantassero i Modena City Ramblers o gli Yo Yo Mundi, senza nulla togliere agli uni o agli altri. Il resto si dimentica in fretta, tranne che la sgradevole sensazione che una delle band migliori del nostro stivale sta tirando le cuoia e che noi stiamo assistendo alla sua agonia.

Negli anni Novanta il nome dei Not Moving tornerà un paio di volte, per la pubblicazione di un dodici pollici e di Homecomings, ancora una volta votato alla causa pellerossa.

Il nome ma giusto quello. Perché il suono della nuova formazione non ha più nulla del vecchio marchio (come del resto non ce l’ha quello dell’altra band messa su da Tony Face, Lilith e Milo, ovvero i Time Pills, NdLYS). La musica mostra molto mestiere ma quella sacra alchimia di anime e carne dei vecchi Not Moving è scomparsa per sempre.

Il loro culto verrà alimentato da una bella e doverosa messe di ristampe, antologie e live postumi che è doveroso avere in casa come antidoto endovenoso a tanto rock di plastica.

Voi tenetevi stretti i “colori degli anni Ottanta”.

A me lasciatemi il nero dei Not Moving.

                              

                                 Franco “Lys” Dimauro

                                                                               

THE DEVILS – Iron Butt (Voodoo Rhythm)  

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I Devils non andranno in paradiso.

Quindi, se nel frattempo voi sarete già ascesi al cielo e noi ci accorgeremo della vostra assenza non vedendo più le foto dei vostri animali domestici e del vostro piatto di pasta alla norma sul vostro profilo facebook, sappiate che lassù non li incontrerete. Fate dunque in modo di incrociarli qui, adesso.

Portatevi dietro il vostro aspersorio, se vi pare il caso, ma andate a vedere e sentire di che catastrofe sono capaci.

Magari siete fortunati e aprono il set con White Collar Wolf e potrete mentire dicendo che siete stati a vedere i Cramps. E, per la legge n.8 del vostro codice cristiano, finirete per giocarvi il paradiso pure voi.

Quando sarà, perché sarà, inevitabilmente sarà, li troverete ad aspettarvi all’ingresso, su una collina artificiale di rottami e carcasse di lavasciuga, facendo baldoria come si fa quando arriva l’igna(v)o festeggiato di turno. E che baldoria. Rock ‘n roll indiavolati, con le chitarre che stridono come gessetti sull’ardesia e la batteria che martella come un treno che attraversa il bayou.

Però, ecco, se magari all’ora dell’aperitivo rinforzato ne vorrete avere un assaggio, sapete dove andare a cercare. Attenti all’osso di ciliegia. Pare che sia letale, quando cade di traverso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AC/DC – Dirty Deeds Done Dirt Cheap (Albert Productions)  

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In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli AC/DC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING KHAN – Murderburgers (Khannibalism)  

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Non ci sono gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su questo disco del 2014 che torna adesso sul mercato in veste ufficiale.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

    

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

FATS DOMINO – Out of New Orleans (Bear Family)  

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Faccia paciosa e sorridente, un’acconciatura impomatata a taglio vagamente trapezoidale, cravatta, scarpe di vernice, l’immancabile lembo di fazzoletto che fa capolino dal taschino di un impeccabile vestino nero o grigio. L’immagine di Fats Domino è quanto di più lontana dall’archetipo del cantante rock trasandato, appariscente o eccessivo che altri pianisti dopo di lui avrebbero regalato all’immaginario rock ‘n roll (Jerry Lee Lewis, Little Richard, Esquerita). Eppure, inconsapevolmente, quell’uomo dall’aria bonaria ed elegante avrebbe avuto un ruolo pioneristico fondamentale per la nascita del rock ‘n roll. Nell’immediato dopoguerra la musica nera è fondamentalmente jazz e blues. Big band e bluesmen si formano soprattutto nel sud degli Stati Uniti, allietando le giornate degli schiavi. Le radio sono pochissime. E quasi tutte trasmettono musica country. Non esistono ancora star con un colore di pelle diverso dal bianco. Eccetto Louis Armstrong e Fats Domino. Sono loro due i dominatori della scena, i veri eroi del popolo nero che piano piano si fanno spazio nelle programmazioni delle radio, con il loro carico di sporcizia. Fats viene da New Orleans, Louisiana. E ha imparato a suonare il piano guardando all’opera Fats Pichon e Fats Waller e copiando il picchiettio boogie woogie del primo. Uno stile che applicherà alla perfezione su brani come The Fat Man, Good Hearted Man e I’m Ready, tra gli altri, assieme ad una ritmica incalzante (che all’epoca viene definita “dance blues” e che è solo uno dei tanti immissari che confluiranno nell’enorme fiume del rock ‘n roll) e all’immancabile assolo di sassofono. E che è uno, ma non il solo, dei generi con cui Domino si cimenta, inflazionando le classifiche di vendita e piazzando negli Hot 100 ogni cosa che incide, su qualunque lato di un disco. Conquistando alla fine anche il pubblico bianco con ballate come Blueberry Hill, Fell in Love on Monday e la superba Walking in New Orleans che trasforma coi suoi violini una pericolosa passeggiata tra i vicoli voodoo della sua città in una romantica passeggiata lungo la Senna.

Tutto ciò che tocca con le sue mani paffute e che canta con il suo accento creolo, diventa oro, almeno finchè l’apertura delle miniere britanniche ispirate in parte dalle sue fatiche (Beatles su tutti) non distrarrà il pubblico fino a dimenticarlo e a fare del suo catalogo una paccottiglia da vendere nei cassoni in metallo delle edicole, a 5000 Lire prima, a 5 Euro poi. Fregandovi due volte.  

Un peso massimo, anche se avesse pesato la metà.

E del quale vale la pena recuperare, non volendo rischiare di cadere giù dalla tavola surfando sulla sua discografia ufficiale, questo dignitosissimo box pubblicato dalla Bear Family.

Due chili di materiale firmato Fats Domino.

Un peso adeguato a quello di un gigante.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da Youtube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELVIS PRESLEY – Elvis Presley (RCA Victor)  

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Trentacinquemila dollari. A tanto corrispondevano i trenta sicli d’argento d’Iscariota memoria nel 1955. Questo fu il compenso pattuito da Sam Phillips con H. Coleman Tily III, rappresentante legale della RCA Victor per “cedere” alla casa discografica il “bianco con la voce da nero”. Il contratto venne firmato il 21 Novembre del 1955 negli studi della Sun Records. Quel patto d’oro non era solo il più ricco contratto discografico mai stipulato fino a quel momento ma la nascita ufficiale della musica giovane come fenomeno di massa, come evento popolare e sociale. Quello che la RCA sta “comprando” non è un bravo musicista e neppure un autore di canzoni (ne scriverà davvero pochissime e mai in autonomia) ma un interprete da dare in pasto a quella folla che sta mostrando un preoccupante interesse per la musica nera, destabilizzando il mercato e, attraverso quello, il potere bianco.  

In effetti, mutatis mutandis, comprano davvero un Cristo. Un Cristo nuovo di zecca, pronto a rappresentare il Grande Sogno Americano e che riporti l’egemonia razziale al suo equilibrio di regime. Il mercato è pronto a subire, piegandolo a suo vantaggio, gli “effetti collaterali” di quell’Avvento pur di riacquistare potere persuasivo, di riconsolidare la sua posizione economica (soldi=potere) in quella fetta di torta che è il rock ‘n roll. Che per Elvis, incoronato Re, è più un incidente di percorso che una vera e incrollabile manifestazione di fede. E questo andrebbe ricordato sempre. Elvis avrebbe “cantato” il rock ‘n roll usandolo come una testa di ariete per penetrare nel tessuto connettivo della società americana, scandalizzando i “matusa” per circuire e corteggiare i teenagers. Perché se il sogno americano degli adulti si cortocircuitava nell’acquisto di una macchina, di un nuovo elettrodomestico, di una villetta a schiera, quello dei giovani necessitava di essere veicolato verso la conquista di libertà meno perbeniste. Indipendenza economica, fame di esperienza, emancipazione sessuale erano quello che i giovani bramavano. Ed era quello che Elvis e la RCA si affrettarono a dar loro, salvo poi tentare l’assalto all’intera diligenza, incidendo dischi di musica buona per ogni palato, per ogni fascia d’età, dai neonati seduti sul passeggino ai settuagenari chiusi nelle case di riposo.

Quando nel Gennaio del 1956 la RCA pubblica il primo album di Elvis Presley, ha già costruito l’immagine perfetta per fare di lui il personaggio necessario per il progetto che ha in mente. Un archetipo di ribelle che ha la prestanza di un divo del cinema. Vestito da teddy boy ma con la faccia da bambinone. Perché tutti i giovani si identifichino con quell’immagine da teppista ma, allo stesso tempo, ogni mamma incroci in quello sguardo incosciente e sensuale lo stesso sguardo del proprio ragazzo al rientro da una notte brava fuori dalla porta di casa. O quella del proprio marito ormai incartapecorito quando la corteggiava intonando una vecchia ballata country sotto la finestra dei genitori. Un reazionario che ha un suo rispetto per la tradizione, una sua galanteria, un suo fascino da baciamano nascosta sotto il giubbotto di pelle al posto di un revolver.

Il disco, ovviamente, raggiunge la vetta delle classifiche, ripristinando l’ordine in quel mercato in cui la musica nera è ancora etichettata come “race music”. Un bianco che non sa scrivere canzoni ma che sa muovere il bacino come i neri fanno da oltre un secolo nelle loro chiese battiste, quando sono posseduti dalla febbre del gospel, solo che lo sanno soltanto i neri e i neri, come razza inferiore, non creano scandalo ma solo disgusto osceno. Elvis invece, muovendo quel pezzo di corpo che sta tra l’addome e le ginocchia, incanta il pubblico e crea un imbarazzo necessario, vantaggioso, adeguato.

Un “effetto collaterale” come ho detto prima, che è del tutto funzionale al compromesso che il suo Avvento impone per venire celebrato come atto liberatorio. Il resto, la musica, è il mezzo per veicolare il messaggio, non il messaggio stesso. Lui stesso ne avrebbe fatto scempio da lì a poco celebrando i suoi obblighi di leva come il plateale atto di riconoscenza servile verso quell’America che aveva fatto del “suo” sogno un sogno irraggiungibile ma condiviso, troncando di fatto quel legame sottile di condivisione che legava i bluesmen al loro pubblico e rendendo la figura dell’artista un modello inarrivabile di perfezione quasi divina. Elvis era stato scelto dall’America per vestire la sua bandiera. E gli americani che pensavano di venire liberati dal suo arrivo, erano stati resi servi un po’ irrequieti nella fattoria dello zio Sam.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro