MR. DEADLY ONE BAD MAN – Breakdown (Skronk/Dead Music)  

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Il posto della copertina sembra la location perfetta per una delle tante apparizioni del Samara Challenge. Magari la cosplay della signorina Morgan sfonda il parabrezza della Volvo e allunga le braccia. O magari passa ciondolante da un bordo all’altro. Oppure stai a vedere che si alza la saracinesca e….tac….eccola lì, in camicia da notte, fradicia di pioggia.

E invece no. Invece quella è la dimora (temporanea, immagino) di un “gentiluomo” che con la morte scherza pure lui.

Un one-bad-man in una one-man-band.

Uno che gli piace fare le cose in gruppo ma anche farsele da sé. Un po’ come me.

In Breakdown ad esempio, fa tutto da solo: parcheggia la macchina, scende in fretta strumenti e amplificatori, monta la batteria, si sistema il reggi-armonica, collega il microfono, inforca gli occhiali da sole sul naso, si infila un collo di bottiglia sul dito mignolo, uan-ciù-uan-ciù-check e si comincia.

Otto pezzi registrati in due session diverse che svelano un’anima punk racchiusa in una crosta blues, accostabile per attitudine a quella di gente come Jeffrey Evans, Greg Cartwright, Don Howland, John Schooley.

Come loro Mr. Deadly Man spoglia le sue vittime e poi ne gode in solitudine.

Not Good Mate, Three Teeth, Our Night o ancora Go Away eYour Breakfast passano leccandosi le labbra, in attesa di salire sulla sua Volvo, in qualunque direzione essa vada. Ancora meglio se decide di restare ferma dove si trova, reclinando solo leggermente il sedile.

Mister Deadly Man aspetta la sua occasione.

Voi, non mancate l’appuntamento con la vostra.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE NEW BOMB TURKS – Wir sind die Turken von Morgen

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Il rumore è quello di un treno che deraglia.

Il capostazione Tim Warren garantisce che sopra non ci sono stunt-men.

Nessuna simulazione. Tutto vero.

Registrato in un solo giorno ai Coyote Studios di Brooklyn assieme a Mike Mariconda, !!Destroy-Oh-Boy!!, nella sua brutalità accesa, deflagrante, ridefinisce i canoni del punk riportandolo dentro i suoi confini naturali della musica da garage e diventa modello per un numero incredibile di band (Hellacopters e Hives non ne faranno mistero, nonostante la lettera muta che li caratterizza fra le decine di gruppi ispirate da quel disco, NdLYS).

Mike rifiuta ogni suggerimento da parte dei quattro ragazzini di Cleveland circa l’aggiunta di qualche piccola “coloritura” da studio e registra tutto come esce dagli amplificatori, limitandosi a settare i volumi e i toni in modo che sembri davvero l’urlo di una metropolitana inghiottita dallo sfintere della Grande Mela. E impone loro di suonare i pezzi talmente tante volte che alla fine, per non dover impegnare la sala per un altro giorno, si vedono costretti a suonarli ancora più velocemente, con ancora più rabbia e birra in corpo.

Delle venti canzoni che la band ha portato con se da Cleveland, quattordici finiscono dentro l’album. Quattordici scudisciate di punk-rock che diventano il disco più venduto di tutto l’immenso catalogo Crypt. Quattordici linguacce impertinenti come quelle di Jac Mac e Rad Boy nella loro corsa vandala e folle verso l’Inferno.    

!!Destroy-Oh-Boy!! insegna ai punk a parlare il punk. Voi che lingua parlate?

 

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

 

Un autentico muro di suono quello innalzato dai New Bomb Turks per il terzo album, con le chitarre che mulinano riff serratissimi alla maniera dei Ramones (Jeers of a Clown, Telephone Numbrrr, Shoot the Offshoot) accorciando di fatto le distanze con le band della scuderia Epitaph presso cui si sono accasati.

Scared Straight mostra una band sconfitta, forse obbligata ad adattarsi al trend del punk dominante. Quando in un moto di orgoglio decidono di sporcare il suono e di ritrovare le radici del rock ‘n’ roll da cui sembrano essersi allontanati il risultato sembra fare il verso ai Chesterfield Kings che facevano il verso ai New York Dolls che facevano il verso ai Rolling Stones, come nel caso di Wrest Your Hands o di Professional Againster. Ma ciò nonostante tutto scorre sotto i nostri piedi come il nastro di un tapis-roulant. O, ancora peggio, come il nastro trasportatore di un sushi-bar, con i suoi duecento piattini di caccole di riso dal sapore identico.

Poco, davvero troppo poco per potersi accontentare.   

 

Nel ’98 succede che i New Bomb Turks cambiano etichetta.

E succede che giocano a fare i Black Crowes.

Non per tutta la durata di questo quarto album sia chiaro, ma nei due episodi centrali (la ballata Bolan‘s Crash dedicata a quel 16 Settembre 1977 che chiuse in un feretro di metallo tutta la storia della musica glam e la successiva Raw Law con la voce di Eric doppiata da quella della bella Darchelle L. Williams come fosse una Remedy dedicata ai fans degli Stooges anziché a quelli degli Stones, NdLYS) di At Rope’s End sembra davvero di trovarsi davanti una versione lercia dei fratelli Robinson.

A me che ho segretamente amato i Black Crowes fin da quando suonavano nelle bettole di Atlanta per una manciata di dollari e qualche hot-dog la cosa non dispiace nemmeno ma sono curioso di sapere come la prenderanno i vecchi fan dei Turks, compreso Tim Warren che sul rock da highway americana di taglio seventies ci ha sempre pisciato sopra. Aspettiamo e vedremo.

Il resto del disco però scorre via col consueto sgarbo della band più figa del mondo, in fuga dal primo disco dei Damned e in cerca di rifugio dentro un singolo qualsiasi della Dangerhouse.

Punk trasandato e feroce che odora di birra, giornaletti porno e benzene.

Brillantina anni ’50, Farfisa anni ’60, linguacce anni ’70. E’ quello che Eric Davidson stesso definirà gunk-punk.

Il solito rottamaio di carcasse rock ‘n’ roll dove è bello rintanarsi per farsi le foto con le dita nel naso e le chiappe fuori dai jeans.

Che sarà pure la cosa più stupida del mondo ma che, come tutte le cose più stupide, sono quelle che rimpiangeremo di più quando saremo diventati tanto anziani da pensare di essere troppo intelligenti per dedicarci alle idiozie.

 

Riportano tutto a casa, i New Bomb Turks. Anche se quella casa è adesso, in maniera provvisoria, Detroit.

Nightmare Scenario ci restituisce la band cruda di Information Highway Revisited: ritmica implacabile nonostante si registri un avvicendamento nel ruolo che fu di Bill Randt con il nuovo drummer Sam Brown dei Gaunt, riff a manetta, qualche incursione nel torbido proto-punk detroitiano (Killer’s Kiss, Wine and Depression, la coda parossistica di End of the Great Credibility Race) e una maggiore attenzione al dettaglio, sia quando si tratta di aggiungere qualche piccola decorazione (come nella deliziosa Your Beaten Heart) sia, soprattutto, nell’uso ormai rodato dei controcanti che stempera l’aggressività delle nuove canzoni, un paio delle quali per minutaggio e virulenza quasi al limite con l’hardcore.

Un disco che ci riappacifica con l’identità di irriducibili dei New Bomb Turks e anche un po’ con la nostra.  

Un disco che te lo ficchi dentro e ci viaggi l’America a tempo record.

Veloce e tosto come una palpata di chiappe sulla metropolitana.

Rock ‘n’ roll giovane e triviale che non “lima” un cazzo, sputato fuori con la stessa ingordigia con cui i quattro di Colombus hanno inghiottito per anni Germs, Avengers, New York Dolls e Heartbreakers. Va giù d’un fiato, come una buona bottiglia di tequila, lasciandoti lo stesso alito da mangiafuoco e lo stesso sorriso beone da rincoglionito in bermuda e camicia hawaiiana. Paola Perego che si masturba con un vibratore a 380 volts.

 

Quella del sax inserito in un contesto punk-rock non è un concetto nuovo. Per tacere delle compagini no-wave e ska/Oi! e (per non essere accusato di parlare dei Sonics ogni volta che ne ho occasione) evitando di andare nel Northwest americano dei medi anni Sessanta, posso affermare che lo inaugurarono i Saints e gli X-Ray Spex molti anni fa. E poi, in anni più recenti, è stato eletto a strumento principe dai Rocket from the Crypt, per nominare i più conosciuti.  

Tuttavia, che un giorno fosse finito anche dentro la musica dei New Bomb Turks non era facilmente prevedibile. E invece in The Night Before the Day the Earth Stood Still la band di Cleveland decide, dopo averlo testato anche se sepolto dal rumore su At Rope’s End, che forse è il caso di rischiare un po’ di più, facendo soffiare Pete Linzell dentro le ance in almeno tre pezzi (più, in un quarto, dentro quelle di un’armonica a bocca). Dunque se come è successo a me, di provare subito un “brivido Raunch Hands” non appena la puntina poggia sui solchi della title-track, il vostro corpo ha vibrato correttamente. Perché Pete è proprio quel Pete che soffiava a pieni polmoni dentro i dischi della band di Michael Chandler (oltre che in quella di Peter Zaremba).

Certo, la sensazione che stiamo vibrando per qualcun altro e non per i New Bomb Turks non è gratificante, un po’ come quando dopo aver corteggiato una ragazza le confessi candidamente che ti ricorda una tua ex.

E durante tutto quello che sarà destinato a diventare il pit-stop definitivo della band questa sensazione, seppur piacevole, si ripete in più di un’occasione. Come ad esempio durante Like Ghosts, che non è di per sé cattiva (ma manco buona), ma che però dopo il primo minuto e mezzo (diciamo quando parte l’organo) ti trovi a chiederti: ma questi qui chi cazzo sono?

Poi, certo, i turchi ti sparano un paio di pezzi come Don’t Bug Me, I’m Nutty, Grifted o Ditch e torni a fare a gara coi tuoi amici a chi ce l’ha più lungo, come ai tempi delle medie.

Prima di renderti conto che le medie sono finite da un pezzo, che gli amici adesso li incontri al supermercato a spingere i carrelli con la pancia e che i turchi hanno appena sganciato le ultime bombe.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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GIBSON BROS. – Memphis Sol Today! (Sympathy for the Record Industry)  

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Registrato dentro i Sun Studios, totalmente immerso nel “Sol” di Memphis, lì dove le anime di Re, Colonnelli e Reverendi continuano a parlare alla tua da chissà quale ambone dell’Inferno, Mempis Sol Today! è l’atto finale della band di Jeffrey Evans e Don Howland e anche il coronamento ufficiale di quel sogno rock ‘n’ roll che da Columbus li ha portati giù fino alla terra dei padri, in quella terra delle meraviglie raccontata da Monsieur Jeffrey Evans nelle note di copertina.

Il ruolo di terzo chitarrista è ricoperto da Jon Spencer, ma si tratta di una chitarra rabberciata quanto le altre due, tanto che alla fine sembra di sentirne suonare mezza, e per di più accordata ad orecchio. Il suono di Memphis Sol Today! si innesta perfettamente nel solco tracciato dai Cramps a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e dai Gories esattamente dieci anni dopo. Un’approssimazione delirante capace di regalarci momenti come Memphis Chicken, My Huckleberry Friend, I Feel Good Little Girl e I Had a Dream, I’ll Follow Her Blues, Naked Party, scoordinati blues psicotici che su Coming Up assumono i contorni di una versione southern dei Seeds.

Un disco pieno di tutte quelle imperfezioni senza le quali il rock ‘n’ roll diventerebbe solo un frutto coperto di cera da vendere sui banchi degli ipermercati.

L’anima di Memphis.

Che è anche un po’ della nostra.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON & SKID ROPER – Bo-Day-Shus!!! (Enigma)

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C’è un po’ di Elvis in ognuno di noi. Questo ci canta Mojo Nixon in apertura di Bo-Day-Shus!!!, terzo album e mezzo realizzato in coppia con Skid Roper.

Ed Elvis dall’alto lo benedice e decide di portargli fortuna, tanto che Elvis Is Everywhere diventerà il pezzo più conosciuto, anzi l’UNICO pezzo conosciuto di Mojo. Qui fa da introduzione all’ennesima ricca portata di rock ‘n’ roll sgualciti, bluegrass svaccati e musicacce varie per guardiani di giumente. Un immaginario fatto di barbecue perennemente accesi, botteghe di rigattieri, colli arrossati dal sole e villaggi sperduti della Louisiana e del Texas dove dove gli immigrati si riuniscono ad improvvisare feste alcoliche al suono della musica della loro terra e si intrecciano con le musiche locali. Polka, mardi-grass, blues, country, cajun, canzoni voodoo e lodi a Cristo.

Canzoni che ogni tanto incendiano un intero campo di cotone, come I’m Gonna Dig Up Howlin’ Wolf, Gin Guzzlin’ Frenzy, Wash Dishes No More come fossero tizzoni saltati fuori dai catini di Barrence Whitfield, dei Raunch Hands, dei Flat Duo Jets o dei Gibson Bros.

Canzoni che non ti conviene neppure di chinarti per cercare di tirar via quei carboni accesi.

The men don’t know but the little girls understand…

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

JOHNNY KIDD & THE PIRATES – The Best of Johnny Kidd & The Pirates (EMI)  

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Una chitarra elettrica, un basso elettrico, una batteria e un cantante: l’assetto base di ogni rock ‘n’ roll band, quello poi adottato da act incendiari come Who e Led Zeppelin, viene “settato” in Inghilterra, primi fra tutti, da Johnny Kidd e i suoi pirati.

Johnny Kidd, nato Frederick Albert Heath a Londra nel 1935 è il primo ad arrivare ed anche il primo ad andarsene. A bordo di un’automobile, nell’Ottobre del 1966, proprio quando la musica inglese sta conquistando il mondo con un piatto fatto con la ricetta che proprio lui ha scritto, ancora una volta primo, già alla fine degli anni Cinquanta: quando in Inghilterra ci sono ancora i bagni senza bidet e i Beatles si puliscono il culo con gli strofinacci e in giro ci sono solo skiffle-band e gruppi strumentali.

Johnny Kidd è invece uno che, a dispetto della benda, ci vede e ci vede lungo.

Diciamo, pressappoco, fin oltre l’oceano.

Allunga il cannocchiale e vede le sagome di Eddie Cochran e Gene Vincent, abili a mascherare il turpiloquio in una striscia bavosa di luride moine che non lasciano spazio all’immaginazione. Please Don’t Touch, pubblicata nel Maggio del ’59, nasce così, come un invito a non allungare le mani che vuol dire l’esatto contrario, mentre dietro di lui la sua ciurma fa il rumore di uno sciame d’api: è la nascita ufficiale del rock ‘n’ roll britannico e allo stesso tempo, paradossalmente, del suo revival visto che la sua versione mutante chiamata rockabilly che arriverà venti anni dopo è già tutta dentro questi due minuti scarsi.

L’anno dopo si replica: Shakin’ All Over, registrata negli stessi studi che poi (poi) ospiteranno i Beatles, scala la classifica e Johnny Kidd da su in cima può cagare su tutta la Gran Bretagna.

Ancora una volta primo e per primo: il primo riff memorabile del rock britannico è il suo. Gli Who lo useranno per radere al suolo Woodstock prima e Leeds subito dopo. 

Gli Shadows registreranno quello di Apache il mese successivo.

Un riff che chioccia come una gallina e becca come un gallo cedrone.

Sembra attaccato con lo scotch, impoverito dall’uso di una sola chitarra incerta, imprecisa, rabberciata. Ma è il primo standard inglese di ogni tempo.

Poi, sotto questi due colossi che fanno ombra ancora oggi, ci sono un sacco di cose bellissime: Feelin’, Restless, So What, I Can Tell, Popeye, Doctor Feel Good, Linda Lu, Yes Sir That’s My Baby, A Shot of Rhythm and Blues che Johnny Kidd non avrà il tempo e la voglia di mettere assieme a forma di album.

Perché il rock and roll va bruciato in due minuti.

Al terzo minuto è già cenere.

E al quarto Johnny il Pirata ha già un veliero pronto a portarlo via per porti lontanissimi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GUADALUPE PLATA – Guadalupe Plata (Everlasting)  

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Si intitola semplicemente Guadalupe Plata, il nuovo disco dei Guadalupe Plata.

Come quello precedente.

E come quello prima.

E come quello prima ancora, che aveva lo stesso titolo del disco di debutto del 2011.

Il terzetto di Ubeda, piccola e accogliente cittadina dell’Andalucia, non ne vuole sapere di cambiare titolo al proprio programma. Come del resto non pensa neppure lontanamente di cambiare gli ingredienti della sua miscela il cui elemento principale rimane tanto zolfo rock ‘n’ roll, suonato però con la stessa attitudine corrosiva, disturbante, straniante dei Suicide.

Ascoltare ogni loro disco, e questo non fa eccezione alcuna, è come vedere il vascello fantasma dei Gallon Drunk fare rientro al porto dopo essere stato devastato da una di quelle tempeste che ti fanno capire che il Diavolo può anche essere di acqua e non necessariamente di fuoco.

I Guadalupe Plata mettono in piedi l’ennesima cerimonia per ingraziarsi il Gran Met, solleticandogli i piedi con cento piccole punte di metallo arrugginito.

Il Dio voodoo sale dagli inferi e si contorce muovendo il bacino come Elvis.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE RACONTEURS – Help Us Stranger (Third Man)  

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Help Us Stranger è il disco che riconcilia Jack White col rock ‘n’ roll dopo lo strambo disco solista dello scorso anno.

Lo fa in maniera abbastanza prevedibile ma lo fa.

Perché il rock ‘n’ roll funziona un po’ come le tette: il ricordo delle prime ciucciate ci perseguiterà per tutta la vita, eleggendo quelle ghiandole ad ossessione perenne, nella ricerca inconscia di quel piacere primordiale. Ecco dunque Jack White tirare fuori le tette ed offrirci una di quelle poppate che possono saziarci occhi, mani e palato. Sa bene che quel che cerchiamo dentro un disco è, più o meno, uguale da almeno cinquant’anni: un’apoteosi di riff, qualche ballata che possa farci recuperare, senza disperderla, l’energia, qualche passaggio da mandare a memoria per celebrare solstizi ed equinozi come in una messa pagana, qualche genuflessione al prog e al folk (addirittura la Hey Gyp di Donovan sfigurata in uno stomp degno dei Quicksilver Messenger Service) per stemperare il ruggito hard-rock e quella sensazione che quelle tette sono lì per noi, pur nella consapevolezza che in realtà le divideremo con tantissimi altri fratelli di sangue e di latte. Perché il r&r è onanismo individuale ma anche orgia collettiva e tribale.

Help Us Stranger è candidato a rivestire questo ruolo, perseguendo in maniera egregia il suo scopo.

Pezzi come Sunday Driver, Live a Lie, Thoughts and Prayers, Bored and Razed, Don’t Bother Me, What’s Yours Is Mine, Shine a Light on Me dove echi di Led Zeppelin, MC5, Humble Pie, Gov’t Mule e Jethro Tull rimbalzano l’uno addosso all’altro diverranbo di pubblico dominio prima che voi mettiate il like a questa recensione.

A questo è destinato, Help Us Stranger.

Può sembrare retorico, e forse lo è.

Eppure…come dire no ad un bel paio di tette?   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE HECK – Who? The Heck!!! (Dirty Water) 

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File under: Sixties punk, Garage rock, Teenage loserbeat.

E non sono balle.

Solo, da una band olandese mi aspettavo qualcosa di più, non solo una fracassona versione dei Fleshtones come quella che viene fuori da pezzi come For Cryin’ Out Loud e Money o una versione sgasata dei Gun Club e dei Nomads periodo Call Off Your Dogs come quella che mi tocca sentire su Love That’s Gone (orribile e con un cantato fuori registro), Nothing Will Do, You Call It Love o That Moon.

L’unico pezzo assimilabile al garage-punk, con tanto di stridio d’organo alla Strollers, è I Won’t Change, posto davanti ad uno scolastico strumentale vagamente cow-punk che scalcia nella sabbia di un deserto che non c’è e che pure pare ci sia, ascoltando i passaggi a vuoto di questo disco.    

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE MIDNIGHT KINGS – Midnight Fever (Wild Honey/Folc) 

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Quando quattro anni fa Luca Mattioli pubblicò il suo Mixcloud Wildmen, Witches, Cavemen and Other Weird Creatures pagando tributo alle canzoni che lo avevano folgorato sulla via del rock ‘n’ roll ai tempi degli Stolen Cars, Primitive dei Groupies era già stata scelta a rappresentare un amore per la musica di serie B che da sempre hanno attratto il conosciuto cantante degli S.T.P. come carta moschicida. Quella stessa Primitive fa adesso parte della scaletta del nuovo disco dei suoi Midnight Kings anche se, spogliata del pellame con cui siamo abituati a pensarla e vestita come se finalmente fosse stata ammessa al ballo di fine anno del college, stentiamo a riconoscerla. Il “trattamento” riservatole è in sintonia con lo stile della nuova band del Metius, che è tutta la musica pre-punk dopo il punk, se capite il concetto. Sonics, Champs e Pharaohs, surf music e cha-cha-cha, Little Richard e Eddie Cochran, il rhythm ‘n’ blues dell’era delle scimmie e il rockabilly del pleistocene si rimestano per una sbornia da emicrania post-party. Tutto suonato con stile in una hall per nulla disadorna, dove il barrito onnipresente di un sassofono occupa ogni molecola d’ossigeno lasciata libera dal picchiettio del pianoforte e dal serrato rifferama delle chitarre.

Le donne fanno la ruota con le loro gonne plissettate.

Gli uomini si strozzano con le cravatte.

Il complesso sul palco lucida gli strumenti con i panni, terge il sudore con i fazzoletti. E riattacca.

Nel parcheggio qualcuno ha abbassato cappotta e sedili.

Tra un mese chiudono le scuole.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

JIM JONES AND THE RIGHTEOUS MIND – CollectiV (MaSonic) 

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Da vecchio fanatico degli Stones ho cominciato l’ascolto a rovescio, curioso di sentire al lavoro la Gibson Hummingbird di Keith Richards manovrata da Alan Clayton dei Dirty Strangers sulla conclusiva Shazam.

Quello di Alan non è l’unico “guest” del secondo album di Jones con i suoi Righteous Mind ma è ovviamente quello che incuriosisce di più chi, come me, ha amato alla follia un disco come Exile on Main St.

E il pezzo una roba assolutamente fantastica piena di decadente e sozzo rock ‘n’ roll anni Settanta. Del tipo che Iggy Pop praticava con James Williamson quando tutti lo davano per spacciato, per capirci. Del tipo, ancora, che se Jones avesse fatto fuori un disco di questo tenore saremmo davanti al capolavoro.

(S)fortunatamente non lo fa e CollectiV sfuma spesso in una sorta di gotico tarantiniano a metà fra Chris Isaak e Ry Cooder (Going There Anyway, Dark Secrets, Meth Church), nelle consuete canzoni storpie da bucaniere a lui tanto care come Satan’s Got His Heart Set on You e Out Align o si accende addirittura di flashback delle sue vite passate (vedere alla voce Hypnotics e Black Moses) con pezzi come Attack of the Killer Brainz, il gospel bruciato dal fuzz di I Found a Love e la stramba O Genie con cui il buon Jim Jones avanza ipotesi evolutive sul genere, senza tuttavia trovarne una degna di poter fare ipoteche sul futuro.

Dal funambolico performer inglese che finora non ha quasi mai sbagliato un colpo e dalle fiamme sprigionate dal singolo Sex Robot mi sarei aspettato onestamente molto di più e CollectiV mi suona un po’ come una bella occasione sprecata. Come quando inviti qualcuno “per un caffè”. E bevi solo il caffè.       

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro