ECHO & THE BUNNYMEN – Echo & The Bunnymen (WEA)  

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Una ventina di persone coinvolte: un vero e proprio cantiere di lavoro.

Come se si dovesse costruire la Torre Eiffel.

E invece si mette su il monumento funebre alla memoria dei Bunnymen.

Artistico e, per un atroce scherzo del destino, pure personale. Pete de Freitas, che era già fuggito dalla tana dei conigli e rientrato quando le sedute di registrazione più turbolente della carriera dei Bunnymen erano già cominciate, lascia infatti qui il suo testamento musicale. Un incidente stradale se lo porterà via appena due anni dopo.

McCulloch abbandonerà poco dopo, salvo riformare la band dieci anni più tardi una volta che la sua carriera solista aveva bucato la palla d’aria del suo ego.

Echo & The Bunnymen quindi conclude il “ciclo storico” dei fantastici uomini-coniglio di Liverpool. E non è un finale col botto. E’ piuttosto un pasticciaccio, pieno di sonaglini e tastiere che vorrebbero esaltare il romanticismo e la dannazione doorsiana che si agita da qualche tempo nella tundra new-wave del quartetto (di questo periodo sono le reprise di People Are Strange e Soul Kitchen) e che vengono consacrate dalla partecipazione di Ray Manzarek alla registrazione di Bedbugs and Ballyhoo che finisce sull’album.

Il tono è solenne ma patinato, condotto con timbro enfatico ed astuto da un McCulloch che crede di essere il miglior cantante sulla faccia della terra, fermandosi ad un passo dal patetico (ma cedendo alla tentazione di buttarvisi dentro su Lost and Found coi suoi controcanti da Carmina Burana di quartiere e nella successiva, infinita New Direction dove Ian si arrampica, inciampando, su una scala vocale che vorrebbe toccare le nuvole). Eppure, nonostante i limiti di un suono annacquato come il vino servito durante la messa e la lotta impari con i capolavori che l’hanno preceduto, Echo and The Bunnymen è un disco pop (perché è questo che il presidente della Warner vuole: replicare il successo di un million-seller come So di Peter Gabriel) con un suo fascino. Dettato più dal mestiere che da una reale ispirazione artistica probabilmente, ma il cui giudizio è stato da sempre inquinato dal preconcetto secondo cui, se hai scritto un capolavoro (e Ocean Rain lo era stato), non puoi più permetterti di fare altro.

Soprattutto se ora sono le classifiche a darti ragione.

Perché le labbra sono come lo zucchero.

Ma le bocche, spesso, sono come il veleno

 

                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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RADIO BIRDMAN – Live In Texas (Citadel)  

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Se hai delle canzoni così, non puoi sbagliare.

Infatti, alle 22.45 del 24 Giugno 2007 i Radio Birdman salgono sul palco dell’Eto‘s di Austin e non falliscono un colpo. Saltano Dallas e due giorni dopo replicano al Meridian di Houston.

Ancora con la stessa convinzione di trenta anni prima e un album di inediti uscito solo da qualche mese e che è un gatto a nove code che pesta a morte le carni delle giovani rock bands che hanno infestato il pianeta. Questo live tratto da quelle due serate è il preludio al box antologico che porterà alla luce demo e altre pepite della più grande band australiana DI SEMPRE.

Sono sedici pezzi registrati in quel tour. Vecchi e nuovi, più qualche cover di circostanza (Kinks, Who, BOC).

Il suono è teso come una fune d’ acciaio, con le chitarre di Tek e Chris Masuak che si guardano fisse negli occhi, riempendo ogni cosa come un blob gelatinoso.

Pip Hoyle è rimasto a casa, a stringere la mano al figlio William fino alla sua morte.

I Radio Birdman suonano anche per lui.

I Radio Birdman suonano per ognuno di noi.

 

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

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THE NEW CHRISTS – Gloria (Impedance)

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Le prime novità di chiamano Brent Williams (sei corde nei Two Headed Dog) e Dave Kettley (dei Dead Set, prodotti proprio da Rob Younger): sono loro le nuove chitarre ad affiancare Rob da We Got This! in avanti. L’altra cosa nuova è la label: piccola, fiera e indipendente. Quello che resta intatta è la furia grezza dei New Christs. Torbida come la loro storia, iniziata quasi 30 anni fa e sputata fuori a singhiozzi:

uno scaracchio di sangue ogni volta che Rob sentiva il bisogno di espettorarsi dalle sue ulcere di rock ‘n roll. Gloria è un disco dove le chitarre marcano il territorio, forse anche in maniera eccessiva. La prima parte del disco rimane quasi “schiacciata” dalle sei corde mentre a mio avviso i New Christs danno il meglio di se quando questo muro di suono si sgrana, come quando su Psych Nurse fa capolino un malinconico piano a rendere tutto un po’ più sofferto. L‘imminente tour chiarirà se, come sospetto, è solo un “vizio” di produzione. Nel frattempo, Gloria ci farà comunque ottima compagnia.

 

                       

                                                                       Franco “Lys” Dimauro 

 

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DOME LA MUERTE – Poems For Renegades (Japan Apart)

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Il primo applauso voglio farlo a Francesco Pelosi, che su questo disco non suona un cazzo, ma vale quanto gli altri. Sono sue le foto del libretto che corredano il cd. Come se a qualcuno importasse ancora fare dei dischi con la cura con cui si dovrebbero porgere al pubblico. Come se a qualcuno importasse ancora che i dischi abbiano una copertina. Come se a qualcuno importasse ancora dei dischi.

Dome però non ha mai smesso di farli. Mai da solo, sempre in tribù. Anche ora che ha deciso di mettere solo il suo nome in copertina, attorno al fuoco ha chiamato un po’ di amici: Maurizio Curadi, Bonnie Von Vodka, Lorenzo Carpita, Paolino Favilla, Lance Helson, Salvo Sequino, Matteo Gioli, Claudio Bianchini, Marco Marini e tanti altri. Anche donne. Alcune vestite, molte nude. Come lui.

Perché è sempre un po’ quello il senso di un disco acustico no? Esibirsi nudo, senza scudi. Dome poteva farcela, perché quando sei nudo, puoi fare affidamento solo su due cose: o il tuo cuore o il tuo pisello.

E devi essere sicuro di averli sempre messi nel posto giusto, per poterli esibire.

Ora non so dove lui abbia sistemato il secondo ma in quanto al primo, potrei garantire perché la sua carriera e il suo tocco valgono come prove, anche davanti a una corte d’ Assise. Pur con queste premesse però Poems For Renegades non è un disco perfetto, appollaiato tra Dylan (Billy One, scritta da lui medesimo per il film su Pat Garrett), country music (Talkin’ Truck Stop), flash western (Renegade Song, il migliore tra gli strumentali che sono disseminati su tutto il disco, NdLYS), stomp blues (Blue Stranger Dancer) e una deliziosa forma di storpia folk song psichedelica che in They Will Fall raggiunge vette di grande lirismo grazie alla sovrapposizione di sitar, armonica blues e la chitarra a 12 corde del preziosissimo Curadi, ergendosi a capolavoro del disco assieme al conclusivo raga di Drops che si riannoda proprio a quel concetto di psichedelia da giungla che fu degli Steeple Jack (anche se qui il Curadi è assente) e alla curiosa cover dei Ramones che la precede.  

Altrove (Shine On Me, Tonight It‘s Raining, Poem For Alex) riaffiorano alla mente certi angoli acustici dei Flor De Mal che alcuni (pochi) non hanno mai dimenticato.

Eppure, in tutta questa grazia di Dio, Poems For Renegades suona un po’ irrisolto, come se gli fosse mancato del tempo, come una torta tirata via dal forno un po’ troppo in fretta. O forse sono io che non mi siedo più a tavola con l’appetito di una volta….

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SUICIDE – Suicide (Red Star)    

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Lo metteremo nello scaffale del punk.

Per comodità e per abitudine.

Come quelli che si ostinano a riporre Il Mucchio tra le riviste di musica.

In realtà col punk vero e proprio il debutto dei Suicide c’entra poco e nulla, se non per il fatto che il duo newyorkese fosse, all’epoca, la band underground più odiata dai punk stessi.

Suicide, il disco, è un album che suona come il cadavere di Gene Vincent divorato dalle larve sarcofaghe.

O, se preferite gli accostamenti musicali, i Throbbing Gristle che rifanno i Cramps.

Prima che esistessero gli uni e gli altri.

Un raccapricciante rosario di cicale sintetiche, sciabordio di elettricità statica e  rantoli strozzati di un infoiato quindicenne alla sua prima seduta di autoerotismo.

È il riadattamento sinottico e meccanico della psichedelia ossessiva e concentrica dei Seeds, opportunamente scuoiata ed eviscerata di ogni sentimento o desiderio.

Il sibilante sintetizzatore di Martin Rev e la singhiozzante voce di Alan Vega producono uno dei più eclatanti corto-circuiti della storia della musica moderna.

Alle 20.37 del 13 Luglio del 1977 New York piomba nel buio più totale, finchè le luci dell’alba non vengono a riprendersela, devastata.

 

Franco “Lys” Dimauro

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SIOUXSIE & THE BANSHEES – Through the Looking Glass (Polydor)

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A pochi mesi da Kicking Against the Pricks” un altro album di cover d’autore arriva sul mercato. Privo della stessa intensità che emergeva dal disco di Cave, Through the Looking Glass segna però una nuova flessione ispirativa nella storia dei Banshees.

È l’abbattimento dell’araba fenice che si era librata in volo con l’elegante e suggestivo album dell’anno precedente. Un figlio nato morto, costretto alla nascita dagli ostetrici della Polydor in un momento in cui l’ispirazione creativa della band è a livelli bassissimi. La scelta controversa e in qualche modo indotta di realizzare un disco di pezzi altrui si rivela un escamotage commerciale ma anche un doppio fallimento dal punto di vista creativo.

Molti i pezzi scartati e una decina quelli che vengono scelti per allungare la scaletta. Ma non si salvano ne’ i primi ne’ gli altri.

La superficie di Through the Looking Glass non trasuda nessuna emozione e non riflette nessuna profondità. Quello che avrebbe potuto essere una simbolica via crucis del calvario musicale della band (Little Johnny Jewel dei Television era un classico dei loro sound-check, NdLYS) si risolve in un disco incolore che si ferma a un passo dal patetico e ad un centimetro dal grottesco quando ci si parano davanti le trombette trionfali di The Passenger in un fallimentare esercizio (in)degno di stare sui dischi dei Mighty Mighty Bosstones.

Mancano le ombre macabre dei loro dischi ossianici, manca la magniloquenza barocca delle loro prove più psichedeliche, manca l’abominio gotico dei primi capolavori e manca pure la coloritura pop che aveva aggraziato le forme dei loro dischi meno ostici.

Mancano Siouxsie and The Banshees.

Non serve a nulla tormentarsi sperando che davanti a quello specchio Siouxsie si tolga tutto il superfluo e ci mostri la sua foresta gotica o che si infilzi il cuore con uno stiletto strofinato nell’aglio ponendo fine alla sua agonia. Through the Looking Glass è solo la superficie dove va a depositarsi la condensa del suo alito. E anche quella dei nostri sbadigli.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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CLAP YOUR HANDS SAY YEAH – Only Run (Xtra Mile)  

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Furono tra i primi, se non i primi in senso assoluto, a tirare la Rete in barca. Beneficiando della visibilità offerta da Internet per diventare una band di culto e, pure, di discreto successo.

Poi le sabbie di Internet hanno inghiottito anche loro.

E, sotto la rena, è impossibile battere le mani e profferir parola.

Ad applaudire il rientro in scena dei reduci di quell’avventura (Alec e Sean), nove anni dopo l’omonimo debutto, sono rimasti in pochi.

Come le foche monache e le orche assassine.

Forse qualche nostalgico della new-wave gelida degli Ultravox mitteleuropei che non si è mai rassegnato a riporre in armadio lo spolverino.

Only Run è infatti come girare per Vienna, senza sapere bene cosa guardare.

Distese su un tapis-roulant di sintetizzatori, le n(u)ove canzoni dei CYHSY sono corpi asessuati che gemono pur senza alcuna voglia di fare l’amore, sotto una pioggia incessante che non disseta ne’ sazia.

Vienna era molto, molto più bella negli anni Ottanta.

Berlino negli anni Settanta.

CYHSY lo erano negli anni Zero, quando anche io ero più buono.

 

Franco “Lys” Dimauro

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PAVLOV‘S DOG – Pampered Menial / At the Sound of the Bell / Has Anyone Here Seen Sigfried? / Lost In America (Rockville)

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Da sempre avvolti da un’aura di leggenda, i Pavlov’s Dog sono una delle fiabe più intricate e misteriose del prog-rock anni Settanta: contratti vergati e rescissi con estrema leggerezza, negoziazioni travagliate, guerre intestine tra le menti coinvolte nel progetto incrinarono l’equilibrio del gruppo e ne minarono il percorso discografico. Ciò nonostante la musica del cane di Pavlov resta tra le cose più affascinanti dell’epoca, in virtù del falsetto fatato di David Surkamp e delle felci di mellotron, piano, flauti, violini e vitar (una sorta di chitarra ad archetto sullo stile inaugurato dai Creation dieci anni prima) che affiorano tra i cespugli del suono romantico elaborato dalla band. I primi due album restano tra i vertici della musica underground (si fa per dire, le due versioni ABC e Columbia del primo album salirono rapidamente le charts di Billboard in simultanea, caso unico nella storia, NdLYS) di quegli anni con pezzi in cui la calibratura parsimoniosa ma sempre misurata degli arrangiamenti e delle fughe melodiche e strumentali è perfetta e sintetica, consegnando alla storia del prog alcune pièces indimenticabili come Song Dance (con un intervento vocale di Surkamp da mettere i brividi e un bridge monumentale), Fast Gun, Subway Sue (melodicamente saccheggiata dai Turin Brakes per un pezzo intitolato proprio “Underdog”), le elaborate Of Once and Future Kings e Did You See Him Cry poste a suggello degli album, il romanticismo secentesco di She Came Shining e Valkerie, il morbido tappeto acustico di Mersey. E‘ un labirinto dove si incrociano le sagome del rock romantico inglese di Yes, Renaissance e Genesis e del folk elettrico di bands come Fairport Convention o Pentagle. Il “perduto” terzo album naufragò per i problemi in seno alla band ed esce oggi per la prima volta nella sua forma originaria, raccontata dalle parole di Surkamp e arricchita da ben dieci inediti. Il suono mantiene ancora il pathos originale, appena appena inclinato sull’asse AOR, in direzione Supertramp. Lost In America è invece l’album della reunion, A.D. 1990. Non ho mai amato i dischi dei reduci e questo non fa eccezione. La voce di David è il fantasma di se stessa, il suono si è adagiato sui cliches tamarri del periodo e Breaking Ice suona come un osceno provino di Vasco Rossi: dimenticatelo e fate vostra la trilogia storica per lasciarvi fasciare il muscolo cardiaco dalla musica del Pavlov‘s Dog.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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STEEPLEJACK – Dream Market Radio (Area Pirata/Psych-Out/Rock Bottom)    

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Psichedelia sciamanica, quella degli Steeplejack.

Musiche che odorano di pascoli bagnati e poi stesi  ad asciugare al sole.

Fradici di pioggia fertile e rinvigoriti dai raggi generosi di un Dio luminoso e sfavillante.

Gli Steeplejack tornano dunque a casa, pur senza averne una.

Se non questa prateria popolata di bruchi e cicale in cui puoi intonare un blues e chiamarlo col nome di una stella, alzando al cielo il tuo dream catcher affinchè imprigioni i sogni brutti e lasci passare solo quelli che non nuocciono.

In cui puoi ancora barattare la tua felicità con un pezzo di terra ed illuderti che sia per sempre. Illudere gli altri che sia tutta tua.

Illusione, magia, sogno.

Non ci sono vestiti buoni, nella musica della band pisana.

Ci sono vestiti comodi, di lino e cotone.

Sporchi di terra e di fogliame, sfibrati dall’usura del tempo.

Fronde che ondeggiano al soffio del vento, come sterpaglie nelle praterie.

Come nelle nuove composizioni della band di Maurizio Curadi, piccoli miracoli dove la musica dei padri (blues rurale e folk) si intreccia magicamente in quindici movimenti ora ramificati ora ellittici di una psichedelia nomade e vagabonda.

L’arte magistrale di ricreare i sogni, facendoli sgorgare da una ferita.

Blu è l’aeroplano.

Giallo il sottomarino.

Cremisi il dolore.
I sogni hanno il colore che vuoi tu.

 

 

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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