THE EXCITEMENTS – Breaking the Rule (Penniman)  

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Ad intervalli più o meno regolari gli spagnoli Excitements ci porgono l’invito a partecipare al loro soul party. E noi accettiamo, stuzzicati dal fatto che la compagnia e le canzoni che allieteranno la serata, saranno sempre all’altezza delle aspettative.

Breaking the Rule, terzo disco della formazione, non tradisce le attese. Come per il disco precedente, il repertorio è ormai quasi del tutto autoctono anche se,  un po’ come succede per i dischi della compianta Sharon Jones, lo scarto dai classicissimi della soul music è talmente sottile che ogni singolo pezzo può essere scambiato per un inedito di Ike & Tina Turner o delle sorelle Franklin.

R ‘n B scattante come il cammello delle Ikettes (Everything Is Better Since You’ve Gone, Four Loves, Did I Let You Down) e soul potenti trascinati dai fiati come fossimo dentro i dischi di Otis Redding o Sam & Dave (The Mojo Train, Wild Dog, Take It Back, Hold On Together). 

Stile e radici. E due gambe che sembrano scolpite nell’ebano per ricordarci che i peccati della carne ci regalano il paradiso in terra, negandoci l’altro.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BASEMENT BROTHERS feat. THE KITCHENETTES – Speak Up (CopaseDisques)    

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Ancora Svizzera. Lontani dalla dottrina fangosa e malfamata della Voodoo Rhythm, però. Anzi, qui siamo al cospetto di una band dai riferimenti estetici e musicali fin troppo curati, forse anche pedissequi. Il genere di riferimento è la soul music, riadattata con una pulizia e una cura (l’equipaggiamento usato è quello analogico dei Konk Studios di Londra, aperti da Ray Davies nel ‘73 e celebrati dai Kooks sul nuovo album, NdLYS) da manuale deontologico. Il disco suona bene, anzi benone, ma manca quella profondità che le voci nivee delle Kitchenettes non potranno mai elargire. Neanche a brani nati già vincenti come Tearing Me Apart, In Love With a Man o Porcelain Faces. Un esercizio di stile. Un grande esercizio di stile che quando allenta il tiro (Slowly Fading Away) mostra però la sua cagionevolezza e orfano di quella peccaminosità senza la quale la soul-music diventa roba per donne chic.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUE VAN – Man Up (Iceberg)

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Tempi di vacche magre in ambito rock, inutile nasconderlo. Il 2008 ha regalato dischi avvilenti. Il nuovo Blue Van arriva finalmente a darci qualche good-vibe, seppure nel segno di un rock ‘n roll da Piccolo Chimico. Fatto sta che il quartetto danese con questo Man Up può tranquillamente prendere a calci in culo decine di bands coi sederini lucidati dalla critica. Un suono moderno e classico allo stesso tempo come sempre, solo che qui tutto esplode con una potenza da far tremare le pareti e un calore da autentica soul-band.

Una band soul come poteva concepirla Shel Talmy in epoca beat. Furiosa e bianca. E con un appeal radio-oriented da lasciare attoniti e irritati i “puristi” del suono vintage. Costruito per parcheggiare col minimo danno (qualche striscio sulla carrozzeria e qualche ammaccatura ai paraurti giusto per dare un’aria di “vissuto” NdLYS) il furgoncino blu in zona chart. Scontati, ma ti tengono in ostaggio per un’ora

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LOST CRUSADERS – Have You Heard About the World? (Everlasting)

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Ma come cazzo è possibile.

Qua dentro ci sono Mike Chandler dei Raunch Hands, gli Heavy Trash, Keith Streng e Steve Greenfield dei Fleshtones, Laura Cantrell, Brian McBride degli Electric Shadows, Hans Chew, Buffi Agüero dei Tiger! Tiger!, Johnny Vignault dei Woggles e nessuno ne parla?

Miracoli del giornalismo musicale di quest’Italiucola ormai ridotto a pura propaganda per il distributore di turno, in cambio di qualche pagina di pubblicità e una manciata di promo.

Così va il mondo.

A proposito, avete sentito riguardo il mondo?

Se non ne avete sentito abbastanza, è ora di ravvedervi. Perché Michael Chandler è diventato Reverendo e vi condurrà verso la luce col suo gospel sporcato dal garage e dal rock ‘n roll. Non sono più i Raunch Hands e non sono ancora i Mercy Seat ma sono sulla perfetta via di mezzo. Un biglietto di sola andata per il paradiso, a bordo di una Roush Cobra che sfreccia da Madrid (dove nel frattempo Mike si è trasferito, NdLYS) al New Jersey, guidata dall’organo di Jerome Jackson, organista della Kelly Temple Church of God In Christ di Harlem.

I dodici sermoni di Have You Heard About the World? sono l’alternativa a tanto rock che puzza di cadavere e che sta atterrendo il mondo.

Mandate a cagare gli xx e fatevi due salti di autentica gioia.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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ALABAMA SHAKES – Boys & Girls (ATO)

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Aretha Franklin può dormire sonni tranquilli. E la Winehouse (i cui fan potrebbero facilmente andare in eiaculazione precoce per le moine di Rise to the Sun, NdLYS) può continuare tranquillamente a scolarsi il suo Gilbey‘s Gin con la Joplin.

Brittany Howard non è quel che si dice. E non credo abbia la pretesa di esserlo.

Questo per mettere un po’ a tacere le dicerie e smorzare le aspettative che finiscono più per nuocere che per giovare all’album di debutto degli Alabama Shakes, gli autori di tormento(ni) come Hold On e Hang Loose che impazzano su tutte le radio. Una band onestissima che ha il dono prezioso di non strafare, con un suono misurato e vintage che a me piace tanto. Quello stesso suono che su singolo ha sempre funzionato parecchio bene ma che non regge sull’asfalto lungo finendo, lungo la corsa di Boys & Girls, per obbligare alla sosta in autogrill. O in motel, se preferite.

Un “fenomeno” non proprio fenomenale insomma, ma che ha messo su un album carino, ammuffito quel tanto che basta per produrre l’autosuggestione di star ascoltando il disco giusto. Archeologico e retrò come le produzioni della Daptone insomma ma anche un po’ annoiato e sordinato come certo indie rock che spopola in questo decennio catatonico (e non solo musicalmente parlando). Cosa che probabilmente ha influito, tanto quanto le attenzioni di Jack White, Adele e Russell Crowe e il battage promozionale, sulla popolarità del gruppo americano.

Un po’ come accadde per Frank di Amy Winehouse, Boys & Girls non scioglie tutte le riserve e non fa azzardare previsioni: potrebbero diventare una band di successo o tornare nell’anonimato nel giro di un paio di anni.

Io auguro loro la prima. Che di sentire solo la Nannini in radio ne ho piene non solo le orecchie.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro   

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THE EXCITEMENTS – The Excitements (Penniman)

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Come avere in casa un juke box caricato coi singoli della Stax e della Motown.

Solo che gli Excitements non vengono dall’America nera ma dalla bianca Spagna, tirati fuori dal sottobosco di Barcellona da Mike Mariconda.

Bianchi, eleganti, europei.

Tranne che per lei: Koko Jean Davis, africana di Mozambico, voce e sensualità tutta nera. Pelle d’ebano e carnalità soul. Come Etta James, Sharon Jones o Lisa Kekaula.

Dietro di lei la band suona covers di Nathaniel Mayer, Rufus Thomas, Jimmy Dee, Hidle Brown Barnum, Falcons, Mr. Wiggles, Little Richard, Barbara Stephens col supporto del barrito di un sax e del picchiettio di un piano honky tonk, mescolando eleganza e vigore, come se fuori dalla sala da ballo ci fossero ancora parcheggiate le cadillac decapottabili cariche di collegiali e lambrette dalle finiture cromate.

Qualcuno li obblighi a continuare lo spettacolo, che tanto qui fuori non è rimasto più nessuno.

 

                                                   Franco “Lys” Dimauro     

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AMY WINEHOUSE – Lioness: Hidden Treasures (Island)

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Mr. Wudy, il proprietario dello zoo, era più nervoso del solito.

Imprecava e sputava a terra.

Riuniva in sé tutte le caratteristiche fisiche delle bestie intontite che ospitava nel suo parco. A furia di lavorarci per una vita si era trasformato esso stesso in una sorta di superbestia. Capita a tutti, dagli impiegati di banca ai militari, dalle zucchine modificate geneticamente ai clienti del McDonald‘s di diventare del tutto uguali al posto dove abitano, come una moquette.

Ma lui faceva più impressione di tutti gli altri.

Aveva il collo allungato e contorto che ricordava quello della giraffa Sue e del cigno Mirna, il petto villico come il gorilla Zarba, le orecchie pelose come la lince Raffaella, il culo basso come l’ippopotamo Rudy, le gambe arcuate come il mandrillo Gonzo e le squame sulle braccia come il coccodrillo Fritz.

In più scoreggiava come la puzzola Suzi e grugniva come Goofy, il suino zoppo dell’area bambini del suo parco.

Era tutti i suoi animali insieme. E quel giorno lo era ancora di più.

C’era da ripulire la gabbia della leonessa Amy.

C’era da sgombrarla della sua carcassa.

Povera leonessa Amy.

Infelice regina dello zoo.

Eppure quando l’avevano portata lì qualcuno, nel chiudere a doppia mandata quelle sbarre d’acciaio lo aveva pure sospettato.

“Questa leonessa ha il blues”.

Qualcuno aveva riso. Si ride sempre quando qualcuno dice qualcosa di simile.

Voi non ridereste? Si che ridereste. Anche voi che avete il blues e lo chiamate con un altro nome e pagate qualche strizzacervelli per cacciarlo via, come fosse un male incurabile.

Risero tutti infatti.

Ma la leonessa Amy aveva il blues.

Davvero.

Anche se la amavano tutti e le lanciavano i loro avanzi, lei aveva il blues.

Pure mentre i bambini ridevano della sua chioma e le lanciavano in faccia qualche bonbon di zucchero e coloranti, lei aveva il blues.

E quando le dicevano di mettersi in posa perché c’era una foto nuova da scattare, una ripresa da far vedere ai familiari spanzati che aspettavano sul salotto di casa, un ricordo da affiggere sul muro di una qualche cazzo di casa ben arredata di una famiglia borghese qualsiasi, lei aveva il blues.

Mr. Wudy chiamò a grandi gesti uno dei suoi operai, gli disse di mettersi guanti e mascherina e gli ordinò di tirare fuori quella carcassa maleodorante dalla gabbia.

Alle 10 avrebbero aperto i cancelli e centinaia di bambini intontiti dalla Playstation e di genitori danarosi avrebbero invaso il parco.

Non era proprio il caso di mostrarla così, la leonessa Amy.

Avrebbero dirottato tutti nell’angolo dei gadgets e avrebbero venduto le tazze di ceramica marcia con la sua foto sopra, i piattini da colazione con il suo fiocco stampigliato a caldo, come fossero quelli di Hello Kitty. C’erano un sacco di foto delle passate stagioni dove Amy sembrava una belva della giungla, anche se aveva sempre quel blues dentro e pure se nessuno sembrava accorgersene.

Avrebbero venduto quelli.

Amy non c’è, è stata trasferita altrove, era ammalata.

E sull’onda emozionale di quella frase avrebbero venduto piatti, tazzine e foto ritoccate.

L’operaio tornò dopo una buona mezz’oretta.

Disse che aveva rimosso la carcassa ma che la gabbia era da disinfettare perché era piena di merda.

Mr. Wudy gli disse di fare in fretta.

Il Natale era alle porte.

Venderemo anche quella! gli disse ghignando come la jena Buzz mentre l’operaio si infilava i suoi guanti di latex.

Addio, leonessa.

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro  

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