JOHN COOPER CLARKE – Disguise in Love (CBS)  

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In piena artiglieria punk c’era un uomo che andava sul palco facendosi scudo solo con qualche foglio sporco d’inchiostro.

Quell’uomo si chiamava, si chiama tuttora, John Cooper Clarke e, in mezzo al fuoco incrociato di band come Clash, Sex Pistols, Buzzcocks, Damned, fu quello che portò il situazionismo punk alle sue più estreme conseguenze, con la sola forza della parola.

Mentre il pubblico punk si irrigava il palato in attesa di poter dare il via alla sua pioggia di sputi, John Cooper Clarke inforcava gli occhiali e si metteva sul fronte del palco. E parlava a quel pubblico che avrebbe fatto paura anche ad una pattuglia di poliziotti in assetto antisommossa. Spesso, in rima baciata.  

Dietro di lui, una band di (prime)donne invisibili. Gente come Pete Shelley (si, proprio quel Pete Shelley), Martin Hannett (si, proprio QUEL Martin Hannett), Paul Burgess, Steve Hopkins, Bill Nelson. Gente che, in quanto invisibile, poteva permettersi di suonare tutto quello che i punk sdegnavano. E di metterlo anche su disco. Disguise in Love, il secondo della serie, è già musicalmente più agghindato del primo. Ci sono pure le chitarre, anche se non suonano mai come i punk vorrebbero suonassero.

Le Invisible Girls possono permetterselo.

John Cooper Clarke può permetterselo.    

Può pretendere dal pubblico di fare silenzio. E ottenerlo.

Può bussare alla spalla di qualche ubriaco appoggiato al banco del bar e chiedergli di spostarsi.

Può incrociare Joe Strummer che conquista il palco e permettersi di guardarlo negli occhi e dirgli “adesso tu falli urlare”.

Può ammansire la folla senza sforzarsi di essere carino.

Perché lui è John Cooper Clarke.

E Dio proteggerà la Regina e anche lui.

The last thing I need is another friend
I don’t want to be nice.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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BLONDIE – Parallel Lines (Chrysalis)  

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Le abbuffate punk fra i pasti rancidi e le birre di bass’ordine al CBGB’s non sono ancora terminate quando, il 22 Aprile del 1977, la storia di New York riparte da dove tutto era iniziato esattamente undici anni prima ovvero al n. 254 della 54ima strada. Proprio lì, in quel grattacielo dove viene inaugurato lo Studio 54 i Velvet avevano iniziato, il 25 Aprile del 1966, le registrazioni del loro disco di debutto.

Dopo la tempesta del punk si tornava dunque a casa, in un certo senso. Anche se ovviamente lo è solo in senso strettamente toponomastico.

In realtà è un passaggio di testimone importante, uno snodo cruciale nell’evoluzione delle tendenze che da New York prendono il largo per tutti i porti del mondo. Che l’indirizzo sia il medesimo degli Scepter Studios conta davvero poco. Perché lo Studio 54 aveva forse più a che fare con il 231 della 47ma, a pochi isolati da lì. La sede della Factory di Andy Warhol. Il posto dove fermentava il vino nuovo.

Il fatto che la musica dei Blondie si sia trasformata nel prodotto pop di Parallel Lines ha molto a che fare con la frequentazione dello Studio 54 e l’esplosione delle nuove donne-feticcio con la definitiva consacrazione di Debbie Harry nell’immaginario iconografico collettivo.

A mutare pelle non è tanto la musica della band, che viene solo “aggiustata” ad hoc dal produttore Mike Chapman che trasforma il reggae zoppicante di Once I Had Love nella disco-hit Heart of Glass traslandone il ritmo in levare dal rullante all’hi-hat e farcendola con un’overdose di sintetizzatori ma per il resto mantiene ancora le radici avvinghiate al punk melodico degli esordi, come tradisce l’attacco affidato alla cover dei Nerves e alla bella ruspante One Way or Another che ci dicono che i Blondie avrebbero potuto essere altro, volendolo. Ma non lo hanno voluto. Preferendo suonare Buddy Holly come a una festa da college anziché con lo scorbuto addosso come avrebbero voluto i punk.    

A cambiare, per i Blondie, è il bersaglio cui recapitare la loro musica che mescola new wave, elettronica, power-pop: non sono più le furiose mischie dei locali punk ma le piste da ballo il campo da golf dove fare buca. Senza ingannare niente e nessuno, la musica dei Blondie semplicemente si adattava come una enorme bolla d’aria ad un nuovo contenitore capace di accoglierla. 

 

È questa l’intuizione forse levantina ma vincente che fa dei Blondie l’unico prodotto pop di largo consumo venuto fuori dal punk newyorkese, forti di un’immagine in cui l’eleganza sobria dei maschietti viene messa “al servizio” della bionda Deborah Harry.

Fotografata sempre un passo davanti al gruppo. Come una vera star del pop.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AC/DC – Powerage (Albert Productions)  

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Il rientro in patria dopo il tour di supporto ai Black Sabbath e le date americane vede una band a pezzi. E che perde pezzi. Mark Evans è stato cacciato e al nuovo acquisto Cliff Williams viene negato l’ingresso in Australia, costringendo gli AC/DC ad annullare le partite da giocare in casa. Gli AC/DC sono carichi di odio e di rabbia come forse mai prima. E George Young, il fratellone maggiore, sa benissimo che odio e rabbia sono due ingredienti esplosivi, se sei in una rock ‘n roll band. Come un abile ammaestratore di bulldog, George aizza il gruppo prima di ogni seduta di registrazione, mettendo loro in mano gli strumenti un momento prima che si azzannino. Powerage è un disco ostile e malvagio come nessun altro loro disco prima di quello. È il disco che contiene Riff Raff, che sono gli AC/DC chiusi in una corsia di ospedale psichiatrico ma liberi di poter usare i loro strumenti, il loro cumulo di amplificatori. È il disco di Rock ‘n Roll Damnation, che sono le automobiline degli Easybeats e della Marcus Hook Roll Band costrette a schiantarsi su un muro di watt. È il disco dove calci, pugni, proiettili e pistole prendono il posto delle donne nelle loro vite da bulli, confessandone e legittimandone la permuta su quell’altra cosa fantastica che è What’s Next to the Moon.

Un disco dove il veleno esce copioso come da un bubbone infetto. E la tensione accumulata può finalmente scaricarsi sotto la forma di saette.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Live Stiffs Live (Stiff)  

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Nell’estate del 1977 Dave Robinson e Andrew Jakeman, titolari del marchio Stiff, pensano di presentare al pubblico tutti i neo-acquisti della loro scuderia in un tour promozionale chiamato 5 Live Stiffs e che porterà in giro per l’Inghilterra per 24 date Ian Dury, Elvis Costello, Nick Lowe, Wreckless Eric e Larry Wallis con tanto di musicisti al seguito, non necessariamente quelli delle band che li accompagnano su disco. Ma del resto l’idea che Dave e Jake vogliono trasmettere della loro etichetta è quella di un’unica, grande famiglia, e quella è.

Lo show prevede due ore e mezzo di concerto, con un set di mezz’ora per ogni act, con conclusione affidata puntualmente a quello che è l’inno del tour: una versione corale di Sex and Drugs and Rock ‘n Roll di Ian Dury.

Un esperimento promozionale costato all’epoca qualcosa come 11000 Sterline, recuperati solo in parte.

Il souvenir discografico (ne esiste anche una versione video, già annunciata all’epoca sulla copertina ma in realtà resa pubblica solo nel 2014, NdLYS) dell’avvenimento è risicatissimo e purtroppo, malgrado gli scaffali siano affollati di ristampe deluxe, gran turismo e station wagon, nessuno si è preso la briga di allungare la striminzita scaletta di trentacinque minuti. Cosicché dopo quarant’anni Live Stiffs Live rimane quel che fu allora: un piccolo documento di un’attitudine, quello della Stiff, dove l’identificazione fra artista, pubblico ed etichetta era un requisito essenziale per l’affermazione della Stiff come etichetta più cool dell’Inghilterra, anche sotto il fuoco “nemico” del punk (il cui primo B-52 di era alzato proprio sotto l’egida della label londinese).

La musica è quella cui pensate ogni volta che il logo della Stiff passa sotto i vostri musi. Se non vi piace…it ain’t worth a fuck.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BRIAN ENO – Music for Films (EG)

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Brian Eno, Fred Frith, Phil Collins, Robert Fripp, John Cale, Percy Jones, Rhett Davies, Bill MacCormick, Dave Mattacks, Paul Rudolph, Rod Melvin sono chiusi in sala. Muti davanti a un film muto. La scommessa, vincente, di Eno è quella di avere un cast di musicisti stellari e di costringerli a domare il proprio virtuosismo negando loro la tentazione di primeggiare, obbligandoli a lavorare per sottrazione e non per accumulo. Come degli scultori.

Lo schermo bianco evocato dalla copertina è il solo protagonista. I musicisti fanno spazio al nulla e ne catturano l’eco, scalfiscono quell’enormità di bianco che rappresenta la totalità dei colori e ne lasciano affiorare solo i timbri che necessitano per una rappresentazione filmica paesaggistica, scenografica, totalmente sgombra di attori. È musica che si sovrappone allo schermo mentale senza penetrarne la superficie, permettendo di liberare gli sciami di pensiero che invece potrebbero restare intrappolati dentro o nascondersi come fuorilegge tallonati da una giustizia perentoria e intollerante all’individualità non omologata.  

C’è una fortissima dose di disciplina Zen nell’approccio di Eno alla musica. Ed è un approccio che emerge in tutta la sua austerità proprio nei dischi legati al concetto di “ambientazione”. Ripudiando le piume di struzzo della stagione Roxy Music Brian Eno abbandona pure il concetto di musicista/rockstar per abbracciare quello di musicista-terapeuta o di musicista-sciamano in grado di captare i segnali del mondo parallelo della pseudoscienza. Brian Eno non “abita” dentro lo spartito ne’ si professa portatore di alcun messaggio. Si limita ad aprire mondi nuovi. E di accompagnare lo schiudersi di questi mondi molteplici e soggettivi con abbozzi musicali che esaltano il concetto di “infinitamente piccolo”, rispettose della quiete e dello stupore dell’atto fecondo, del divino reincarnato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE WHO – Who Are You (Polydor)  

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Non puoi essere gli Who per sempre. Non puoi essere sempre al limite delle tue possibilità. Da questa triste ma onesta consapevolezza esce fuori il titolo dell’ottavo album della band inglese. Gli Who…sei tu. Elidendo il punto di domanda, gli Who danno già la risposta. Quando si chiudono in studio è l’Ottobre del 1977.

Fuori, ovunque, infuria il punk.

Gli Who non si sono mai sentiti inadeguati come in questo momento. Loro che del punk sono stati i padri e che il 31 Maggio del 1976 sono entrati nel libro dei Guinness come la più assordante band del mondo. 

Ecco il punto.  

Pur essendo in buona parte “adottati” dai punk, gli Who sono adesso dall’altra parte della barricata. Loro, dicevamo, sono i padri. Quelli che hanno frequentato la trasgressione e ne hanno fatto uno stile di vita. Quelli che per primi hanno alzato i volumi oltre la soglia del sopportabile. Ma era davvero tanto tempo fa.

Così, pur di non competere in una gara che li darebbe per sconfitti già prima del fischio di partenza, gli Who decidono di diventare altro, anche da loro stessi. Del resto i Queen hanno dimostrato che si può sopravvivere al punk pur essendo quanto di più distante dallo spirito punk e dalla sua etica.

Quindi, decidono di disinnescarsi.

Il risultato arriva nei negozi nel 1978, ricoperto da un sottile strato di cellophane e da uno più spesso di sintetizzatori. Talmente spesso che gli Who si stentano a riconoscere. Talvolta, qualcuno di loro non c’è neanche. E viene sostituito da un’altra diavoleria, cercando di sopperire con l’ingegneria elettronica ad una mancanza di idee spaventosa. Unici piccoli guizzi Trick of the Light e quell’whooooo whooooo della title-track, che almeno può essere canticchiata in auto. Dimenticandosi per un attimo che prima, mettere le loro canzoni a tutto volume, non era concepibile. Adesso, invece, si.  

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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XTC – White Music (Virgin)  

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Si diventa bravi pasticcieri un po’ alla volta no?

Iniziando a sfornare biscotti dalle forme un po’ bizzarre, quasi sempre.

E così la pregiata pasticceria degli XTC quando apre le sue porte non ha ancora sul banco quei bei muffin e quelle ciambelle dal buco perfetto che esibirà con meritato orgoglio negli anni successivi ma una bizzarrissima successione di prodotti d’artigianato in cui i novelli pasticcieri cercano di riprodurre quanto letto nei ricettari del punk col la dilettantesca ma euforica energia degli esordienti e che, non fossero diventati quelli che poi sono diventati obbligandoci a riscrivere tutto, avremmo accostato senza nessuna difficoltà ai primi dischi della Joe Jackson Band, di Costello e dei primissimi Police.    

Un disco pieno di spine dove infilare le dita e prendere la corrente, anche se ne’ noi ne’ loro abbiamo più l’età per farlo.

Un disco che è figlio ritardato del punk.

Nipote del beat con la sua orgogliosa sindrome di down.  

Che non si vergogna di offendere la memoria degli zii Hendrix e Dylan infilando sotto il loro culo lo zighidà del ritmo ska e di zittirli sprofondando le loro voci in una pozza di organo Bontempi.

Gli XTC ragazzacci. Quelli che usano ancora la granella di zucchero di canna invece che il toping al caramello. E che parlano balbettando.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FAUST’O – Suicidio (Ascolto)  

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Fausto Rossi guarda alla new wave di Bowie e Talking Heads.  

Alberto Radius dal canto suo non riesce a scrollarsi di dosso il vecchio pastrano prog.

Quando nel 1978 viene pubblicato Suicidio, il disco di debutto del Rossi ribattezzatosi Faust’O e prodotto dall’ex-Formula 3, questa dicotomia salta fuori in dieci brani in cui le due anime sembrano convivere senza tuttavia conciliarsi del tutto, finendo per renderlo ancora più indigesto, alieno, borderline ed incatalogabile di quanto non fosse nei progetti dell’allora ventiquattrenne musicista friulano.

Ma non è ovviamente questo a rendere “imbarazzante” Suicidio e a costringere lui e il suo autore ai margini della scena musicale nazionale. Sono invece i temi toccati da Faust’O (l’omosessualità, la masturbazione, il suicidio come estrema scelta di misantropia lacerante e consapevole, la denuncia dell’ipocrisia mascherata dietro l’unica amicizia possibile ovvero quella di comodo e la sfida al perbenismo bigotto inculcato dal timor di Dio) con sprezzante cinismo e dissacrante, irriverente, strafottente anticonformismo a costringere il pubblico a chiudergli la porta in faccia. Anche il pubblico punk, cui la vena caustica e ribelle di Fausto Rossi dovrebbe piacere almeno quanto quella degli Skiantos, decide di tenerlo alla larga per quelle sue pose da intellettuale neoromantico che mal si sposano alle creste e alle svastiche e le A cerchiate distribuite un po’ insensatamente sui muri delle città.

Quindi Faust’O resterà esattamente nel posto dove aveva deciso di restare.

In un posto tutto suo. Sigillato col silicone della sua accidia.

Lontano dagli occhi, dalle orecchie, dai cuori di una folla che non ha ancora trovato il suo Dio e che pure ne misura la presenza dalle orme lasciate di chi viaggia senza la Sua compagnia.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WIRE – Chairs Missing (Harvest)  

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Dopo aver mutilato il corpo del punk ed averlo ridotto in piccolissimi tranci di carne, i Wire pensano sia giusto conservarle a bassissima temperatura, per scongiurarne o quantomeno ritardarne la putrefazione. Chairs Missing è dunque il freezer dove le frattaglie di Pink Flag subiscono l’abbattimento termico che ne permettono la distribuzione nei grossi congelatori del reparto new-wave.

Archetipo della nuova formula è I Am the Fly, pezzo fra i più belli dell’intero post-punk che frigge letteralmente nelle serpentine al freon di un suono sintetico e algido.

Chitarre, basso e synth che si fondono in una formidabile fluorescenza cinetica buona da mandare in filodiffusione dentro il refettorio di un ospedale per sbandati mentali.

 

Più essenziale e monocromatica ma ugualmente straniante è la Heartbeat che chiude il primo lato del disco, un pezzo che implode su se stesso come un orgasmo trattenuto.

Il sintetizzatore di Mike Thorne, nuova macchina aggiunta, viene usata a volte in sovrapposizione, altre volte in contrasto alle altre macchine dell’opificio Wire, accentuando i toni dinamici o disinnescandoli a piacimento. L’approccio è totalmente anti-virtuoso: accordi lunghi, giostre armoniche essenziali, inserti minimali, piccoli rivoli di piscio freddo.

Il risultato è un disco tanto brillante quanto scostante e disomogeneo (Outdoor Miner, Marooned, Too Late, Practice Makes Perfect, Another the Letter, I Am the Fly  hanno, in termini di coerenza, un algoritmo stilistico apparentemente illogico ed irrisolvibile).

Chairs Missing lancia una sassata sulla vetrata del punk e scappa con un sorriso teppista nascosto sotto il cappuccio di poliestere.

Senza versare sudore.

Sublimando come ghiaccio secco.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SKIANTOS – MONOtono (Cramps)  

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L’Italia è un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E di comici. La gelotologia al posto della geontologia. La risata e la satira che ne è l’anagramma come praticabile via di cura ma anche come strada per sdoganare argomenti tabù o disinnescare i luoghi comuni su sesso, malaffare, fede, punk.

L’Italia è il popolo di Ettore Petrolini, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Alvaro Vitali, Totò, Don Camillo, Cochi e Renato, gli Squallor, Elio, Freak Antoni. Fu proprio lui, Roberto Antoni detto “Freak” ad avere l’intuizione di mettere in piedi un gruppo che piuttosto che aderire all’ideologia punk, ne esasperasse il suo aspetto dissacratorio e la volgarità, abbassandola di un “semitono” fino a farle toccare il pecoreccio nostrano. Infarcita di trivialità popolari vestite da abiti intellettuali, la musica degli Skiantos sfruttava (come avrebbero fatto di lì a poco i Dickies in America) la forza d’urto del punk, la sua facoltà autoacquisita di poter dire tutto, di shockare impunemente, per tentare l’assalto alla macchina. Prendendo in realtà in giro tutti. Punk compresi, seppellendo definitivamente il movimento studentesco del ’68 con una serie di rime demenziali che sembravano echeggiare a dannazione e sberleffo  eterni quel “lotta dura contronatura” che era stato il monito lanciato da Mario Mieli dal palco dell’ultimo Festival del Re Nudo.

Stampato in vinile color giallo-vomito, MONOtono arrivava al pubblico sotto l’ala avanguardista della Cramps dopo un esordio carbonaro realizzato per la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini, a garanzia di un messaggio provocatorio che era “metodo” e non esperimento aleatorio.

Negli anni, gli Skiantos avrebbero tenuto fede a quel concetto, pur prendendo le distanze dal punk che a loro interessava, in quegli anni, solo come veicolo espressivo immediato e del quale comunque non ne avrebbero mai rispettato i canoni (MONOtono è infarcito di assolo e vira senza alcun problema tra il funky e l’aborrito blues). Diventando per la musica italiana ciò che la Merda d’Artista di Manzoni era stata per la scultura contemporanea.

Musicalmente, il loro apporto è nullo. Le canzoni, semplici esercizi per permettere alle parole in rima di Freak Antoni di trovare un’adeguata ambientazione sonora. Nulla di più. Nulla di rivoluzionario. Se non il tentativo di applicare concretamente il messaggio libertario che spadroneggiava sui muri del DAMS nel 1977: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. 

Gli Skiantos ci provarono, senza riuscire a seppellire nessuno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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