BRIAN ENO – Music for Films (EG)

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Brian Eno, Fred Frith, Phil Collins, Robert Fripp, John Cale, Percy Jones, Rhett Davies, Bill MacCormick, Dave Mattacks, Paul Rudolph, Rod Melvin sono chiusi in sala. Muti davanti a un film muto. La scommessa, vincente, di Eno è quella di avere un cast di musicisti stellari e di costringerli a domare il proprio virtuosismo negando loro la tentazione di primeggiare, obbligandoli a lavorare per sottrazione e non per accumulo. Come degli scultori.

Lo schermo bianco evocato dalla copertina è il solo protagonista. I musicisti fanno spazio al nulla e ne catturano l’eco, scalfiscono quell’enormità di bianco che rappresenta la totalità dei colori e ne lasciano affiorare solo i timbri che necessitano per una rappresentazione filmica paesaggistica, scenografica, totalmente sgombra di attori. È musica che si sovrappone allo schermo mentale senza penetrarne la superficie, permettendo di liberare gli sciami di pensiero che invece potrebbero restare intrappolati dentro o nascondersi come fuorilegge tallonati da una giustizia perentoria e intollerante all’individualità non omologata.  

C’è una fortissima dose di disciplina Zen nell’approccio di Eno alla musica. Ed è un approccio che emerge in tutta la sua austerità proprio nei dischi legati al concetto di “ambientazione”. Ripudiando le piume di struzzo della stagione Roxy Music Brian Eno abbandona pure il concetto di musicista/rockstar per abbracciare quello di musicista-terapeuta o di musicista-sciamano in grado di captare i segnali del mondo parallelo della pseudoscienza. Brian Eno non “abita” dentro lo spartito ne’ si professa portatore di alcun messaggio. Si limita ad aprire mondi nuovi. E di accompagnare lo schiudersi di questi mondi molteplici e soggettivi con abbozzi musicali che esaltano il concetto di “infinitamente piccolo”, rispettose della quiete e dello stupore dell’atto fecondo, del divino reincarnato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE WHO – Who Are You (Polydor)  

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Non puoi essere gli Who per sempre. Non puoi essere sempre al limite delle tue possibilità. Da questa triste ma onesta consapevolezza esce fuori il titolo dell’ottavo album della band inglese. Gli Who…sei tu. Elidendo il punto di domanda, gli Who danno già la risposta. Quando si chiudono in studio è l’Ottobre del 1977.

Fuori, ovunque, infuria il punk.

Gli Who non si sono mai sentiti inadeguati come in questo momento. Loro che del punk sono stati i padri e che il 31 Maggio del 1976 sono entrati nel libro dei Guinness come la più assordante band del mondo. 

Ecco il punto.  

Pur essendo in buona parte “adottati” dai punk, gli Who sono adesso dall’altra parte della barricata. Loro, dicevamo, sono i padri. Quelli che hanno frequentato la trasgressione e ne hanno fatto uno stile di vita. Quelli che per primi hanno alzato i volumi oltre la soglia del sopportabile. Ma era davvero tanto tempo fa.

Così, pur di non competere in una gara che li darebbe per sconfitti già prima del fischio di partenza, gli Who decidono di diventare altro, anche da loro stessi. Del resto i Queen hanno dimostrato che si può sopravvivere al punk pur essendo quanto di più distante dallo spirito punk e dalla sua etica.

Quindi, decidono di disinnescarsi.

Il risultato arriva nei negozi nel 1978, ricoperto da un sottile strato di cellophane e da uno più spesso di sintetizzatori. Talmente spesso che gli Who si stentano a riconoscere. Talvolta, qualcuno di loro non c’è neanche. E viene sostituito da un’altra diavoleria, cercando di sopperire con l’ingegneria elettronica ad una mancanza di idee spaventosa. Unici piccoli guizzi Trick of the Light e quell’whooooo whooooo della title-track, che almeno può essere canticchiata in auto. Dimenticandosi per un attimo che prima, mettere le loro canzoni a tutto volume, non era concepibile. Adesso, invece, si.  

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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XTC – White Music (Virgin)  

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Si diventa bravi pasticcieri un po’ alla volta no?

Iniziando a sfornare biscotti dalle forme un po’ bizzarre, quasi sempre.

E così la pregiata pasticceria degli XTC quando apre le sue porte non ha ancora sul banco quei bei muffin e quelle ciambelle dal buco perfetto che esibirà con meritato orgoglio negli anni successivi ma una bizzarrissima successione di prodotti d’artigianato in cui i novelli pasticcieri cercano di riprodurre quanto letto nei ricettari del punk col la dilettantesca ma euforica energia degli esordienti e che, non fossero diventati quelli che poi sono diventati obbligandoci a riscrivere tutto, avremmo accostato senza nessuna difficoltà ai primi dischi della Joe Jackson Band, di Costello e dei primissimi Police.    

Un disco pieno di spine dove infilare le dita e prendere la corrente, anche se ne’ noi ne’ loro abbiamo più l’età per farlo.

Un disco che è figlio ritardato del punk.

Nipote del beat con la sua orgogliosa sindrome di down.  

Che non si vergogna di offendere la memoria degli zii Hendrix e Dylan infilando sotto il loro culo lo zighidà del ritmo ska e di zittirli sprofondando le loro voci in una pozza di organo Bontempi.

Gli XTC ragazzacci. Quelli che usano ancora la granella di zucchero di canna invece che il toping al caramello. E che parlano balbettando.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FAUST’O – Suicidio (Ascolto)  

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Fausto Rossi guarda alla new wave di Bowie e Talking Heads.  

Alberto Radius dal canto suo non riesce a scrollarsi di dosso il vecchio pastrano prog.

Quando nel 1978 viene pubblicato Suicidio, il disco di debutto del Rossi ribattezzatosi Faust’O e prodotto dall’ex-Formula 3, questa dicotomia salta fuori in dieci brani in cui le due anime sembrano convivere senza tuttavia conciliarsi del tutto, finendo per renderlo ancora più indigesto, alieno, borderline ed incatalogabile di quanto non fosse nei progetti dell’allora ventiquattrenne musicista friulano.

Ma non è ovviamente questo a rendere “imbarazzante” Suicidio e a costringere lui e il suo autore ai margini della scena musicale nazionale. Sono invece i temi toccati da Faust’O (l’omosessualità, la masturbazione, il suicidio come estrema scelta di misantropia lacerante e consapevole, la denuncia dell’ipocrisia mascherata dietro l’unica amicizia possibile ovvero quella di comodo e la sfida al perbenismo bigotto inculcato dal timor di Dio) con sprezzante cinismo e dissacrante, irriverente, strafottente anticonformismo a costringere il pubblico a chiudergli la porta in faccia. Anche il pubblico punk, cui la vena caustica e ribelle di Fausto Rossi dovrebbe piacere almeno quanto quella degli Skiantos, decide di tenerlo alla larga per quelle sue pose da intellettuale neoromantico che mal si sposano alle creste e alle svastiche e le A cerchiate distribuite un po’ insensatamente sui muri delle città.

Quindi Faust’O resterà esattamente nel posto dove aveva deciso di restare.

In un posto tutto suo. Sigillato col silicone della sua accidia.

Lontano dagli occhi, dalle orecchie, dai cuori di una folla che non ha ancora trovato il suo Dio e che pure ne misura la presenza dalle orme lasciate di chi viaggia senza la Sua compagnia.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WIRE – Chairs Missing (Harvest)  

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Dopo aver mutilato il corpo del punk ed averlo ridotto in piccolissimi tranci di carne, i Wire pensano sia giusto conservarle a bassissima temperatura, per scongiurarne o quantomeno ritardarne la putrefazione. Chairs Missing è dunque il freezer dove le frattaglie di Pink Flag subiscono l’abbattimento termico che ne permettono la distribuzione nei grossi congelatori del reparto new-wave.

Archetipo della nuova formula è I Am the Fly, pezzo fra i più belli dell’intero post-punk che frigge letteralmente nelle serpentine al freon di un suono sintetico e algido.

Chitarre, basso e synth che si fondono in una formidabile fluorescenza cinetica buona da mandare in filodiffusione dentro il refettorio di un ospedale per sbandati mentali.

 

Più essenziale e monocromatica ma ugualmente straniante è la Heartbeat che chiude il primo lato del disco, un pezzo che implode su se stesso come un orgasmo trattenuto.

Il sintetizzatore di Mike Thorne, nuova macchina aggiunta, viene usata a volte in sovrapposizione, altre volte in contrasto alle altre macchine dell’opificio Wire, accentuando i toni dinamici o disinnescandoli a piacimento. L’approccio è totalmente anti-virtuoso: accordi lunghi, giostre armoniche essenziali, inserti minimali, piccoli rivoli di piscio freddo.

Il risultato è un disco tanto brillante quanto scostante e disomogeneo (Outdoor Miner, Marooned, Too Late, Practice Makes Perfect, Another the Letter, I Am the Fly  hanno, in termini di coerenza, un algoritmo stilistico apparentemente illogico ed irrisolvibile).

Chairs Missing lancia una sassata sulla vetrata del punk e scappa con un sorriso teppista nascosto sotto il cappuccio di poliestere.

Senza versare sudore.

Sublimando come ghiaccio secco.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SKIANTOS – MONOtono (Cramps)  

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L’Italia è un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E di comici. La gelotologia al posto della geontologia. La risata e la satira che ne è l’anagramma come praticabile via di cura ma anche come strada per sdoganare argomenti tabù o disinnescare i luoghi comuni su sesso, malaffare, fede, punk.

L’Italia è il popolo di Ettore Petrolini, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Alvaro Vitali, Totò, Don Camillo, Cochi e Renato, gli Squallor, Elio, Freak Antoni. Fu proprio lui, Roberto Antoni detto “Freak” ad avere l’intuizione di mettere in piedi un gruppo che piuttosto che aderire all’ideologia punk, ne esasperasse il suo aspetto dissacratorio e la volgarità, abbassandola di un “semitono” fino a farle toccare il pecoreccio nostrano. Infarcita di trivialità popolari vestite da abiti intellettuali, la musica degli Skiantos sfruttava (come avrebbero fatto di lì a poco i Dickies in America) la forza d’urto del punk, la sua facoltà autoacquisita di poter dire tutto, di shockare impunemente, per tentare l’assalto alla macchina. Prendendo in realtà in giro tutti. Punk compresi, seppellendo definitivamente il movimento studentesco del ’68 con una serie di rime demenziali che sembravano echeggiare a dannazione e sberleffo  eterni quel “lotta dura contronatura” che era stato il monito lanciato da Mario Mieli dal palco dell’ultimo Festival del Re Nudo.

Stampato in vinile color giallo-vomito, MONOtono arrivava al pubblico sotto l’ala avanguardista della Cramps dopo un esordio carbonaro realizzato per la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini, a garanzia di un messaggio provocatorio che era “metodo” e non esperimento aleatorio.

Negli anni, gli Skiantos avrebbero tenuto fede a quel concetto, pur prendendo le distanze dal punk che a loro interessava, in quegli anni, solo come veicolo espressivo immediato e del quale comunque non ne avrebbero mai rispettato i canoni (MONOtono è infarcito di assolo e vira senza alcun problema tra il funky e l’aborrito blues). Diventando per la musica italiana ciò che la Merda d’Artista di Manzoni era stata per la scultura contemporanea.

Musicalmente, il loro apporto è nullo. Le canzoni, semplici esercizi per permettere alle parole in rima di Freak Antoni di trovare un’adeguata ambientazione sonora. Nulla di più. Nulla di rivoluzionario. Se non il tentativo di applicare concretamente il messaggio libertario che spadroneggiava sui muri del DAMS nel 1977: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. 

Gli Skiantos ci provarono, senza riuscire a seppellire nessuno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BIG STAR – Complete Third (Omnivore)  

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Riedizione mastodontica per il terzo album dei Big Star di Alex Chilton, quello destinato a raccogliere la polvere di stelle di una delle band più sfortunate ma allo stesso tempo influenti del rock americano degli anni Settanta.

Dalle versioni demo a quelle conclusive passando per le varie fasi di registrazione e missaggio. Insomma, come essere amici di uno che di amici non voleva averne alcuno, in quel 1974. Ed essere al suo fianco in ogni sua giornata, dalla più buia alla più luminosa, durante una delle sue gravidanze più complicate.

Un disco che fa tesoro delle assenze fino a far brillare la Grande Stella di una luce inquietante, schizofrenica, misantropa e a tratti addirittura angosciosa. Un disco che è il risultato di un cannibalismo atroce, di un’operazione di auto-sabotaggio quasi senza eguali, di imbalsamazione salvifica e definitiva.

Chilton e Jim Dickinson, resisi conto di avere tra le mani poco più che un cadavere, ne svuotano le viscere e le riempiono di cristalli di sale. 

Un lavoro dall’approccio totalmente disinibito. Un album invendibile, tanto che occorrerà aspettare quattro anni perché qualcuno (la PVC in America, la Aura in Gran Bretagna) si decidesse a stamparlo mostrando la Memphis dei vampiri. L’ultima lacrima di stucco era stata  detersa, l’ultima goccia di sudore era stata asciugata, l’ultimo grammo di grasso prosciugato. Quello che restava era il suono di una casa di spettri.

Una casa di spettri dove prima c’era stata la vita gloriosa della Stax.

Una casa di spettri proprio lì dove era stata scritta Whola Lotta Shakin’ Goin’ On. Che infatti era rimasta in qualche modo intrappolata là dentro. E la sua eco risuonava tra quelle mura fatiscenti e marce. Fantasmi che puoi sentire digrignare i denti, come su quel vortice di angoscia che è Holocaust, che ne puoi sentire le dita azzardare un giro di piano colato via dal pentagramma armonico, come nell’intro di Jesus Christ o durante gli skizzi di Kizza Me!, trascinare ferraglia sul “velluto” di Kanga Roo, sbattere a terra le loro grucce allo schioccare del secondo minuto esatto di Nature Boy (in realtà si tratta della stampella di William Eggleston, ma a me piace immaginarla in quel modo, NdLYS), palleggiare impertinenti una palla da basket mentre avanzano sghembi su Downs (la suoneranno per sempre così, i Big Star, anche nelle tarde reunion di quarant’anni dopo, per non fare indispettire i fantasmi: con un amico invitato sul palco a palleggiare all’infinito quel pallone. Nella maggior parte dei casi, Mike Mills dei R.E.M.).

Third è il disco che, al pari del terzo Velvet Underground, forgia l’assetto umorale di vagonate  di indie-band dei decenni seguenti, alcune delle quali partecipano alle ricche note di corredo a questa nuova e stavolta pare definitiva versione del capolavoro dei Big Star. Ora potete divertirvi a confrontare ogni versione disponibile di quei bozzoli di dolore, magari scioglierli ed attorcigliarvi nella seta che ne viene.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEAD BOYS – We Have Come For Your Children (Sire)  

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Il 19 Aprile del 1978 Johnny Blitz viene aggredito da alcuni teppisti sulla 2nd Avenue di New York e ricoverato in fin di vita. Dal 4 al 7 Maggio, venticinque band si susseguono in un estenuante tour de force sul palco del CBGB’s per sostenere, con gli introiti delle quattro serate, le spese mediche necessarie per strappare Johnny dalle braccia della morte. Per il Blitz Benefit, su invito diretto di Hilly Kristal, suonano i Ramones, i Suicide, i Dictators, i Fleshtones, gli Stilletto, i Contortions, i Corpse Grinders e molti altri. Fra cui, per due sere di fila, i Dead Boys “with guest drummer”. Chi sia stato quel guest forse lo sapete, forse no, ma è giusto ricordarlo comunque, perché si trattava di John Belushi.  

Il mese successivo, per celebrare lo scampato pericolo, i Dead Boys danno alle stampe il loro secondo album.

Registrato negli stessi studi della svolta disco dei Bee Gees, We Have Come For Your Children è il disco con cui i Dead Boys, la Sire e Hilly Kristal sperano di far sfruttare lo squarcio prodotto nella scena punk dal disco precedente per andare, attraverso quello, all’assalto del mercato ufficiale.

Il tono minaccioso dell’opera è quindi disinnescato dal tentativo di rendere la loro musica meno eccessiva e straziante. Se dunque su Young, Loud and Snotty i Dead Boys sembravano svuotarci addosso chili e chili di spazzatura e merda accumulata nel loro rifugio della Bowery, su questo nuovo disco Stiv e compagni sembrano invitarci a visitare le stanze finalmente sgombre di ogni eccesso ma, ovviamente, non esattamente quel che potreste rischiare di scambiare per una linda stanza d’aspetto di una clinica privata. Nonostante il lavoro di smussatura operato da Felix Pappalardi, lo storico produttore dei Cream, l’album resta infatti un ottimo lavoro di artigianato punk-rock che stringe leggermente la forbice stilistica con i “cuginetti” Ramones (presenti in spirito su Don’t Look Back e in carne ed ossa su Catholic Boy) stemperando, stilisticamente ma anche esteticamente, certi eccessi oltraggiosi che erano loro stati necessari per aggredire la scena e che si adombra di inquietudine e brutti presagi quando tira fuori un’altra vecchia perla dei Rocket from the Tombs come Ain’t It Fun e la ficca in coda al disco, quasi a chiudere idealmente il cerchio aperto dalla Sonic Reducer sul disco dell’anno precedente.

Mordendosi la coda, come dei cani bastardi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – Street Hassle (Arista)  

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Lou tiene un solo accordo per undici minuti. Roba da crampi alla mano.

Alle sue spalle, una piccola orchestra da camera intona un’austera marcia funebre che accompagna il delirante racconto di sesso ed eroina raccontato da Lou Reed.

In studio, due microfoni vengono piazzati simmetricamente a raccogliere le gocce del melodramma che cola giù dalle casse, compresi i bisbigli di Bruce Springsteen che si sovrappongono a quelli di Lou.

Street Hassle, la suite spettrale che occupa quasi un’intera facciata dell’omonimo album, sgombra il terreno di gioco dal soul di cartapesta e dalla gioia posticcia di Rock and Roll Heart  e torna in qualche modo a lambire i toni tragici di Berlin, mentre altrove Reed si fa beffe delle vecchie produzioni di Steve Katz (Dirt) e cerca di disfarsi in qualche modo del suo stesso fantasma (sputando letteralmente su Sweet Jane in apertura di disco e andando a pescare per l’ultima volta dal canzoniere dei Velvet Underground con una ripresa live di Real Good Time Together).

Un disco altamente inquieto, disomogeneo, scostante, greve, malsano.

Pienissimo di parole. Crude, sporche, incrostate. Tirate fuori con un rivolo di sangue, come dopo un buco.

Lou Reed si pulisce dai depositi di scialorrea ai bordi della bocca e non sorride.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FLAMIN’ GROOVIES – Now (Sire)  

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Now esce nel 1978. A due anni da Shake Some Action.

In mezzo c’è stato il punk. Ma ascoltandoli uno dopo l’altro, viene difficile crederci.

Nonostante fossero stati in qualche modo artefici forse inconsapevoli di tutto quel gran casino che è scoppiato lì fuori, i Flamin’ Groovies perseverano nel loro anacronistico mondo illuminato da chitarre sgargianti e prelibatezze vocali copiate o rubate a Beatles, Raiders, Big Star, Byrds, Buddy Holly, Rolling Stones con un disco che, complice il meticoloso lavoro in regia di Dave Edmunds (microfoni piazzati direttamente sugli ampli e altri disseminati in studio a captare i naturali eco e riverbero dell’ambiente e diverse take di ogni pezzo, per poi poter operare sul cutting e l’editing), è l’esatta riproduzione del disco precedente, seppur registrato con vita meno travagliata.

Mike Wilhelm dei Charlatans si avvicenda alla terza chitarra al posto di James Ferrell che finirà a dar man forte all’ex-compagno Roy Loney per il bellissimo Out After Dark dei suoi Phantom Movers.

A supportarli ci sono, come sempre, Greg Shaw dalle pagine di Bomp! e Kris Needs da quelle di Zig Zag. Il pubblico molto meno. Now vende pochissimo, complice la scarsissima promozione della Sire, interessata soprattutto a spingere Ramones e Talking Heads, assoluti alfieri del “nuovo” da contrapporre nella scacchiera ai pezzi troppo disciplinati dei Groovies. I pezzi forti del disco sono Good Lough Mun e All I Wanted che però stanno un passo indietro rispetto a You Tore Me Down e Shake Some Action e cento passi distanti da Slow Death, il pezzo che aveva in qualche modo reinquadrato il suono della band californiana nel lontano 1972.

Il meglio vive stavolta della luce riflessa del sole byrdsiano di Feel a Whole Lot Better e di quello eclissato e torbido degli Stones di Paint It Black. Piegandosi ai maestri non potendo più salire in cattedra.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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