FUNKADELIC – Reworked by Detroiters (Westbound)  

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C’è un disco molto bello in giro. Un disco che potrebbe finalmente sdoganare i Funkadelic alle nuove generazioni, quelle che affollano i club mentre noi stiamo seduti a casa davanti a televisori sempre più grandi e divani sempre più comodi.

Dentro ci sono le canzoni dei Funkadelic. Ma non come ce le ricordiamo noi (noi quelli seduti davanti ai televisori su divani sempre più comodi). Sono le canzoni dei Funkadelic come le hanno ridisegnate i musicisti di Detroit, proprio quelli che nei club ci vanno come i nostri figli, ma guardano la pista dall’alto.

Ridisegnate, ecco. Come ci aiuta a comprendere il titolo.

Ridisegnate ma senza annientare lo spirito dei Funkadelic.

Anche dentro i giochi tridimensionali di Claude Young Jr, tra le maglie dub galattiche di Brendan M Gillen, sommerso dalle onde reggae degli Ectomorph o sotto i colpi d’ascia dei Dirtbombs lo spiritello di George Clinton rimane protagonista assoluto e ultimo re vivente del funky.

E Jamiroquai zitto.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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SHAMPOO – In Naples 1980/81 (EMI)  

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Prima dell’invasione cinese, i falsi d’autore erano egemonia assoluta dei napoletani. Una vera e propria industria parallela che, unita all’arte di arrangiarsi e alla fantasia senza limiti del popolo partenopeo, faceva della città italiana l’eccellenza del mercato tarocco. Prodotti e sottoprodotti sfornati a Napoli invadevano l’Italia e quella parte di mondo raggiungibile prima dell’avvento di internet.

Gli Shampoo furono uno di questi. Se non la cosa migliore, sicuramente una delle vette della produzione popolare napoletana di sempre.

L’idea era nata all’allora presidente del Napoli Calcio Corrado Ferlaino che, in combutta con Gianni De Bury e Giorgio Verdelli della Radio Antenna Capri di cui Ferlaino era allora editore, aveva annunciato in occasione di un’amichevole contro il Liverpool, nientemeno che la reunion di “quattro ragazzi di Liverpool”. Quello che accadde, quando la Rolls Royce attraversò le stradine del Vomero, è rimasto nella memoria collettiva dei centocinquantamila accorsi in città come uno degli eventi pop più eccitanti del secolo scorso. Un misto di emozione fibrillante, di sconcerto e di delusione che non sarà mai più ripetuto. Perché, una volta aperti gli sportelli, dalla limousine scesero quattro ragazzoni napoletani con tanto di parrucconi alla Beatles e che qualcuno del quartiere riconobbe in Massimo e Lino D’Alessio, Pino De Simone e Costantino Iaccarino.

Il linciaggio però non ci fu. Che i napoletani sanno stare allo scherzo. E il concerto dei “Beatles” fu un vero tripudio. Perché, se è vero come è vero, che non si trattava del gruppo di Liverpool, i quattro guaglioncelli napoletani non ne facevano per nulla rimpiangere l’assenza. La loro parodia era, come le lacrime di San Gennaro, portentosa. Fedelissime nei suoni e nelle armonie ai Beatles originali, le cover degli Shampoo riadattavano le canzoni del gruppo inglese al dialetto napoletano con una naturalezza surreale, tanto che in un universo parallelo qualcuno avrebbe potuto azzardare che furono i Beatles a copiare dagli Shampoo e non viceversa.

Ne furono convinti pure alla EMI, cui la band approdò grazie a Renzo Arbore. L’etichetta storica dei Beatles. Che nel 1980 pubblicò l’album degli Shampoo, in una edizione verde delle storiche raccolte blu e rosse dei Beatles e sostituendo la famosa mela con una succosa pummarola napoletana. E che è un disco fantastico. Senza tema di smentita il miglior disco-tributo ai Beatles di sempre. Un prodotto proletario e nazional-popolare capace di fare tabula rasa delle caricature semi-intellettuali di Rutles e Residents e di brillare di una scioltezza verosimile e tangibile.

Un album che sposa in maniera sorprendente l’ottimismo del popolo di Napoli con quello dell’Inghilterra del boom economico.

Un disco cult da annoverare tra i classici.

Gli Shampoo l’unico complesso capace di lavare i panni dei Beatles nell’acqua del Golfo.

Corrado Ferlaino l’uomo che sconfisse il Liverpool due volte in un solo giorno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – Give Me New Noise: Half-Mute Reflected (Crammed Discs)

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Half-Mute è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City Collage di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.

Un disco che oggi soffre forse un po’ il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea.

Half-Mute rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili.  

Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.

Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.

Half-Mute è, oggi come allora, un disco che non scalda.

Una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.

Agghiaccianti canzoni come 59 to 1Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco.

Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo album sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the Clouds.

Per celebrarne il 35mo compleanno Philippe Perreaudin dei francesi Palo Alto, da sempre fanatico della band californiana, decide di coinvolgere una dozzina di artisti in qualche modo affini a quel modo di sentire dei Tuxedomoon e, con qualche prezioso cameo degli stessi autori, mette insieme una edizione “speculare” di quel fantastico ed originalissimo debutto, proprio mentre i superstiti dell’avventura decidono di portare quelle canzoni nuovamente in giro per i palchi di mezza Europa.

Questi due omaggi paralleli convincono la Crammed Discs di ristampare dunque Half-Mute accompagnandolo con questa sua nuova immagine riflessa.

Non una ma ben due opere di grande estetismo sonoro dunque.  Interi stormi alati che sbattono il muso su intere pareti di vetro e di plastica. Half-Mute Reflected è infatti un ottimo compendio al disco originale, che ne rispetta lo spirito pur ridisegnandone le forme secondo il gusto degli artigiani che ne riforgiano il profilo.

Bellissima ad esempio la Fifth Column ridisegnata da Coti K. sulla linea di basso di Blaine Reininger così come la Loneliness che le mani di Cult with No Name immergono in uno spleen infinito o ancora il pulsante beat che accompagna il Volo Vivace di Steven Brown nella rilettura dei Palo Alto, lo zolfo liquido sparso da Foetus su What Use?, le zanne free jazz che sembrano uscire fuori dal corpo elefantiaco di KM/Seeding the Clouds, i bordoni elettronici nella Tritone suonata dagli Aksak Maboul di Marc Hollander che dei Tuxedomoon è amico di vecchissima data oltre che discografico di fiducia e la fantastica Crash (all’epoca retro di What Use?) rivista dalla Non Finito Orchestra in un funky degno dei primi Japan.

Dita che si muovono su vernici incrostate dal tempo, scalfendole.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Wild About You! (UAR/3CR/Weather Records)

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Un lavoro finanziato dalla Città di Melbourne cui Ian McIntyre e Ian D. Marks si sono dedicati coerentemente al lavoro di tutela e diffusione del patrimonio musicale locale svolto sin dal 1977 dalla loro Community Radio 3CR. L’obiettivo stavolta era dare risalto all’underground australiano dei mid-60‘s e duplice l’arma usata: un saggio firmato dai due con  monografie e interviste inedite a leggende come Elois, Black Diamonds, Purple Hearts, gli immensi Missing Links e Creatures e molto altro ancora: 116 pagine in B/N davvero imperdibili e inoltre un vero e proprio tributo su CD con 17 bands (australiane, ovvio) chiamate a reintepretare altrettante hits locali. Grandi i “soliti” Drones, Naked Eye, Shutdown 66 ma la palma d’oro spetta agli Stabs e la loro cover tesa, spasmodica di Lies Lies e ai Gruntled che cuciono un gran bel vestito di cornamuse attorno a Drivin’ Me Insane. Grandioso.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Shazam! (Ace)  

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Non è la prima volta che la Ace mesce dal canzoniere di Lee Hazlewood.

Non sarà l’ultima.

Quello che l’autore e produttore dell’Oklahoma ci ha lasciato è un catalogo di tutto rispetto. Roba che è entrata nella vita di tutti, porta su vassoi di cucine prelibate e sui banconi di sporchissimi bar malfamati: Vanilla Fudge, Primal Scream, Duane Eddy, Mark Lanegan, Lambchop, Einstürzende Neubauten, Jesus and Mary Chain, Cheater Slicks, Movie Star Junkies, Dark Carnival, Link Wray, Zebra Stripes, Tracey Thorn, OP8, Playground e centinaia di altri.

Tocca stavolta a un esiguo campione delle sue tante produzioni e stesure di musica strumentale realizzate prima che, nel 1964 e travolto dal ciclone Beatles, decidesse di mettersi in temporaneo stand-by a finire dentro questa nuova collezione di ventiquattro hit mute, comprese due versioni strumentali delle storiche Some Velvet Morning e These Boots Are Made for Walkin’ ad opera dell’Afro-Beat Quintet e del texano Billy Strange (ovvero uno dei sei chitarristi che partecipò alla classica versione incisa da Nancy Sinatra).

Sono dunque gli anni in cui la surf music è al suo apogeo e i cui canoni Hazlewood contribuisce non poco a definire, con un uso massiccio della camera d’eco (autofinanziata per l’installazione presso gli studi della Ramsey Recording) e delle piccole diavolerie per strumenti a corda che ne caratterizzarono lo stile e scrivendo piccoli capolavori come Shazam!, The Stinger, Rebel-‘Rouser, El Aguila, Baja, Guitar Man, Muchacho, Bo-Dacious, Stalkin’. Sono gli anni raccontati qui dentro, attraverso questi reperti archeologici protetti dagli sciacalli da un Hazlewood in assetto da gangster. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Action! (Ace)  

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Se i Monkees furono costruiti per essere i Beatles americani, Tommy Boyce e Bobby Hart furono, per forza di cose, i Lennon e McCartney d’Oltreoceano. Un matrimonio artistico nato nel 1959 e conclusosi solo il 23 Novembre del 1994, quando Tommy prende la pistola che custodisce nel suo comodino e si spara un colpo in testa. Trentacinque anni di “convivenza artistica” in cui Boyce & Hart scrivono, per loro e per altri, alcune delle canzoni pop più belle della musica giovane americana: Valleri, (Theme From) The Monkees, Action Action Action, (I’m Not Your) Stepping Stone, She, Come a Little Bit Closer, The Dum Dum Ditty, I Wonder What She’s Doing Tonight?, Last Train to Clarksville, Words ad esempio le trovate qui dentro, oltre che nei dischi di Standells, Monkees,  Paul Revere and The Raiders, Sex Pistols, Chesterfield Kings, Leaves, Regents, Shangri-Las, Sons of Adams, Minor Threat e centinaia di altri. Una striscia di perfette pop-songs che ha attraversato campi incolti di musica rendendoli fertili. Questo disco ne onora il pregio e la memoria, regalandoci un’ora di sana leggerezza.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SAVAGES – Long Live You (Half a Cow) / AA. VV. – Standing in the Shadows (Corduroy) / AA. VV. – Born Out of Time (Raven)

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Se di recente siete impazziti per i Gallery of Mites DOVETE immergervi nella sbornia Detroitiana di Long Live You dei Savages, band di Fagersta totalmente persa in un vortice di Stoogysound malato dove il wah wah ti scava le viscere come succedeva nelle fogne di Fun House. Devastanti. Edito da Corduroy, Standing in the Shadows è il plateale inchino al genio dei primi Stones, quelli nati fra i solchi di Muddy Waters e seppelliti pochi anni dopo ad Altamont. Quelli del R&B sputato misto a catarro sui vestitini dei Beatles e del caschetto biondo del folletto Brian. Ancora così grezzi e perfidamente naif da offrire giusto riparo alle brame da rockstar di migliaia di beats, anche 40 anni dopo. È col giusto rigore e rispetto che al loro repertorio si accostano Headcoatees, Tell-Tale Hearts, Others, Sailors, Breadmakers, Puritans, Shutdown 66, Sexareenos e le altre 13 bands coinvolte, per un risultato davvero più che dignitoso. IMPERDIBILE è la Born Out of Time sputata dalla Raven e che celebra l’età d’oro dell’Aussie-sound con 22 scatti che coprono il decennio 79-88. Dentro il pezzo dei New Christs che battezza il CD e che da solo vale l’acquisto di tre copie, ma anche Radio Birdman, Visitors, Hoodoo Gurus, Scientists, Hitmen, Beasts of Bourbon, Died Pretty e tante altre carogne della terra di OZ. Immancabile non solo sugli scaffali di Rob Darroch.

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – The Great Stems Hoax (Off the Hip)

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È la piccola Off the Hip a curare  The Great Stems Hoax-tributo agli Stems, icona power-pop degli anni ’80. Erano gli anni di HoodooGurus, Lime Spiders, Johnnys, Wet Taxis, Playmates e tutta l’Australia sembrava un’enorme tovaglia Paisley. 19 bands vengono ora assoldate per rileggerne il breviario. Si tratta perlopiù di bands poco conosciute, ad eccezione di due stelle del garage mondiale come Sick Rose (ottima la loro Don’t Let Me) e Others (alle prese con On & On a suo tempo allegata alla mitica Lost Trails), ma i risultati sono in ogni caso notevoli, a dimostrazione che il songwriting di Dom Mariani ha la caratura dei classici. Il calligrafismo resta il limite, ma forse anche il pregio maggiore, del disco, dimostrando che forse era impossibile far meglio degli Stems con quelle bombe power-pop in mano.  

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – That’s New Pussycat (Surftribute To Bacharach) (OmOmusic)

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Gli eretici venivano messi al rogo, nel Medioevo precedente a questo.

Arsi vivi, lasciavano di sé solo un acre odore di carne arrosto mista ad anice.

Dovrebbe dunque essere grato alla clessidra del fato Roberto Ruggeri, per aver messo piede nel mondo in epoca di barbarie non meno disdicevoli ma diseguali per vittime e carnefici.

Sulla carta infatti, quella di obbligare 25 combo di estrazione surf e garage a rendere omaggio al principe del pop signorile e sofisticato, al mago dell’arrangiamento elegante e della melodia raffinata sembrerebbe una forzatura dagli esiti catastrofici.

A conti fatti invece That’s New Pussycat si candida ad essere il vostro sfottuto disco per l’Estate.

Il signore dei salotti con una tavola sotto i piedi, in equilibrio su tutti gli oceani del mondo.

Una battle of the bands giocata sui cavalloni nella quale solo in pochi sembrano perdere il controllo delle onde.

Accade ad esempio alle Chubbies, con una rilettura davvero off-topic di God Give Me Strength o al cosiddetto progressive-surf di Squid Vicious e Pollo del Mar.

Ma altrove si celebra davvero la più bella festa dell’anno.

Echi tarantiniani che saltano fuori da ogni dove, fuzz guitars assassine, richiami hawaiani, bikini stomps e beat rovente come sabbia d’Agosto.

Difficile stilare una scaletta per qualità (tant’è che anche la OmOm sceglie il più pratico e super-partes ordine alfabetico, NdLYS) ma è certo che quelli che sono scesi in spiaggia con i boxer tricolori (Cosmonauti, Bradipous Four e Nose Riders) mostrano lasse da vendere a chili e spaccano di brutto.

Forse a Burt Bacharach non gliene fregherà nulla, ma questo è il più bel disco di surf music dell’anno e lui ne è l’autore.

Che gli piaccia o meno.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Dig Cave Dig (Beautiful Eskimo)

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Mi chiedo spesso a cosa servano certi dischi.

E non trovo risposta.

Mi capita sempre più spesso.

E quindi, delle due una, o sono io che mi faccio troppe domande o il mondo è invaso da dischi inutili.

Spero per voi valga la prima.

Una delle ultime volte che mi sono interrogato sul perché la gente sacrifichi inutilmente la propria vita è stata la scorsa settimana, quando ho messo nel lettore questo tributo pubblicato in Australia.

Avrei fatto meglio a ficcarmi nel letto, tanto più che era amabilmente occupato.

Undici band sconosciute che si cimentano con le Sacre Scritture dell’apostolo Cave cercando di leggerle al meglio ritenendole, non a torto, perfette.

Si va dai Birthday Party fino ai Grinderman di Depth Charge Ethel passando per il Cave “maturo” di dischi come The Good SonLet Love InThe Boatman‘s CallNo More Shall We Part e Dig, Lazarus, Dig!!!.

Manca il pianoforte di Nick Cave, il più delle volte sostituito con una chitarra che vorrebbe suonare come Jerry Cantrell (Into My Arms dei Fumes), come Dylan (Fifteen Feet of Pure White Snow dei Luke Legs), come Leonard Cohen (Where the Wild Roses Grow di Little Wolf) o come Matthew Sweet (Are You the One That I’ve Been Waiting For? di Van Walker) e invece sembra il libretto dei canti parrocchiali. Quando giunge infine il momento di leggere l’Apocalisse (Junkyard Jennifer‘s Veil) arrivano gli Ouch My Face e i Dacios che, per rendere tutto più credibile ai fedeli presenti, fanno finta di essere possedute dal demonio.

Ci si guarda in faccia aspettando cali lo Spirito Santo.

E intanto il sacrestano comincia a sistemare le panche di quelli che siamo usciti fuori a fumarci una sigaretta, come il Cave affranto in copertina.

                      Franco “Lys” Dimauro

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