THE NEW CHRISTS – These Rags (Citadel)  

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I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal e Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SKIANTOS – MONOtono (Cramps)  

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L’Italia è un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E di comici. La gelotologia al posto della geontologia. La risata e la satira che ne è l’anagramma come praticabile via di cura ma anche come strada per sdoganare argomenti tabù o disinnescare i luoghi comuni su sesso, malaffare, fede, punk.

L’Italia è il popolo di Ettore Petrolini, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Alvaro Vitali, Totò, Don Camillo, Cochi e Renato, gli Squallor, Elio, Freak Antoni. Fu proprio lui, Roberto Antoni detto “Freak” ad avere l’intuizione di mettere in piedi un gruppo che piuttosto che aderire all’ideologia punk, ne esasperasse il suo aspetto dissacratorio e la volgarità, abbassandola di un “semitono” fino a farle toccare il pecoreccio nostrano. Infarcita di trivialità popolari vestite da abiti intellettuali, la musica degli Skiantos sfruttava (come avrebbero fatto di lì a poco i Dickies in America) la forza d’urto del punk, la sua facoltà autoacquisita di poter dire tutto, di shockare impunemente, per tentare l’assalto alla macchina. Prendendo in realtà in giro tutti. Punk compresi, seppellendo definitivamente il movimento studentesco del ’68 con una serie di rime demenziali che sembravano echeggiare a dannazione e sberleffo  eterni quel “lotta dura contronatura” che era stato il monito lanciato da Mario Mieli dal palco dell’ultimo Festival del Re Nudo.

Stampato in vinile color giallo-vomito, MONOtono arrivava al pubblico sotto l’ala avanguardista della Cramps dopo un esordio carbonaro realizzato per la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini, a garanzia di un messaggio provocatorio che era “metodo” e non esperimento aleatorio.

Negli anni, gli Skiantos avrebbero tenuto fede a quel concetto, pur prendendo le distanze dal punk che a loro interessava, in quegli anni, solo come veicolo espressivo immediato e del quale comunque non ne avrebbero mai rispettato i canoni (MONOtono è infarcito di assolo e vira senza alcun problema tra il funky e l’aborrito blues). Diventando per la musica italiana ciò che la Merda d’Artista di Manzoni era stata per la scultura contemporanea.

Musicalmente, il loro apporto è nullo. Le canzoni, semplici esercizi per permettere alle parole in rima di Freak Antoni di trovare un’adeguata ambientazione sonora. Nulla di più. Nulla di rivoluzionario. Se non il tentativo di applicare concretamente il messaggio libertario che spadroneggiava sui muri del DAMS nel 1977: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. 

Gli Skiantos ci provarono, senza riuscire a seppellire nessuno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CELIBATE RIFLES – Platters du Jour (Hot)

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Mi chiedessero quale il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con covers inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte. 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE NEW CHRISTS – Incantations (Impedance)  

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In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DENIZ TEK AND THE GOLDEN BREED – Glass Eye World (Career)

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Col passare degli anni ho sempre più comparato la carriera di Deniz Tek a quella di Wayne Kramer: entrambi reduci di un passato tanto glorioso quanto fugace e un presente, quello davvero infinito e pressochè trascurabile, fatto di dischi anonimi sin dalle copertine. L’ultimo di Tek, ad esempio, era stato un flop così clamoroso che il buon Deniz aveva deciso di dedicarsi alla sua professione di medico a tempo pieno, relegando a un piccolo poster appeso alle pareti del suo studio quanto ancora gli apparteneva del mondo del rock ‘n roll. La spinta a tornare fuori si deve ad Art e Steve Godoy degli Exploding Fuck Dolls, un passato come punkettoni in quel di Orange County e un amore sterminato per i Birdman che i due decidono di mettere a disposizione di Deniz sostituendo di peso il suo vecchio “group”. Questa, in breve, la storia che porta a questo nuovo disco per la sua Career e che, invece di essere uno sbiadito ritorno in pista per una tigre stanca di graffiare, finisce per essere il miglior disco dopo-Birdman di Deniz Tek. Dubito che i vecchi fans del gruppo di Rob Younger possano ascoltare pezzi come Always Out of Reach, Let’s Go o What It’s For senza trarne diletto o goduria. Chitarre che tornano a ruggire di rabbia e a fendere l’etere ammaccate da una ritmica potente, dinamica. Un disco che rende giustizia al passato glorioso del suo autore e che reclama il suo ruolo tra i rami intricati dell’albero genealogico di madre Birdman.

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

                                                                                             

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THE WANDERERS – Only Lovers Left Alive (Polydor)  

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La fuga di Stiv Bators dalle fogne americane si conclude con l’arrivo a Londra. Nella metropoli europea Stiv ha modo di allacciare altri burrascosi rapporti con i reduci del punk locale, fra cui gli ex-Sham 69 Dave Tregunna, Dave Parsons e Rick Goldstein. I quattro si erano conosciuti a Los Angeles durante le registrazioni per il disco solista di Bators e il desiderio di lasciarsi alle spalle le brutte storie dei Dead Boys e degli Sham 69 per provare a fare qualcosa di nuovo si concretizza sotto una nuova sigla. Nascono così i Wanderers, curiosa creatura mutante che ruba il nome all’omonimo film del 1979 e autori di un album ispirato alle teorie cospirazioniste bolsceviche di Peter Beter da cui Bators è enormemente affascinato. Uno dei brani viene dedicato direttamente a lui e incapsula estratti dalle audiocassette che il Dottore usa per propagandare il suo messaggio ma tutto l’immaginario di Only Lovers Left Alive è invaso da visioni di complotti tramati dentro i Palazzi dove si muovono le macchine religiose e politiche mondiali (il Vaticano e la Casa Bianca).

La musica scelta per sottolineare questo clima da pellicola di controspionaggio è tuttavia meno apocalittica di quello che si potrebbe supporre. Non siamo infatti di fronte a un assalto sonoro come quello operato dai Discharge nello stesso periodo o a sinistri e cupi deliri post-punk. Ne’ tantomeno ci sono legami con lo sfasciume tossico dei Dead Boys e l’orgoglioso punk da strada degli Sham 69 alza la “cresta” solo in sporadiche occasioni (la cover di The Times They Are A-changin’ ad esempio). La musica dei Wanderers è piuttosto un blando combat-rock sul modello che stanno sperimentando nel Galles gli Alarm, incuneato fra il pugno chiuso di Springsteen e quello dei Clash ma con arrangiamenti sovrabbondanti che sono già il cantiere per la discoteca gotica dei Lords of the New Church che sta per aprire.

Il disco venderà pochissimo. Bators accuserà la Polygram di aver volutamente oscurato l’uscita di un disco “scomodo” e profetico. “La gente non sa che ho fatto quel disco”, dirà qualche anno dopo “semplicemente perché è questo che la nostra etichetta voleva. Che non fosse mai esistito”.

Ma anche quei pochi che lo sapevano, lo avrebbero dimenticato in fretta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ASTEROID B-612 – The Greenback Blues (Off the Hip)

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Una porca seduta di registrazione in presa diretta dentro gli studi della WFMU, radio alternativa nello sfintere del New Jersey, volumi a palla, un mixer a risucchiare i watt e ficcarli dentro un nastro per chissà quale sorte. Era il 21 Novembre del 1996. Quei nastri vengono stampati otto anni dopo nel loro intatto, devastante furore. Gli Asteroid sono stati per tutti i ’90 la miglior r ‘n r band venuta fuori dal bosco underground australiano. Paladini di un fuoco che, attizzato dai Radio Birdman avrebbe incendiato il continente per tutti gli anni ’80 per poi spegnersi lentamente fino alla nuova furia piromane di questi ultimi anni, furono i Caronte che traghettarono quella fiamma perpetua avviluppata al moccolo del punk degradato di Detroit e New York e la portarono fin qui sparando lapilli come Brother Brick, M-16‘s e Yes Men.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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HITMEN – Hitmen / Is What It Is (Savage Beat!)

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Finalmente disseppelliti i due album dei leggendari Hitmen. Riesumati con tutte le suppellettili funebri del caso, tanto che ogni disco diventa, in questa nuova veste, un doppio cd carico di b-sides, sessions inedite, tracce dal vivo. “Correggendo” così i difetti di produzione di cui fu vittima parte della loro discografia. Gli Hitmen furono una delle tantissime schegge generate dall’esplosione dei Radio Birdman. Non certo la più feroce, ma piuttosto la più incline al power-pop turpe dei Dictators di cui pezzi come Corridors of Power e Mercenary Calling sul primo album o Go Rin No Sho, No Clue e 15 Hours sul secondo restano tra gli esempi migliori. Ma scorreva pure, nel sangue del gruppo australiano, una devozione verso bestie dello zoo proto-hard come BOC (spesso oggetto di covers da parte dei 5 di Sydney) e Kiss (I Want Love è puro I Was Made For Lovin’ You-boogiesound, NdLYS). Operazione deluxe doverosa per due tasselli chiave del gigantesco puzzle dell’aussie-rock.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LIME SPIDERS – Live at The Esplanade (Figtree)    

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Un concerto che risale a 10 anni fa, epoca della seconda reunion della band di Sydney. La location un albergo di Melbourne e la scaletta quella “classica”: una buona abbuffata delle solite covers (Action Woman, Save My Soul, You Burn Me Up and Down, I Was Alone, una calda resa di Career of Evil dei B.O.C., per chiudere con una tirata He‘s Waitin’ dei Sonics), una sfilza delle loro minor-hits (ma all’epoca Slave Girl era già stata sdoganata dagli atroci Goo Goo Dolls, NdLYS) e un paio di buoni, scorticanti inediti come Dead Boys e Society of Soul. Come nel caso di altre aussie-bands, il tempo e la vecchiaia pare siano solo astrazioni e la furia degli esordi per nulla scalfita. Anzi, fatto conto dei pruriti hard-rock oriented delle tarde produzioni in studio, questo live torna a rendere giustizia di uno degli acts più selvaggi degli anni Ottanta australiani.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REPLACEMENTS – Hootenanny (Twin/Tone)  

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Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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