THE HECK – Who? The Heck!!! (Dirty Water) 

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File under: Sixties punk, Garage rock, Teenage loserbeat.

E non sono balle.

Solo, da una band olandese mi aspettavo qualcosa di più, non solo una fracassona versione dei Fleshtones come quella che viene fuori da pezzi come For Cryin’ Out Loud e Money o una versione sgasata dei Gun Club e dei Nomads periodo Call Off Your Dogs come quella che mi tocca sentire su Love That’s Gone (orribile e con un cantato fuori registro), Nothing Will Do, You Call It Love o That Moon.

L’unico pezzo assimilabile al garage-punk, con tanto di stridio d’organo alla Strollers, è I Won’t Change, posto davanti ad uno scolastico strumentale vagamente cow-punk che scalcia nella sabbia di un deserto che non c’è e che pure pare ci sia, ascoltando i passaggi a vuoto di questo disco.    

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

 

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BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

HOT SNAKES – Jericho Sirens (Sub Pop)  

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In musica come in amore non credo nei ritorni. Però, essendo una persona cortese, ascolto cosa hanno da dirmi vecchie fiamme di entrambe le fazioni.

E suonando alla porta gli Hot Snakes non potevo non aprire.

Tanto più che per annunciare il loro arrivo si sono assiepati come gli israeliti davanti alle mura di Gerico. Suonando stavolta le sirene.

E diciamo subito che non me ne sono pentito. Jericho Sirens è un ottimo album, subito inaugurato da un grande attacco nel tipico stile degli eroi di San Diego, con quelle chitarre mormoranti sulle cui corde sembra essersi accumulata la ruggine della chitarra di Greg Sage e quel tiro ritmico sempre incalzante. Il primo pezzo da ricordare e da inserire nelle eventuali raccolte personali dedicate alle canzoni dell’anno è però qualche solco più avanti, ed è quello che intitola l’intero lavoro, con le sue chitarre che progrediscono e retrocedono saltellando zoppe e dal cui marasma viene fuori un bel chorus che ogni band al mondo avrebbe pensato di allungare per metà della canzone ma che invece gli Hot Snakes ci concedono solo per una manciata di secondi, portandocelo subito via dal tavolo, lasciandoci a leccare il legno. Altro piccolo capolavoro è Psychoactive, tesissima come fili del bucato su cui sono stese camicie di flanella e magliette grondante sangue hardcore.

Una tensione emotiva e musicale che non si arresta mai, sempre condotta con lucida e accigliata destrezza sul filo del rasoio. I compagni di scuderia Mudhoney potrebbero davvero rischiare di annegare nel fango, stavolta.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LUPE VELÉZ – Weird Tales (Area Pirata)  

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Davvero una bellissima rivelazione, questa firmata Lupe Veléz e targata Livorno.

Al debutto assoluto su grande formato, la band toscana dimostra una padronanza di mezzi espressivi davvero invidiabile. Il loro è un rock ‘n roll che ricorda quello di una band come i New Christs ma anche quello di certi MC5 più power-pop e, forse meno consapevolmente, certe cose degli Hüsker Dü più maturi. Modelli di riferimento da cui tuttavia i Lupe Veléz dimostrano ampiamente di non essere nient’affatto prigionieri, lasciando spazio ad episodi di totale libertà stilistica. Valga su tutte la conclusiva Worms per pianoforte e viola ma anche l’iniziale It Seems So Real che si arrampica sugli specchi di un acid-rock possente e per nulla onanistico. Liberi di scorrazzare dove più gli aggrada, senza porsi limiti o vincoli di genere ma sempre con grande padronanza del mezzo. Improvvisando il salto ma camminando poi con piedi fermissimi anche laddove molti altri rischierebbero di venire inghiottiti dalle sabbie mobili del prevedibile.        

C’è un ordigno piazzato in Italia. E a sistemarlo non è stato nessun immigrato, clandestino o meno che sia. Sappiatelo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Il grande romanzo americano (con cadavere)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ a Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura.

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

 

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce a Stink, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

Di tutto quel che è il “sottobosco” underground americano degli anni Ottanta, i Replacements sono i primi in assoluto a firmare e pubblicare un album per una major, anticipando di fatto i R.E.M., i Sonic Youth e gli Hüsker Dü. Ad accaparrarseli è la Sire, l’etichetta che ha tenuto a battesimo il punk newyorkese pubblicando i dischi di Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders e Talking Heads e che nel 1980 è stata acquisita in toto dal gruppo Warner. Ma gran parte dei soldi (125.000 dollari) che la Sire investe sui Replacements vengono in realtà dai proventi immensi dovuti alle vendite di Like a Virgin di Madonna. La candidatura di Alex Chilton in veste di produttore di Tim, il disco che inaugura il contratto, viene presto abbandonata in favore di Tommy Ramone. L’addio al mondo indipendente e alle college radio che hanno sostenuto la scena è scritta sui toni di una delle migliori power-songs del disco intitolata Left of the Dial. Gli altri inni fragorosi della stagione si chiamano Kiss Me on the Bus, Bastards of Young e la sottovalutata Hold My Life che apre l’album in maniera atipica, evirata da qualsiasi incipit, come se la band avesse fretta di proseguire il discorso interrotto per motivi di durata sul disco precedente. Cosa che in effetti è. Eppure qualcosa non funziona. Anzi no, al contrario, funziona troppo bene.

È questa la cosa che rende quel che è universalmente ritenuto il capolavoro dei ‘Mats un capolavoro a metà. L’enfasi sulla ritmica, ovvio retaggio del trascorso musicale del produttore, sembra trascinare tutta la band verso terreni più composti, più ordinati, più strutturati, fino a rasentare la banalità rock ‘n roll in I’ll Buy, il grottesco hard-rock in Dose of Thunder, il plagio di Spirit in the Sky nella quasi omonima Waitress in the Sky. Ad un ascolto lucido, imparziale e scevro dal fanatismo siamo davanti alla copia in bella del disordine autarchico che regnava nel disco precedente.

È come se sul luogo dell’incendio fossero arrivati i Vigili del Fuoco e noi stessimo lì a guardare ammirati il rogo che tarda a spegnersi ma che, inevitabilmente, verrà domato. Si approssima la morte, in qualche modo, i Replacements si trasformano in qualcosa d’altro.

Jung, are you?

 

Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

Nel 1989 i Replacements si cacciano nella selva oscura delle band mainstream, giungendo all’ultimo approdo di quella scoperta della melodia che si era dapprima insinuata tra le crepe del loro muro hardcore come gli spiriti attraverso le fessure degli specchi rotti e, dopo aver ridefinito gli equilibri col rumore punk, adesso aveva completamente addomesticato l’urgenza giovanile dei primi anni trovando terreno sgombro e pronto alla semina nelle nuove, docili canzoni di Paul Westerberg.

Don’t Tell a Soul è il disco con cui i Replacements diventano “di tutti” in virtù di melense ballate come They’re Blind (praticamente Fatti più in là delle Sorelle Bandiera in versione roots, NdLYS) e Rock ‘n Roll Ghost, o sdrucciolevoli strade sterrate sulle quali sembra debbano posteggiare da un momento all’altro i pick-up di Bryan Adams o degli Inxs (I’ll Be You, Achin’ to Be, I Won’t, Anywhere’s Better Than Here). Se in lontananza doveste sentire sgommare un fuoristrada che sta invertendo la marcia, sappiate che è il mio.     

 

All Shook Down esce a poche settimana da No Depression, il disco di debutto degli Uncle Tupelo che avrebbe per un certo periodo battezzato un intero filone di musica alternativa che guardava alla musica roots americana. E l’atto finale dei Replacements trova subito dimora dentro quelle stanze dove giovani artigiani si mettono a restaurare vecchia mobilia folk e country. Loro sono un po’ più anziani ma quel lavoro lo conoscono già bene, perché dopo aver raschiato il punk acceso degli esordi fino a levigarlo su un power-pop ancora pieno di schegge legnose, hanno deciso di puntare al suono acustico del vecchio folk, indicando una rotta che farà presto nuovi proseliti.

All Shook Down è il famoso “disco dei Replacements” cantato da Federico Fiumani e fondamentalmente recensito nel miglior modo possibile, il disco rimasto in vetrina perché ritenuto avvedutamente non essenziale. E del resto chi si avvicina ad un disco dei Replacements dopo Don’t Tell a Soul, lo fa ben consapevole che i dischi dei ‘Mats non sono più necessari, non hanno più quella vibrante urgenza giovanile di Stink o di Let It Be. Suonano già come suoneranno i loro concittadini Soul Asylum da lì a breve. Facendo molti meno soldi però.

Neppure loro esistono più come entità collettiva.

Westerberg li tiene a libro paga.

Mercenari al soldo del vecchio leader che ormai scrive tutto da sé. E scrive roba senza entusiasmo come Someone Take the Wheel, Sadly Beautiful, Attitude, Bent Out of Shape o The Last che è, nei fatti, proprio l’ultima canzone dei Replacements.

Poi, uno ad uno, escono dallo studio.

Westerberg per ultimo.

Sistema un sacco della spazzatura all’angolo del marciapiede.

E va via.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CELIBATE RIFLES – Roman Beach Party (Area Pirata)  

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Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album, registrato proprio mentre il gruppo è nel pieno del tour europeo, ad un passo da Amsterdam. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare pit-stop per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You e a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman.   

La ristampa di Roman Beach Party arriva a ridosso del nuovo disco live della band, intitolato Meeting the Mexicans e ovviamente passato inosservato a molti.

E arriva grazie ad una etichetta italiana al 100%.   

Di questi tempi, è una delle cose che ci possono rendere orgogliosi di sventolare questa bandiera.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass)

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

CHOKE CHAINS – Android Sex Worker (Hound Gawd!)  

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Non sono più di primo pelo, i Choke Chains. Ma restano lupi.

I loro trascorsi fra le fila di Bantam Rooster, Chinese Millionaires, Dirtbombs, New Rob Robbies, Blank Schatz e No Bails non li hanno che incattiviti e adesso tornano a suonarcele di santa ragione, dopo i tantissimi litri di sangue versati sui video per i quali sono relativamente diventati “celebri” lo scorso anno.  

Il nuovo disco è appena appena meno estremo, anche se le scudisciate e le urla da ratto scuoiato non mancano. Ma Android Sex Worker non è il solito cazzo di disco garage dozzinale di cui le fogne, non sono quelle del Michigan, sono ormai infestate. Tutt’altro: ha un suono che spacca i sassi.

Perché i Choke Chains sono la mazza da cava di granito nelle mani di Billy Childish. O il trapano a compressione in quelle di Rick Froberg, viste certe cavalcate alla Hot Snakes che vengono fuori lungo il disco.

Canzoni che hanno lo stesso sapore di ferro arrugginito di uno sputo di sangue. Come quello analogo di certi bitumi stagnanti dentro gli scantinati dei Jesus Lizard, dei Chrome Cranks o dei Dark Carnival. Una conferma superiore alle aspettative.

Cave canem.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE NEW CHRISTS – La sacra fenice della terra di Oz

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Io me la ricordo l’attesa per l’album di debutto dei New Christs.

Dal 1981 al 1989 fu come l’attesa del Messia, imparando a memoria i salmi che ne annunciavano l’arrivo.

Sei singoli uno più bello dell’altro: come sgranare un rosario.

Poi alla fine arrivò Distemper, come i profeti avevano predetto.

Il Messia Younger aveva dovuto cambiare tutti gli apostoli.

Ora accanto a lui c’erano Charlie Owen, Jim Dickson, Nick Fischer.

Erano in quattro ed erano venuti a prendersi il mondo, i New Christs, come i quattro dell’oca selvaggia.

E potevano prenderselo per davvero.

Distemper era un disco roccioso e torbido.

Un rivolo di piscio che scorre tra i canyon delle Blue Mountains, a uno sputo da Sydney, capitale orientale dell’impero rock australe. La carica di dinamite dei Radio Birdman piazzata dentro i cunicoli più bui ed impervi di quelle montagne, pronte a saltare come il grisù.

Nonostante tutti si aspettino una Born Out of Time e nonostante Born Out of Time non ci sia, Distemper non fallisce un solo colpo.

I New Christs sparano senza alcun timore.

E di cosa cazzo puoi avere paura quando hai un arsenale stracolmo di armi come Black Hole, Face a New God, Like a Curse, I Swear, Born out of Time, Dead Girl, Headin’ South o le nuove No Way On Earth, There’s No Time, The Burning of Rome, Bed of Nails, Afterburn? Un plotone d’esecuzione schierato davanti al vostro petto.

Nessuno lascerà vivo il deserto australiano, statene certi. Neppure voi e i vostri cari.

In ginocchio adesso. Preghiamo….

 

I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

                                                                                 

Tra Distemper e Lower Yourself passano nove anni.

I matrimoni spesso durano molto meno.

Quelli di Rob Younger con i suoi compagni non fanno eccezione: per il secondo album la formazione dei New Christs è completamente cambiata attorno a Rob, l’unico vero Cristo del rock australiano, nuovo e non.

Per Lower Yourself vengono assoldati Christian Houllemare già negli Happy Hate Me Nots e accanto a Dom Mariani nei Someloves al basso, Peter Kelly dei Vanilla Chainsaws alla batteria e Mark Wilkinson dei Lime Spiders alla chitarra.

John Hoey e Sunil De Silva si occupano di tastiere elettroniche e percussioni.

È il 1997 e Rob è disgustato dalla sua città e dalle poche attenzioni che riserva alla sua band che viene invece accolta sempre con grandissimo entusiasmo dai fans europei. Ed è proprio poco prima di imbarcarsi nell’ennesimo tour oltreoceano (che stavolta li porterà anche in Italia per ben tre date, NdLYS) che Rob decide di mettere su la nuova line-up e scrivere qualche nuovo pezzo da affiancare ai classici del gruppo. Il titolo è invece mirato a denigrare l’eccesso di autostima di cui i suoi conterranei fanno spesso sfoggio. Molto probabilmente tra i bersagli ci sono anche i vecchi compagni dei primi dischi, colpevoli di non aver avuto la tenacia di credere fino in fondo nel sogno rock ‘n roll dei New Christs sottraendosi al tavolo da gioco una volta realizzato che il banco era truccato e che le poche fiches con cui si erano seduti a giocare non si sarebbero forse mai trasformate in dollari veri.

Tutto il disgusto di Rob diventa nero catrame rock ‘n roll mostrando l’ennesima rivincita di Rob sul rock ‘n roll, la rivincita di chi, fedele al suo cognome, si rifiuta di invecchiare e gabba ancora una volta il tempo e le sue leggi, sputando veleno su pezzi come We Have Landed, Jenny, Here & Now, When, Words Fail We, Fuzz Expo, Annalise, I Come Cheap e Party Time capaci di tenere acceso il vecchio fuoco detroitiano dei Birdman grazie alla forte fisicità dell’ assalto chitarristico, alla ritmica potente e alla voce sempre sudicia e scura di Rob.

Benvenuti in Australia, la seconda terra promessa del rock ‘n roll.

 

Ti mette bene sapere che Rob Younger si ostini a respirare la muffa di qualche cantina, è una sorta di riscatto morale per i risparmi spesi comprando dischi di lercio rock ‘n roll ignorando le centinaia di cazzate che dal 1974, anno di nascita dei Radio Birdman, a oggi ci sono state propagandate come l’ennesima rivoluzione. Rob era lì quando l’aussie-rock era appena una larva, era lì quando diventò una delle solite next-big-thing pronte a mangiarsi il pianeta, è ancora qui ora che nessuno ne parla più e che l’Australia pare inghiottita dai suoi deserti. Ok, vi diranno che non c’è nessuna Born Out of Time qui dentro, ed è una considerazione stronza visto che  non ce n’era una nemmeno in Distemper o nel più recente Lower Yourself ma come quelli anche il  travagliatissimo We Got This!  del 2002 è disco che trasmette l’ansia e il vigore che i New Christs hanno sempre tirato fuori,  appena un po’ velate dall’amarezza che spesso Rob lascia filtrare dai testi di queste 15 canzoni e che la sua voce abilmente annoiata sembra enfatizzare a dismisura. Ci sono solo due cose rotonde e con un bel buco al centro che amo, e la seconda sono dischi come questi.

 

Le novità post-album si chiamano Brent Williams (sei corde nei Two Headed Dog) e Dave Kettley (dei Dead Set, prodotti proprio da Rob Younger): sono loro le nuove chitarre ad affiancare Rob da We Got This! in avanti. L’altra cosa nuova, quando nel 2009 arriva sui tavoli Gloria è la label: piccola, fiera e indipendente. Quella che resta intatta è la furia grezza dei New Christs. Torbida come la loro storia, iniziata quasi 30 anni prima e sputata fuori a singhiozzi:

uno scaracchio di sangue ogni volta che Rob sentiva il bisogno di espettorarsi dalle sue ulcere di rock ‘n roll. Gloria è un disco dove le chitarre marcano il territorio, forse anche in maniera eccessiva. La prima parte del disco rimane quasi “schiacciata” dalle sei corde mentre a mio avviso i New Christs danno il meglio di se quando questo muro di suono si sgrana, come quando su Psych Nurse fa capolino un malinconico piano a rendere tutto un po’ più sofferto. Il tour a valle chiarirà il sospetto che fosse solo un “vizio” di produzione. In quel frattempo, Gloria ci fece comunque da ottima compagnia.

 

Il 7 Maggio del 2011 il Surry Hills Excelsior di Sydney, dopo essere stato rilevato da Justin Hemmes, sparecchia i tavoli, spurga le spine della birra, ripulisce la cucina e chiude le sue porte alla musica dal vivo dopo aver ospitato ogni band della città per sette sere a settimana. È qui che i Radio Birdman si esibiscono per la prima volta, nel 1974. È qui che 37 anni dopo i New Christs si esibiscono per la serata finale, assieme a Leadfinger e Cool Charmers. Rob Younger, che è un patito dei dischi dal vivo, ha registrato una parte del set dei Cristi e se lo porta in giro per venderlo durante il nuovo tour sotto il semplice titolo di Live 2011. Quattordici i pezzi selezionati, soprattutto dal repertorio più recente, copertina essenziale, equalizzazione a livelli non altissimi (soprattutto per quanto riguarda la voce, spesso schiacciata dal muro di suono della band). Insomma, un bootleg legale appena appena ripulito da Brent Williams con la band sempre in gran forma, qualche omissis sacrilego (Jenny da Lower Yourself per esempio, NdLYS) ma energia da vendere. O da comprare, fate voi.

 

In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro