THE CELIBATE RIFLES – Roman Beach Party (Area Pirata)  

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Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album, registrato proprio mentre il gruppo è nel pieno del tour europeo, ad un passo da Amsterdam. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare pit-stop per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You e a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman.   

La ristampa di Roman Beach Party arriva a ridosso del nuovo disco live della band, intitolato Meeting the Mexicans e ovviamente passato inosservato a molti.

E arriva grazie ad una etichetta italiana al 100%.   

Di questi tempi, è una delle cose che ci possono rendere orgogliosi di sventolare questa bandiera.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass)

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

CHOKE CHAINS – Android Sex Worker (Hound Gawd!)  

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Non sono più di primo pelo, i Choke Chains. Ma restano lupi.

I loro trascorsi fra le fila di Bantam Rooster, Chinese Millionaires, Dirtbombs, New Rob Robbies, Blank Schatz e No Bails non li hanno che incattiviti e adesso tornano a suonarcele di santa ragione, dopo i tantissimi litri di sangue versati sui video per i quali sono relativamente diventati “celebri” lo scorso anno.  

Il nuovo disco è appena appena meno estremo, anche se le scudisciate e le urla da ratto scuoiato non mancano. Ma Android Sex Worker non è il solito cazzo di disco garage dozzinale di cui le fogne, non sono quelle del Michigan, sono ormai infestate. Tutt’altro: ha un suono che spacca i sassi.

Perché i Choke Chains sono la mazza da cava di granito nelle mani di Billy Childish. O il trapano a compressione in quelle di Rick Froberg, viste certe cavalcate alla Hot Snakes che vengono fuori lungo il disco.

Canzoni che hanno lo stesso sapore di ferro arrugginito di uno sputo di sangue. Come quello analogo di certi bitumi stagnanti dentro gli scantinati dei Jesus Lizard, dei Chrome Cranks o dei Dark Carnival. Una conferma superiore alle aspettative.

Cave canem.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE NEW CHRISTS – La sacra fenice della terra di Oz

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Io me la ricordo l’attesa per l’album di debutto dei New Christs.

Dal 1981 al 1989 fu come l’attesa del Messia, imparando a memoria i salmi che ne annunciavano l’arrivo.

Sei singoli uno più bello dell’altro: come sgranare un rosario.

Poi alla fine arrivò Distemper, come i profeti avevano predetto.

Il Messia Younger aveva dovuto cambiare tutti gli apostoli.

Ora accanto a lui c’erano Charlie Owen, Jim Dickson, Nick Fischer.

Erano in quattro ed erano venuti a prendersi il mondo, i New Christs, come i quattro dell’oca selvaggia.

E potevano prenderselo per davvero.

Distemper era un disco roccioso e torbido.

Un rivolo di piscio che scorre tra i canyon delle Blue Mountains, a uno sputo da Sydney, capitale orientale dell’impero rock australe. La carica di dinamite dei Radio Birdman piazzata dentro i cunicoli più bui ed impervi di quelle montagne, pronte a saltare come il grisù.

Nonostante tutti si aspettino una Born Out of Time e nonostante Born Out of Time non ci sia, Distemper non fallisce un solo colpo.

I New Christs sparano senza alcun timore.

E di cosa cazzo puoi avere paura quando hai un arsenale stracolmo di armi come Black Hole, Face a New God, Like a Curse, I Swear, Born out of Time, Dead Girl, Headin’ South o le nuove No Way On Earth, There’s No Time, The Burning of Rome, Bed of Nails, Afterburn? Un plotone d’esecuzione schierato davanti al vostro petto.

Nessuno lascerà vivo il deserto australiano, statene certi. Neppure voi e i vostri cari.

In ginocchio adesso. Preghiamo….

 

I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

                                                                                 

Tra Distemper e Lower Yourself passano nove anni.

I matrimoni spesso durano molto meno.

Quelli di Rob Younger con i suoi compagni non fanno eccezione: per il secondo album la formazione dei New Christs è completamente cambiata attorno a Rob, l’unico vero Cristo del rock australiano, nuovo e non.

Per Lower Yourself vengono assoldati Christian Houllemare già negli Happy Hate Me Nots e accanto a Dom Mariani nei Someloves al basso, Peter Kelly dei Vanilla Chainsaws alla batteria e Mark Wilkinson dei Lime Spiders alla chitarra.

John Hoey e Sunil De Silva si occupano di tastiere elettroniche e percussioni.

È il 1997 e Rob è disgustato dalla sua città e dalle poche attenzioni che riserva alla sua band che viene invece accolta sempre con grandissimo entusiasmo dai fans europei. Ed è proprio poco prima di imbarcarsi nell’ennesimo tour oltreoceano (che stavolta li porterà anche in Italia per ben tre date, NdLYS) che Rob decide di mettere su la nuova line-up e scrivere qualche nuovo pezzo da affiancare ai classici del gruppo. Il titolo è invece mirato a denigrare l’eccesso di autostima di cui i suoi conterranei fanno spesso sfoggio. Molto probabilmente tra i bersagli ci sono anche i vecchi compagni dei primi dischi, colpevoli di non aver avuto la tenacia di credere fino in fondo nel sogno rock ‘n roll dei New Christs sottraendosi al tavolo da gioco una volta realizzato che il banco era truccato e che le poche fiches con cui si erano seduti a giocare non si sarebbero forse mai trasformate in dollari veri.

Tutto il disgusto di Rob diventa nero catrame rock ‘n roll mostrando l’ennesima rivincita di Rob sul rock ‘n roll, la rivincita di chi, fedele al suo cognome, si rifiuta di invecchiare e gabba ancora una volta il tempo e le sue leggi, sputando veleno su pezzi come We Have Landed, Jenny, Here & Now, When, Words Fail We, Fuzz Expo, Annalise, I Come Cheap e Party Time capaci di tenere acceso il vecchio fuoco detroitiano dei Birdman grazie alla forte fisicità dell’ assalto chitarristico, alla ritmica potente e alla voce sempre sudicia e scura di Rob.

Benvenuti in Australia, la seconda terra promessa del rock ‘n roll.

 

Ti mette bene sapere che Rob Younger si ostini a respirare la muffa di qualche cantina, è una sorta di riscatto morale per i risparmi spesi comprando dischi di lercio rock ‘n roll ignorando le centinaia di cazzate che dal 1974, anno di nascita dei Radio Birdman, a oggi ci sono state propagandate come l’ennesima rivoluzione. Rob era lì quando l’aussie-rock era appena una larva, era lì quando diventò una delle solite next-big-thing pronte a mangiarsi il pianeta, è ancora qui ora che nessuno ne parla più e che l’Australia pare inghiottita dai suoi deserti. Ok, vi diranno che non c’è nessuna Born Out of Time qui dentro, ed è una considerazione stronza visto che  non ce n’era una nemmeno in Distemper o nel più recente Lower Yourself ma come quelli anche il  travagliatissimo We Got This!  del 2002 è disco che trasmette l’ansia e il vigore che i New Christs hanno sempre tirato fuori,  appena un po’ velate dall’amarezza che spesso Rob lascia filtrare dai testi di queste 15 canzoni e che la sua voce abilmente annoiata sembra enfatizzare a dismisura. Ci sono solo due cose rotonde e con un bel buco al centro che amo, e la seconda sono dischi come questi.

 

Le novità post-album si chiamano Brent Williams (sei corde nei Two Headed Dog) e Dave Kettley (dei Dead Set, prodotti proprio da Rob Younger): sono loro le nuove chitarre ad affiancare Rob da We Got This! in avanti. L’altra cosa nuova, quando nel 2009 arriva sui tavoli Gloria è la label: piccola, fiera e indipendente. Quella che resta intatta è la furia grezza dei New Christs. Torbida come la loro storia, iniziata quasi 30 anni prima e sputata fuori a singhiozzi:

uno scaracchio di sangue ogni volta che Rob sentiva il bisogno di espettorarsi dalle sue ulcere di rock ‘n roll. Gloria è un disco dove le chitarre marcano il territorio, forse anche in maniera eccessiva. La prima parte del disco rimane quasi “schiacciata” dalle sei corde mentre a mio avviso i New Christs danno il meglio di se quando questo muro di suono si sgrana, come quando su Psych Nurse fa capolino un malinconico piano a rendere tutto un po’ più sofferto. Il tour a valle chiarirà il sospetto che fosse solo un “vizio” di produzione. In quel frattempo, Gloria ci fece comunque da ottima compagnia.

 

Il 7 Maggio del 2011 il Surry Hills Excelsior di Sydney, dopo essere stato rilevato da Justin Hemmes, sparecchia i tavoli, spurga le spine della birra, ripulisce la cucina e chiude le sue porte alla musica dal vivo dopo aver ospitato ogni band della città per sette sere a settimana. È qui che i Radio Birdman si esibiscono per la prima volta, nel 1974. È qui che 37 anni dopo i New Christs si esibiscono per la serata finale, assieme a Leadfinger e Cool Charmers. Rob Younger, che è un patito dei dischi dal vivo, ha registrato una parte del set dei Cristi e se lo porta in giro per venderlo durante il nuovo tour sotto il semplice titolo di Live 2011. Quattordici i pezzi selezionati, soprattutto dal repertorio più recente, copertina essenziale, equalizzazione a livelli non altissimi (soprattutto per quanto riguarda la voce, spesso schiacciata dal muro di suono della band). Insomma, un bootleg legale appena appena ripulito da Brent Williams con la band sempre in gran forma, qualche omissis sacrilego (Jenny da Lower Yourself per esempio, NdLYS) ma energia da vendere. O da comprare, fate voi.

 

In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE NEW CHRISTS – These Rags (Citadel)  

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I New Christs compaiono e scompaiono dalla cronaca del rock senza in realtà andare mai via per davvero. I quasi dieci anni che separano il loro album di debutto dall’album successivo sono costellati da una serie di scioglimenti, reunion e rimpasti di formazione. A tenere vivo l’interesse attorno alla band ci pensa la californiana Lance Rock Records che pubblica una raccolta di materiale degli anni Ottanta e due E.P. in formato 10”nuovi di zecca intitolati Pedestal e Woe Betide. Se  il primo è un lavoro messo su proprio per esigenze di “visibilità” per il quale vengono recuperate un paio di ruggenti demo cui Rob si limita a ri-registrare le tracce vocali e scelte due cover in cui per la prima e unica volta nella storia dei New Christs fa la sua apparizione una tromba (in sostituzione del flauto della She Comes in Colours originale) ma cantate in maniera leggermente maldestra, il secondo (senza più Bill Gibbons, finito a dare manforte ai Lemonheads prima, ai Celibate Rifles dopo e prodotto dallo stesso Younger) si mostra lavoro più compiuto, con la The Half That’s Left a farla da padrona ammantata nella sua cappa scura, nonostante siano brani d’assalto come Woe Beside e Only a Hole a scaldare i cuori. Entrambi gli E.P. verranno ristampati quasi in contemporanea dalla Citadel e quindi fusi assieme proprio a ridosso della pubblicazione del terzo album ufficiale su questa raccolta di stracci usati intitolata These Rags.

Provate voi a dire che il mondo non vi piace, quando passa la processione dei Nuovi Cristi, che io proprio non riesco.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SKIANTOS – MONOtono (Cramps)  

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L’Italia è un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. E di comici. La gelotologia al posto della geontologia. La risata e la satira che ne è l’anagramma come praticabile via di cura ma anche come strada per sdoganare argomenti tabù o disinnescare i luoghi comuni su sesso, malaffare, fede, punk.

L’Italia è il popolo di Ettore Petrolini, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Alvaro Vitali, Totò, Don Camillo, Cochi e Renato, gli Squallor, Elio, Freak Antoni. Fu proprio lui, Roberto Antoni detto “Freak” ad avere l’intuizione di mettere in piedi un gruppo che piuttosto che aderire all’ideologia punk, ne esasperasse il suo aspetto dissacratorio e la volgarità, abbassandola di un “semitono” fino a farle toccare il pecoreccio nostrano. Infarcita di trivialità popolari vestite da abiti intellettuali, la musica degli Skiantos sfruttava (come avrebbero fatto di lì a poco i Dickies in America) la forza d’urto del punk, la sua facoltà autoacquisita di poter dire tutto, di shockare impunemente, per tentare l’assalto alla macchina. Prendendo in realtà in giro tutti. Punk compresi, seppellendo definitivamente il movimento studentesco del ’68 con una serie di rime demenziali che sembravano echeggiare a dannazione e sberleffo  eterni quel “lotta dura contronatura” che era stato il monito lanciato da Mario Mieli dal palco dell’ultimo Festival del Re Nudo.

Stampato in vinile color giallo-vomito, MONOtono arrivava al pubblico sotto l’ala avanguardista della Cramps dopo un esordio carbonaro realizzato per la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini, a garanzia di un messaggio provocatorio che era “metodo” e non esperimento aleatorio.

Negli anni, gli Skiantos avrebbero tenuto fede a quel concetto, pur prendendo le distanze dal punk che a loro interessava, in quegli anni, solo come veicolo espressivo immediato e del quale comunque non ne avrebbero mai rispettato i canoni (MONOtono è infarcito di assolo e vira senza alcun problema tra il funky e l’aborrito blues). Diventando per la musica italiana ciò che la Merda d’Artista di Manzoni era stata per la scultura contemporanea.

Musicalmente, il loro apporto è nullo. Le canzoni, semplici esercizi per permettere alle parole in rima di Freak Antoni di trovare un’adeguata ambientazione sonora. Nulla di più. Nulla di rivoluzionario. Se non il tentativo di applicare concretamente il messaggio libertario che spadroneggiava sui muri del DAMS nel 1977: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. 

Gli Skiantos ci provarono, senza riuscire a seppellire nessuno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CELIBATE RIFLES – Platters du Jour (Hot)

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Mi chiedessero quale il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con covers inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte. 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE NEW CHRISTS – Incantations (Impedance)  

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In Australia gli eucalipti piangono lacrime blu.

Se dalla baia di Sydney giri le spalle al mare, puoi vederli tingere di blu una fascia di rocce che si staglia sull’orizzonte.

Sono le Blue Mountains.

Stanno lì, a due ore di macchina dalla città e sembra vogliano proteggerla separandola dal resto del mondo.

Un esercito di roccia a guardia della città.

Il Capitano Piddington. Il Colonnello York. Il Maggiore Boyce. Il Sergente Wilson.

E, a fianco a loro, il Tenente Colonnello Younger. Classe 1953. Una carriera militare cominciata a venti anni e ancora fulgida e brillante.

Da trentacinque anni è alla guida dei New Christs, nonostante il logo dei Radio Birdman sia ancora in bella vista fra le mostrine.

Se avete fatto la naja nella caserma giusta, sapete di che/chi sto parlando.

Incantations è il quinto album dei New Christs in 35 anni. E io amo la gente che si fa vedere poco. Younger è uno di questi. Nonostante il suo nome, dicevamo, non abbia mai smesso di proiettare la sua ombra su Sydney, rendendolo un posto migliore. Malgrado gli avvicendamenti nella line-up (l’ultimo è quello che registra l’arrivo di Paul Larsen dei Celibate Rifles, NdLYS), il suono dei New Christs è rimasto fondamentalmente invariato: un compatto e minaccioso power-rock che non ama gli eccessi ma si muove quasi sotto il ciglio delle dune sabbiose del deserto australiano, come un serpente che striscia tirando di tanto in tanto fuori la testa per farci sentire i suoi sonagli sintonizzati a quelli di altri animali striscianti come Only Ones e Magazine.

Se avete idea di cosa vi aspetta, non resterete delusi.

Se non ne avete neppure il sospetto restate pure dove siete.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DENIZ TEK AND THE GOLDEN BREED – Glass Eye World (Career)

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Col passare degli anni ho sempre più comparato la carriera di Deniz Tek a quella di Wayne Kramer: entrambi reduci di un passato tanto glorioso quanto fugace e un presente, quello davvero infinito e pressochè trascurabile, fatto di dischi anonimi sin dalle copertine. L’ultimo di Tek, ad esempio, era stato un flop così clamoroso che il buon Deniz aveva deciso di dedicarsi alla sua professione di medico a tempo pieno, relegando a un piccolo poster appeso alle pareti del suo studio quanto ancora gli apparteneva del mondo del rock ‘n roll. La spinta a tornare fuori si deve ad Art e Steve Godoy degli Exploding Fuck Dolls, un passato come punkettoni in quel di Orange County e un amore sterminato per i Birdman che i due decidono di mettere a disposizione di Deniz sostituendo di peso il suo vecchio “group”. Questa, in breve, la storia che porta a questo nuovo disco per la sua Career e che, invece di essere uno sbiadito ritorno in pista per una tigre stanca di graffiare, finisce per essere il miglior disco dopo-Birdman di Deniz Tek. Dubito che i vecchi fans del gruppo di Rob Younger possano ascoltare pezzi come Always Out of Reach, Let’s Go o What It’s For senza trarne diletto o goduria. Chitarre che tornano a ruggire di rabbia e a fendere l’etere ammaccate da una ritmica potente, dinamica. Un disco che rende giustizia al passato glorioso del suo autore e che reclama il suo ruolo tra i rami intricati dell’albero genealogico di madre Birdman.

                                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

                                                                                             

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