MORRISSEY – “Viva Hate” (HMV)  

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Gli Smiths sono ancora in classifica con uno degli estratti da “Strangeways, Here We Come” quando esordisce al quinto posto della chart Suedehead, il singolone di debutto di Morrissey, consegnando definitivamente alla storia una delle più belle storie del pop inglese degli anni Ottanta. Pochi mesi prima Moz ha scritto personalmente a Stephen Street manifestando la sua necessità di mettere una pietra sul passato. Quella pietra è la pietra angolare della sua avventura solitaria. Stephen è l’unica cosa che da quel passato Morrissey vuole portare con se, confidando in un gusto estetico molto più pratico e meno narcisista del suo. Proprio a lui viene affidata non solo la produzione ma anche la scrittura e gran parte dell’orchestrazione di “Viva Hate”, titolo virgolettato come nell’ultimo album degli Smiths, album di esordio di Morrissey-senza Marr.

Disco per molti aspetti insopportabile, “Viva Hate” è un lavoro stucchevole ed emotivamente impassibile, nonostante l’enfasi con cui spesso le sue canzoni vengono rivestite (archi, assoli di chitarra e batteria senz’anima) per farle suonare grandiose, col risultato di appesantirne le ali già poco disponibili al volo.

Il legame di sudditanza che Moz ha ormai instaurato con i suoi fan obbliga questi ultimi a subirne il fascino, soprattutto in virtù delle capacità empatiche dei suoi testi, e ad annientare ogni capacità di discernimento critico.

Siamo alla fase 2.0 del fanatismo, quello che impone ai seguaci la benda sugli occhi e i tappi di cera alle orecchie.

Quella più pericolosa.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BRINSLEY SCHWARZ – It’s All Over Now (Mega Dodo)  

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Sui Brinsley Schwarz si sarebbe dovuto fare un film.

Non leggetela come un’esagerazione. È cronaca. Circa una decina di anni fa una casa di produzione di Hollywood era interessata a documentare quello che sarebbe passato alla storia come il Brinsley Schwarz Hype. Poi, non se ne fece più nulla. Non che io sappia almeno.

Il film si proponeva di portare sul grande schermo uno dei più grandi disastri promozionali della storia, organizzato proprio per il lancio della carriera di questa allora del tutto sconosciuta band inglese. Un debutto organizzato al Fillmore East di New York con tanto di spese pagate per ben 134 giornalisti inglesi che avrebbero poi dovuto scrivere chissà quali delizie sull’esibizione del gruppo a fianco di Van Morrison e Quicksilver Messenger Service.

Le cose purtroppo non andarono come previsto. L’aereo riservato ai giornalisti ha qualche problema subito dopo il volo e il comandante decide di fare una sosta in Irlanda. Ora, cosa vuoi fare in Irlanda quando non hai un cazzo da fare se non aspettare per un tempo infinito che i meccanici riparino il tuo aereo? Bere, ovviamente. La seconda parte del viaggio è dunque un vero disastro, con la fusoliera dell’aereo trasformata in un’enorme latrina di succhi gastrici. All’arrivo a New York due terzi dell’allegra (molto allegra, inizialmente) carovana va in coma etilico nel suo albergo. Dei pochi impavidi che si trascinano al Fillmore, molti vengono bloccati all’ingresso per evitare sicure molestie. Quelli che passano racconteranno di un’esibizione “poco lucida”. Riferendosi forse più alla loro condizione che a quella dei Brinsley Schwarz. Ma ormai la frittata era fatta. L’avvio della carriera della band inglese si rivelerà un flop colossale di cui pagherà lo scotto per tutta la sua quinquennale storia.

La “riabilitazione” sarebbe arrivata tardiva, con la canonizzazione del pub-rock di cui loro furono profeti e l’avvio della carriera solista di Nick Lowe e l’ingresso di Brinsley e Bob Andrews tra le fila dei Rumour di Graham Parker. Troppo tardi, dunque. Siamo già nella metà degli anni Settanta e i Brinsley Schwarz hanno fermo in “officina” il loro settimo album che varcherà la saracinesca solo nel 1988, esposto neppure tanto bene da Ian Gomm nel suo cortile privato. La sua prima stampa su compact disc arriva adesso, quasi venti anni più tardi, per l’inglese Mega Dodo. La musica della formazione, già vecchia all’epoca della sua nascita, appare oggi antiquata come la sala da pranzo dei vostri bisnonni. Del resto i Brinsley non erano altro che dei restauratori e degli intrattenitori sopraffini.

Come i Drifters, ma con la pelle bianchissima.

Pop edulcorato, una spruzzata di musica nera (soul, ballad, reggae) opportunamente disidratata, country-rock da birreria, qualche puntatina nel blues-rock (Everybody e Give Me Back My Love nell’album in questione) e nessuna voglia di fare del male a qualcuno. Se non involontariamente, come il famoso disastro del Fillmore, film o meno, non smette di ricordarci.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE PHILISTEINS – Bloody Convicts (Greasy Pop)  

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Hobart è ai confini del mondo. Un posto che è un approdo di corsari e di baleniere che trovi più facilmente sulle carte nautiche che su Google Earth. L’avventura dei Philisteins parte da lì, nel 1985. Con tutte le fortune che una garage band può avere in un posto come quello, ovvero pericolosamente tendenti allo zero.

Ecco perché, raggranellato qualche soldo con la vendita in proprio di una demo decidono presto di prendere il traghetto per Adelaide. Risistemata la sezione ritmica con l’ingresso di Nick Bruer e Ian Wettenhall al posto dei vecchi amici “tasmaniani” e rimediato, oltre ad un bell’incidente stradale, un contratto con la locale Greasy Pop, Guy Lucas e Aydn Hibberd sono pronti per lanciarsi sul mercato con la loro prima uscita, programmata per un EP di quattro pezzi e diventata invece un mini album con il doppio delle canzoni con l’aggiunta di una fenomenale versione di You Must Be a Witch dei Lollipop Shoppe e di tre vecchissimi brani di Guy, tra cui quello che è in assoluto il primo pezzo scritto per i Philisteins e anche uno tra i più belli della loro intera carriera: Bite the Bullet.

Pur non ricevendo le stesse attenzioni e non godendo delle stesse fortune di tante osannate band australiane, i Philisteins donano alla storia dell’Aussie-rock una delle sue perle più preziose.

Bloody Convicts ha quell’indomita energia tipica delle formazioni di quelle latitudini unita alle classiche unghiate garage-punk e un pezzo come Cul De Sac, dove sembra di sentire i Cynics suonati dai Celibate Rifles, potrebbe chiarirvi il concetto più delle mie parole, così come la serpentina metallica di Apeshit Metal Locust potrebbe fare storcere il naso ai puristi e le onde scure di Peppermint e Early Morning Memory farvi riassaporare il gusto denso delle migliori cose dei New Christs.  

Poi i Philisteins torneranno nella loro Tasmania. Per poi spostarsi a Sydney e quindi a Melbourne. Continuando a cercare la pentola d’oro ai piedi di un arcobaleno che continuava a spostarsi, senza riuscirci. Voi, se avete tempo e modo, cercate almeno le monete d’argento che hanno lasciato lungo il loro cammino.

Iniziando da qui.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

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Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

OFFICINE SCHWARTZ – Colonna Sonora di Remanium Dentaurum Cr Co Mo (estesa, rimasterizzata e videodocumentata) (Again Records/Luce Sia)  

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A Dalmine, a mezzo miglio di distanza dall’autostrada Bergamo-Milano, una delle più grandi acciaierie italiane venne convertita, durante l’epoca fascista, nel più grosso stabilimento di munizioni per l’esercito tedesco. Novemila tonnellate di teste di siluri e tubi per missili V1 e V2 uscivano fuori, ogni mese, da quei capannoni messi su con i goldmark della Mannesmann.

Alle ore 11 del 6 Luglio del 1944, con la fabbrica in piena attività, 78 tonnellate di bombe da 500 libbre ciascuna oscurarono il cielo di Dalmine come un’enorme pioggia di metallo e di morte uccidendo quasi trecento persone e mutilandone quasi il triplo.

E’ il rumore dei bombardieri di quella che è passata alla storia come Operazione 614 e la cronistoria di quella giornata ad aprire l’album di debutto delle Officine Schwartz.

Ancora Bergamo. Ancora opifici. Anche se adesso siamo nel 1988.

Le Officine Schwartz hanno aperto i loro cancelli cinque anni prima ma è solo adesso, con questo prodotto fonografico associato ad uno spettacolo multimediale che nelle intenzioni sarebbe dovuto durare quanto un’intera giornata lavorativa (le famose “otto ore” che, andrebbe ricordato, furono rivendicate per la prima volta proprio dai lavoratori della Dalmine, NdLYS) e poi “ridotte” alle quattro ore presentate per la prima volta il 13 Febbraio del 1988 a Pantigliate di Milano che le Officine di Osvaldo Arioldi diventano l’avamposto più occidentale delle compagini industrial dell’Europa dell’Est. Di quello spettacolo non troverete traccia nel DVD pubblicato in allegato a questa preziosa ristampa se non nei ricordi trasversali dei loro protagonisti e che pure ne rappresenta uno dei punti di forza (l’altro è la canonizzazione dei trenta minuti di concerto registrati all’El Paso e circolati da sempre come cassetta tra le solite sette carbonare).

Da qui alla ruggine è infatti, più ancora che Remanium Dentaurum, un vero e proprio bagno nell’acciaio. Officine Schwartz rappresentano, su disco e tra i bidoni delle loro rappresentazioni multimediali, l’unica musica concessa a chi lavora nelle catene di montaggio.

La meccanica della fatica si trasforma dunque in fucina ritmica potente e disarmonica.

L’identità pluralista (il sindacato, i compagni di turno, la “classe operaia”) venuta a rimpiazzare l’annientamento della propria individualità si adatta al canto corale, polifonico di canzoni come Inno  dei lavoratori e delle officine o Ciao Bella!.

Barili, taniche e bidoni si trasformano nel nuovo grembo pronto ad accogliere i feti della civiltà industriale.

Il braccio operaio diventa il braccio di Dio.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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PUBLIC ENEMY – It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back (Def Jam)  

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Era un muscolo cardiaco pulsante di rabbia quello che batteva dentro i dischi dei Public Enemy, preciso e implacabile come quell’orologio appeso al collo di Flav. L’ultimo plateale urlo di orgoglio nero prima che le lusinghe del music biz trasformassero il rap, loro compresi, in macchina sputasoldi. Era l‘88, e almeno fino all’uscita di Apocalypse, tre anni dopo, la posse di Chuck D era all’apice artistico della propria storia militante, il megafono fiero e inquietante del riscatto nero immerso in un universo di sirene e fischi meccanici a ricreare il sound delle moderne, alienanti metropoli sempre più vicine a giungle di perversione e violenza. La Bomb Squad morde arrabbiata, isolando l’atomo James Brown come fosse la particella base del groove. Gli MC ci arrovellano sopra le loro frasi. Tutt’intorno un perenne ululare di sirene. Un po’ come quelle che si sentono risuonare per tutta Long Island, la terra di nessuno dove i Public Enemy hanno il loro quartier generale. Proclami buttati un po’ a casaccio, a dire il vero. Facendo si che alla fine i Public Enemy dentro quel mirino ci finissero per davvero.

All’epoca però, la crew guidata da Chuck D e Flavor Flav riuscì davvero a fare del rap un linguaggio universale veicolando messaggi che andavano ben oltre la goliardia dei Beastie Boys e i semi di black pride dei Run-DMC e penetrando, pur usandone solo le briciole (del centinaio di “piani sequenza” utilizzati dalla squad per realizzare lo schermo sonoro su cui i due rapper stendono le loro rime, solo una piccolissima parte ha una paternità rock), nel tessuto connettivo del rock internazionale, spianando la strada a gruppi come Wu-Tang Clan e Cypress Hill.

Certo, ascoltarli prescindendo dal messaggio per giusto o sbagliato che sia, così come era per i maestri che li hanno ispirati (Last Poets e Gil Scott-Heron in primis), è esercizio leggermente improduttivo e retorico.

Un po’ come portare la rivoluzione su un salotto e servirle un bicchiere di succo di pera con gin. Ma almeno di questo loro non hanno colpa.

   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE PLIMSOULS – One Night in America (Oglio)

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Dice il vero Peter Case quando afferma che i dischi in studio non resero giustizia ai suoi Plimsouls, perchè così è. Ecco perché questo loro live assume i contorni dell’ evento. Primo, perché mette a fuoco l’impatto di quella pioggia di chitarre cristalline e abilità melodica che ne fece i paladini del power-pop californiano nella sua dimensione più cruda. Secondo, perché è un disco che chiarisce le origini di un suono che affondava le mani nel tesoro sepolto della musica sixties pescando nel repertorio di veri designers del pop come Easybeats, Kinks e Outsiders (quelli americani, ovviamente) o in quel soul da anfetamina che era amato anche dai mods (molte le connessioni tra i due generi che andrebbero approfondite, NdLYS). Senza tema di smentite, il miglior album dei Plimsouls di sempre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Rattle and Hum (Island)  

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Quella di Colombo ci venne raccontata solo dai libri, spesso tacendo della atrocità che ne colorarono la bandiera di rosso sangue. Dunque la sola conquista dell’America cui potremmo assistere in diretta fu quella raccontata dalle immagini e dalle canzoni di Rattle and Hum. Siamo nel 1988 e gli U2 sono stati consacrati da The Joshua Tree come la più importante rock band del decennio, immortalati sulla copertina di Time come era stato concesso ai Beatles e agli Who, altri conquistatori le cui gesta ricevettero però una eco limitata perché limitata era, all’epoca, la forza dei mass media.

Le cose andarono ben diversamente per gli U2.

Erano gli anni in cui MTV dettava legge e pilotava i gusti del pubblico e, sulla sua falsariga, ogni emittente televisiva riservava ai video musicali una parte del suo palinsesto.

L’impatto dello “sbarco” degli U2 venne dunque amplificato a dismisura, tanto da renderlo un evento nell’evento.

Illuminato da mille luci e celebrato nell’austerità di un bianco e nero che è quasi un documento storico dell’Istituto Luce.  

I padrini scelti per garantire sulla loro fede e sul rispetto per la musica americana sono Roy Orbison, Bob Dylan, B.B. King e Robbie Robertson. Sembrano voler dire: ecco qui i nuovi colonizzatori, venuti nel rispetto delle nostre tradizioni. E infatti Rattle and Hum “nasconde” dietro la facciata di un disco live (cosa vera solo a metà), un tributo quasi irreale (confrontato col passato e col futuro discografico della band irlandese) alla musica americana, fino a sprofondare i piedi nel blues di Chicago, nella soul music di Detroit e addirittura nel gospel.

Insomma, un disco di Zucchero, il reggiano che voleva la pelle nera.

Il suono degli U2, qualunque esso sia stato, qualunque esso diverrà, viene raso al suolo dalla produzione di Jimmy Iovine (quello dello Springsteen di Born to Run e The River, tanto per intendersi), piegata al bisogno di diventare nient’altro che un grande circo di citazioni, omaggi, passeggiate con guida per le grandi strade americane.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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TALKING HEADS – Naked (Warner Bros.)  

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Col senno di poi, Naked rivelava al mondo, in maniera inaspettata vista la placida deriva pop dei due dischi che lo avevano preceduto, l’infatuazione per i ritmi tropicalisti che avrebbero segnato l’avvio della sua carriera solista, ormai prossima all’avvio. Lo “scimmiottamento caraibico” è in qualche modo l’ultima dimora creativa per la band americana e fa di Naked un colpo di coda inaspettato, la prova di una fertilità artistica che non si è ancora prosciugata e che ha trovato nuovo vigore e un rifugio ispirativo che David Byrne sentirà presto l’esigenza di approfondire, scavando ancora più a fondo in quello che Naked affronta solo superficialmente ma regalando dei piccoli capolavori come Mr. Jones, sorta di mambo costruito sulle scale a chiocciola dei King Crimson di Discipline, Big Daddy che sembra una saudade caduta dal Black and Blue degli Stones e una rumba hawaiana come Totally Nude che sembra un carosello del Graceland di Paul Simon. A bilanciare il tono del disco due cose come Cool Water (velata di un’ombra malinconica di certe cose dei Violent Femmes) e The Facts of Life, quasi completamente schiacciata dalle macchine.

Cantato da Byrne in maniera totalmente improvvisata e solo successivamente perfezionato con l’adattamento di veri e propri testi che celebrano la giungla come ultimo, definitivo approdo per emanciparsi dalla schiavitù della società occidentale e che si fanno portavoce forse in maniera poco credibile del riscatto razziale delle società semite, Naked mette in mostra un suono carnoso, in esatta antitesi con i bozzetti funk appena schizzati degli esordi di tantissimi anni fa, di cui nel frattempo molti si sono voluti scordare, affascinati dalle lusinghe del carnevale più bello del mondo. 

Dopo la sfilata, David Byrne scende dal carro allegorico, lasciando gli altri a spingere fin dentro il garage dello sfasciacarrozze il telaio di una musica senza più nient’altro da dire.

Nessun’altra canzone sui palazzi.

Nessun’altra canzone sul cibo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Naked

DIAFRAMMA – Boxe (autoproduzione)  

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Lo dovemmo chiedere con un vaglia postale, il terzo album dei Diaframma.

Ce lo spediva a casa lo stesso Federico Fiumani, assieme ad alcune sue poesie.

Le cose non erano andate come dovevano andare, con la I.R.A. Records, nonostante le eccellenti premesse.

Boxe segnava dunque una disfatta, in parte iconizzata con lo scatto della bellissima copertina, usato ancora oggi dalla band per i suoi concerti, anche se di quella band non resta ormai quasi più nulla. Boxe era infatti l’ultimo disco con Miro Sassolini alla voce ed era anche, in questa sua severa e orgogliosa scelta di autoproduzione, l’ultimo atto di indipendenza della nuova musica indipendente italiana, se mi perdonate il necessario gioco di parole. Da qui in avanti le formazioni storiche finiranno tutte su grosse etichette (i Litfiba su CGD, i CCCP su Virgin, i Denovo su Polygram, gli stessi Diaframma su Dischi Ricordi), intenzionate a speculare sul fenomeno divenuto intanto fenomeno di massa.  

Un disco scosceso, sulla cui poesia struggente l’apparato Diaframma scivola in quello che sarà il lungo percorso artistico in solitario di Fiumani. Boxe porta a compimento pieno e coerente le intuizioni del disco precedente. Un anfratto di poesia neoesistenziale e Gozzaniana, la balaustra da cui gli ex-ragazzi del punk fiorentino tornano ad innamorarsi di cose dal sapore antico, riaccendendo una memoria che non è neppure la loro ma che è stata in qualche modo loro donata come anamnesi genetica. Concetti e sentimenti semplici ma vividissimi che diventano più dirompenti quanto più sono nudi, come succede nella perla che chiude il disco e che, simbolicamente, segna il passaggio dall’era Sassolini a quella Fiumani nella timeline dei Diaframma: Caldo, con quelle sparute note di pianoforte e quella confessione di un amore costretto a nascondersi come un assassino pur di sopravvivere a se stesso e a sopportare l’umiliazione della rinuncia e dell’oblio dei ricordi, obbligato a soccombere nell’asfissiante canicola di un Agosto rovente e menzognero entra nella storia della musica popolare.

La nuova musica italiana ha adesso una ferita al petto da cui può cominciare a sanguinare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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