THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

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Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

OFFICINE SCHWARTZ – Colonna Sonora di Remanium Dentaurum Cr Co Mo (estesa, rimasterizzata e videodocumentata) (Again Records/Luce Sia)  

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A Dalmine, a mezzo miglio di distanza dall’autostrada Bergamo-Milano, una delle più grandi acciaierie italiane venne convertita, durante l’epoca fascista, nel più grosso stabilimento di munizioni per l’esercito tedesco. Novemila tonnellate di teste di siluri e tubi per missili V1 e V2 uscivano fuori, ogni mese, da quei capannoni messi su con i goldmark della Mannesmann.

Alle ore 11 del 6 Luglio del 1944, con la fabbrica in piena attività, 78 tonnellate di bombe da 500 libbre ciascuna oscurarono il cielo di Dalmine come un’enorme pioggia di metallo e di morte uccidendo quasi trecento persone e mutilandone quasi il triplo.

E’ il rumore dei bombardieri di quella che è passata alla storia come Operazione 614 e la cronistoria di quella giornata ad aprire l’album di debutto delle Officine Schwartz.

Ancora Bergamo. Ancora opifici. Anche se adesso siamo nel 1988.

Le Officine Schwartz hanno aperto i loro cancelli cinque anni prima ma è solo adesso, con questo prodotto fonografico associato ad uno spettacolo multimediale che nelle intenzioni sarebbe dovuto durare quanto un’intera giornata lavorativa (le famose “otto ore” che, andrebbe ricordato, furono rivendicate per la prima volta proprio dai lavoratori della Dalmine, NdLYS) e poi “ridotte” alle quattro ore presentate per la prima volta il 13 Febbraio del 1988 a Pantigliate di Milano che le Officine di Osvaldo Arioldi diventano l’avamposto più occidentale delle compagini industrial dell’Europa dell’Est. Di quello spettacolo non troverete traccia nel DVD pubblicato in allegato a questa preziosa ristampa se non nei ricordi trasversali dei loro protagonisti e che pure ne rappresenta uno dei punti di forza (l’altro è la canonizzazione dei trenta minuti di concerto registrati all’El Paso e circolati da sempre come cassetta tra le solite sette carbonare).

Da qui alla ruggine è infatti, più ancora che Remanium Dentaurum, un vero e proprio bagno nell’acciaio. Officine Schwartz rappresentano, su disco e tra i bidoni delle loro rappresentazioni multimediali, l’unica musica concessa a chi lavora nelle catene di montaggio.

La meccanica della fatica si trasforma dunque in fucina ritmica potente e disarmonica.

L’identità pluralista (il sindacato, i compagni di turno, la “classe operaia”) venuta a rimpiazzare l’annientamento della propria individualità si adatta al canto corale, polifonico di canzoni come Inno  dei lavoratori e delle officine o Ciao Bella!.

Barili, taniche e bidoni si trasformano nel nuovo grembo pronto ad accogliere i feti della civiltà industriale.

Il braccio operaio diventa il braccio di Dio.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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PUBLIC ENEMY – It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back (Def Jam)  

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Era un muscolo cardiaco pulsante di rabbia quello che batteva dentro i dischi dei Public Enemy, preciso e implacabile come quell’orologio appeso al collo di Flav. L’ultimo plateale urlo di orgoglio nero prima che le lusinghe del music biz trasformassero il rap, loro compresi, in macchina sputasoldi. Era l‘88, e almeno fino all’uscita di Apocalypse, tre anni dopo, la posse di Chuck D era all’apice artistico della propria storia militante, il megafono fiero e inquietante del riscatto nero immerso in un universo di sirene e fischi meccanici a ricreare il sound delle moderne, alienanti metropoli sempre più vicine a giungle di perversione e violenza. La Bomb Squad morde arrabbiata, isolando l’atomo James Brown come fosse la particella base del groove. Gli MC ci arrovellano sopra le loro frasi. Tutt’intorno un perenne ululare di sirene. Un po’ come quelle che si sentono risuonare per tutta Long Island, la terra di nessuno dove i Public Enemy hanno il loro quartier generale. Proclami buttati un po’ a casaccio, a dire il vero. Facendo si che alla fine i Public Enemy dentro quel mirino ci finissero per davvero.

All’epoca però, la crew guidata da Chuck D e Flavor Flav riuscì davvero a fare del rap un linguaggio universale veicolando messaggi che andavano ben oltre la goliardia dei Beastie Boys e i semi di black pride dei Run-DMC e penetrando, pur usandone solo le briciole (del centinaio di “piani sequenza” utilizzati dalla squad per realizzare lo schermo sonoro su cui i due rapper stendono le loro rime, solo una piccolissima parte ha una paternità rock), nel tessuto connettivo del rock internazionale, spianando la strada a gruppi come Wu-Tang Clan e Cypress Hill.

Certo, ascoltarli prescindendo dal messaggio per giusto o sbagliato che sia, così come era per i maestri che li hanno ispirati (Last Poets e Gil Scott-Heron in primis), è esercizio leggermente improduttivo e retorico.

Un po’ come portare la rivoluzione su un salotto e servirle un bicchiere di succo di pera con gin. Ma almeno di questo loro non hanno colpa.

   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE PLIMSOULS – One Night In America (Oglio)

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Dice il vero Peter Case quando afferma che i dischi in studio non resero giustizia ai suoi Plimsouls, perchè così è. Ecco perché questo loro live assume i contorni dell’ evento. Primo, perché mette a fuoco l’impatto di quella pioggia di chitarre cristalline e abilità melodica che ne fece i paladini del power-pop californiano nella sua dimensione più cruda. Secondo, perché è un disco che chiarisce le origini di un suono che affondava le mani nel tesoro sepolto della musica sixties pescando nel repertorio di veri designers del pop come Easybeats, Kinks e Outsiders (quelli americani, ovviamente) o in quel soul da anfetamina che era amato anche dai mods (molte le connessioni tra i due generi che andrebbero approfondite, NdLYS). Senza tema di smentite, il miglior album dei Plimsouls di sempre.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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U2 – Rattle and Hum (Island)  

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Quella di Colombo ci venne raccontata solo dai libri, spesso tacendo della atrocità che ne colorarono la bandiera di rosso sangue. Dunque la sola conquista dell’America cui potremmo assistere in diretta fu quella raccontata dalle immagini e dalle canzoni di Rattle and Hum. Siamo nel 1988 e gli U2 sono stati consacrati da The Joshua Tree come la più importante rock band del decennio, immortalati sulla copertina di Time come era stato concesso ai Beatles e agli Who, altri conquistatori le cui gesta ricevettero però una eco limitata perché limitata era, all’epoca, la forza dei mass media.

Le cose andarono ben diversamente per gli U2.

Erano gli anni in cui MTV dettava legge e pilotava i gusti del pubblico e, sulla sua falsariga, ogni emittente televisiva riservava ai video musicali una parte del suo palinsesto.

L’impatto dello “sbarco” degli U2 venne dunque amplificato a dismisura, tanto da renderlo un evento nell’evento.

Illuminato da mille luci e celebrato nell’austerità di un bianco e nero che è quasi un documento storico dell’Istituto Luce.  

I padrini scelti per garantire sulla loro fede e sul rispetto per la musica americana sono Roy Orbison, Bob Dylan, B.B. King e Robbie Robertson. Sembrano voler dire: ecco qui i nuovi colonizzatori, venuti nel rispetto delle nostre tradizioni. E infatti Rattle and Hum “nasconde” dietro la facciata di un disco live (cosa vera solo a metà), un tributo quasi irreale (confrontato col passato e col futuro discografico della band irlandese) alla musica americana, fino a sprofondare i piedi nel blues di Chicago, nella soul music di Detroit e addirittura nel gospel.

Insomma, un disco di Zucchero, il reggiano che voleva la pelle nera.

Il suono degli U2, qualunque esso sia stato, qualunque esso diverrà, viene raso al suolo dalla produzione di Jimmy Iovine (quello dello Springsteen di Born to Run e The River, tanto per intendersi), piegata al bisogno di diventare nient’altro che un grande circo di citazioni, omaggi, passeggiate con guida per le grandi strade americane.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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TALKING HEADS – Naked (Warner Bros.)  

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Col senno di poi, Naked rivelava al mondo, in maniera inaspettata vista la placida deriva pop dei due dischi che lo avevano preceduto, l’infatuazione per i ritmi tropicalisti che avrebbero segnato l’avvio della sua carriera solista, ormai prossima all’avvio. Lo “scimmiottamento caraibico” è in qualche modo l’ultima dimora creativa per la band americana e fa di Naked un colpo di coda inaspettato, la prova di una fertilità artistica che non si è ancora prosciugata e che ha trovato nuovo vigore e un rifugio ispirativo che David Byrne sentirà presto l’esigenza di approfondire, scavando ancora più a fondo in quello che Naked affronta solo superficialmente ma regalando dei piccoli capolavori come Mr. Jones, sorta di mambo costruito sulle scale a chiocciola dei King Crimson di Discipline, Big Daddy che sembra una saudade caduta dal Black and Blue degli Stones e una rumba hawaiana come Totally Nude che sembra un carosello del Graceland di Paul Simon. A bilanciare il tono del disco due cose come Cool Water (velata di un’ombra malinconica di certe cose dei Violent Femmes) e The Facts of Life, quasi completamente schiacciata dalle macchine.

Cantato da Byrne in maniera totalmente improvvisata e solo successivamente perfezionato con l’adattamento di veri e propri testi che celebrano la giungla come ultimo, definitivo approdo per emanciparsi dalla schiavitù della società occidentale e che si fanno portavoce forse in maniera poco credibile del riscatto razziale delle società semite, Naked mette in mostra un suono carnoso, in esatta antitesi con i bozzetti funk appena schizzati degli esordi di tantissimi anni fa, di cui nel frattempo molti si sono voluti scordare, affascinati dalle lusinghe del carnevale più bello del mondo. 

Dopo la sfilata, David Byrne scende dal carro allegorico, lasciando gli altri a spingere fin dentro il garage dello sfasciacarrozze il telaio di una musica senza più nient’altro da dire.

Nessun’altra canzone sui palazzi.

Nessun’altra canzone sul cibo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Naked

DIAFRAMMA – Boxe (autoproduzione)  

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Lo dovemmo chiedere con un vaglia postale, il terzo album dei Diaframma.

Ce lo spediva a casa lo stesso Federico Fiumani, assieme ad alcune sue poesie.

Le cose non erano andate come dovevano andare, con la I.R.A. Records, nonostante le eccellenti premesse.

Boxe segnava dunque una disfatta, in parte iconizzata con lo scatto della bellissima copertina, usato ancora oggi dalla band per i suoi concerti, anche se di quella band non resta ormai quasi più nulla. Boxe era infatti l’ultimo disco con Miro Sassolini alla voce ed era anche, in questa sua severa e orgogliosa scelta di autoproduzione, l’ultimo atto di indipendenza della nuova musica indipendente italiana, se mi perdonate il necessario gioco di parole. Da qui in avanti le formazioni storiche finiranno tutte su grosse etichette (i Litfiba su CGD, i CCCP su Virgin, i Denovo su Polygram, gli stessi Diaframma su Dischi Ricordi), intenzionate a speculare sul fenomeno divenuto intanto fenomeno di massa.  

Un disco scosceso, sulla cui poesia struggente l’apparato Diaframma scivola in quello che sarà il lungo percorso artistico in solitario di Fiumani. Boxe porta a compimento pieno e coerente le intuizioni del disco precedente. Un anfratto di poesia neoesistenziale e Gozzaniana, la balaustra da cui gli ex-ragazzi del punk fiorentino tornano ad innamorarsi di cose dal sapore antico, riaccendendo una memoria che non è neppure la loro ma che è stata in qualche modo loro donata come anamnesi genetica. Concetti e sentimenti semplici ma vividissimi che diventano più dirompenti quanto più sono nudi, come succede nella perla che chiude il disco e che, simbolicamente, segna il passaggio dall’era Sassolini a quella Fiumani nella timeline dei Diaframma: Caldo, con quelle sparute note di pianoforte e quella confessione di un amore costretto a nascondersi come un assassino pur di sopravvivere a se stesso e a sopportare l’umiliazione della rinuncia e dell’oblio dei ricordi, obbligato a soccombere nell’asfissiante canicola di un Agosto rovente e menzognero entra nella storia della musica popolare.

La nuova musica italiana ha adesso una ferita al petto da cui può cominciare a sanguinare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE PRISONERS – Rare and Unissued (expanded edition) (Big Beat)

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Nel 1988 Billy Childish pubblicò per la sua minuscola label questa raccolta a suggello della vicenda Prisoners e come perfetto supplemento alla loro discografia,  confermando il valore della band di Graham Day e giustificando il rispetto che il pubblico retrò aveva loro sempre tributato: “avanzi”, scampoli e rimasugli con cui tanti oggi confezionerebbero dei best-sellers. Demo, inediti e tracce dal vivo che documentavano la storia di uno degli acts più raffinati della storia inglese recente.

La sua copia digitale esce ora con qualche “ritocco” alla scaletta dovuto al fatto che nel frattempo l’intero catalogo è stato ristampato e alcune tracce sono andate a rimpinguare la lista di bonus che ne arricchivano la dotazione. Rare and Unissued si modifica quindi. E si allunga. Fino a raggiungere quota 22 brani tra cui qualche inedito assoluto riemerso dai fondali. Chi mi conosce sa che sono colpevolmente di parte davanti ad alcuni nomi e chi ha familiarità con la cura delle ristampe Ace può ben dedurre il resto.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NOT MOVING – Flash on You (Area Pirata)  

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La prima bella sorpresa del 2016 è una lettera di vecchi amici.

Lilith, Maria Severine, Dome, Tony, Dany D. e Milo, il nuovo arrivato che era venuto a sostituire quest’ultimo per 9/10 di questo lavoro.  

Gente che frequentavo quando non ero ancora maggiorenne e che ne aveva, di cose da insegnarmi. E che ancora ha un cassetto pieno di aneddoti e storie da raccontare, ci giurerei. Gente che presentavo agli amici aggiungendo con orgoglio che erano italiani nonostante i nomi dietro cui si celavano e malgrado suonassero sporchi come pochi sapevano fare senza risultare costruiti a tavolino.

Flash on You era il disco che li vedeva tornare a casa Electric Eye, l’etichetta che li aveva tenuti a battesimo nel già lontano 1982 e che avevano abbandonato per pubblicare su Spittle i loro capolavori Black ‘n Wild, Sinnermen e Jesus Loves His Children, il trittico dove usciva fuori la loro anima più cupa e selvaggia, perennemente avvolta in completi di pelle nera, per non farla sentire nuda e a disagio, nonostante nuda lo fosse la musica dei Not Moving.

Si mostrava. Fiera di quella che era. Con spavalderia marcia e adeguata al contenuto.  

Lo avrebbe fatto ancora una volta per Flash on You, l’ultimo dei loro dischi che avevamo imparato ad amare a spregio delle loro facce poco amabili. Il suono ha la tenacia di sempre ma appare meno scuro, come forse richiede la Glitterhouse, la label tedesca che pare interessata in un primo momento a pubblicare l’album o come più verosimilmente vuole una parte della band che non è più compatta sulla direzione da dare al suono dei Not Moving che, nonostante dividano ancora lo stesso letto, dormono dandosi le spalle.

Ognuno ci mette del suo, per fare di questo disco l’ennesimo capolavoro.

Ognuno porta la sua idea di rock ‘n roll.

E quando le idee mancano, ci si affida a quelle altrui. In questo caso Jimi Hendrix e Sniff ‘n The Tears.

Ognuno aggiunge un ingrediente, anche se per la prima volta il piatto è ben condito ma il pasto poco omogeneo, come se la band sentisse l’esigenza di percorrere strade nuove. E, come accadrà di lì a breve, non necessariamente tutti insieme. Ma sono sensazioni inquinate dal “senno del poi”. Perché all’epoca Flash on You era un disco che stordiva come quelli che gli avevano spianato la strada, con la sua visione stradaiola e bastarda della musica dei sixties che non aveva eguali in Italia. Pochissimi altrove. Una strada destinata a chiudersi da lì a breve e di cui questa rappresenta, malgrado i tabelloni con la medesima insegna che verranno issati ancora per un piccolo tratto, l’ultima fermata.

Area Pirata ce la restituisce adesso, integra nella sua vivacità alcolica (e allungando la scaletta della ristampa su compact con tre perle grezze messe in coda al disco, forse più vicine ai Not Moving dei primi lavori. In particolare Fool in the Jungle carica di esalazioni voodoobilly. Ma non le è da meno Honey and Flies con le sue polveri funky acide e tribali sparate in aria a rinnovare il ricordo di un piccolo, inamovibile mito dell’orgoglio italiano), quella istantanea.

Con la band ancora a letto, con la salvia indiana, con Jack Torrence e Johnny Thunders a maledire tutto quello che restava da maledire.

Dome allunga la mano e ci porge ancora la sua conchiglia, illudendoci di poter beffare la morte.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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