KIM GORDON – No Home Record (Matador)

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Il nome in copertina recita “Kim Gordon”.

I nomi sul disco dicono di più: Justin e Jeremiah Raisen, Shawn Everett e Jake Meginsky, ovvero il fior fiore dell’elettronica estrema di Los Angeles. E dicono di più perché sono loro a indicare la strada di questo chiacchierato debutto in proprio di Kim Gordon. Dei Sonic Youth neppure l’ombra. E se di ombre vogliamo parlare, quelle che vi capiterà di incrociare sono piuttosto quelle di Suicide e Nine Inch Nails.

Abbastanza strano piaccia in maniera così spudorata e totale come mi è capitato di leggere sui termometri dei social. Perché No Home Record è disco contorto come un intestino e pieno di rigurgiti come l’esofago di un corpo che soffre di riflusso gastroesofageo. Disco impopolare per definizione, per costrutto, per scommessa, non lo è nei risultati. Mi risulta lo abbia recensito addirittura qualche rivista che di solito tratta con sufficienza ciò che non è trendy.

Qualcuno parla di disco futuribile. Bene, sappiate che non lo è. Il suono del futuro non passerà da qui.

No Home Record suona piuttosto come una eutanasia artistica.

Suona come Yoko Ono che si è portata via il meglio dei Beatles e ora scorreggia in faccia al mondo. Kim ha fatto un po’ lo stesso con la sua vita artistica e personale e ora scorreggia pure lei. Ma lei ha dietro di sè una macchina promozionale che Ono si sognava, un entourage che ne cura l’immagine e le garantisce copertine e foto a tutta pagina su riviste come Vanity Fair e Vogue e che ne fa la Cristiano Ronaldo della musica alternativa. Che, attenzione, alternativa lo è veramente: fare un disco così scuro e perverso, con dentro una canzone come Get Yr Life Back che sarebbe perfetta per lo spot di una bottiglia di assenzio e tutte quelle sue gemelle storpie che avanzano sulle loro cyberlegs lungo tutto il disco non è cosa da poco conto.

Il dubbio che se su quella copertina ci fosse stato un nome diverso adesso avremmo qualche sottobicchiere in più e molti sedicenti amanti dell’estremo in meno tuttavia rimane. Così come viene confermato il sospetto, dopo gli zii Iggy e Nick e adesso la zia Kim, che a cantare al funerale del rock siano gli stessi che lo avevano svezzato.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

AFRICA UNITE E ARCHITORTI – In tempo reale (autoproduzione) 

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Quello tra Africa Unite e Architorti è un corteggiamento iniziato ormai anni fa, ormai definitivamente sbocciato in amore. In tempo reale è, in quest’ottica, la famosa mezza mela che riesce finalmente a trovare la sua metà perfetta. Ed è un frutto che risulterà indigesto a molti. Chi cercasse infatti qui dentro il reggae per cui sono famosi i primi non ne troverà neppure un po’. Neppure una linea di basso o un solo colpo di rullante.

È semmai l’altra anima nera del gruppo, quella nera per inquietudine e non per vocazione razziale di Mada a manifestarsi per prima tra i glitch di Hopptiquaxx! recuperando in parte le rime di Soffici sapori e a far capolino con qualche suo misuratissimo trucco dub lungo una scaletta dove i protagonisti assoluti sono gli archi dell’ensemble di strumentisti di Pinerolo, chiamati a fare da tappeto al cantato di Bunna e a sottolineare come sia proprio vero che quest’anno l’Estate abbia deciso di arrivare in ritardo o non arrivare affatto. Perché nonostante la data di uscita sia prossima al solstizio In tempo reale non annuncia canicola e ascoltarlo è un po’ come attraversare quelle gocce di pioggia sospese nell’aria dopo un temporale, quelle stesse che magari poi si aprono in un bell’arcobaleno che annunciano bel tempo senza essere obbligato a mantenere quanto promesso, quelle stesse che invece a volte si alleano per calare come umido mantello a forma di caligine. Un disco che è un segno di questi tristi tempi senza memoria dove “il cancro si espande” e l’Impero del Nord ha eretto mura a strapiombo su un mare su cui anche il sole ha deciso di non affacciarsi più.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BRIAN ENO – Discreet Music (Obscure)  

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Discreet Music rappresenta un punto di rottura e al contempo un nuovo punto di partenza per l’approccio musicale di Brian Eno.

L’ortodossia aleatoria che aveva ispirato la creazione di Another Green World, viene adesso applicata ad un algoritmo matematico con l’obiettivo di annientare del tutto o quantomeno ridurre al minimo l’intervento umano nell’atto creativo. Non è un fatto del tutto nuovo visto che il primo esperimento, completamente artigianale, era già stato tentato da Mozart nell’Ottocento nel Musikalisches Würfelspiel l’ausilio di due dadi (ne esiste una versione online se volete cimentarvi nel vostro “minuetto casuale” a questo link: http://sunsite.univie.ac.at/Mozart/dice/collaborate.cgi?tables=yes, NdLYS) ma è certamente il primo tentativo di applicazione elettronica e di commercializzazione seriale del risultato battezzato come musica generativa.  

Stilisticamente siamo ai prodromi della musica ambient, affidati a onde sonore (generate da un sequencer della EMS) che si sovrappongono tramite l’uso di nastri in maniera fortuita creando un senso motorio appena percettibile, carezzevole ai sensi e capace di scavare l’io interiore per ristabilire quell’equilibrio rigenerante che sarà poi adottato dalla filosofia new-age, diventando il tormento di Buddha e anche un po’ il nostro.

Una quiete mesmerica e “discreta” (appunto) si propaga dalla lunga suite analogica della prima facciata così come dalle divagazioni sul Canone sinfonico di Johann Pachelbel che occupano la seconda parte dell’album, una dilatazione terapeutica delle frequenze di archi e violini con alterazioni del tempo creata “campionando” manualmente alcune parti del canovaccio musicale del compositore tedesco.

Brian Eno diventa lentamente un medium trascendentale in grado di metterci in comunicazione col nostro strato primordiale assopendo il raziocinio che ne inibisce la percezione sensoriale e il suo godimento extracorporeo, restaurando una forma primigenia di piacere tattile con noi stessi e con la musica, diventata adesso oltre che generativa anche rigenerante.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ROBERTO TAX FARANO & PAOLO SPACCAMONTI – Young Till I Die (Escape from Today/Dunque) 

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Marzo 2019: la mia quattromillesima recensione è dedicata a Marco Mathieu, come una delle prime. 

Il 6 di questo mese Marco ha compiuto 55 anni. Il 15 Luglio di quest’anno invece, se le cose non si evolveranno, i suoi occhi saranno chiusi da due, ovvero da quella maledetta notte in cui è rimasto coinvolto in un incidente sulla Roma-Ostia a bordo del suo scooter. Da quel giorno la pagina social di Marco è uno sbocciare di messaggi in cui l’amore e la speranza si è sostituita lentamente alla rabbia e all’incredulità ma in cui non ha mai fatto capolino l’ombra vile della rassegnazione.

Un altro Luglio nero per i Negazione, quattro anni dopo quello che si portò via Fabrizio Fiegl, il batterista di …Lo spirito continua….

Lo spirito non si arresta ancora adesso che il loro vecchio amico Tax ha voluto omaggiare Marco e sostenere in parte le spese mediche della famiglia col ricavato di questo disco (due brani, non un album come qualche rivista online per ragazzini borchiati ha volutamente equivocato, NdLYS) che vede coinvolti il musicista Paolo Spaccamonti e Speaker DeeMo che ne ha curato invece la splendida, evocativa copertina.

Chi cercasse qui un tuffo nei mari hardcore sappia che dovrà tuffarsi in altre onde, che qui ben altri naufragi troverà. Lo spirito continua e Young Till I Die sono due divagazioni strumentali per chitarre meditabonde che rifiutano ogni retorica, sia quella delle parole sia quella delle facili scappatoie su terre conosciute, forse nel tentativo di raggiungere l’amico Marco in quelle terre altre dove ha preso dimora, di stringergli le mani lì dove la fisicità è un affare sconosciuto, tutt’al più un vago, inafferrabile ricordo.

Un vinile (serigrafato) che va comprato e compreso per l’amore metafisico che lo avvolge prima che per tutto il resto.

Ciao Marco, su quel furgone ci siamo tutti noi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

STARFUCKERS – Sinistri (Underground)  

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Questo disco è noioso, questo disco fa schifo, questo disco è sbagliato.

Con Sinistri gli Starfuckers decidono di smontare le impalcature di tubi metallici con cui avevano costruito il loro precedente lavoro. E registrano quel silenzio interrotto da rumori casuali, metalli che cozzano, operai che si urtano mentre smantellano l’intero cantiere. Sfiniti ma pronti a bloccare i cancelli per il prossimo corteo sindacale.

Sono gli operai che inventano il logo della TIM con più di vent’anni di anticipo. Forse non sono più neppure loro, in verità.

Forse quella di Sinistri è la prima officina infestata dai fantasmi di quegli spiriti. Passando accanto alle macchine cui hanno sacrificato i loro corpi in vita producono un rumore, sfregano su qualche lastra di metallo, picchiano qualche utensile, azionano qualche puleggia, lanciano qualche ciotola nel tinello della sala mensa, spaccano qualche orinale.

Poi si mettono in marcia, intonando un malefico canto proletario che ha l’odore di tutte le cose definitive. Battendo le mani, con gli occhi bendati, le museruole infine slacciate, i piedi che pestano nel torbido: quello di Ordine pubblico è l’unico momento “musicale” di un disco dove è la presenza invasiva delle macchine a marcare il territorio, a farci precipitare in una voragine antropomorfica dove silenzi e suoni “sinistri” anticipano l’età della comunicatività compulsiva ma ectoplasmatica  che sta per arrivare, l’era in cui ogni contatto umano perde di fisicità e corporeità per disperdersi nel cyberspazio, mortificato da un sms, da un whatsapp, da una chat, da un “vediamoci” rimandato all’infinito, sparato nello spazio come l’eco di un sonar, come brindisi benaugurante di un incontro che non avverrà mai.

Distanti, polverizzati, deumanizzati, morti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BATTIATO – Pollution (Bla Bla)  

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Bologna.

Dall’8 al 14 Ottobre del 1972 sull’asfalto di Piazza Santo Stefano si consuma l’ennesima stramberia di Gianni Sassi. Il progetto si chiama «Pollution » e prevede “una pavimentazione del centro storico di Bologna e venticinque modi di gestire una natura mutante: ventitre artisti e due gruppi musicali.”. Uno di questi sono i Battiato Pollution, venuti a chiudere i sette giorni dell’installazione con la loro esibizione sulle diecimila piastrelle di ceramica. Della formazione fanno parte, oltre a Battiato, Roberto Cacciapaglia, Aldous Tedesca, Gianni Mocchetti e Gianfranco D’adda. È il momento in cui la sperimentazione del musicista catanese incontra le teorie del Movimento Fluxus importate in Italia da Daniela Palazzoli (la storica dell’arte che curerà anche il libro-documentario dell’evento) in un’esplosione creativa imprevedibile che si consuma in concerti-happening dove tutto può succedere, anche che Battiato frantumi pubblicamente una croce di legno per simboleggiare la liberazione e lo schiodamento dai tabù culturali e religiosi, suscitando lo sdegno delle frange più ortodosse del pubblico. Non necessariamente il suo. Che quando c’è da sdegnarsi è facile radunare folle impensabili. È il momento più violento e spiazzante della carriera di Battiato, incuneato in un’immagine che viene recepita da qualcuno come quella di genio estremista e sregolato, da altri come quella di un impostore modaiolo (e assieme ai due ideatori del progetto bolognese accusato di mascherare dietro la scusa dell’ecologismo, finanziamenti trasversali alle industrie ceramiche dell’Iris e di chissà quante aziende).

Pollution è il disco manifesto di questa fase storica e che utilizza, enfatizzandole, le immagini e le tematiche dell’installazione ambientalista voluta da Albergoni e Sassi. Il sintetizzatore è l’altare posto al centro della chiesa di Battiato, l’imbuto dentro cui l’officiante etneo butta brandelli di biologia, retorica, medicina, scienza idraulica, musica concreta, memorie classiche, poemi sinfonici, citazioni letterarie che defluiscono in un disperato e angoscioso pianto a dirotto finale. L’intenzione è di creare sconcerto e sgomento. A partire come sempre dalla copertina, come era stato per Fetus. E applicando le regole del situazionismo per trarne vantaggio, ad esempio inviando ai giornalisti che avevano recensito il disco precedente in maniera sommaria e sotto il condizionamento psicologico della foto-shock di presentazione la sola copertina. Che tanto non avrebbero comunque ascoltato il disco.

Anche questo era un modo per inquinare di meno, dopotutto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – L’Egitto prima delle sabbie (Ricordi)  

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L’estraniamento autoinflittosi da Battiato raggiunge il suo apice con L’Egitto prima delle sabbie, lavoro comprensibile solo per chi ha raggiunto o brama di raggiungere quell’equilibrio introspettivo che lo stesso autore sta inseguendo ormai da qualche anno. Siamo all’ultimo approdo dell’autocompiacimento, prima della svolta epocale de L’era del cinghiale bianco e del grande successo di massa.

L’Egitto prima delle sabbie è infatti un compiaciuto omaggio all’isolamento. Non è un disco “condivisibile” in alcuna forma, in alcun modo. Non lo è nella progettazione e non lo è nella sua fruizione. Le due lunghe composizioni (ma in realtà si tratta della frammentazione e della replica più o meno casuali di forme elementari di segmenti pianistici reiterati ad libitum), vale la pena dirlo, quando falliscono nel tentativo di far vibrare come un diapason le corde emozionali dell’ascoltatore diventano di una noia imbarazzante.

E questo fallimento, nella musica colta, è sempre uno dei pericoli da tenere in conto. La simbiosi emotiva può diventare, oltre che un obiettivo, un limite.

Lo è sicuramente per L’Egitto prima delle sabbie, così come lo era per i due dischi precedenti. Ed è una dimensione che il musicista siciliano, spinto dalla frequentazione con Gaber e dalla fisicità ed empatia degli spettacoli dell’artista milanese sente di dover abbandonare per trovare un altro livello di comprensibilità, meno astrusa, meno enigmatica almeno sotto il profilo musicale. Dopo aver fatto tabula rosa di orchestranti, musicisti e finanche della musica stessa, per Battiato arriva il momento di cavalcare lo stallone ammaestrato della musica di consumo.            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – La solitudine oltre la siepe di bambù

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Così a memoria non ricordo un’altra band che si sia separata al vertice della propria creatività a parte i Japan diventati uno per uno, al culmine della propria carriera, paurosi strumentisti dalla sensibilità fortissima e tormentata e dalle ambizioni non più completamente condivisibili, seppure negli anni a venire e nonostante gli scontri di ego che ne avevano causato l’improvvisa frattura si incroceranno decine di volte non solo per le strade di Londra ma anche negli studi di registrazione che tutti e quattro (cinque, se aggiungiamo Rob Dean che aveva già lasciato la band prima del loro ultimo album) frequenteranno assiduamente già dal giorno successivo, coerentemente con quanto dichiarato da Sylvian alla vigilia dello scioglimento: “Continueremo a lavorare assieme. Il nostro scioglimento è legato soprattutto alla cancellazione di un marchio, di una merce che porta il nome Japan. Per questo preoccupa più la casa discografica che noi”.

Jensen e Barbieri, dopo aver lavorato al disco solista di Mick Karn, tornano a prestare i loro servigi per l’atteso disco di debutto di David Sylvian sul quale pendevano come una spada di Damocle le aspettative degli orfani dei Japan.

Brilliant Trees si annuncia già con la sua pregiata lista di invitati, come disco ricercato. Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Steve Nye, Mark Isham, Holger Czuckay, Danny Thompson, Phil Palmer (il sessionman nipote di Ray Davies che aveva caratterizzato il sound de Una giornata uggiosa di Battisti, tra l’altro, NdLYS), Kenny Wheeler vengono coinvolti nel progetto portando il loro tocco ora misurato, ora eccentrico alla corte della nuova icona asessuata della musica britannica.

L’apertura affidata al ritmo sincopato di Pulling Punches tranquillizza subito i vecchi fan allungando un ponte verso il recente passato grazie ad un pattern che evoca quello di Still Life in Mobile Homes ma sono le note avvolgenti di The Ink in the Well a catapultarci nel cuore del disco, proteso verso uno struggimento esistenziale affine alla sensibilità delle pagine del taccuino di Nick Drake.

Nostalgia, a seguire, è un esercizio di rarefazione sonora dalle morbide curve persiane che mette in mostra un Sylvian nudo e sublime come un Narciso davanti alla sua immagine riflessa.

Red Guitar, primo estratto dell’album, sciorina il ritornello più accattivante, contrappuntato da una bellissima e robusta linea di basso e note di piano simili a scampanellii di cristalli.

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.

La seconda side del disco, rappresentata dalle due lunghe tracce scritte a quattro mani con Jon Hassell e dalla contorta Backwaters dove David si concede un cambio tonale e timbrico che ben si adatta al climax sinistro del brano, è ancora più contemplativa, fino a toccare i vertici ascetici della title track e della sua lunga coda dal sapore africano.

Brilliant Trees è una cornice di scorza d’albero costruita attorno alla bellezza muta dell’autunno, soffice calpestio di piedi sulla terra umida, dolce crepitio di arbusti sulle sponde di un rivolo d’acqua gelata, Dannunziano ritratto del nostro bosco interiore.

 

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. 

 

L’alchimia era la scienza che studiava come trasformare la ferraglia in metallo nobile, come rendere incorruttibile ciò che per sua natura era invece destinato alla corrosione, alla ruggine, al cancro, come riuscire a trasmutare la nigredo in albedo attraverso l’applicazione scientifica di un percorso di purificazione che è innanzi tutto interiore.

Allontanandosi gradualmente ma costantemente dal corruttibile mondo della pop music David Sylvian persegue il medesimo obiettivo, sfogliando un libro delle mutazioni applicabile alla sua arte e creando un’officina di altre anime elette. Sakamoto, Jon Hassell, Holger Czukay, il fratello Steve, Masami Tsuchiya, Robert Fripp vengono convocati a Tokyo e a Londra per realizzare Alchemy, opera con la quale David Sylvian lavora alla manipolazione degli elementi al pari con gli altri maestri alchemici, rinunciando al magnetismo della sua voce stavolta per sua esplicita volontà (e non, come pare fosse accaduto per la colonna sonora di Merry Christmas, Mr. Lawrence, su imposizione di David Bowie, NdLYS).

Sono antropomorfe musiche da viaggio, paesaggi che affiorano dalla memoria ancestrale. Sono le placche tettoniche dei continenti che si muovono come sipari davanti o dietro le nostre palpebre, lasciando che si schiuda l’incanto del mondo e l’incanto che ne deriva dal semplice atto di guardarlo.   

 

L’astrattismo romantico che ha cominciato ad affascinare Sylvian nei primi anni Ottanta trova ampia dimora dentro Gone to Earth, un pachidermico doppio album occupato per buona metà da tracce strumentali dal sapore ambient e new age.

Sono piccole vignette di musica muta buone per la pratica ayurvedica, scorci aperti su paesaggi immaginari, subito sorpassati da una suggestione nuova, da una curiosità più avvincente. Abbozzi di canzoni che si sviluppano orizzontalmente.

Nessuna davvero interessante, nessuna del tutto superflua.

Ma non credo che qualcuno ne avrebbe mai sentito la mancanza, se non fossero mai nate.

Perché quello che continua ad affascinare, soprattutto in questa prima fase della carriera di Sylvian è la magia che la sua voce riesce a sprigionare e che qui domina, pur lasciando ampi spazi agli strumentisti di turno (Robert Fripp, i Dolphin Brothers, Phil Palmer, Bill Nelson, Kenny Wheeler, Ian Maidman, John Taylor), le sette tracce del primo dei due dischi, un album che tra rarefazioni pianistiche e moine funk mette in mostra un Sylvian meno doloroso e addolorato, animato e mosso da una forza interiore che sembra aver pacificato e riequilibrato qualche suo tormento spirituale. Ecco così David Sylvian eleggere l’amore (Laughter and Forgetting) e la forza interiore (Wave) a nuove guide carismatiche. C’è una forte spiritualità che emerge come climax dell’intera opera, ben rappresentata dal simbolo alchemico scelto per la copertina. Per la prima volta, dopo la successione di fotoritratti che aveva contraddistinto l’ultima fase dei Japan e la prima sortita in proprio, David rinuncia all’immagine per andare alla ricerca dell’essenza. È questa sorta di sciamanesimo e di ascetismo a permeare gran parte del disco, a riempire gli anfratti delle stupende Wave, Before the Bullfight, Laughter and Forgetting, River Man con il liquido denso e fecondo di una ritrovata armonia cosmica. Canzoni impastate con il lievito fertile del misticismo zen, che sembrano sospese tra cielo e terra.

Soffici ed impalpabili eppure in qualche modo forti ed invincibili. Come l’amore ben riposto.

La fisicità freme inquieta sulla breve traccia che intitola il disco, mossa dai tappeti inquieti di frippertronics e sull’inaugurale Taking the Veil, sinuosa di bassi fretless e tastiere oniriche mentre Silver Moon ritaglia un angolo di romanticismo malinconico e carico di pathos e si adagia su una melodia struggente e su un arrangiamento forse fin troppo lambiccato ed elegante che lo avvicina pericolosamente alla musica da salotto di un altro reduce della stagione new-wave come Sting.

La luna si spegne. Le maree si richiudono.

È tempo di fare ritorno a terra.

 

Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

Il caldo nido di imenotteri rivelato con Secrets of the Beehive viene investito dalle raggelanti installazioni sonore allestite da David Sylvian con Holger Czukay negli studi di quest’ultimo tra il 1988 e l’anno successivo. Rispetto al precedente lavoro strumentale, le quattro lunghe tracce che compongono il dittico tedesco si dipanano in maniera bidimensionale. Non penetrano la superficie ma sembrano scivolarci sopra. Plight & Premonition in particolare indugia in una fredda desolazione, stipando blocchi di ghiaccio su blocchi di ghiaccio senza riuscire a penetrare non solo la superficie sonora ma anche quella della nostra epidermide. Flux + Mutabilty emette invece un qualche tepore umano, grazie a piccoli nei percussivi e al placido galleggiare delle chitarre. Si tratta sempre di musica evanescente, pigra, ma sembra già presagire un ritorno dello sciamano fra la gente comune. Calandosi dall’alto, lentamente, i palloni aerostatici di David Sylvian riapprodano al suolo.     

 

Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

David Sylvian conosce Russell Mills nel 1983, quando la Virgin per lanciare la sua nuova carriera da solista gli affida la gestione di una raccolta dei Japan che ne spiani l’avvio. Il disco che ne verrà fuori si intitola Exorcising Ghosts e per la copertina Sylvian, affascinato dalle copertine astratte dei lavori di Brian Eno, si rivolge proprio all’autore di quelle immagini. L’autore si chiama Russell Mills, un ragazzone dello Yorkshire che si diletta un po’ in tutte le arti, fra cui anche quello di musicista. Da quel momento in avanti Sylvian gli affiderà quasi la totalità delle copertine dei suoi dischi. Ma alla fine dell’estate del 1990 è Mills a coinvolgere l’artista londinese in un suo progetto, una installazione multimediale presso il Museo d’arte contemporanea di Tokyo. Un progetto che vuole stimolare la memoria sensoriale con tele, vetri, metalli, tavole e, ovviamente musica. Prodotta in team da Mills e Sylvian la cui attrazione per la “musica per immagini” ha oramai una vita parallela e autonoma rispetto a quella di semplice autore di “musica pop”. Ember Glance viene pubblicato una prima volta esattamente un anno dopo con un bellissimo libro che ne testimonia anche visivamente il risultato mentre le due “forme” sonore (una lunga più di mezz’ora, l’altra un frammento di appena un paio di minuti) che lo compongono vengono successivamente ripubblicate in esclusivo formato audio su un disco dal titolo rivelatore Approaching Silence assieme ad una terza traccia strumentale che ne fornisce il titolo e realizzata con l’ausilio di Robert Fripp per una nuova installazione multimediale e fino a quel momento disponibile solo su un nastro di dubbia legalità e scarsissima diffusione. Il risultato è molto vicino a quello di Plight & Premonition. Se non hai particolare predilezione per questo tipo di musiche scatologiche, come me, sembrano addirittura lo stesso disco. Le suggestioni sono ridotte al minimo, costrette alla funzione di anestetico, di rallenti emotivo.   

 

Il viaggio nell’alveare di dodici anni prima arriva alla sua conclusione con la messa in scena della morte delle api di Dead Bees on a Cake, vertice del percorso mistico ascendente di David Sylvian.

È l’ultima installazione del Sylvian crooner tardo-romantico prima delle piogge elettroniche che si rovesceranno copiose sui dischi del nuovo secolo.

Mentre Dio avvicina lentamente la sua coppa di veleno alle labbra dell’ignaro Sylvian, David si abbandona alle musiche e alle religioni induista e buddista e ad uno sconfinato amore per Madre Natura, sigillando il suo disco più etnico ma pure quello in cui la ricerca dell’equilibrio perfetto lo porta a far emergere il suo lato più femminile, cercando proprio nelle donne le alleate spirituali più consone a denudare questo suo lavoro di comunione dei generi.

Sono donne carnali ma anche donne di spirito quelle che ispirano canzoni come Krishna Blue, All My Mother’s Names, Praise, The Shining of Things e Thalheim. L’omogeneità tematica ed ispirativa è tuttavia controbilanciata da una scaletta quanto mai varia che mette in sequenza strumenti tradizionali occidentali (il dobro) e orientali (le tabla), orchestrazioni sinfoniche, blues, musica rituale, distese ambient, campionamenti, mutanti mostri Waitsiani o salti antigravitazionali sostenuti esclusivamente dal suono ermafrodita del Fender Rhodes.

Un album dall’animo mutante, specchio di una ricerca altrettanto mutevole e ostinata della felicità. Che non sempre viene, ma noi continuiamo a prepararci ad accoglierla.   

 

Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

La connessione con i luoghi frequentati da Ronald Stuart Thomas durante i suoi esordi come poeta è ricercata e voluta ma Manafon, il titolo del nuovo lavoro di David Sylvian può anche essere letto in chiave neologista e onomatopeica, rivelando ancor meglio il suo cuore: Manafon è l’Uomo Fonico, sono le corde vocali dell’anima.

David Sylvian è sperduto, non solo artisticamente, in un bosco popolato da ombre e da fruscii che rivelano, senza palesarla, qualche presenza estranea. Ma su tutte le ombre, su tutti i piccoli rumori, la voce di David Sylvian si erge sovrana e maestosa, mentre si immerge in quello che sembra un safari della sua stessa anima.

Totalmente prive di strutture ritmiche e armoniche, le canzoni di Manafon sono intime confessioni versate in un bicchiere di cristallo poggiato sul nulla.

Sono composizioni assolutamente free-form, svincolate da ogni concezione metrica e da ogni ordine più o meno elementare o più o meno complesso delle sequenze melodiche o degli innesti timbrici della strumentazione.

Composizioni senza àncora.

Che potrebbero alzarsi in quota o prendere il largo, se la loro infinita tristezza non scegliesse in sorte per loro di farle precipitare giù come scafandri abbandonati durante un’immersione.     

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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GLENN BRANCA – The Ascension (99)  

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Glenn Branca, chitarre.

Lee Ranaldo, chitarre.

Ned Sublette, chitarre.

David Rosenbloom, chitarre.

Jeffrey Glenn, basso.

Stephan Wischerth, batteria.

Ogni cosa tentata dai Sonic Youth negli anni Ottanta e Novanta, furono loro a provarla per primi, sull’EP Lesson n.1 prima e sull’album Ascension subito dopo.

Dissonanze, rumori, volumi, reiterazione, sovrapposizione, esperimenti tonali e modulari, incastri timbrici, feedback, sincopi, crescendo, armonici, accordature strambe e un perenne senso di depravazione, di incombente pericolo.

Tutta la nevrosi dell’uomo moderno, la serialità del mondo post-industriale da cui egli tenta invano di scappare cercando di affermare una individualità che è subito, prontamente riprodotta, ricalcata, moltiplicata fino a renderla nuovamente modello da imitare è chiusa qui dentro, adagiata come su un vetrino da biologo.

È l’uomo in perenne fuga da se stesso, schiacciato dal mondo che ha creato, inghiottito come un piccolo bolo di sangue e carne avariata lungo la tromba di un ascensore di un qualsiasi grattacielo di Wall Street.

Branca gli cuce addosso l’unica sinfonia che egli possa indossare adeguatamente, inserendo elementi di disturbo che ne possano descrivere la minaccia di omologazione e la schiavizzazione alla paura che si sono ormai insinuate nelle pieghe della sua pelle fino a degenerare in una setticemia devastante. Non ne descrive la disfatta ma la sua apoteosi.

Ancora oggi, noi siamo quell’uomo lì.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro