LA CASBAH – La Casbah (autoproduzione)

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Aprite il vostro atlante e tracciate una curva che parta dai labirintici vicoli che come intestini riempiono la pancia delle città arabe, attraversi le terre arse dal sole del Sud Italia, abbracci le banlieaus parigine e, scivolando giù per le periferie spagnole, arrivi a conficcarsi nei sobborghi di Kingston.

Ecco, quello è il perimetro entro cui potete circoscrivere la musica de La Casbah, saltellante di ska meticcio e ondeggiante di mandolini tzigani.

I dodici centimetri digitali non rendono però giustizia alla vera anima del gruppo siciliano, difficile infatti racchiudere nella piattezza (non solo geometrica) del supporto digitale il movimentato e variopinto circo cui ci hanno ben abituato nei loro spettacoli dal vivo: un palco che pullula di mascheroni, mangiafuoco, saltimbanchi, giocolieri, fez e kaftani, odorante di petrolio e di sudori che qui, complice una dinamizzazione del tutto inesitente, fatica a lasciarsi immaginare.

Chi ha avuto l’opportunità di vedere La Casbah in azione troverà solo a tratti la stessa atmosfera dei loro show ma i mandolini ska-tenati di Punture di strega e lo ska-cciapensieri ska-ttante di Priati Priamu sono angoli di Mediterraneo nascosto che è bello portarsi a casa come souvenir.

                       Franco “Lys” Dimauro

 

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MANU CHAO – Clandestino (Virgin)  

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È il 1998 quando l’industria del disco trova finalmente una nuova icona, stavolta vivente, da dare in pasto al transumante popolo abbandonato dall’icona Bob Marley e ai figli di quel popolo che di Marley si sono nutriti dello spirito e delle parole, non potendosi nutrire della carne.

Il nuovo eletto si chiama José-Manuel Thomas Arthur Chao ed ha già girato mezzo mondo assieme al fratello Antoine alla guida di una band chiamata Mano Negra, nascosto sotto il nome di Oscar Tramor, traducendo in malo modo uno dei testi di Irma Serrano. Anche allora gli avevano dato una staffetta in mano, cercando di chiamare la sua band a raccogliere il testimone dei Clash bastardi di Sandinista!. La Mano Negra aveva corso qualche altro chilometro inneggiando a Zapata e Maradona, poi aveva gettato il testimone nelle acque della Senna.

Del suo rientro in scena pare non accorgersi nessuno. I suoi primi singoli (Clandestino, Desaparecido e Mentira), destinati a diventare mesi dopo dei tormentoni che ancora oggi resistono all’usura del tempo, non se li fila nessuno.  Ma le radio, spinte dalla Virgin Records a mettere in heavy rotation quei brani farciti di chitarrine e fischietti, fanno lentamente esplodere il fenomeno Manu Chao, che diventerà tale l’anno successivo, portando (in ritardo clamoroso) il suo album nella Top 20 di almeno cinque stati, Italia compresa esportando, oltre a una musica meticcia e terzomondista, un “sentimento” di inadeguatezza culturale/politica/sociale (il mito del clandestino, del rifugiato, dell’esiliato, dei gitani erranti, del migrante apolide), un deciso sentimento pacifista, multietnico e no-global  e un vago aroma da busker che ben coglie lo spirito errabondo che affascina e nutre da sempre le giovani generazioni. Manu Chao è insomma un po’ il nuovo Bob Marley, un po’ la vetta più bassa dei monti Illimani e un po’ il nuovo adesivo del “vagabondo” da attaccare sul culo della Vespa. Le canzoni di Clandestino, tanto minimali nelle scelte armoniche quanto colorate come un carnevale carioca, piene di richiami al tex-mex e alla musica caraibica e sudamericana, vengono non solo accostate ma sovrapposte, intrecciate e “stratificate” una sull’altra, richiamandosi a vicenda e creando un vivacissimo e avviluppato vivaio di spezie. Alcune legali. Altre, ahimè, no.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CASINO ROYALE – Jungle Jubilee (Kono)  

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Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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MAU MAU – 8000 Km (Godzillamarket)  

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I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e questo nuovo appena caldo di tostatura sono passati dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DUBIOZA KOLEKTIV – Happy Machine (Koolarrow)

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Il primo avvertimento è che il “collettivo” bosniaco sarà sul palco del Concertone del Primo Maggio 2016.

Il secondo è che, nel panico di non farvi trovare impreparati (“ci sono Capossela, i Tiromancino, i Marlene Kuntz, i Mau Mau, Raiz, Avitabile e poi un gruppo dei Balcani che non mi ricordo il nome”) non commettiate l’errore di fidarvi di Itunes che vi farà pagare per quello che la band, coerentemente alle proprie ideologie liberali (una delle loro cose migliori di questo loro disco è dedicato ai fondatori di The Pirate Bay), mette in download completamente gratuito sul proprio sito. 

Ecco, il “gruppo dei Balcani di cui non ti ricordi il nome” sono i Dubioza Kolektiv, in giro da ormai tredici anni buoni con la loro miscela di elettronica, reggae, turbo-folk, chitarroni rock e l’immancabile brass-band di contorno che magari diventa irritante per l’uso domestico ma che dal vivo tramuterà il vino in urina, rinnovando il ricordo delle Nozze di Cana. Perfettamente allineati alle storiche realtà trasversali della musica europea (dai Mano Negra agli Asian Dub Foundation e ai nostri Aretuska passando per gli Urban Dance Squad), i Dubioza Kolektiv provano insomma a distillare la loro forma di felicità e a servircela in proletarie bottiglie in PET che raccoglieremo il 2 Maggio per mandarle al macero in attesa si sveglino quelli che “quanto mi sono divertito ieri, raga, con quella band balcanica che non mi ricordo il nome!”.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ROLANDO BRUNO – Bailazo (Voodoo Rhythm)  

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E così anche i cavemen hanno il loro Manu Chao.

Come lui è basso e bruttino e come lui suona roba sudamericana.

Si chiama Rolando Bruno e per circa dieci anni è stato il chitarrista di una band garage di pigmei argentini chiamata Los Peyotes. Un curriculum che dunque, unito al fatto di incidere questo suo nuovo disco per un’etichetta dura e pura come la Voodoo Rhythm, gli varrà la simpatia del pubblico che frequenta i festival beat più che quello che frequenta le balere e si scatena nella rumba. E infatti pare che il signor Bruno sia uno dei nomi papabili per il prossimo incontro di capelloni di Salsomaggiore. E balleremo con la cumbia. E ci porteremo a casa uno di quei dischi che lasceremmo inorriditi dalla copertina a marcire nel negozio di bric-a-brac condotto dai pakistani nel nostro quartiere.

Non so se sarà il nuovo trend, ma spero di no.

Però se magari volete mettere su una festa alcolica e bestemmiare in lingua latina, Bailazo val bene un giro. Pochi altri di più.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CASINO ROYALE – Dainamaita (Black Out)  

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Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo Giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo. 

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MAU MAU – Marasma general (Mescal)    

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Auguri!

Tempi di festeggiamenti e celebrazioni per molte formazioni storiche italiane. Anni spesi a tirarsi fuori dalle cantine, passando per gli angusti sotterranei delle produzioni underground e poi, di colpo, la luce. Non popolano ancora le classifiche, forse mai lo faranno e del resto poco importa ma i loro nomi ormai li conosce anche mia mamma. E così dopo il doppio live degli Afterhours, le celebrazioni Marleyane degli Africa Unite, il tronfio epilogo dei CSI, ecco i Mau Mau davanti alle loro dieci candeline che diventano ben 25 su questo doppio live pubblicato per l’occasione. Un disco che pesca in tutta l’ampia storia del più credibile gruppo meticcio italiano e che è un egregio compendio all’ottima discografia in studio che Luca Morino e Fabio Barovero ci hanno regalato in questi anni. Marasma non traballa, è un’orgia di colori e sapori, è la festa paesana di tutti i paesi del mondo, è la musica per ogni festa del Santo Patrono, da Bahia a Cipro. Chi ha assistito ai concerti del gruppo piemontese sa a quale livello di coinvolgimento si può arrivare, e questo sin dai tempi della gloriosa acustica tribù che ricordo ciondolante e baraccona tra il pubblico dell’ormai sepolto Magna Grecia Festival, tanti anni fa. Tutto viene qui documentato, con queste istantanee scattate lungo il loro peregrinare da griot piemuntesi, che aggiunge tra l’altro un paio di nuove, ottime foto al già voluminoso album di famiglia. Anzi, della tribù. 

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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MANU CHAO – La Radiolina (Because)  

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Fiero e indipendente, prosegue il cammino di Manu Chao. Ormai da anni svincolato  dal contratto che lo legava a Virgin (mentre qui da noi tutti sbracciano per farsi stritolare dall’ufficio contratti della multinazionale, dai Subsonica ai Marlene Kuntz passando per Afterhours e Cristina Donà) Manu continua a fare quel che cazzo gli pare e ad incidere dischi senz’alcuna premura. Un cane sciolto della giungla culturale moderna. La Radiolina segue col solito gruppo di musicisti fidati (Tonino Carotone e Roy Paci, tra gli altri) il suo percorso musicale e sociale in maniera coerente e se il singolo Rainin’ in Paradize lanciava presagi di riacceso fervore punk di marca Mano Negra, l’album si muove nella consueta altalena di molli e ondeggianti ninne nanne latine (A Cosa, cantata in italiano, Mundorevès, Mala Fama), flamenchi gitani (Me Llaman Calle, La vida Tòmbola dedicata al vecchio amico Maradona), reggae punteggiati da trombe mariachi (Politik Kills), furiose busker-songs da rivolta punk ululanti di sirene e flauti a pistone (El Kitapena, The Bleeding Clown, Panik Panik, Siberia e il già citato singolo Rainin’ in Paradize), colorati coriandoli di patois lanciati sui ritmi di una patchanka universale (13 diàs, Tristezza Maleza, Beison de la Luna) e certe romantiche serenate cullate dalla saudade del fado, della morna e della milonga (Outro Mundo, Piccolina Radiolina). La Radiolina non segna nessun punto fermo nella carriera di Manu ma è un lavoro “in progress”, legato a tutte le sue vicende artistiche passate e destinato a integrarsi e plasmarsi nel futuro prossimo con quanto Manu lancerà dal proprio sito (pare ci siano tre dozzine di inediti che verrano di volta in volta “sparati” sul sito www.manuchao.net, NdLYS). Poco cambia nello stile di Manu, niente con cui lui non abbia già ampia familiarità, che siano i Clash, Bob Marley o le musiche vagabonde da banlieue parigina o da barrio spagnolo. Del resto, poco è cambiato il mondo, se non in peggio. Ecco perché La Radiolina sembra percorso da una rabbia più marcata e da questo fremito elettrico. Come Sandinista! o Survival brucia di rabbia ed orgoglio terzomondista (una visione di Terzo Mondo allargata alle nuove povertà), di voglia di riscatto mista ad amarezza. E’ il mondo che perde le sue tinte di ocra, di grigio e di nero e si colora come una bandiera, ondeggiando nel vento.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Rat Patrol from Fort Bragg

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Dopo i pasti abbondanti di London Calling e Sandinista! i Clash non sono ancora sazi. Quando è il momento di mettere mano a quello che diventerà l’ultimo album dei Clash “storici” decidono che sarà ancora un album doppio.

I Clash sono, in quel momento, una balena dalla bocca gigantesca che ingoia qualunque cosa. Musica sudamericana, rock ‘n roll, jazz, musica western, rap, swing, reggae, punk-rock, dub, garage, calypso, bluegrass, protest-songs, funky, disco-music. Una babele che permette loro di poter dire qualunque cosa, e sempre in forme diverse.

Già da qualche anno non sono più una punk-band ma un’intera orchestra, sono i Beatles dentro gli Abbey Road, sono Phil Spector dentro i Gold Star Studios.

A metterci le mani c’è lo stesso Mick Jones.

Ma i rapporti tra Joe e Mick non sono più quelli di cinque anni prima.

Joe storce il naso un po’ troppo quando si parla del vecchio amico. Si dichiarerà insoddisfatto del suo lavoro al mixer, prima di cacciarlo fuori dalla band a lavoro ultimato. Alla produzione viene chiamato Glyn Johns, una porzione del disco viene definitivamente cestinata, un’altra fetta viene ristrutturata, un’altra costituirà l’ossatura di quello che invece diventa un album singolo con il titolo di Combat Rock.

Un disco che è sempre stato offuscato da quello che c’è stato prima. Come quando stai per troppo tempo affacciato al balcone, arrendevole alla luce e al calore di un sole troppo bello per starsene da solo e poi rientri repentinamente. Gli occhi faticano a riadattarsi e quello che ti salva da quell’improvvisa muta tenebrosa è la familiarità col posto, con l’ ambiente. Riesci ad evitare abilmente il salotto e il tavolo, probabilmente inciamperai in una sedia riposta malamente. Difficilmente sbatterai il grugno su qualche porta.

Combat Rock è invece un disco bello, irrequieto, anche se la sua seconda parte lascia trapelare uno spirito ammansito, come di un leone che dopo la sua battuta di caccia torna a godersi il torpore. Perché i Clash a quel punto possono nutrirsi di tutto e questo, se da un lato incute rispetto e timore, è una consapevolezza che ne ha ormai attutito l’effetto-sorpresa. Possono ancora sprofondarci le zanne al collo, ma ora abbiamo l’accortezza di saperne stare alla larga.

Loro sono sempre i Re della foresta. Ma noi sappiamo essere cauti.  

È il prezzo da pagare per essere ammessi alla “classicità” del rock-system, per avere le loro figurine sull’album delle stelle del rock.

Ma Rat Patrol, la minaccia di aborto che lo precede, è molto più bello.

Ha lo stesso carico di merci buttate un po’ alla rinfusa che stava sul TIR di Sandinista! ma qui è tutto stipato in un furgone.

The Beautiful People Are Ugly Too è un pezzone pieno di groove nero, con le voci di Joe e Mick in perfetta sintonia su un tappeto di percussioni sudamericane. Verrà escluso dal disco e sostituito con le epilessie di Overpowered By Funk.

Kill Time è uno degli altri esclusi dalla versione definitiva. Un reggae solare e proletario, come quelli che Strummer riprenderà molti anni dopo con i Mescaleros.

Il primo pezzo conosciuto è Should I Stay or Should I Go, ovvero il pezzo più minchione mai inciso dai Clash, con quell’orribile riff rubato a Farmer John.

Ma la sua versione originale, che è quella racchiusa qui dentro, gli da una dignità nuova, pur mantenendone la forma. I versi in spagnolo (quelli cantati da Strummer, NdLYS) hanno un’esuberanza che la versione di Combat Rock sacrificherà e l’assolo di trombone gli da quest’aria un po’ zigana che l’avvolge di un calore nuovo. Rock the Casbah è quella cosa straordinaria che tutti sappiamo: una danza multirazziale tra le sabbie del deserto, sotto le ombre dei Phantom F-4 e i MiG-21 che si scambiano occhiate di fuoco nei cieli sauditi. Know Your Rights verrà scelta per aprire il disco ufficiale. Ha questo tono barricadero delle cose migliori dei Clash. Fiera e incalzante, come un cane da combattimento.

La versione di Rat Patrol indugia un po’ di più sull’eco e sull’aria da proclama che avvolge la canzone.

Joe non canta, declama.

Tutte le tracce restanti sono per molti versi simili a quelle ufficiali, ma pensate per un disco doppio, quindi allungate (come l’intro di Sean Flynn, per esempio), meno “costrette”. Ci sono leggere variazioni nei volumi che ne esaltano le parti vocali o ne colorano meglio le sfumature (l’organo di Red Angel Dragnet, i cori e il vero e proprio tappeto di voci che sono un po’ la vera caratteristica del disco, quello che lo distingue da quanto fatto in precedenza dai Clash, NdLYS).

Inoculated City è imbevuta di effetti e dilatata rispetto alla versione mutilata che finirà su Combat Rock, con la lunga “suppellettile” dello spot per il lavacessi.

Walk Evil Walk è uno strumentale jazz che poi non avrebbe avuto nessuno sbocco e che avrebbe potuto suonare chiunque. Non vi stessi dicendo che sono i Clash, vi sareste pure sucati che era il quartetto di Dave Brubeck.

First Night Back In London e Cool Confusion sperimentano col dub e col reggae, un vezzo che i Clash si concedono sempre volentieri. Finiranno disperse sui singoli, prima di essere amorevolmente raccolte su Super Black Market Clash.

Da lì a breve della più bella rock band del mondo resterà solo qualche briciola di rancore e qualche muso lungo, un’ appendice di storia intitolata Cut the Crap che vale quanto il sequel di Psycho, ovvero meno che niente. E un’altra bara da seppellire. Con buona pace per quanti non avevano loro mai perdonato di non aver sacrificato i propri martiri sull’altare pagano della rivoluzione punk.

Ora il debito è saldato. Potete finalmente aggiornare i vostri merdosi libri di storia con gli aggettivi che gli avete sempre negato.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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