MANO NEGRA – O bella Chao, bella Chao, bella Chao Chao Chao  

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La Bastiglia l’avrebbero presa l’8 Luglio del 1989, ficcando la loro bandiera nella piazza antistante la fortezza parigina davanti a 200.000 spettatori in delirio. Ma la Mano Negra avrebbe conquistato, durante i suoi cinque anni di vita, ben altre piazze, ben altre fortezze, scavalcando confini, dogane, frontiere, imponendo la musica francese come nuovo (ultimo?) baluardo di musica antagonista. Una musica che era pattumiera di tutte le musiche del mondo o di buona parte di esse. E che rivendicava appartenenza a tutte le geografie del mondo. Come fosse un’ambasciata del terzo mondo tutto ficcata nel cuore della Francia.     

Patchanka, il debutto della più influente band francese della storia moderna, è il risultato, piro-tecnico negli intenti e ipo-tecnico nei risultati, dell’applicazione del System D (l’equivalente del DIY divulgato dal punk inglese, NdLYS) al situazionismo musicale. I Mano Negra sono, all’epoca, ancora dei buskers, dei musicisti che nelle gallerie della metropolitana impattano con le altre culture, ne attingono energia ed ispirazione. Si chiedono, soprattutto, cosa muova enormi masse di persone da un posto all’altro del globo, cosa le metta in fuga. Spagna, Irlanda, Giamaica, Cuba, medio-oriente, nord-Africa, sud-America, est-Europa entrano nel cestello della lavabiancheria della band, già pieno di panni francesi, di elastici zigani, di copricapi baschi, di biancheria punk inglese. Centrifugate assieme, fanno capolino dall’oblò a volte in un indistinguibile ammasso di cenci bisognosi di detersivo, altre volte invece in un susseguirsi circolare e sfilacciato di colori che fanno capolino tra la schiuma, inseguendosi l’un l’altro senza posa: è l’aggiornamento di quel crogiuolo di influenze che fu Sandinista!, il disco che dimostrava definitivamente che il futuro negato dei Sex Pistols invece esisteva eccome ma che andava riscritto partendo proprio dalla fusione tra le diverse culture e che il combo francese ribattezza, appunto, Patchanka.

L’accostamento con i Clash, che immaginiamo lusinghiero per Manu Chao (all’epoca, ancora, Oscar Tramor) e compagni, è nell’approccio globale, trasversale alla musica, rispetto alla paralizzante eredità anglosassone di gran parte della musica continentale.

La musica della Mano Negra è stracciona, terzomondista, fumettistica e punk. Tanto che quando arriva nei negozi, finisce che lo trovi sotto dieci scaffali diversi (punk, rock francese, ska, world music, cabaret, folk) o che non lo trovi affatto. Che sia un disco d’assalto è chiaro sin dal siparietto iniziale che porta lo stesso nome della band e che frana addosso come se qualcuno avesse aperto le paratoie di una diga. Trombe, percussioni, pianole Bontempi, bandoneón, chitarre, sintetizzatori, rullanti e contrabbassi arrivano a turno a cercare il loro spazio nella mezz’ora di spettacolo che segue, cercando di farsi largo nella giungla di liane della Mano Negra, a mettere l’accento ai racconti di Manu Chao, autore di tutti i testi e di quasi tutte le musiche, orgogliosamente antifascisti ed apolidi i primi, bizzarramente accostate le une alle altre le seconde fino a sconfinare nel rap (Rock Island Line e Killin’ Rats sono attigue alle soluzioni dei Beastie Boys e dei Big Audio Dynamite) e nel rockabilly (Tackin’ It Up o la Darling Darling che sembra tirata fuori da un disco dei King Kurt). Ma i pezzi che danno contezza del meticciato che è cifra stilistica della band si intitolano però Indios de Barcelona, Ronde de Nuit, Baby You’re Mine, Noche de Accion, Mala Vida. Inni alla gioia balorda e ai vizi che da sempre accompagnano gli sfrattati dagli spassi di lusso, a Parigi come altrove. La mano nera che sporcava i muri della città prende vita e allunga le dita a prendersi una fetta di mondo. Una grande fetta di mondo.

 

Puta’s Fever è Patchanka al quadrato.

E con un investimento sei volte superiore a quel debutto infetto che in Francia ha scatenato una pandemia. Che poi si rivelerà essere la sifilide, la febbre delle prostitute. Come quelle che ammiccano sulla copertina e come i Mano Negra medesimi, accusati di essersi venduti al miglior offerente e pronti per essere sgozzati nei templi della nuova Gerusalemme come i capri nel giorno dell’espiazione. Così, per partito preso. Come era successo ai Clash anni prima.

In realtà la ricetta musicale dell’ensemble francese rimane la medesima.

Qualcosa cambia davvero però. Cambia l’idea rivoluzionaria di mettere sotto scacco il dominio anglo-americano in maniera totale. Perché se è vero che la musica dei Mano Negra sta conquistando più di una nazione e per di più con un suono “globalista”, è vero che il veicolo di diffusione del loro messaggio torna in mano a chi gestisce, capitalizzando, il mercato musicale.

Il successo artistico di Puta’s Fever è dunque bilanciato da una sconfitta sul piano morale. E a far la morale siamo sempre bravi in tanti. A far musica come i Mano Negra un po’ meno, anche se la loro baldoria euforica continua a piacerci. Ci fa sentire meno yankee, anche con addosso i pantaloni Levi’s®, anche con addosso la sifilide, che è spesso l’unica cosa che importiamo dai paesi poveri. Ci piace immaginarci giocolieri tenendo la sfera del mondo in una mano sola. Al limite con due, visto che siamo incapaci.
La Mano Negra, dal canto suo, continua ad essere un tritatutto. Una pancia vorace che accoglie gli avanzi di un mondo cui proprio gli avanzi sono destinati, a volte senza metabolizzarli nemmeno. La sensazione, già evidente nel primo album, è però che i solchi del disco rappresentino un po’ degli steccati che arginano le performance live del gruppo, che sono feste di popolo e concerto punk assieme. Danze popolari e pogo, baraonda folkloristica e stage diving. E che qui fatica a venire fuori con tutta la potenza che in molti giurano di aver visto deflagrare dal palco. King Kong Five, il pezzo che spopola ovunque, è in realtà la cosa più banale dell’album. Un rap che il flow del nuovo asso dell’hip-hop francese Mc Solaar spegnerebbe come una candelina sulla torta di un compleanno. Il meglio galleggia sottopelle, e sono cose come The Rebel Spell, Pas assez de toi, Guayaquil City, Peligro. Canzoni torve sulla vita del barrio, sulle anime ribelli, sulla repressione.

300.000 copie vendute solo in patria sono il passaporto per Babilonia.

La Mano Negra è pronta a menar ceffoni.

 

Cantato per tre/quarti in lingua inglese, King of Bongo è il figlio americano della Mano Negra, concepito durante il tour mondiale del 1990 ma anche assistendo alla prima guerra trasmessa in diretta tv. Il disco, come la tournée, è il tentativo (fallito) di conciliare la musica della band con le aspettative del pubblico d’oltreoceano che ama pochissimo le alchimie con le musiche terzomondiste (la chiamano world music, ma in realtà lasciano intendere che quel “world” si riferisce a un mondo altro, ma inferiore. Terzo. Forse addirittura quarto. NdLYS) ma vuole rumore, distorsione, potenza di fuoco. Un pubblico che ama i film di Rambo. King of Bongo è stretto in una morsa fra la tentazione di piacere a quello che è nei fatti il vero pubblico davanti cu si sentono stranieri e la cupa rassegnazione davanti alla guerra in Iraq. L’ironia e la baldoria del gruppo vengono smorzate dai notiziari della CNN fino a venire soffocata, sommersa piuttosto da un’onda di rabbia che si abbatte sui muri elettrici di Letters to the Censors e Bring the Fire. C’è una consapevolezza amara, che si agita dentro il terzo album della Mano Negra.

E c’è pure, forse meno consciamente, la sensazione che a furia di rincorrerla (o di essere spinti a rincorrerla: ricordiamoci che la band è adesso sotto le ali della Virgin, NdLYS) l’America abbia conquistato anche loro. Che siano diventati in qualche modo un’altra colonia dell’impero dello Zio Sam. Il “bongo” che si portano dietro, come lo scimpanzé della canzone che intitola il disco, è l’unico souvenir che è loro concesso per ricordare la loro tribù di appartenenza. Come quei peruviani che ai bordi dei marciapiedi dei figli dei conquistador si ostinano a suonare El Condor Pasa con il flauto di Pan. Triste e paradossale.

La Mano Negra fa un tuffo nell’Oceano che li separa dal primo mondo. E in qualche modo, ne viene inghiottita.

 

La Caravane, il Cargo 92, il treno del ghiaccio e del fuoco. All’alba degli anni Novanta la Mano Negra diventa una festa nomade ed inebriante. Si reinventano sarti, fabbri, saldatori, falegnami, cuochi, imbianchini. Non un giorno di riposo. L’impegno fisico ed artistico è al limite. La delusione seguita ai concerti di spalla ad Iggy Pop che accentuano la persuasione che forse il carrozzone su cui sono saliti è quello sbagliato, accende in Manu Chao la convinzione che quel carrozzone la Mano Negra se lo deve costruire da sé. E allora ecco un tendone da circo, scenografie fantastiche allestite con gli scarti della società moderna, una chiatta rattoppata con dentro una Parigi riprodotta in scala, un serpente di vagoni autocostruiti che si muovono sul regno dei narcos portando un po’ di follia e di festa dove di festa non ce n’è e l’unica follia, in quella terra ridisegnata da Escobar (che morirà proprio mentre il treno si sposta da Aracataca a Bosconia, NdLYS) è quella dei sicari dei cartelli di Medellìn, di Calì e di Norte del Valle.

Prima sono le periferie di Parigi, quelle dove l’unico eroe è femmina e si chiama eroina, ad essere preda della Mano Negra, poi la band si infila negli intestini del Sud America, seguendo le rotte sconsigliate da ogni ambasciata, a bordo di un treno che arriva avvolto dalle fiamme e si ferma ad ogni stazione dove ci sia una donna, un bambino, un uomo disposto a sventolare una bandiera giusta o a deporre un sogno (uno dei ventuno vagoni proprio a questo è dedicato). E diventano ambasciatori essi stessi, portando la buona novella di uno spettacolo che rimarrà nella memoria collettiva.

Sono vagoni male in arnese. Vagoni che perdono pezzi, come la Mano Negra stessa. Però è un momento magico, il momento tanto sognato da Manu in cui l’idea di “gruppo” si sfalda e la sua band, diventata segretamente Radio Bemba, è un collettivo di gente e ospiti che entrano ed escono. Fanno quel che possono, per il tempo che lo vogliono. Lasciano una voce, una firma, un suono. E vanno via.

Babilonia è stata conquistata.

A fatica ma è stata conquistata. Adesso Manu Chao può innalzare la sua torre dove suonano tutte le lingue e tutte le musiche del mondo.

Il risultato di questa torre che frana mentre sta raggiungendo il cielo è Casa Babylon, il capolavoro assoluto della Mano Negra o di quel che ne rimane. Dentro c’è Cuba, l’Argentina, il Brasile, l’Ecuador, il Messico, la Colombia, c’è la lista di Paesi che Manu ha visitato e che vengono elencati nella bellissima Sueño de solentiname. C’è il calcio e ci sono i contrabbandieri. C’è tribalismo e combat-rock reso finalmente deflagrante dal missaggio ad opera della Kwaanza Posse. Il Chiapas e la Santeria. Poesia, mistero e ribellione. C’è la vita che passa veloce e che bisogna correre per acciuffarla, bisogna trovare il proprio vagone. Che per Manu Chao non è più quello dei concerti per conquistare chi ha soldi da spendere in concerti ma quello che può portare la musica dove i rumori sono altri, lapidari, implacabili. C’è il dub, il rock ‘n roll, la rumba, c’è il reggae e c’è un’energia viva, incontenibile che sommerge tutto fra i clangori di mille tamburi, dei fischietti, di voci che vanno e che vengono, si sovrappongono, si sommano, si dileguano come se quella torre fosse stata costruita sulle sabbie mobili. E un po’ lo è. Non è sabbia, in realtà, ma la polvere stessa di quella mano che ad una ad una ha ormai chiuso tutte le sue dita, lasciando un patrimonio di idee e di energie che non potranno mai più essere replicate da altra mano, di qualunque colore essa sia.

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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MANO NEGRA – Patchanka (Boucherie Productions)  

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Patchanka, il debutto della più influente band francese della storia moderna, è il risultato, piro-tecnico negli intenti e ipo-tecnico nei risultati, dell’applicazione del System D (l’equivalente del DIY divulgato dal punk inglese, NdLYS) al situazionismo musicale. I Mano Negra sono, all’epoca, ancora dei buskers, dei musicisti che nelle gallerie della metropolitana impattano con le altre culture, ne attingono energia ed ispirazione. Si chiedono, soprattutto, cosa muova enormi masse di persone da un posto all’altro del globo, cosa le metta in fuga. Spagna, Irlanda, Giamaica, Cuba, medio-oriente, nord-Africa, sud-America, est-Europa entrano nel cestello della lavabiancheria della band, già pieno di panni francesi, di elastici zigani, di copricapi baschi, di biancheria punk inglese. Centrifugate assieme, fanno capolino dall’oblò a volte in un indistinguibile ammasso di cenci bisognosi di detersivo, altre volte invece in un susseguirsi circolare e sfilacciato di colori che fanno capolino tra la schiuma, inseguendosi l’un l’altro senza posa: è l’aggiornamento di quel crogiuolo di influenze che fu Sandinista!, il disco che dimostrava definitivamente che il futuro negato dei Sex Pistols invece esisteva eccome ma che andava riscritto partendo proprio dalla fusione tra le diverse culture e che il combo francese ribattezza, appunto, Patchanka.

L’accostamento con i Clash, che immaginiamo lusinghiero per Manu (all’epoca, ancora, Oscar Tramor) e compagni, è nell’approccio globale, trasversale alla musica, rispetto alla paralizzante eredità anglosassone di gran parte della musica continentale.

La musica della Mano Negra è stracciona, terzomondista, fumettistica e punk. Tanto che quando arriva nei negozi, finisce che lo trovi sotto dieci scaffali diversi (punk, rock francese, ska, world music, cabaret, folk) o che non lo trovi affatto. Che sia un disco d’assalto è chiaro sin dal siparietto iniziale che porta lo stesso nome della band e che frana addosso come se qualcuno avesse aperto le paratoie di una diga. Trombe, percussioni, pianole Bontempi, bandoneón, chitarre, sintetizzatori, rullanti e contrabbassi arrivano a turno a cercare il loro spazio nella mezz’ora di spettacolo che segue, cercando di farsi largo nella giungla di liane della Mano Negra, a mettere l’accento ai racconti di Manu Chao, autore di tutti i testi e di quasi tutte le musiche, orgogliosamente antifascisti ed apolidi i primi, bizzarramente accostate le une alle altre le seconde fino a sconfinare nel rap (Rock Island Line e Killin’ Rats sono attigue alle soluzioni dei Beastie Boys e dei Big Audio Dynamite) e nel rockabilly (Tackin’ It Up o la Darling Darling che sembra tirata fuori da un disco dei King Kurt). Ma i pezzi che danno contezza del meticciato che è cifra stilistica della band si intitolano però Indios de Barcelona, Ronde de Nuit, Baby You’re Mine, Noche de Accion, Mala Vida. Inni alla gioia balorda e ai vizi che da sempre accompagnano gli sfrattati dagli spassi di lusso, a Parigi come altrove. La mano nera che sporcava i muri della città prende vita e allunga le dita a prendersi una fetta di mondo. Una grande fetta di mondo.               

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MAU MAU – Bàss paradis (Vox Pop)  

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L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MAU MAU – Sauta rabel (Vox Pop)  

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All’inizio erano i Loschi Dezi. All’inizio era Molita, un “Negresses Vertes” reso in dialetto torinese. Fabio Barovero e Luca Morino incrociano il loro destino in quella che più che una meteora si rivela essere la stella cometa che annuncia la nascita dei Mau Mau. Siamo proprio all’alba degli anni Novanta e i Loschi Dezi, senza saperlo, stanno innescando una piccola rivoluzione. La rivendicazione fiera delle proprie radici lessicali e culturali, che è la stessa propugnata in meridione dal Sud Sound System, è una scelta di identità che il grande mercato del disco non si sente ancora di propugnare, tanto che la EMI si rifiuterà di mettere il proprio marchio sul primo singolo dei Mau Mau, cercando di convincere il gruppo ad esordire in lingua italiana. La forza dei Mau Mau è però impetuosa e pandemica. Non tanto su disco, che i tre pezzi di Soma la macia sono ancora divagazioni folk dalle forme incerte, ma in virtù di un esplosivo impatto quando l’”acustica tribù”, armata di chitarre acustiche, djambè, fisarmonica e violino, prende d’assalto il pubblico e lo costringe alla resa in maniera talmente naturale e persuasiva da contagiare l’intero stivale piegando anche i “problemi tecnici” dovuti all’amplificazione in un cavallo di troia che permette loro di sfondare ogni porta con un set acustico che, anche con pochi watt a disposizione, riesce ad accendere il pubblico.

Quando nel 1992 i Mau Mau presentano alla casa discografica il loro album di debutto, la EMI il marchio decide di mettercelo eccome. Il supporto degli amici Africa Unite (Madaski, Paolo Parpaglione, Papa Nico e Max Casacci sono coinvolti a vario titolo nella realizzazione del disco) è fondamentale ancora una volta nella definizione dello stile del gruppo piegandolo a volte alle proprie influenze (la forte impronta di Madaski su Singh sent ani, ad esempio, con l’uso di echi dub e di campionamenti, come quello dei Funkadelic in seguito usato dai Sangue Misto, NdLYS) ma è soprattutto quando l’affinata consapevolezza nelle proprie capacità riesce ad emergere che i Mau Mau danno il meglio di sé, come nei vortici gitani di Mostafaj, Traversado e di Ël mat che saranno proprio le matrici stilistiche utilizzate per mettere in piedi quel capolavoro che sarà il secondo disco.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LES NEGRESSES VERTES – Famille Nombreuse (Delabel)  

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Alla fine è toccata modificarla a me, il 19 Agosto del 2016, la striminzita paginetta italiana di Wikipedia dedicata ai Negresses Vertes dove il secondo album dell’ensemble parigino giaceva col titolo storpiato in Famille Hereux forse da un decennio buono, a testimonianza di una disaffezione che il genio sregolato di Helno non merita. Anche sul sito inglese, poco ci si dilunga sulla storia di una band che, se non ha cambiato la storia della musica francese, ha avuto il merito di consegnare al mondo la faccia più sporca della sua capitale, quella dei giostrai, dei clochard, dei rom, dei quartieri meticci, delle zone malfamate. Quelle di cui dopo gli attentati dei tempi recenti la Francia si disfarebbe con gran piacere e di cui i Negresses Vertes cantarono le zuffe alcoliche, i balli improvvisati davanti alle roulotte, le dichiarazioni d’amore accompagnate da una chitarra flamenco, una tromba impertinente o un accordéon col mantice logoro.

Insomma, la memoria non è stata benevola e la storia sembra essersi accartocciata sui Negresses Vertes e averli trascinanti in fondo alla Senna, nonostante dopo la morte di Helno la band abbia tentato di tenere in qualche modo spiegato il tendone del suo circo, ormai forato inesorabilmente.

Famille Nombreuse sarebbe dunque diventato l’epitaffio artistico della formazione. Di lì a breve Zobi la mosca avrebbe punto al cuore il loro poeta alcolista per portarlo a ronzare altrove, privandoci di uno dei più brillanti giovani artisti francesi e lasciandoci soli, in compagnia di qualche suo clone. Famille Nombreuse ripercorre i quais già calpestati col disco precedente, forse con un tocco carnevalesco in più (Sang et Nuit, Hou Mamma Mia, Infidèle Cervelle). Come se ci invitassero a far festa. E come se questo invito ci servisse di monito.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LA CASBAH – La Casbah (autoproduzione)

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Aprite il vostro atlante e tracciate una curva che parta dai labirintici vicoli che come intestini riempiono la pancia delle città arabe, attraversi le terre arse dal sole del Sud Italia, abbracci le banlieaus parigine e, scivolando giù per le periferie spagnole, arrivi a conficcarsi nei sobborghi di Kingston.

Ecco, quello è il perimetro entro cui potete circoscrivere la musica de La Casbah, saltellante di ska meticcio e ondeggiante di mandolini tzigani.

I dodici centimetri digitali non rendono però giustizia alla vera anima del gruppo siciliano, difficile infatti racchiudere nella piattezza (non solo geometrica) del supporto digitale il movimentato e variopinto circo cui ci hanno ben abituato nei loro spettacoli dal vivo: un palco che pullula di mascheroni, mangiafuoco, saltimbanchi, giocolieri, fez e kaftani, odorante di petrolio e di sudori che qui, complice una dinamizzazione del tutto inesitente, fatica a lasciarsi immaginare.

Chi ha avuto l’opportunità di vedere La Casbah in azione troverà solo a tratti la stessa atmosfera dei loro show ma i mandolini ska-tenati di Punture di strega e lo ska-cciapensieri ska-ttante di Priati Priamu sono angoli di Mediterraneo nascosto che è bello portarsi a casa come souvenir.

                       Franco “Lys” Dimauro

 

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MANU CHAO – Clandestino (Virgin)  

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È il 1998 quando l’industria del disco trova finalmente una nuova icona, stavolta vivente, da dare in pasto al transumante popolo abbandonato dall’icona Bob Marley e ai figli di quel popolo che di Marley si sono nutriti dello spirito e delle parole, non potendosi nutrire della carne.

Il nuovo eletto si chiama José-Manuel Thomas Arthur Chao ed ha già girato mezzo mondo assieme al fratello Antoine alla guida di una band chiamata Mano Negra, nascosto sotto il nome di Oscar Tramor, traducendo in malo modo uno dei testi di Irma Serrano. Anche allora gli avevano dato una staffetta in mano, cercando di chiamare la sua band a raccogliere il testimone dei Clash bastardi di Sandinista!. La Mano Negra aveva corso qualche altro chilometro inneggiando a Zapata e Maradona, poi aveva gettato il testimone nelle acque della Senna.

Del suo rientro in scena pare non accorgersi nessuno. I suoi primi singoli (Clandestino, Desaparecido e Mentira), destinati a diventare mesi dopo dei tormentoni che ancora oggi resistono all’usura del tempo, non se li fila nessuno. Ma le radio, spinte dalla Virgin Records a mettere in heavy rotation quei brani farciti di chitarrine e fischietti, fanno lentamente esplodere il fenomeno Manu Chao, che diventerà tale l’anno successivo, portando (in ritardo clamoroso) il suo album nella Top 20 di almeno cinque stati, Italia compresa esportando, oltre a una musica meticcia e terzomondista, un “sentimento” di inadeguatezza culturale/politica/sociale (il mito del clandestino, del rifugiato, dell’esiliato, dei gitani erranti, del migrante apolide), un deciso sentimento pacifista, multietnico e no-global  e un vago aroma da busker che ben coglie lo spirito errabondo che affascina e nutre da sempre le giovani generazioni. Manu Chao è insomma un po’ il nuovo Bob Marley, un po’ la vetta più bassa dei monti Illimani e un po’ il nuovo adesivo del “vagabondo” da attaccare sul culo della Vespa. Le canzoni di Clandestino, tanto minimali nelle scelte armoniche quanto colorate come un carnevale carioca, piene di richiami al tex-mex e alla musica caraibica e sudamericana, vengono non solo accostate ma sovrapposte, intrecciate e “stratificate” una sull’altra, richiamandosi a vicenda e creando un vivacissimo e avviluppato vivaio di spezie. Alcune legali. Altre, ahimè, no.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CASINO ROYALE – Jungle Jubilee (Kono)  

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Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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MAU MAU – 8000 Km (Godzillamarket)  

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I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e questo nuovo appena caldo di tostatura sono passati dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DUBIOZA KOLEKTIV – Happy Machine (Koolarrow)

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Il primo avvertimento è che il “collettivo” bosniaco sarà sul palco del Concertone del Primo Maggio 2016.

Il secondo è che, nel panico di non farvi trovare impreparati (“ci sono Capossela, i Tiromancino, i Marlene Kuntz, i Mau Mau, Raiz, Avitabile e poi un gruppo dei Balcani che non mi ricordo il nome”) non commettiate l’errore di fidarvi di Itunes che vi farà pagare per quello che la band, coerentemente alle proprie ideologie liberali (una delle loro cose migliori di questo loro disco è dedicato ai fondatori di The Pirate Bay), mette in download completamente gratuito sul proprio sito. 

Ecco, il “gruppo dei Balcani di cui non ti ricordi il nome” sono i Dubioza Kolektiv, in giro da ormai tredici anni buoni con la loro miscela di elettronica, reggae, turbo-folk, chitarroni rock e l’immancabile brass-band di contorno che magari diventa irritante per l’uso domestico ma che dal vivo tramuterà il vino in urina, rinnovando il ricordo delle Nozze di Cana. Perfettamente allineati alle storiche realtà trasversali della musica europea (dai Mano Negra agli Asian Dub Foundation e ai nostri Aretuska passando per gli Urban Dance Squad), i Dubioza Kolektiv provano insomma a distillare la loro forma di felicità e a servircela in proletarie bottiglie in PET che raccoglieremo il 2 Maggio per mandarle al macero in attesa si sveglino quelli che “quanto mi sono divertito ieri, raga, con quella band balcanica che non mi ricordo il nome!”.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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