CAGE THE ELEPHANT – Cage the Elephant (RCA)  

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Avete nostalgia degli Hives?

Un rigurgito malinconico dei White Stripes?

La cura arriva dal Kentucky. Sono cinque farmacisti che siedono dietro il banco della farmacia Cage the Elephant. Hanno messo dentro un blister con il nome della loro bottega di speziali dodici capsule che possono alleviare i vostri sintomi.

Il debutto di questi ragazzini è destinato dunque a suscitare facili entusiasmi in virtù di un suono esuberante e sempliciotto che, e loro mettono subito le mani avanti sul pezzo inaugurale giocando in anticipo sulle critiche che li accuseranno di “non avere stile”, sicuramente procurerà loro le stesse insinuazioni di “cavalcare l’onda” che hanno subissato di critiche il debutto dei Jet, qualche anno fa.

Non è chiaro se il nome scelto dalla band americana giochi volontariamente (ma mi piace pensare sia così) con lo stesso pachiderma che ha decretato il successo dei White Stripes, magari usandolo come simbolo scaramantico. Però l’influenza del duo di Detroit è innegabile aleggi su tutto il disco, seppur mitigata da un approccio più da slacker che non può non ricordare quello di Beck e dei dimenticati G. Love and The Special Sauce (Ain’t No Rest for the Wicked, Back Against the Wall, Cover Me Again).

Con i video giusti, che sono certo la RCA sovvenzionerà senza problemi, potrebbero diventare un gruppo destinato a raccordare i gusti di un pubblico numeroso. Altrimenti, potrebbero finire nel grande deposito delle comete che tornano di tanto in tanto a risolcare i cieli ma di cui nessuno, dopo il primo passaggio, ha più voglia di guardare la coda. Qualcuno ha detto Vines?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I Bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SPARROW – The Complete CBS Recordings (Rev-Ola)    

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L’avvicendamento di John Kay tra le fila degli Sparrows fu il passo decisivo per la svolta che portò alla nascita degli Steppenwolf. Spostatosi a New York, il gruppo canadese abbandonò il pop caramelloso di calco inglese per andare alla riscoperta del blues e della roots music americana, prima di muoversi verso la costa e dare voce agli incubi in cui si stavano trasformando i sogni della summer of love. Nei tre singoli degli Sparrow e negli altri 14 brani che esauriscono le loro registrazioni per la Columbia/CBS ci sono già i tratti peculiari del suono-Steppenwolf: la voce roca di John adatta a mordere i numeri più bluesy (mentre quella di Mars Bonfire è scelta per i pezzi più inclini al folk psichedelico, NdLYS), chitarre acide e visionarie e spruzzi di tastiera e piano honky-tonk a rendere tutto più rotondo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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STRAY CATS – Rumble In Brixton (Surfdog)  

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Ad Agosto, mentre starete con le panze arrugginite a sucarvi le esibizioni di tanga e perizomi su qualche spiaggia italiana, gli Stray Cats toccheranno col loro Farewell Tour tutta l’Europa, Italia compresa, quasi trent’ anni dopo il loro debutto tra i vicoli di New York. Più di quelli che li separava, alla loro nascita, dall’avvento del rock ‘n roll. Un’era geologica. Ma i gatti hanno sette vite, e Brian Setzer, Slim Phantom e Lee Rocker non fanno eccezione. Lo dimostra questo doppio registrato alla Brixton Academy: 22 tracce che gocciolano di broda rock ‘n roll come le culotte di Betty Page, con la sei corde di Brian Setzer ormai ai vertici del genere: precisa, sporca ed implacabile e la ritmica degli altri randagi che è una locomotiva capace di trasportare, integra, la salma di Elvis da Memphis fino a Londra. Ancora oggi, musica per teppisti indomabili.

 

                                                                      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BEAUTIFUL KANTINE BAND – Twist Auf Dem Vulkan (Wohnzimmer)

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Non salverà di certo il rock, la Beautiful Kantine ma di certo ne preserverà lo spirito più gioviale e disimpegnato. Il gruppo austriaco si spinge, infatti, dentro una ludoteca dove si gioca coi dadoni di gomma abbandonati dai Beatles, da Link Wray, dagli Shadows e dai Kingsmen, nel frattempo diventati adulti, matusa e in alcuni casi anche passati a miglior vita. Beat, surf, twist, frat rock. Forme elementari, a tinte forti, Decise ma di materiale atossico, morbido e senza spigoli proprio come quei dadoni pneumatici carichi di moccoli e bave da cucciolo. Era l’infanzia del rock ‘n roll, così come è stata preservata dalla tradizione strumentale delle varie Rawhide e Batman (qui riproposte assieme alla cover dei giovanissimi Beatles di I Wanna Be Your Man) e da quelle migliaia di canzoni da party che furoreggiavano a cavallo tra anni ’50 e ’60. Manca loro il piglio selvaggio dei compagni di classe Staggers ma sanno fare i compiti, soprattutto il copiato, con buoni risultati. Voto scolastico, pertanto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

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La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE ACT-UPS – Play the Old Psychedelic Sounds of Today (Groovie)

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Trans-world punk rave up. Questa pare la missione della Groovie Records: estrarre nuove pepite da tutto il mondo e porgerle su questi vassoi di vinile corvino. Dopo i Sea-Ders dal Libano e i Cavestompers! dalla Russia è la volta di questa band portoghese al 3° LP. I puristi sono avvisati: la psichedelia evocata dal titolo e dalla grafica è solo una delle possibili “devianze” degli Act-Ups che invece lavorano soprattutto su solide strutture da blue-eyed soul e su stabili ponteggi rockabilly pur senza rinnegare la passione mai placata per il fuzz-punk più becero, come succede ad esempio su Death On You. Sono ancora lontani dal capolavoro e bands come i Solution viaggiano su altre orbite ma, come i quaderni delle scuole primarie, hanno ampi margini. Per ora con troppe sbavature.

 

 

                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SEX MUSEUM – Fifteen Hits That Never Were (Locomotive)

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E chi si li ricordava più, i Sex Museum? Partiti da Madrid nel 1985 come band garage, ne avevo perso le tracce dopo un primo disco di matrice 60’s come Fuzz Face e un paio di lavori per la Romilar-D che si spostavano, come un po’ dappertutto allora, verso una visione delle “radici” compromessa col punk restando, comunque, sempre roba di seconda classe. Li pensavo seppelliti lì, pace all’anima loro. Scopro adesso grazie a questa retrospettiva che hanno prodotto invece altri otto album e dato un ulteriore giro di vite al loro suono, orientandolo verso un hard un po’ manierato e lezioso. Risultato: era meglio pensarli defunti, soffocati dallo tsunami metal-funk, crossover e grunge che mieté tante vittime nei primi anni ‘90. Quello che resta è invece una versione infame e metal-oriented degli Steppenwolf e degli ultimi, terribili, Deep Purple Mark XXIV con poca grinta e poche cose da ricordare.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHORDS – The Mod Singles Collection (Captain Mod)    

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Nessuno forse se lo aspettava, dopo gli eccessi estetici del punk, ma alla fine degli anni Settanta parka, lambrette, camice Ben Sherman e T-shirts a cerchi concentrici cominciarono a colorare le strade di Londra. E’ la risurrezione dell’etica mod, la riscoperta di una way-of-life tanto compita ed elegante nel look quanto esagerata sotto il profilo comportamentale. Lo stile prima di ogni cosa. E dietro, feste, anfetamine, raduni, un grosso senso di appartenenza, una devozione ai “padri” Who, Creation, Small Faces, Kinks, Action. In breve decine di bands scelsero di dedicarsi a quel suono “acceso” influenzato dello strumming di Pete Towsnhend e colorato con le tinte black del Motown-sound. Tra i migliori, in assoluto, proprio i Chords. Non un centimetro dietro i Jam, solo con diverse libbre di sfiga in più. Questa è una delle migliori sequenze di singoli su cui vi possa capitare di sbattere il muso, cercate di non perderla.   

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE QUARTER AFTER – Changes Near (The committee to keep music evil)

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Tornano i fratelli Campanella con questo secondo disco pieno di suggestioni  psichedeliche e folk trasversale. L’inizio è superbo, con una Sanctuary che pare una traslazione acustica della My Time dei Golden Dawn e una She Revolves che ci riporta indietro agli sfarzi del Paisley etereo dei Rain Parade, dei primi R.E.M. e dei raga dei Things poi il disco pare prendere una rotta più tradizionalista (sulla riga roots dei Long Ryders e dei sempiterni Byrds) e si appiattisce un po’ e fatti salvi i flashes purpurei della bellissima Early Morning Rider, bisogna aspettare la chiusura affidata al tremolo diddleyano di Sempre Avanti duplicemente dedicata a Frank Campanella e Johnny Marr per riaccendere i ricettori dell’attenzione.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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