THE TELESCOPES – Infinite Suns (Textile)

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Il Metal Machine Music dei Telescopes. Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MUSICA ELETTRONICA VIVA – MEV 40 (New World)

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Altro che cacio e pepe e coda alla vaccinara. Trastevere negli anni Sessanta era l’officina cattiva e nichilista della Roma della dolce vita e del Piper. Qui era nato ad esempio il Teatro Laboratorio di Carmelo Bene, uno dei più scandalosi ed eccessivi esempi di happening teatrale mai esistiti e qui nasce l’esperienza del MEV, Musica Elettronica Viva, per opera di alcuni americani che bazzicano Trastevere. Si chiamano Frederic Rzewski, allievo di Luigi Dallapiccola, Richard Teitelbaum  (storicamente l’uomo che introdusse il Moog modulare nel nostro paese proprio a metà degli anni Sessanta e proprio a Trastevere), l’appassionato di jazz Alvin Curran, il costruttore di marchingegni elettronici Allan Bryant e il violoncellista John Phetteplace. L’obiettivo comune è quello di realizzare una musica libera da qualsiasi prigione accademica e socialmente trasversale fino all’eccesso. Fino al limite del governabile. Suonano in un’officina abbandonata e suonano con la saracinesca alzata e la porta a vetri aperta. Chiunque entri, è obbligato a prendere in mano un attrezzo qualsiasi, un martello, un cartone, un bidone, una rete metallica, un asse di legno, qualsiasi cosa produca un rumore, ed unirsi al gruppo improvvisando su musiche che non hanno nulla di organico. Flussi di coscienza che diventano rumore “vivo”, paradosso vivente di un’avanguardia che si ricollega ai primordi tribali dell’uomo delle caverne. È una musica che va ovunque, polvere metallica che si sparge come l’incenso nelle nuove cattedrali industriali del boom economico, impestando l’aria, che trascende i concetti di genere e di epoca, tanto da anticipare con grande vantaggio molte delle musiche pre-apocalittiche di tanti rumoristi, italiani e stranieri, che in piena epoca punk e post-punk verranno osannati come “precursori” della musica industriale.

Questa uscita in quattro cd che raccorda una delle primissime “composizioni” della formazione (Spacecraft) con la Mass.Pike del 2007 passando attraverso esibizioni degli anni Settanta (Stop the War) e dei tre decenni successivi ci mette davanti ad una prova di ascolto ancora oggi sfiancante e abominevole. Provateci, se davvero pensate che le vostre orecchie non possono sanguinare.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LILITH AND THE SINNERSAINTS – The Black Lady and The Sinner Saints (Alpha South)  

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Non puoi disfarti dal peccato se non hai pentimento vero. Lilith, la “Signora Nera” dei Not Moving di Sinnermen torna dunque a circondarsi di peccatori, evoluti dallo stato larvale di uomini a quello di santi. Lilith non si è pentita. Infila la cannuccia nella sua coppa di fiele e assenzio e sugge a piccoli sorsi. Poi mette qualche ciuffo di muschio e tabacco nella pipa ed aspira a grandi boccate e si schiarisce la voce. Quindi si infila nello stagno, lei anatra nera, a tossire veleno in uno specchio d’acqua pieno di oche starnazzanti.

I Sinner Saints che la accompagnano sono un’accolita di gente che pratica il malaffare musicale, l’avanspettacolo decadente dei locali parigini e della Germania nazista, il fango blues che il Mississippi abbandona come pelle secca della muta del suo corpo di serpente quando le sue acque si ritirano, i ratti grigi che si muovevano tra i capannoni industriali di Detroit e le periferie di Londra, l’immorale jazz dai mille sospiri e dalle mille folate di fumo sparse come incenso nelle stanze da letto di mille amanti incestuosi, la musica delle borgate italiane e sudamericane che sono terre di conquista che nessuno vuole conquistare.  

Tutta gente dalle facce legnose che quando sorride lo fa malvolentieri, con l’alito pesante e il ghigno di chi conosce il gusto del peccato.

Tutta gente che conosce così bene il suo strumento da limitarsi a corteggiarlo perché lui tiri fuori la sua anima struggente.  

Si riuniscono come piccoli grumi di sangue attorno a Lilith per realizzare un disco borderline e viscerale come The Black Lady and The Sinner Saints. Pieno di nuvole nere. Di nera speranza. Di nera felicità.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CAGE THE ELEPHANT – Cage the Elephant (RCA)  

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Avete nostalgia degli Hives?

Un rigurgito malinconico dei White Stripes?

La cura arriva dal Kentucky. Sono cinque farmacisti che siedono dietro il banco della farmacia Cage the Elephant. Hanno messo dentro un blister con il nome della loro bottega di speziali dodici capsule che possono alleviare i vostri sintomi.

Il debutto di questi ragazzini è destinato dunque a suscitare facili entusiasmi in virtù di un suono esuberante e sempliciotto che, e loro mettono subito le mani avanti sul pezzo inaugurale giocando in anticipo sulle critiche che li accuseranno di “non avere stile”, sicuramente procurerà loro le stesse insinuazioni di “cavalcare l’onda” che hanno subissato di critiche il debutto dei Jet, qualche anno fa.

Non è chiaro se il nome scelto dalla band americana giochi volontariamente (ma mi piace pensare sia così) con lo stesso pachiderma che ha decretato il successo dei White Stripes, magari usandolo come simbolo scaramantico. Però l’influenza del duo di Detroit è innegabile aleggi su tutto il disco, seppur mitigata da un approccio più da slacker che non può non ricordare quello di Beck e dei dimenticati G. Love and The Special Sauce (Ain’t No Rest for the Wicked, Back Against the Wall, Cover Me Again).

Con i video giusti, che sono certo la RCA sovvenzionerà senza problemi, potrebbero diventare un gruppo destinato a raccordare i gusti di un pubblico numeroso. Altrimenti, potrebbero finire nel grande deposito delle comete che tornano di tanto in tanto a risolcare i cieli ma di cui nessuno, dopo il primo passaggio, ha più voglia di guardare la coda. Qualcuno ha detto Vines?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SPARROW – The Complete CBS Recordings (Rev-Ola)    

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L’avvicendamento di John Kay tra le fila degli Sparrows fu il passo decisivo per la svolta che portò alla nascita degli Steppenwolf. Spostatosi a New York, il gruppo canadese abbandonò il pop caramelloso di calco inglese per andare alla riscoperta del blues e della roots music americana, prima di muoversi verso la costa e dare voce agli incubi in cui si stavano trasformando i sogni della summer of love. Nei tre singoli degli Sparrow e negli altri 14 brani che esauriscono le loro registrazioni per la Columbia/CBS ci sono già i tratti peculiari del suono-Steppenwolf: la voce roca di John adatta a mordere i numeri più bluesy (mentre quella di Mars Bonfire è scelta per i pezzi più inclini al folk psichedelico, NdLYS), chitarre acide e visionarie e spruzzi di tastiera e piano honky-tonk a rendere tutto più rotondo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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STRAY CATS – Rumble in Brixton (Surfdog)  

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Ad Agosto, mentre starete con le panze arrugginite a sucarvi le esibizioni di tanga e perizomi su qualche spiaggia italiana, gli Stray Cats toccheranno col loro Farewell Tour tutta l’Europa, Italia compresa, quasi trent’anni dopo il loro debutto tra i vicoli di New York. Più di quelli che li separava, alla loro nascita, dall’avvento del rock ‘n roll. Un’era geologica. Ma i gatti hanno sette vite, e Brian Setzer, Slim Phantom e Lee Rocker non fanno eccezione. Lo dimostra questo doppio registrato alla Brixton Academy: 22 tracce che gocciolano di broda rock ‘n roll come le culotte di Betty Page, con la sei corde di Brian Setzer ormai ai vertici del genere: precisa, sporca ed implacabile e la ritmica degli altri randagi che è una locomotiva capace di trasportare, integra, la salma di Elvis da Memphis fino a Londra. Ancora oggi, musica per teppisti indomabili.

                                                                   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BEAUTIFUL KANTINE BAND – Twist Auf Dem Vulkan (Wohnzimmer)

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Non salverà di certo il rock, la Beautiful Kantine ma di certo ne preserverà lo spirito più gioviale e disimpegnato. Il gruppo austriaco si spinge, infatti, dentro una ludoteca dove si gioca coi dadoni di gomma abbandonati dai Beatles, da Link Wray, dagli Shadows e dai Kingsmen, nel frattempo diventati adulti, matusa e in alcuni casi anche passati a miglior vita. Beat, surf, twist, frat rock. Forme elementari, a tinte forti, Decise ma di materiale atossico, morbido e senza spigoli proprio come quei dadoni pneumatici carichi di moccoli e bave da cucciolo. Era l’infanzia del rock ‘n roll, così come è stata preservata dalla tradizione strumentale delle varie Rawhide e Batman (qui riproposte assieme alla cover dei giovanissimi Beatles di I Wanna Be Your Man) e da quelle migliaia di canzoni da party che furoreggiavano a cavallo tra anni ’50 e ’60. Manca loro il piglio selvaggio dei compagni di classe Staggers ma sanno fare i compiti, soprattutto il copiato, con buoni risultati. Voto scolastico, pertanto.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

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La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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